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N39 Pagine Marxiste - Gennaio 2016
Il movimento comunista e il caos mediorientale

Tra le correnti che, nei paesi occidentali, si rifanno in un modo o nell’altro al marxismo, regna una grande confusione sull’atteggiamento da tenere nei confronti delle forze in campo nel Medio Oriente. C’è una tendenza, che si proclama “antimperialista”, ma che in realtà identifica l’imperialismo solo con gli USA e i loro alleati, che si schiera per la difesa del regime di Assad, a fianco dell’imperialismo russo e del regime degli ayatollah. Altri gruppi, partendo dal fatto che ISIS e il “terrorismo islamico” fanno leva su un sentimento anti-imperialista delle masse arabe, appaiono restii a denunciarne il carattere reazionario e borghese. Altri ancora, partendo dall’incontestabile contenuto sociale alla base delle “primavere arabe”, si illudono che movimenti come l’Esercito Libero siriano o le milizie curde possano essere la chiave per una riscossa dell’area, benché privi di un programma autonomo di classe e foraggiati dalle varie potenze imperialiste.


Noi riteniamo che, oltre ad opporci ad ogni intervento imperialista, a partire da quelli del nostro imperialismo (italiano), anche in Medio Oriente l’unica strada percorribile sia quella dello sviluppo di un movimento a base proletaria che si opponga ad entrambi gli schieramenti islamisti (sciita-iraniano e sunnita a sua volta diviso tra Turchia e Arabia-Egitto), e i loro sponsor imperialisti. È questa a nostro parere la prospettiva fedele ai principi che animarono il movimento comunista internazionale dopo la Rivoluzione d’Ottobre, tenendo conto degli enormi mutamenti sociali e politici avvenuti nell’area nel secolo trascorso. Senza una base di classe nessuna tattica comunista è possibile, neppure verso realtà composite come Kobane.


 Quasi cent’anni fa, al Congresso dei Popoli d’Oriente tenuto a Baku nel 1920, e nel successivo 4° Congresso dell’Internazionale Comunista del dicembre 1922 i comunisti lanciarono l’alleanza tra il proletariato industriale dell’Occidente e i contadini poveri dell’Oriente contro il dominio del capitale rappresentato dalle potenze imperialiste con in testa la Gran Bretagna. Nelle Tesi sulla Questione d’Oriente del IV Congresso si rileva l’intensificazione della lotta contro l’oppressione coloniale e imperialista (la lotta di liberazione dei nazionalisti turchi che rende carta straccia il Trattato di Sèvres, movimenti rivoluzionari-nazionali in India, Mesopotamia, Egitto, Marocco, Cina e Corea) e il manifestarsi del proletariato come forza indipendente (lotte del proletariato giapponese, costituzione di partiti comunisti in quasi tutti i paesi considerati), ciò che “pone una sfida al controllo esclusivo della lotta antimperialista da parte di elementi feudali e della borghesia nazionale, che sono pronti al compromesso con l’imperialismo”.

 

Proletari e contadini

Tuttavia “Il nuovo movimento operaio dell’Est è un prodotto del recente sviluppo del capitalismo indigeno. Finora perfino il nucleo centrale della classe operaia di questi paesi è stato in uno stato di transizione, dal piccolo negozio artigianale alla grande fabbrica capitalistica”, mentre la grande massa della popolazione era costituita da contadini, molti dei quali vivevano ancora rapporti di sfruttamento feudali e semi-feudali. Per questo l’Internazionale Comunista indica per questi paesi la linea dell’alleanza tra il proletariato nascente e i contadini poveri con la rivendicazione dell’esproprio dei grandi proprietari terrieri, e il “Fronte Unico anti-imperialista” con le giovani borghesie che rivendicano libertà di commercio contro i paesi imperialisti che vogliono isolare i paesi coloniali all’interno delle proprie sfere economiche per garantirsi i sovraprofitti monopolistici.

Tuttavia le Tesi osservano come le borghesie di questi paesi siano legate per mille fili sia alle classi feudali e borghesi-feudali sia ai paesi imperialisti che hanno associato entrambi al proprio sistema di sfruttamento, per cui “le classi dominanti dei popoli coloniali e semicoloniali diventano sempre più incapaci e riluttanti a dirigere la lotta contro l’imperialismo quando si evolve in un movimento rivoluzionario di massa”.

“Solo la rivoluzione agraria per l’esproprio dei grandi latifondisti può sollevare le vaste masse contadine, che saranno un fattore chiave nella lotta contro l’imperialismo. Il timore dei nazionalisti borghesi per le rivendicazioni agrarie … [è] un’indicazione dello stretto legame tra la borghesia locale e i grandi proprietari feudali e feudal-borghesi, e la loro dipendenza intellettuale e politica da essi. Le forze rivoluzionarie devono utilizzare queste esitazioni e ambiguità per criticare e denunciare fino in fondo i compromessi fatti dai leader borghesi dei movimenti nazionalisti”.

 

Riforme dall’alto

A quasi cent’anni di distanza occorre trarre un bilancio di questa strategia. Un secolo di sviluppo capitalistico ha profondamente mutato la struttura sociale ed economica di questi paesi. La maggioranza della popolazione attiva non è più costituita da contadini, ma da lavoratori salariati nell’industria e nei servizi. Diversamente dalle attese dell’Internazionale, le riforme agrarie nei vari paesi non sono avvenute per via rivoluzionaria con l’alleanza operai-contadini poveri, ma dall’alto, ad opera di governi nazionalisti borghesi, che subito dopo aver liberato il loro paese dal giogo diretto dell’imperialismo hanno lanciato la riforma agraria per abolire i resti di feudalesimo, ridimensionare il potere politico dei proprietari terrieri, fino allora classe dominante, e darsi una base di massa nelle campagne tra i contadini. Nel caso dell’Iran la riforma è stata varata direttamente dallo Scià Reza Pahlavi, su pressione dello stesso governo americano (Kennedy), nel tentativo di ridurre il potere della proprietà terriera e trasformarla in azionariato industriale.

La Terza Internazionale aveva giustamente individuato nei rapporti di produzione nelle campagne un nodo su cui far leva contro le classi agrarie feudale, capitalistica, e capitalistico-feudale, ma il proletariato e i partiti comunisti di questi paesi non hanno avuto la forza di sollevare le masse contadine contro le varie forme di sfruttamento cui erano sottoposte dagli agrari e mettersi alla loro testa, né i contadini hanno avuto la capacità di sollevarsi autonomamente.

Ora si può discutere se la responsabilità di questa mancata sollevazione sia da attribuire alla controrivoluzione staliniana in URSS, che perseguendo gli interessi statuali dell’URSS al posto di quelli della rivoluzione proletaria internazionale, ha posto in primo piano i rapporti con le borghesie e i vari Stati nazionali rispetto ai rapporti tra le classi, oppure se la strategia indicata dal IV Congresso fosse impossibile da realizzare. Il fatto è che il nodo della riforma agraria e della “rivoluzione democratico-borghese” con l’abolizione dei rapporti feudali è stato sciolto definitivamente dalle varie borghesie nazionali, che hanno promosso in un modo o nell’altro lo sviluppo capitalistico, anche nell’agricoltura, spesso con successive controriforme agrarie negli anni ’80 e ’90 (vedi Egitto e Iraq).

 

Il proletariato diventa maggioranza

Il risultato di questo sviluppo capitalistico è la trasformazione della maggioranza della popolazione in proletariato industriale, dei servizi, e agricolo, e in sottoproletariato. L’agricoltura occupa ormai meno di un quarto della popolazione attiva della regione. Il proletariato non è più una classe in fasce che ha bisogno di appoggiare la lotta di altre classi, ma ovunque come nelle vecchie metropoli si pone all’ordine del giorno la sua lotta contro la borghesia, nazionale e internazionale per rovesciare la dittatura del capitale e imporre quella del proletariato. Strati di piccola borghesia impoverita che rischia di precipitare nel proletariato possono essere attratti a fianco di quest’ultimo solo se esprime una lotta forte e decisa. La vera alleanza può essere oggi solo coi settori del proletariato internazionale che lottano su posizioni internazionaliste.

Ciò non significa che l’area mediorientale non abbia le sue specificità. Una prima specificità è che mentre in Europa l’assetto degli Stati, oggetto di infinite guerre e massacri (almeno dalla guerra dei Trent’anni nel ‘600 alle guerre napoleoniche alle guerre di liberazione nazionale tedesca, italiana, polacca, alle guerre balcaniche e alla Prima e Seconda Guerra Mondiale, le “guerre di successione” della ex Jugoslavia) è oggi pressoché stabilizzato, nel Medio Oriente l’assetto degli Stati è il prodotto della spartizione imperialista seguita alla Prima Guerra Mondiale (sostanzialmente tra Francia e Gran Bretagna) e confermata dai vincitori della Seconda, che negli ultimi decenni ha mostrato una grande instabilità.

 

La spartizione imperialista

La spartizione imperialista del Medio Oriente aveva smembrato l’Impero Ottomano cancellando inizialmente anche la Turchia (Trattato di Sèvres del 1920: Istanbul e Stretti sotto mandato internazionale, Tracia e Smirne alla Grecia, Sud Anatolia all’Italia, Stato Curdo e grande Armenia sotto protezione francese – vedi Fig. 1). Ma a seguito della guerra di liberazione nazionale e poi di conquista dei Giovani Turchi che sconfissero la Grecia e cacciarono gli inglesi da Costantinopoli e gli Stretti (con l’appoggio dell’URSS ma anche favoriti dalle manovre anti-britanniche di Italia e Francia, che dovettero abbandonare le posizioni occupate a Sud e Nord-Est) portò alla creazione della grande Turchia e alla cancellazione dello Stato curdo, assegnando Siria e Libano all’influenza francese, Mesopotamia (Iraq), Giordania e Palestina a quella britannica. Il Trattato di Losanna (1923) sanciva così l’oppressione della popolazione curda e la creazione di Stati plurinazionali e pluriconfessionali come Siria, Libano, Iraq e lo stesso Iran, nei quali le potenze imperialiste potevano utilizzare le tensioni interne per continuare ad esercitare la loro influenza. Ad aggiungere tritolo alla polveriera nel secondo dopoguerra giunse l’insediamento di Israele, dapprima avversato dalla Gran Bretagna, poi ratificato dall’ONU, con le varie guerre arabo-israeliane e la crescente repressione sulle popolazioni palestinesi.

Le politiche degli imperialismi, pure in concorrenza tra loro, hanno concorso nell’impedire l’unificazione dell’area attraverso il panarabismo, o comunque la formazione di uno Stato egemone, che avrebbe ridotto la loro influenza sull’area: fallimento dei tentativi di unificazione Egitto-Siria nella Repubblica Araba Unita (1958-61) e la Federazione delle Repubbliche Arabe (Egitto, Siria, Libia, 1972-77), politica di bilancia negli 8 anni della Guerra Iran-Iraq (1980-88) per impedire che uno dei due prevalesse, Prima Guerra del Golfo (1991) contro l’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq; Seconda Guerra del Golfo (2003-) che ha portato di fatto allo smembramento dell’Iraq, e ora lo smembramento della Siria.

 

Nuove potenze regionali e guerre di religione

Tuttavia lo sviluppo capitalistico ha fatto emergere quattro potenze regionali con ambizioni egemoniche sull’area: Turchia, Iran, Egitto, Arabia. La lotta tra queste potenze, che si interseca con gli interventi delle vecchie potenze imperialiste, moltiplica l’instabilità e fa leva sui fattori etnici e religiosi per destabilizzare gli avversari e accrescere la propria influenza.

Già le Tesi sulla questione d’Oriente rilevavano come “Nei paesi musulmani il movimento nazionale è diretto nelle sue prime fasi dagli slogan religiosi-politici del movimento pan-islamico, e ciò dà alla diplomazia e ai funzionari delle Grandi Potenze l’opportunità di sfruttare i pregiudizi e l’ignoranza delle larghe masse per volgerle contro il movimento nazionale (l’imperialismo britannico gioca con il pan-islamismo e pan-arabismo e ha piani per trasferire il Califfato in India; l’imperialismo francese simula “simpatie musulmane”. Tuttavia, con la crescita e maturità dei movimenti di liberazione nazionale, gli slogan religioso-politici del pan-islamismo saranno sostituiti da rivendicazioni politiche. Ciò è confermato dalla recente lotta in Turchia per eliminare il potere temporale dal Califfato”.

Anche questa previsione-auspicio dell’Internazionale ha trovato solo parziale conferma. A seguito del venir meno di un riferimento rivoluzionario internazionale quali erano stati la Rivoluzione d’Ottobre e l’Internazionale Comunista fino al suo IV Congresso, l’uso dei pregiudizi etnici e religiosi si è intensificato nel corso di un secolo. È vero che i movimenti di liberazione nazionale misero da parte gli slogan religiosi per portare avanti il loro programma politico. Ma una volta preso il potere le borghesie nazionali sono divenute conservatrici e hanno preso esse stesse a utilizzare la religione a fini reazionari. Il kemalismo in Turchia aveva estromesso la religione dallo Stato, il nasserismo in Egitto e poi i regimi baathisti in Iraq e Siria avevano sottoposto le istituzioni islamiche al controllo statale; ma ora Erdogan utilizza la religione quale strumento di potere interno e di influenza esterna (vedi anche il suo appoggio ai Fratelli Musulmani in Egitto, finito con la spietata repressione ad opera dei militari); l’Arabia Saudita ha speso l’iperbolica cifra di 70 miliardi di dollari per diffondere con il wahabismo la propria influenza politica nel mondo, alimentando nel percorso organizzazioni come Al Qaeda e ISIS; in Iraq, dove la Gran Bretagna aveva istituzionalizzato il predominio della minoranza sunnita sulla maggioranza sciita, il passaggio del controllo statale agli sciiti ha scatenato una lunga guerra di fazioni sotto veste religiosa che viene alimentata da Iran e petromonarchie sunnite ed è sfociata nella formazione dell’ISIS. Mentre negli anni ’60 e ’70 i movimenti panarabi avevano carattere laico, non c’è ormai lotta tra fazioni borghesi in Medio Oriente che non assuma veste religiosa per “sfruttare i pregiudizi e l’ignoranza delle larghe masse” e farne letteralmente carne da macello per i propri interessi.

È vero che l’uso che viene fatto dell’islamismo, sia da parte sciita che sunnita, è formalmente anti-imperialista, e fa leva sui fondati risentimenti contro il lascito del colonialismo e la perdurante pressione delle potenze imperialiste.

Il dramma è che le masse che vengono gettate a scannarsi le une contro le altre (e non contro le influenze imperialiste se non con atti di rilevanza mediatica ma non strategica come gli attentati di Parigi) non sono più i contadini analfabeti, ma in maggioranza proletari con un discreto livello di istruzione. L’uso dell’ideologia religiosa non serve solo a mobilitare contro Stati e fazioni rivali, serve anche a controllare ideologicamente i proletari, a dissolverne l’identità di classe in quella della comunità dei correligionari e a prevenire/reprimere le lotte operaie. Il clero islamico è, nei suoi strati dirigenti, diretta espressione delle famiglie possidenti, un tempo dei proprietari terrieri, ora in parte riciclatesi nel commercio e nella finanza, ed è visceralmente anticomunista: dagli ayatollah sciiti iraniani ai Fratelli Musulmani e Hamas, alle contrapposte fazioni sciite e sunnite in Iraq essi hanno sempre sostenuto una concezione interclassista, contrastato e represso ogni movimento autonomo del proletariato e condannato la lotta di classe, dove ne hanno la forza reprimendo nel sangue i comunisti.

Per questo mentre rispettano ogni credo religioso e contrastano la campagna islamofobica-imperialista in corso in Europa, i comunisti devono contrastare l’influenza degli apparati clericali islamici sul proletariato, volta a sottometterlo al controllo della borghesia, che dopo essere stata laica si appoggia al clero.

I comunisti devono lottare per unificare il proletariato, anche in Medio Oriente, al di là delle provenienze etniche e religiose, contro il comune sfruttamento da parte delle borghesie locali e del capitale internazionale. La borghesia araba ha mostrato la sua incapacità a unificare l’area, e con le sue lotte intestine continua a fare il gioco delle potenze imperialiste e a portare i proletari a scannarsi per gli interessi delle proprie fazioni. Solo una rivoluzione proletaria e la costituzione di una Federazione del Medio Oriente potrà portare pace nell’area. Le lotte operaie, in Egitto, in Tunisia, in Iran, in Turchia testimoniano che la base oggettiva per un movimento politico proletario esiste.

Ma per sottrarre il proletariato mediorientale alla polarizzazione religioso-settaria occorre che anche nelle metropoli a partire dall’Europa si ricrei un “polo” proletario e classista.




LE RIFORME AGRARIE NEL MEDIO ORIENTE

In quasi tutti i paesi del Medio Oriente (tranne che in Turchia) sono state effettuate riforme agrarie negli anni 1950-70. Gli iniziatori furono gli ufficiali liberi che rovesciarono la monarchia e il dominio britannico in Egitto, con alla testa Gamal Abdel Nasser: a poche settimane dal colpo di Stato essi vararono la riforma agraria centrata su due punti:

Drastica riduzione degli affitti (a 7 volte le imposte sui terreni agricoli) e loro trasformazione in contratti a tempo indeterminato, praticamente con ereditabilità;

Esproprio dei possedimenti superiori a 200 feddan (1 feddan = 0,42 ettari), e a 300 per capifamiglia con più di due figli (limite ridotto a 100 feddan nel 1961) dietro compensazione con titoli di Stato trentennali con rendimento del 3% (ridotto all’1,5% nel 1958).

Le terre così requisite sarebbero state cedute in appezzamenti di 5 feddan al massimo con un sovraprezzo del 15% (10% dal 1958).

Prima del 1952 i grandi proprietari (1 su mille) possedevano il 20% delle terre coltivabili, mentre il 75% dei contadini possedeva meno di 1 feddan; gli affitti monetari valevano spesso più dei 2/3 del prodotto; i mezzadri dovevano consegnare tutto il cotone coltivato e metà del grano. Per questo il calmiere posto agli affitti fu l’aspetto più importante della riforma, portando a un forte aumento del reddito dei coltivatori sulle terre altrui.

In teoria le terre così redistribuite avrebbero dovuto andare a contadini poveri e braccianti, ma in pratica i grandi proprietari limitarono gli espropri suddividendo la proprietà tra i diversi membri delle famiglie, e la ridistribuzione, pari al 15% delle terre coltivabili, finì col favorire i contadini medio-ricchi tra i 20 e i 50 feddan, che potevano permettersi di pagare le rate.

I successori di Nasser, Anwar Sadat e Hosni Mubarak attenuarono e poi annullarono la riforma, con la restituzione di 147 mila feddan di terra ai vecchi proprietari, il triplicamento dei fitti agrari e il diritto di sfratto dei fittavoli a fine contratto, o prima, previo indennizzo. Le controriforme, culminate con la legge 96 del 1992, ebbero per scopo l’introduzione dei principi di mercato nella gestione della terra, con possibilità di compravendita e conseguente concentrazione, ingresso di imprese capitalistiche, estromissione di contadini poveri ed eventuale assunzione di salariati agricoli, adozione delle colture più redditizie e spinta alla meccanizzazione. Circa 1 milione di famiglie contadine hanno subito gli effetti della controriforma.

Il clero musulmano, i cui alti gradi erano espressione di famiglie agrarie, si era opposto alla riforma agraria in quanto contraria alla Sharia, e ha in seguito di fatto appoggiato la controriforma.

Iraq

Dalla metà del 19° secolo un processo di sedentarizzazione delle tribù dedite all’allevamento aveva ridotto il potere degli sceicchi e avviato la dissoluzione dei legami tribali.

La Gran Bretagna che aveva ottenuto il mandato sull’Iraq tuttavia rafforzò il potere degli sceicchi negli anni ’30 imponendo la trasformazione delle terre tribali in proprietà privata, attribuita in gran parte agli sceicchi (autorità militari-religiose) collaborazionisti, per legare questi al proprio dominio e poter esercitare lo sfruttamento sui contadini, trasformati in fittavoli, mezzadri, e braccianti. Anche ricchi mercanti e funzionari statali acquisirono la proprietà su parte delle terre. Al tempo stesso venne incentivata l’installazione di pompe per l’irrigazione. Una legge del 1933 vietava ai mezzadri di lasciare i campi se indebitati con il proprietario: una neoservitù della gleba, dato che essi erano in gran parte indebitati. Nelle zone risicole di Al Amaraq (S-E) le peggiori condizioni per i lavoratori agricoli.

Nel 1958, alla vigilia della rivoluzione nazionalista, otto famiglie possedevano quasi 400 mila ettari di terre irrigue, e il 2% dei proprietari possedevano i due terzi delle terre, mentre l’86% possedeva solo il 10% delle terre. Il governo militare che rovesciò la monarchia e cacciò i britannici, con a capo il colonnello Qasim, confiscò le proprietà eccedenti i 100 ha se irrigui, 200 se non irrigui, ossia il 75% delle terre coltivabili, con indennizzo in titoli di Stato (dopo il 1969 senza indennizzo). La terra confiscata sarebbe stata ceduta ai contadini in appezzamenti di 7-15 ha (il doppio se non irrigui) con obbligo di entrare in una cooperativa.

Nei 10 anni fino al 1968 vennero confiscati 1,7milioni di ettari (ha), di cui solo 440 mila erano stati redistribuiti (insieme ad altri 200 mila ha di terreni statali). La distribuzione tuttavia non significò per tutti “la terra a chi la lavora”, dato che nel 1971 solo il 52% della terra era gestita dai proprietari (anche con salariati) e il 41% era data in affitto. L’inefficienza del governo e delle cooperative nel fornire crediti e servizi (sementi e materiali vari, attrezzature) creò inoltre una situazione caotica a bassa produttività. Causa questi problemi e tre anni di siccità si generò un forte esodo dalle campagne verso le città, dove era in corso la prima industrializzazione.

Una nuova legge agraria nel 1970 modificò le estensioni massime delle proprietà a seconda del tipo di coltivazione, con nuove confische e indennizzi solo per le opere di miglioria. Una legge venne varata nel 1975 per spezzare le proprietà terriere dei proprietari tribali curdi. La produzione agricola tuttavia non migliorò, anche per la salinizzazione dei terreni con l’irrigazione senza adeguato drenaggio; dati i bassi redditi e salari agricoli contadini e braccianti negli anni ’70 accentuarono l’esodo dalle campagne fu tale da provocare penuria di manodopera agricola, con importazione di braccianti egiziani. La popolazione rurale scese dal 61% nel 1947 al 56% nel 1965 al 36% nel 1977 e circa 32% nel 1987.

Nonostante le cooperative, la parcellizzazione delle aziende agricole ostacolava la meccanizzazione, per cui il governo puntò sulla collettivizzazione. Nel 1981 vennero istituite 28 grandi aziende agricole statali con 180 mila ettari di terreno e 1.346 lavoratori, ma non fu un successo.

Una legge del 1981 favorì l’acquisizione in affitto di terreni statali da parte di società arabe o estere, con la stipula di oltre mille contratti di affitto entro il 1984, e venne istituita la distribuzione degli utili nelle fattorie statali.

Nel 1987 il governo annunciò piani per la riprivatizzazione dell’agricoltura con la vendita delle aziende statali ai privati… Il ciclo si chiudeva, dalla distribuzione della terra ai contadini alla totale trasformazione capitalistica dell’agricoltura.

Siria

Durante il mandato francese, i francesi si appoggiarono alle popolazioni nomadi contro la borghesia urbana indipendentista. Conquistata l’indipendenza nel 1946, i vari governi siriani vararono leggi per regolamentare le tribù e costringerle alla sedentarizzazione, mentre tutte le terre non coltivate vennero proclamate proprietà dello Stato.

La prima riforma agraria venne attuata nel 1958, sull’onda dell’unione della Siria con l’Egitto, e sul modello egiziano, volto a favorire chi lavorava la terra con contratto di affitto o mezzadria e a limitare i poteri dei proprietari, cui venivano confiscate le proprietà al di sopra di determinate superfici. Veniva anche autorizzata l’organizzazione sindacale dei salariati agricoli.

La riforma venne arrestata nel 1961 dal nuovo governo che pose fine all’unione con l’Egitto, su pressione della proprietà terriera, ma venne rilanciata nel 1963 col ritorno al potere del Baath, che fissò un interesse dell’1,5% sui titoli quarantennali a risarcimento delle confische.

La redistribuzione venne effettuata a un prezzo pari a un quarto del prezzo di indennizzò, da pagare in 20 anni. Con la riforma la terra venne redistribuita tra una parte della popolazione contadina, che tuttavia al 1975 era limitata a 50 mila capifamiglia (altri preferirono l’affitto all’acquisto), rafforzando la base del partito Baath nelle campagne. Secondo dati governativi non verificabili le piccole aziende agricole sotto gli 8 ha salirono da un ottavo a circa la metà delle terre, e quelle medie fino a 25 ha al 42%. Ma alla stessa data circa i due terzi delle terre confiscate dovevano ancora essere assegnate, o erano state concesse a cooperative ed enti pubblici.

Tra il 1970 e il 1983 la forza lavoro agricola è scesa dal 50% al 30% del totale.

La commercializzazione agricola è stata privatizzata dal 1986, e negli anni ’90 sono stati eliminati o ridotti i sussidi. La forte siccità degli anni 2006-10, i cui effetti sono stati accentuati dalla mala gestione delle risorse idriche, ha provocato l’abbondono della campagna di molti contadini impoveriti; la guerra civile che è seguita ha fatto il resto distruggendo o impedendo la manutenzione delle opere idriche e le coltivazioni. Tra le conseguenze della guerra in corso c’è anche un drastico spopolamento delle campagne, oltre che delle città.

Iran

La “Rivoluzione bianca” venne lanciata da Reza Pahlavi, Scià di Persia, nel 1963. Da tempo l’alleato americano (in particolare il Presidente John Kennedy) consigliava il varo di una riforma agraria per abolire i residui feudali e allargare la base di massa del regime mentre cresceva il fermento sociale e politico tra i ceti urbani.

La “Rivoluzione bianca” fu approvata con plebiscito con 5,6 milioni di voti a favore e poco più di 4 mila contrari. Con essa il governo acquistò le terre dai grandi proprietari feudali e borghesi a un prezzo considerato di mercato, e le concesse in piccoli appezzamenti a 1,5 milioni di famiglie contadine, pari al 40% della popolazione iraniana, a un prezzo del 30% inferiore. In teoria avrebbe dovuto trasformare i mezzadri-servi della gleba in piccoli proprietari.

Vennero inoltre privatizzate industrie di Stato per cederne le azioni anche agli ex signori feudali, con l’intento di riciclarli in finanzieri-industriali, mentre il regime cercò di accattivarsi anche i lavoratori salariati con una compartecipazione al 20% dei profitti e l’azionariato dei dipendenti delle imprese pubbliche e private. La Rivoluzione bianca diede anche il voto alle donne, istituì squadre di alfabetizzazione, di medici e di tecnici agrari nelle campagne, l’istruzione gratuita e obbligatoria per tutti, sottratta al clero, un sistema pensionistico che avrebbe dovuto dare pensioni pari al 100% della retribuzione…

Un tentativo di riforma dall’alto alla Bismark per produrre una rapida modernizzazione del paese, da semifeudale a industriale, che portò al quadruplicamento della classe operaia e dei ceti medi intellettuali urbani a cui vietava però di organizzarsi sindacalmente e politicamente. La stessa distribuzione a pioggia della rendita petrolifera che avrebbe dovuto risultare dalle riforme non avvenne che in piccola parte perché la famiglia reale e la nuova borghesia si accaparrarono gran parte della ricchezza.

Anche la riforma agraria ebbe effetti diversi da quelli annunciati. Ad avvantaggiarsene furono soprattutto i contadini già ricchi, che riuscirono ad allargare i loro possedimenti, mentre i servi-mezzadri non ebbero più di 10 ha che in gran parte finirono col rivendere in cambio di azioni delle cooperative, mentre i braccianti non riuscirono a comprare la terra e restarono salariati agricoli, molti emigrarono in città.

L’opposizione dei proprietari terrieri il cui potere nelle campagne era stato demolito, alleati al clero che nelle sue alte sfere proveniva dalla classe feudale (anche se non venne espropriato delle terre ecclesiastiche), riuscirà nel 1979 a prendere la direzione della protesta delle masse urbanizzate, utilizzando anche la possente ondata di lotte operaie, poi duramente represse, e a rovesciare il regime dello Scià, istituendo la teocrazia con base di massa nella piccola borghesia urbana, ma anche tra la nuova piccola borghesia rurale, grazie a forti sussidi all’agricoltura (prezzi di favore per l’ammasso, sussidi per gli input agricoli).

Anche se la forza lavoro agricola è rimasta pressoché costante negli ultimi 15 anni, la sua quota sul totale della forza lavoro ha continuato a diminuire, dal 26% a meno del 20%.

Il comunista internazionalista iraniano Mansoor Hekmat così sintetizza le conseguenze della riforma agraria: “… furono le riforme agrarie degli anni ’60 che definirono le sorti della tradizionale opposizione nazionalista e liberale. Politicamente, le riforme disarmarono la tradizionale opposizione nazionalista e segnarono la fine virtuale del Fronte Nazionale quale forza politica attiva. Inoltre esse contribuirono a consolidare l’autocrazia e a conferirle il carattere di un moderno Stato di polizia. Economicamente esse dissolvettero tutte le forme di produzione precapitalistiche e crearono un grande esercito di lavoratori salariati urbani. Hanno segnato il trionfo del capitalismo e l’integrazione di tutte le frazioni del capitale in un mercato interno unificato, eliminando le ultime apparenze di divisione all’interno dell’economia tra una borghesia “nazionale” e un’altra “dipendente”. Iniziò un processo di accumulazione accelerata che assorbì completamente la borghesia e i suoi rappresentanti intellettuali. La borghesia lasciò la causa del liberalismo e della riforma alla piccola borghesia insoddisfatta, solo per ritornarvi in seguito quando il pericolo di una rivoluzione si pose seriamente”. (2)










LE TESI SULLA QUESTIONE D’ORIENTE

Riportiamo di seguito estratti dalle “Tesi sulla questione d’Oriente” del IV Congresso della Terza Internazionale (dicembre 1922)*

La Prima Guerra Mondiale imperialista e la crisi postbellica hanno “aggravato la concorrenza imperialista sulle colonie e quindi turbato la bilancia dell’intero sistema imperialista mondiale (la lotta per il petrolio, il conflitto anglo-francese nell’Asia Minore, la rivalità nippo-americana per il dominio sul Pacifico, ecc.).

Rivalità e indebolimento dell’influenza imperialista nelle colonie hanno “agevolato la crescita del capitalismo indigeno nei paesi coloniali e semi-coloniali, crescita che continua a muoversi al di là dei ristretti confini del dominio imperialista delle Grandi Potenze [che] finora ha cercato di isolare i paesi arretrati dal commercio mondiale insistendo sui diritti monopolistici ai sovrapprofitti derivanti dallo sfruttamento commerciale, industriale e fiscale di questi paesi”. “Il progresso delle forze produttive indigene nelle colonie si pone quindi in acuto contrasto con gli interessi dell’imperialismo mon-diale”.

Oggi le rivalità tra potenze da un lato accrescono i gradi di libertà di potenze regionali come Turchia, Iran, Arabia, Egitto, ma portano anche enormi distruzioni e sfacelo sociale (Iraq, Siria, Yemen). Il riferimento alle forze produttive deve essere correttamente inteso: insieme alla dotazione di mezzi di produzione che riducono la dipendenza di questi paesi dalle importazioni dai paesi sviluppati c’è lo sviluppo di una classe operaia locale. Le Tesi descrivono per questi paesi una situazione di arretratezza, con “stadi diversi raggiunti nella transizione dai rapporti feudali e feudali-patriarcali al socialismo” con il predominio del capitale commerciale. “Il capitalismo straniero trasforma le élite feudali (e in parte anche semi-feudali, semi-borghesi) di queste società in agenti del proprio dominio (i signori della guerra in Cina, l’aristocrazia e gli esattori rurali – zamindar e talukadar - in India, la burocrazia feudale e l’aristocrazia in Persia, i capitalisti proprietari delle piantagioni in Egitto, ecc.

“Per questa ragione le classi dominanti dei popoli coloniali e semicoloniali diventano sempre più incapaci e riluttanti a dirigere la lotta contro l’imperialismo quando si evolve in un movimento rivoluzionario di massa” […]

“Nei paesi musulmani il movimento nazionale è diretto nelle sue prime fasi dagli slogan religiosi-politici del movimento pan-islamico, e ciò dà alla diplomazia e ai funzionari delle Grandi Potenze l’opportunità di sfruttare i pregiudizi e l’ignoranza delle larghe masse per volgerle contro il movimento nazionale (l’imperialismo britannico gioca con il pan-islamismo e pan-arabismo e ha piani per trasferire il Califfato in India; l’imperialismo francese simula “simpatie musulmane”. Tuttavia, con la crescita e maturità dei movimenti di liberazione nazionale, gli slogan religioso-politici del pan-islamismo saranno sostituiti da rivendicazioni politiche. Ciò è confermato dalla recente lotta in Turchia per eliminare il potere temporale dal Califfato”.

“Solo la rivoluzione agraria per l’esproprio dei grandi latifondisti può sollevare le vaste masse contadine, che saranno un fattore chiave nella lotta contro l’imperialismo. Il timore dei nazionalisti borghesi per le rivendicazioni agrarie … [è] un’indicazione dello stretto legame tra la borghesia locale e i grandi proprietari feudali e feudal-borghesi, e la loro dipendenza intellettuale e politica da essi. Le forze rivoluzionarie devono utilizzare queste esitazioni e ambiguità per criticare e denunciare fino in fondo i compromessi fatti dai leader borghesi dei movimenti nazionalisti”.

“Il nuovo movimento operaio dell’Est è un prodotto del recente sviluppo del capitalismo indigeno. Finora perfino il nucleo centrale della classe operaia di questi paesi è stata in uno stato di transizione, dal piccolo negozio artigianale”.

“Il movimento rivoluzionario coloniale è inizialmente sostenuto dalla borghesia indigena e dall’intelligentsia borghese, ma come le masse proletarie e semiproletarie contadine accrescono il loro coinvolgimento e gli interessi sociali della gente comune vengono posti in primo piano, il movimento comincia a separarsi dagli elementi grandi borghesi e agrari-borghesi. Si prospetta una lunga lotta per il proletariato di nuova formazione nelle colonie, una lotta che coprirà un’intera epoca storica e affronterà sia lo sfruttamento imperialista che le classi dominanti locali, ansiose di monopolizzare per sé tutti i vantaggi dello sviluppo industriale e culturale e di tenere le vaste masse lavoratrici nella loro precedente condizione “preistorica”.

“La lotta per l’influenza sulle masse contadine preparerà il proletariato indigeno alla leadership politica. Solo quando il proletariato avrà svolto questo lavoro preliminare nelle proprie fila e in quelle degli strati sociali più vicini ad esso, potrà sfidare la democrazia borghese, che nelle condizioni dell’Oriente arretrato è anche più inadeguata che in Occidente”.

Dopo aver criticato sia il rifiuto di prendere parte alla lotta contro l’oppressione imperialista che il rifiuto di partecipare alla lotta per gli interessi immediati del proletariato in nome dell’“unità nazionale” con la borghesia democratica, le Tesi affermano:

“I partiti comunisti e dei lavoratori dei paesi coloniali e semi-coloniali hanno un duplice compito: da un lato lottano per una risposta più radicale alle esigenze della rivoluzione democratico-borghese, volte a conquistare l’indipendenza politica nazionale; dall’altro organizzano le masse dei lavoratori e contadini a lottare per i loro interessi di classe, utilizzando tutte le contraddizioni nel campo nazionalista borghese. Nell’agitare le rivendicazioni sociali, i comunisti stimoleranno e sprigioneranno l’energia rivoluzionaria che non può trovare sbocco nelle richieste liberali borghesi”.

Le condizioni per il Fronte Unito anti-imperialista

Le Tesi indicavano anche la parola d’ordine del Fronte unito antimperialista con la borghesia democratica dei paesi coloniali e dipendenti, tenendo conto tuttavia della “tendenza delle classi dominanti indigene al compromesso con il capitale straniero contro gli interessi fondamentali della massa della popolazione”, per cui lo slogan del fronte unito antimperialista “aiuterà a denunciare gli ondeggiamenti dei vari gruppi nazionalisti borghesi”. D’altra parte “accordi temporanei con la democrazia borghese possono essere considerati ammissibili o necessari” solo a fronte della la costituzione del movimento dei lavoratori quale “fattore rivoluzionario indipendente” avente “completa autonomia politica”. In tal caso “il proletariato sostiene e porta avanti rivendicazioni parziali quali una repubblica democratica indipendente, l’abolizione di tutti i diritti e privilegi feudali, l’introduzione dei diritti delle donne, ecc. nella misura in cui non è in grado, dati i rapporti di forza presenti, porre all’ordine del giorno l’attuazione del suo programma sovietico”.

“La rivoluzione coloniale può trionfare e difendere le proprie conquiste solo se accompagnata dalla rivoluzione proletaria nei paesi avanzati.

“Il pericolo di un accordo tra il nazionalismo borghese e una o più potenze imperialiste rivali è molto maggiore nei paesi semi-coloniali (Cina, Persia) o nei paesi che conquistano l’indipendenza statuale grazie alla competizione interimperialista (Turchia), che non nelle colonie”: anche se spacciata per indipendenza formale, “lascia il paese esattamente come prima – uno stato cuscinetto semicoloniale, il fantoccio dell’imperialismo mondiale”. Alla richiesta di alleanza con la Repubblica sovietica proletaria occorre unire la lotta per il massimo di democratizzazione per togliere alla reazione il sostegno popolare e “dare alle organizzazioni operaie il diritto di lottare per i loro interessi di classe (rivendicazioni della repubblica democratica, riforma agraria, riforma fiscale, organizzazione della pubblica amministrazione sulla base dell’autogoverno popolare, legislazione del lavoro, restrizione del lavoro minorile, welfare per madri e bambini, ecc.). Perfino nella Turchia indipendente la classe operaia non gode di libertà di associazione, cosa che è un buon indicatore dell’atteggiamento dei nazionalisti borghesi nei confronti del proletariato”.

Le borghesie nazionali, che hanno conquistato l’indipendenza “grazie alla competizione interimperialista” (non solo USA/URSS, ma anche USA/potenze europee) una volta al potere non hanno esitato a schiacciare i comunisti: a partire dal massacro del CC del PC turco nel 1921, e dei comunisti cinesi a Shanghai e Canton nel 1926 e 1927, quindi in Egitto ad opera dei nasseriani nei primi anni ’50, poi del regime iracheno e degli ayatollah in Iran fino a oggi, per non parlare del massacro di centinaia di migliaia di comunisti indonesiani di cui ricorre il 50° anniversario: ciò che vi era stato di progressista in queste borghesie è da lungo tempo scomparso lasciando il campo alla reazione. Nessun fronte unito è più possibile con queste borghesie che si destreggiano tra gli imperialismi ma non hanno esitazioni a schiacciare ogni movimento indipendente del proletariato.

I lavoratori comunisti e gli immigrati

L’ultima parte delle Tesi affronta i problemi dell’area del Pacifico (dove viene vista come inevitabile una guerra tra Giappone e Stati Uniti) e la necessità di “eliminare i fattori che disorganizzano il movimento dei lavoratori” nei paesi imperialisti, e precisamente il problema dell’immigrazione di lavoratori a bassi salari nelle piantagioni del Sud-Est Asiatico

“La maggior parte dei lavoratori di colore portati dalla Cina e dall’India a lavorare nelle piantagioni di zucchero nel Pacifico Meridionale sono ancora reclutati con il sistema del lavoro a contratto vincolato (indentured). Questo fatto ha portato alla richiesta di introdurre leggi contro l’immigrazione di lavoratori di colore da parte dei lavoratori dei paesi imperialisti, sia in America che in Australia. Queste leggi restrittive acuiscono l’antagonismo tra lavoratori di colore e bianchi, il che divide e indebolisce l’unità del movimento operaio.”

“I partiti comunisti d’America, Canada e Australia devono condurre una vigorosa campagna contro le leggi restrittive dell’immigrazione e devono spiegare alle masse proletarie in questi paesi che tali leggi, infiammando l’odio razziale, sul lungo periodo si ripercuoteranno contro di loro”.

“I capitalisti sono contro le leggi restrittive nell’interesse della libera importazione di forza lavoro di colore a buon mercato e con essa l’abbassamento dei salari dei lavoratori bianchi. L’intento dei capitalisti di passare all’offensiva può essere correttamente affrontato solo in un modo – i lavoratori immigrati devono entrare nei sindacati dei lavoratori bianchi. Al tempo stesso occorre rivendicare che il salario dei lavoratori di colore sia portato allo stesso livello di quelli dei lavoratori bianchi. Tale mossa da parte dei partiti comunisti smaschererà le intenzioni dei capitalisti e al tempo stesso dimostrerà concretamente ai lavoratori di colore che il proletariato internazionale non nutre pregiudizi razziali”.

Anche questa pagina ci è d’insegnamento per l’oggi.

* Nostra traduzione dal testo inglese







Pubblicato su: 2016-02-01 (131 letture)

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