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N39 Pagine Marxiste - Gennaio 2016
Guerre, profughi, e mercato di vite umane

Oltre alla guerra per il riassetto del Medio Oriente chiamata in modo semplificativo “guerra contro IS”, gli imperialismi europei ne stanno combattendo un’altra contro i milioni di uomini che fuggono dai conflitti armati anche da essi provocati. Il numero di coloro che dalla Grecia tentano di entrare nel cuore d’Europa lungo la rotta balcanica sono aumentati di 16 volte rispetto al 2014. Hanno eretto muri e recinzioni sui confini esterni a difesa della “Fortezza Europa” e, non ritenendoli sufficienti a placare i movimenti politici nazionalisti e xenofobi, hanno costruito barriere anche tra gli stessi paesi UE, e hanno reintrodotto i controlli alle frontiere. Un’escalation di misure nazionaliste, al punto che lo stesso presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha avvertito che lo Spazio Schengen è drammaticamente in pericolo e che, se fallisse, lintera unione monetaria sarebbe a rischio (1).


Il disastro umanitario costituito dai milioni di persone per la maggior parte fuggite alla devastazione della guerra nella speranza di almeno sopravvivere, e costrette ad affidarsi ai mercanti di uomini che le derubano già in partenza della maggior parte dei loro averi, è divenuto merce di scambio politico ed economico tra le stesse potenze che lo hanno causato, oltre che un nuovo mercato per trafficanti e loro indotto.


 La guerra contro i profughi svela ancora una volta le profonde fratture tra i paesi della “Unione” europea. Si accusano ancora una volta Grecia e Italia di “fare i furbi”, avendo registrato, secondo i dati forniti da Frontex, solo il 20% dei profughi sbarcati sulle proprie coste per non avere l’obbligo di accoglierli. Ora viene chiesto di registrarli con le impronte digitali, se necessario anche con la forza. Grecia e Italia ribattono che la redistribuzione di 120mila emigranti, decisa la scorsa estate, non è avvenuta.

Non “un’unione dei popoli”, ma il “tutti contro tutti”. Si è giunti ad un aspro scontro tra Serbia e Croazia (2). La Svezia ha ripristinato i controlli ai flussi dalla Danimarca, che a sua volta li ha imposti sui confini con la Germania.

 

Mercanteggiare sui profughi

Il Primo ministro italiano ha chiesto lo “sconto migranti”, un abbuono di 3 miliardi nel calcolo del deficit, trasformandolo in un capitolo della battaglia tra Roma e Bruxelles per ottenere maggiore libertà di manovra per il bilancio statale. Renzi sperava che servisse anche a smorzare le proteste xenofobe dei leghisti di Salvini, che però ha subito contrattaccato contrapponendo la supposta spesa per gli immigrati a quella necessaria a sostenere occupazione e pensioni. L’ennesima tentativo di contrapporre i lavoratori e pensionati italiani ai loro compagni di classe immigrati.

Lo “sconto” potrebbe tornare utile anche alla Merkel, assieme al suggerimento tedesco di pagare la quota comune delle spese per la gestione degli immigrati attingendo al fondo di coesione europeo per vincere le resistenze dei paesi di Visegrad (Rep. Ceca, Ungheria, Slovacchia e Polonia). La Slovacchia ha presentato ai primi di dicembre un ricorso alla Corte di Giustizia europea contro la quota a lei destinata dei 160mila profughi che devono essere ridistribuiti; intende farlo anche l’Ungheria.

 

L’Accordo Merkel-Erdogan

Un piatto sostanzioso dello scambio sulla pelle dei profughi è il negoziato che la UE ha concluso nel vertice straordinario del 29 novembre 2015 con il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, su pressione e intervento diretto della Cancelliera tedesca. In un primo tempo sul patto avevano espresso cautela alcuni governi europei, la Francia in particolare, riserve cadute in seguito all’accelerazione degli eventi e al riposizionamento delle alleanze: intervento militare della Russia, attentati di Parigi del 13 novembre, decisione francese di bombardare ISIS in Siria collaborando con la Russia; abbattimento di un caccia russo da parte della contraerei turca.

Viste la lentezza del dibattito e le divisioni interne alla UE, la Merkel era andata a trattare personalmente con Ankara. Le proposte avanzate dalla Cancelliera sono state infine quelle recepite nella formulazione conclusiva dell’accordo: tre miliardi di euro “iniziali”, specificazione strappata da Erdogan;3 facilitazione per i cittadini turchi dei visti per l’Europa; ripresa del processo per l’ingresso della Turchia nella UE e, non ufficialmente, la non ingerenza sulla “legittima” repressione contro il PKK, in quanto organizzazione terrorista, e di conseguenza contro qualsiasi organizzazione che venga definita tale. In cambio Ankara si impegna nella gestione dei profughi, che verrebbero bloccati in una stretta fascia di terra occupata militarmente tra Turchia e Siria, per impedirne la marcia verso l’Europa. Si calcola che vi potrebbero essere confinati fino a cinque milioni di profughi, in sei nuovi campi principali, di cui tre nella zona cuscinetto nella Siria del Nord, costituiti da container. Container, appunto, come per qualsiasi merce. (4) Questo territorio di fatto finirebbe sotto il controllo turco e servirebbe a impedire l’unificazione delle tre enclave curde. Probabilmente la Merkel, suggerendo alle grandi potenze concorrenti che la Turchia è alleata della UE di cui potrebbe in futuro far parte, ha cercato di bilanciare il rafforzamento dell’Iran favorito dall’intervento militare e diplomatico russo.

 

L’utile tiranno!

Nulla di nuovo sotto il sole. Prima delle primavere arabe, l’Italia in prima fila e l’Europa contrattavano con i Gheddafi, i Mubarak, i Ben Ali perché trattenessero gli immigrati a morire nel Sahara, chiudendo tutti e due gli occhi sulla loro tirannica gestione degli affari interni.

Ora è la volta del “sultano Erdogan”! Non c’è dubbio che per Erdogan l’accordo siglato è stato anche un utile tassello della propria assordante campagna elettorale, giocata tutta sulla tematica della sicurezza ma anche della nuova statura internazionale della Turchia. Per vincere le elezioni Erdogan ha condotto una dura e sanguinosa repressione dell’opposizione politica, in primis quella curda. In un sol colpo la UE ha calpestato con l’accordo i diritti dei profughi, quelli dei curdi e dei lavoratori turchi. In cambio di aiuti per la “risoluzione” della crisi dei profughi. Vale a dire: pattuglie congiunte di Turchia e Grecia e Bulgaria, con la supervisione dell’agenzia europea Frontex, devono fermare i profughi diretti alle isole greche, e deportarli direttamente in Turchia. Ma perché la cosa sia “legale”, l’Unione europea deve riconoscere la Turchia come “paese terzo sicuro”, come propone ESI (Istituto per la Stabilità Europea) in un suo documento. (5) E se la Turchia venisse riconosciuta “paese sicuro”, per gli oppositori turchi perseguitati dal regime e per la minoranza curda diventerebbe più difficile chiedere asilo nei paesi europei.

Tra le decisioni contemplate dall’accordo sono previsti due vertici annuali UE-Turchia, oltre a regolari incontri a livello ministeriale sulla politica estera, di sicurezza e anti-terrorismo, un riconoscimento politico del regime di Erdogan.

Il cordone sanitario è stato esteso ai confini della Grecia con l’Albania e la Macedonia. Dando di fatto il via alla chiusura dei confini per i numerosi profughi provenienti da Siria, Afghanistan e Irak.

Il Guardian (10.12.2015) informa di 3000 arresti operati dalla polizia turca nella città di Ayvacık, ad inizio dicembre, per lo più siriani e iracheni che intendevano chiedere asilo. Una parte dei detenuti nella precedente settimana (i siriani) è stata rilasciata, mentre altri rimangono in sovraffollati centri di detenzione, chiamati “centri di rimpatrio”, in attesa di essere deportati in paesi dove rischiano gravi abusi, in eclatante violazione del diritto internazionale. La legge turca, come quella italiana, vieta di lavorare alla maggior parte dei richiedenti asilo e agli immigrati, così secondo un recente rapporto della Confindustria turca (TISK) 400mila siriani, per la maggior parte minorenni, lavorano clandestinamente, senza assicurazione, e con salari inferiori al già magro minimo salariale. Un altro affare della borghesia sulla pelle dei lavoratori in fuga dalla guerra.

La UE, Italia compresa, è a conoscenza delle innumerevoli violazioni dei diritti umani compiute in Turchia contro oppositori e minoranze curde e lavoratori. In passato ha fatto leva su queste violazioni per condizionare il processo di ingresso nella UE. Oggi gli europei preferiscono chiudere entrambi gli occhi.

 

Tattiche e strategie della Merkel

La scorsa estate, (6) di fronte all’accelerazione dei flussi di immigrati, soprattutto siriani, in arrivo dai Balcani la Merkel si presentò con una facciata umanitaria. Le testate della borghesia tedesca spiegavano che il padronato, lungi dall’allarmarsi per i previsti 800mila richiedenti asilo per l’anno in corso, vedeva nei rifugiati un’opportunità da cui attingere forza lavoro qualificata per assicurare la crescita delle aziende e la prosperità di lungo periodo, di fronte al calo demografico. Queste posizioni di apparente benevolenza verso gli immigrati non hanno impedito tuttavia che a luglio il Bundestag (parlamento) varasse una legge che facilita i respingimenti e ne amplia la possibilità di attuazione. Ad esempio se nella sua fuga un profugo ha dato denaro a un trafficante viene punito respingendolo! Inoltre la legge elimina per il futuro i sussidi in denaro ad essi erogati. I rifugiati riceveranno solo prestazioni in genere.

Da ottobre l’ingresso non è più illimitato, ma “controllato” a causa delle divisioni in seno alla borghesia tedesca e ai suoi rappresentanti politici anche dentro la coalizione di governo e nello stesso partito della Merkel, la CDU, e al montare delle manifestazioni e delle azioni squadristiche xenofobe. (7)

 

It is business, stupid!

Un altro fattore di peso non minore è quello degli affari.

La Germania è il maggior partner commerciale della Turchia; (8) la guerra nei paesi confinanti non ferma gli investimenti esteri nel paese che, dopo una fase di rallentamento, sono ripresi con forza, (9) soprattutto nella chimica, manifatturiero, energia e servizi. Su un totale di 28 500 gruppi esteri operanti in Turchia, quelli tedeschi sono 4688, il gruppo più numeroso, seguiti dai 2345 del UK. (10)

Attirano le imprese, non solo tedesche, le commesse che si prospettano per una serie di grandi progetti infrastrutturali varati dal governo turco. (11) La ripresa della produzione manifatturiera registrata già nel 2014 e che continua quest’anno, significa una maggior domanda di macchinari e impianti, settore per il quale i gruppi tedeschi sono i maggiori fornitori.

E qui si trovano le ragioni per cui ai vertici dei Balcani sull’immigrazione l’Italia, è stata sistematicamente esclusa. Possiamo ipotizzare che, nonostante i ripetuti corteggiamenti di Renzi, la Germania, unico dei maggiori imperialismi europei a partecipare/dirigere l’incontro, abbia preferito non avere concorrenti di peso in un’area come i Balcani che vuole mantenere sotto la sua sfera di influenza e per i quali con l’Italia si è già scontrata negli anni ’90. Ma certo anche per non consentire all’Italia di entrare nella partita con la Turchia, dove pure i due paesi competono.

 

Il businness del contrabbando di uomini

Intanto con l’“outsourcing” della questione profughi ad Ankara, i profughi si trovano bloccati in un limbo di disperazione in Turchia, sulle cui coste si trova il più grande “bazaar di esseri umani” del mondo, che rende milioni di $, secondo il rapporto presentato quest’anno da Frontex. La rete del contrabbando si è fortemente ampliata e nel corso dell’autunno coinvolgeva, secondo Europol, 30 000 “mercanti”, concentrati attorno a Smirne. Una rete che raggiunge tutte le maggiori città siriane, dove i trafficanti locali con un sistema di bustarelle si assicurano che i profughi riescano a passare tutti i check point verso la Turchia e poi la Grecia. Spesso i trafficanti del gradino inferiore sono profughi essi stessi che cercano di raccogliere il denaro per pagare il debito per il loro viaggio… Calcolando che vengono caricati fino a 60 persone alla volta sui battelli di gomma che ne potrebbero portare 12 al massimo, con un costo di $1200 dollari per adulto e $600 per bambino, ogni viaggio rende fino a $72 000. Intascano lauti guadagni anche gli autisti di autobus, taxi, operatori di telefoni cellulari, commercianti, albergatori; fiorente la vendita di gommoni usati, per lo più cinesi, di salvagenti fuori norma che invece di sostenere assorbono tanta acqua da far affogare.

Gruppi per i diritti umani come Amnesty denunciano che i vari sistemi in atto per scoraggiare e bloccare gli emigranti non fermano il loro flusso, lo deviano verso nuove rotte rendendo il contrabbando di uomini ancora più clandestino e pericoloso per i profughi, e più redditizio per i trafficanti, che alzano perciò la “polizza assicurativa”. Le reti del contrabbando di esseri umani sono all’incirca le stesse usate per altri tipi di contrabbando, dalla droga alle armi, e per la maggior parte sono costituite da piccole bande che usano la propria auto, in forte concorrenza tra loro. C’è anche un segmento “di lusso” destinato ai membri in fuga della borghesia, ad es. siriana o irachena, che trovano alloggio in ampi appartamenti ben dotati invece che nei campi profughi. Come per qualsiasi merce trattata sul mercato capitalistico, quando il mercato tira, i trafficanti di uomini aumentano gli investimenti, si passa a minibus e furgoni, a nuovi veicoli più veloci e a minore rischio di guasti, vengono rafforzate le sospensioni dei veicoli perché il peso dei profughi non venga notato dall’esterno. Si verifica anche un processo di concentrazione di questo tipo di imprese, quelle più deboli vengono espulse dal mercato (evidenziato dalle file di auto in panne sui lati della strada), quelle più forti ne prendono la quota di mercato. C’è la “professionalizzazione” del contrabbando, della quale possono avvalersi però solo i profughi più benestanti. I peggiori incidenti con feriti o vittime sono causati per la maggior parte da contrabbandieri non “professionisti”. Dunque un mercato in tutto e per tutto integrato nel grande e inumano mercato capitalistico: che si tratti di esseri umani, forza lavoro, merci, droghe o armi, è finalizzato al profitto, non al soddisfacimento dei bisogni umani.

 

Le nuove missioni anti-scafisti nel Mediterraneo, prove militari per la Libia

Nel Mediterraneo meridionale dai primi di ottobre è dispiegata “contro i trafficanti di emigranti”, la più grande flotta finora raccolta dall’Europa: nove navi da guerra, un sottomarino, sei elicotteri e tre aerei di nove paesi per Sophia, la seconda operazione di Eunavfor Med. Forza centrale del dispositivo la portaerei italiana, Cavour. Sembrano in tutto e per tutto le prove generali per un nuovo intervento in Libia. Per la fase 3 (= neutralizzazione delle imbarcazioni dei contrabbandieri in territorio libico) occorrerà che diventi operativo l’accordo Tripoli-Tobruk.

Le enormi sofferenze umane provocate da guerre e respingimenti, per il capitale sono solo “effetti collaterali”. Ma la popolazione dei paesi di transito dei profughi non è rimasta insensibile alle loro tragedie, che cerca di alleviare come può. Una solidarietà naturale per un essere umano, che purtroppo rimane relegata all’iniziativa individuale o di gruppi di volontariato. Se anche politicamente motivata contro le cause profonde di questi disastri, potrebbe divenire un punto di partenza per la lotta più generale contro la società capitalista.



NOTE


1. Schengen è stato sospeso una ventina di volte dal 1995, sei volte solo dal 2013. Ma la decisione della Germania di reintrodurre i controlli ai confini con l’Austria lo scorso 13 settembre è stata la prima nella storia della UE motivata dalla pressione migratoria, seguita da una serie di paesi (Austria, Slovacchia, Cekia, Paesi Bassi, Danimarca). Poi, a seguito degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, su esplicita richiesta della Francia, la UE nel suo insieme ha irrigidito le politiche migratorie, introducendo l’obbligatorietà dei controlli su tutti i viaggiatori alle frontiere dello spazio Schengen, compresi i cittadini europei; gli emigranti saranno registrati sistematicamente con la presa delle impronte digitali. Il presidente della Commissione UE, Juncker, da settembre sta proponendo la creazione di una nuova autorità UE per il controllo dei confini, con poteri maggiori di Frontex, proposta accettata di principio dai 28 membri dell’Unione.


2. La Serbia, dopo aver chiesto alla Croazia di riaprire le frontiere (chiuse dopo che l’Ungheria aveva chiuso il confine con la Serbia), ha messo in atto la minaccia di bloccare l’ingresso a tutte le merci croate. Non si è fatta aspettare la risposta di Zagabria, che per quasi tre giorni ha vietato l’ingresso a tutti i veicoli serbi, creando una fila di 15 km di camion in attesa (e perdite economiche agli imprenditori locali valutato in circa 30 mn. di €).


3. Dei 3 miliardi, 500 milioni dovrebbero essere stanziati dal bilancio comunitario, e altri 2,5 miliardi dagli Stati membri. Ma i dettagli del finanziamento non sono ancora stati fissati perché molti i paesi UE litigano sulla quota che spetterebbe ad ognuno. Almeno quattro paesi hanno già detto di non voler pagare: Cipro, Grecia, Croazia e Ungheria. Sembra che a Germania contribuirà con 534 mn, il UK con 409, la Francia con 386, la Spagna con 191.


4. Potrebbero cioè seguire altre somme, condizionate al “bisogno e natura del finanziamento” che “saranno riviste alla luce dello sviluppo della situazione”. Il tedesco Manager Magazine dice che non è chiaro per quale periodo valgano i miliardi; secondo Erdogan sarebbero annuali.


Dal testo dell’accordo: “entrambe le parti, come concordato e con effetto immediato, rafforzeranno la loro collaborazione sui migranti che non necessitano di protezione internazionale, evitando i viaggi in Turchia e Ue, assicurando l’applicazione dei piani di riammissione bilaterale stabiliti e rimandando velocemente i migranti che non necessitano di protezione internazionale nei loro Paesi di origine”.


5. Turkey as a “Safe Third Country” for Greece, 17 ottobre 2015. ESI è un think tank politico-economico, che si occupa del S-E Europa e dell’allargamento della UE, finanziato da governi e fondazioni, dalla Scandinavia all’Irlanda, dalla Rockefeller Foundation alla Robert Bosch Stiftung, al German Marshall Fund.


6. Cfr. art. del 4 sett. 2015, Profughi, Guerre e Profitti, su http://www.combat-coc.org/profughi-guerre-e-profitti/


7. Nel 2014 si sono contati 170 attacchi contro strutture destinate ad ospitare i profughi, il triplo dell’anno precedente; nei primi sei mesi del 2015 sono già il 50% di più dello stesso periodo del 2014; nel primo fine settimana di ottobre, sono scesi in piazza in Sassonia 10mila manifestanti anti-immigrati.


8. Per le esportazioni in Turchia al primo posto la Germania, seguono UK, Irak e al 4° posto l’Italia; per le importazioni: al primo posto la Cina, seguono Germania, Russia e ancora al 4° l’Italia.


Nei primi otto mesi 2015 +36% sullo stesso periodo 2014. Le imprese tedesche operanti in Turchia sono 4688, le più numerose seguite dalle 2345 del UK, su un totale di 28 500 gruppi esteri; oltre la metà (14,574) sono di paesi della UE.


9. Dati Camera di commercio turco-Usa.


10. Due centrali nucleari, un aeroporto, un gasdotto transanatolico, autostrade, una raffineria, un centro finanziario, un canale, un tunnel euroasiatico


11. Contro i circa $15 richiesti ad un turista per un passaggio da Smirne all’isola greca di Kos.




Pubblicato su: 2016-02-01 (111 letture)

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