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N°4 Pagine Marxiste - Luglio 2004
L'eclissi delle partecipazioni statali
La ristrutturazione degli anni '90


L'analisi dei gruppi italiani pubblicata su Pagine marxiste n. 1 mostra come si sia andato ridimensionando nell'ultimo decennio il peso dei primi dieci gruppi; in particolare nella classifica per dipendenti la perdita di 653 mila occupati da essi subita tra il 1990 e il 2002 è in buona parte da collegarsi al processo di privatizzazione di alcuni grandi gruppi capitalstatali come l'IRI e l'EFIM e alla loro messa in liquidazione. Secondo uno studio effettuato da Mediobanca in meno di un decennio il peso delle industrie a partecipazione statale sul totale delle imprese da essa censite è dimezzato sia in termini di fatturato che di dipendenti. Sul fatturato dal 40% del 1991 si passa al 20,7% del 1999 e grossomodo lo stesso ridimensionamento è avvenuto per quanto riguarda la quota di dipendenti, che dal 39,8% è scesa al 19%, con la perdita di circa 231.600 addetti, il 18% dei quali passati a gruppi stranieri. Un altro dato importante è che il 63% degli introiti incassati da privatizzazioni ha riguardato imprese industriali.

Questo oggettivo indebolimento del capitale statale su quello privato è il risultato della fine di un ciclo che ha avuto il suo inizio nel corso del primo conflitto mondiale ma che ha preso corpo negli anni '30 in tutti i paesi imperialistici. Proprio in quegli anni, stretti dalla crisi molti paesi imperialistici accentuano l'intervento dello Stato nell'economia, Stato che agisce come "capitalista collettivo" cioè nell'interesse generale del sistema capitalistico, nel New Deal americano come nel nazismo tedesco, ma è soprattutto in Italia che la proprietà statale dei mezzi di produzione si afferma coi salvataggi industriali e bancari attraverso l'IRI, mentre nella Russia staliniana (come poi in molti paesi in via di sviluppo negli anni '60 e '70) lo Stato assolve alla funzione di accumulazione per la costruzione di un apparato industriale nazionale.
La scuola marxista ha sempre visto l'accentuarsi dell'intervento statale nell'economia come un momento del processo di centralizzazione del capitale e di concentrazione dei mezzi di produzione, in contrasto con le tesi dell'opportunismo di qualsiasi marca (in Italia soprattutto il PCI) che esaltava e promuoveva di fronte ai lavoratori la proprietà statale dei mezzi di produzione come l'anticamera al socialismo (in alternativa alla prospettiva della rivoluzione) e chiedendo per questo fine ai lavoratori le peggiori rinunce di classe.



L'ascesa del capitalismo di Stato in Italia

Già prima della Prima Guerra Mondiale lo Stato aveva il controllo su alcuni monopoli naturali, come le Poste e le Ferrovie, oltre che del Monopolio Sale e Tabacchi (con funzione di imposizione fiscale); tramite l'ANAS lo Stato garantiva la costruzione e manutenzione dei principali assi stradali.
Nel '33 in Italia sotto la spinta dell'emergenza viene formato come ente temporaneo l'IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) con la funzione in primis di centralizzare il credito per sopperire alla carenza di capitali generata dalla crisi delle banche miste, che abbondano di partecipazioni in gruppi industriali in difficoltà, e scongiurare la crisi della stessa Banca d'Italia, dissanguata dai salvataggi. In realtà l'IRI, pensato da Nitti e Beneduce come finanziatore dei privati, supera l'idea dei fondatori, in quanto si trova nella posizione di drenare risorse dalla collettività, ossia dalla fiscalità generale, per investirle immediatamente in attività industriali, nel ruolo di imprenditore. In sostanza lo Stato come capitalista collettivo è l'unico attore economico in quel momento in grado di centralizzare il capitale sufficiente per mantenere e sviluppare le produzioni ad alto investimento iniziale e scarso rendimento immediato.
Trasformato in ente permanente nel 1937, all'indomani della Seconda Guerra Mondiale l'IRI, sotto il cui controllo erano passate le tre grandi banche Comit, Credit e Banco di Roma, diventa per l'imperialismo italiano un ottimo strumento per accelerare la ricostruzione. Nato nella forma politica statale fascista, si sviluppa ancor più in quella democratica, al punto di diventare il più grande gruppo capitalistico italiano. Soprattutto nel dopoguerra l'ampia diffusione di azioni e obbligazioni di aziende pubbliche legava una massa di piccoli e medi borghesi al sistema capitalistico statale, creando in questo modo una base di massa cointeressata alle sue sorti.
Con la nascita dell'ENI nel 1953 l'intervento dello Stato va a colmare la latitanza dei privati in altri settori strategici come il chimico e l'energetico, praticando salvataggi di imprese in crisi come la Nuovo Pignone (1954), la Lanerossi (1962), o trasferendo all'ENI molte imprese ex-EGAM (1975). Raccoglie le partecipazioni marginali invece l'EFIM (Ente finanziamento industria manifatturiera), sorto nel 1962 come Ente autonomo di gestione del Fim, il Fondo industria meccanica, nato nel dopoguerra, allo scopo di rendere rapido il processo di riconversione bellica dell'industria italiana. L'EFIM copre soprattutto le attività nell'industria dell'alluminio e del vetro, i mezzi e i sistemi di difesa, l'aeronautica e l'elicotteristica, i mezzi di trasporto, la meccanica varia e l'impiantistica, e infine le attività finanziarie, fino a divenire un gruppo industriale comprendente 114 società.
Nel 1962, dopo un'aspra battaglia politica tra la frazioni borghesi, venne nazionalizzata l'energia elettrica per garantire la forte crescita delle forniture di elettricità ai grandi gruppi industriali durante il boom economico. Allo scopo, le cinque maggiori società elettriche esistenti (due pubbliche e tre private) vennero fatte confluire in un unico ente monopolistica statale, l'ENEL.
Oltre agli enti citati, nel dopoguerra lo Stato si trovò a controllare l'assicurazione INA, altre grandi banche come IMI e Banca Nazionale del Lavoro; altri istituti di credito si trovarono sotto il controllo di enti pubblici, tanto che ancora nel 1992, prima dell'avvio delle privatizzazioni, la quota delle banche pubbliche sul totale dell'attivo del sistema bancario italiano era pari al 74,5%; tale quota scende all'11% nel '98, fino praticamente ad azzerarsi nel 2003.


Le PPSS da punto di forza a fattore di debolezza

Questa forte presenza diretta dello Stato nell'economia era però ormai da tempo divenuta un ostacolo all'affermazione dell'imperialismo italiano nel nuovo ciclo liberista affermatosi sul mercato mondiale a partire dagli anni '80.

In Italia la struttura degli enti di gestione, con il sistema delle holding, costringeva ad una rigidità della proprietà, riduceva la mobilità del capitale, e costituiva quindi un freno alle ristrutturazioni (ossia a riaggregazioni di aziende o rami di aziende attraverso il trasferimento dei titoli di proprietà - pacchetti azionari - per rafforzare la capacità concorrenziale). In secondo luogo la gestione clientelare partitica sovrapponeva al fine economico quello politico. Non fu certo indolore per l'imperialismo italiano scardinare l'intero impianto economico-sociale-politico che reggeva i "carrozzoni" statali¹, il cui indebitamento (ad eccezione di ENI ed ENEL che risultavano in attivo) contribuiva in maniera significativa ad ingrossare il debito pubblico italiano, già il più pesante d'Europa; tangentopoli, la manifestazione più acuta di questo cambiamento, fu la "cura" italiana con la quale l'imperialismo già straccione dovette sacrificare le più autorevoli eminenze della politica a capo dei maggiori partiti di governo, molti dei quali oggi scomparsi. Un intero establishment fu liquidato per permettere ai gruppi dell'imperialismo italiano di mettere le mani su gran parte del patrimonio statale, anche se ciò non va assolutizzato. È infatti proprio Confindustria alla vigilia delle elezioni politiche del 2001 a ricordare come gli introiti derivanti da privatizzazioni "reali", ossia da cessioni effettive del controllo aziendale tra il 1993 e il 2001 abbiano inciso solo per il 3,7% del Pil, più che in Germania dove ha riguardato l'1,3%, ma assai meno dell'11,9% della GB (dove le dismissioni rappresentano per intero cessioni di controllo), dell'8,1% della Spagna e più vicino al 4,8% della Francia.

La privatizzazione della SME

L'uscita progressiva dell'IRI dal settore alimentare ha inizio nel 1992 con la controversa scissione della SME1, la società finanziaria che si caratterizzava per un'etereogeneità di segmenti produttivi e una pluralità di marchi: la grande distribuzione (GS), la ristorazione (Autogrill), i surgelati (Italgel), il settore conserve-latte-olio (Cirio-Bertolli-De Rica), i prodotti da forno (Motta e Alemagna). Con Franco Nobili alla presidenza dell'IRI venne deciso di privatizzare la SME scorporandola in tre: l'Italgel, la Cirio-Bertolli-De Rica e la GS Autogrill. La prima passò alla Nestlè per 431 miliardi, la Cirio-Bertolli-De Rica ceduta sempre nel 1993 per 311 miliardi alla FI.SVI, un istituto finanziario che si rivelerà solo un passaggio prima di approdare completamente nel 1994 al gruppo Cragnotti. Questo, sempre nel 1994, opterà per una minor presenza nella produzione e commercio dell'olio cedendo il ramo d'azienda facente capo al marchio Bertolli alla Unilever e contemporaneamente inaugurando il suo ingresso nel comparto del latte a lunga conservazione. Tra il 1994 e il 1995 tocca al settore della distribuzione: la catena di supermercati GS (circa 7,4 mila dipendenti) viene acquistata dai gruppi Benetton e Del Vecchio che nel 2000 la cedono a Carrefour, secondo gruppo mondiale e leader europeo della distribuzione.
Il gioiello della ristorazione, Autogrill, passerà e resterà in mano a Benetton (Edizione Holding) che grazie a questa acquisizione e ad altre di questo comparto, soprattutto con il consolidamento della americana HMS Host Corp. nel 1999, rafforza notevolmente il proprio organico sparso in tutto il mondo attestandosi all'ottavo posto della classifica per dipendenti, circa 45 mila alla fine del 2002 di cui 37 mila solo nella ristorazione contro i 3.282 del 1990 collocati esclusivamente nel settore dell'abbigliamento.
Le aziende della SME vendute a diversi compratori tra il '93 e il '96 fruttarono allo Stato circa 2.030 miliardi delle vecchie lire.

1. Il primo tentativo di vendere il gioiello di Stato risale al 1985 quando Romano Prodi, allora presidente dell'IRI fece una trattativa privata nella massima segretezza con Carlo De Benedetti (Repubblica - Espresso) per cedere in blocco la SME all'amico a un prezzo di favore, 497 miliardi di lire. L'accordo suscitò un vero e proprio scandalo politico oltreché giudiziario. L'opposizione di Craxi, all'epoca presidente del Consiglio, con il sostegno del vicepresidente Arnaldo Forlani bastarono a far annullare l'accordo per la non congruità del prezzo.

L'eclissi della siderurgia statale

All'inizio degli anni Ottanta la crisi in cui piombò la siderurgia europea portò a coordinare a livello comunitario le scelte strategiche del settore che si tradussero nella riduzione degli addetti dal 1979 al 1986 di 210 mila unità. Un quarto di questo taglio - 56 mila addetti (compresi 5 mila dell'indotto) - riguardò proprio la siderurgia pubblica italiana (seconda a livello europeo solo a quella della Germania). La Finsider, allora colosso siderurgico dell'IRI, ridusse la propria capacità produttiva del 24%. Le successive chiusure di esercizio in perdita della società costrinsero ad ulteriori piani di risanamento che portarono alla liquidazione della Finsider e alla concentrazione dell'attività sui segmenti più redditizi, confluiti in una nuova società, l'ILVA, e la cessione o chiusura delle attività residue (fra queste, gli stabilimenti di Marghera, San Giovanni Valdarno, Trieste, Valdossola, Scafati, Torre Annunziata, e le società non siderurgiche Cementir, Ponteggi Dalmine, Morteo e Italimpianti) con la riduzione del 30% della forza lavoro (20 mila unità). Dal gennaio 1989 incominciò ad operare l'Ilva cui furono conferiti i principali stabilimenti dell'Italsider, della Nuova Deltasider, della Terni Acciai Speciali, oltre ad una serie di partecipazioni e di immobili. Chiusa la parentesi positiva del 1989 e del 1990, dove l'Ilva registrò per la prima volta dal 1974 degli utili di bilancio, con l'inizio degli anni Novanta il mercato siderurgico - tradizionalmente oggetto di rapide e drammatiche inversioni del ciclo - entrò in una nuova fase di depressione e anche l'Ilva ritornò in perdita. Per evitare l'appesantimento della situazione finanziaria l'IRI approntò ulteriori provvedimenti che portarono a fine agosto del 1993 alla messa in liquidazione volontaria della società, subito dopo aver deliberato la scissione e quindi la nascita di due nuove società siderurgiche, l'Ilva Laminati Piani e la Acciai Speciali Terni (ILP; AST), che dovevano ereditare rispettivamente le attività relative ai laminati piani in acciaio comune (Taranto e Novi Ligure) e quelle relative ai laminati piani in acciaio inox e magnetico (Terni e Torino). Le due società furono poi interamente cedute: l'AST finì alla KAI Italia srl (partecipata al 50% dalla tedesca Krupp e per il restante 50 per cento pariteticamente da Tad.Fin., Falck e Riva) per 600 miliardi di lire; l'ILP fu acquistata dalla Fire Finanziaria SpA (Società controllata dal gruppo Riva, in associazione anche con operatori siderurgici indiani) nel marzo 1995 per 1.460 miliardi di lire, ma per una controversia col gruppo Riva l'incasso complessivo raggiungerà i 2.334 miliardi di lire.



Trasformazione in S.p.A. e passaggio al Tesoro

Con il decreto legge per la "trasformazione degli enti pubblici economici e dismissione delle partecipazioni pubbliche" presentato da Guido Carli nel novembre del 1991 ha inizio la prima fase delle privatizzazioni, con la trasformazione degli enti di gestione in società per azioni e il trasferimento delle partecipazioni in capo al Tesoro dello Stato (il Ministero delle partecipazioni statali fu abolito nel 1993).
Una serie di accordi a livello comunitario costringono ad accelerare la privatizzazione nella chiave di un sostanziale e rapido rientro del debito pubblico. Fra tutti l'accordo Andreatta- Van Miert del 1993, che vietava di fatto allo Stato di continuare a finanziare le perdite delle società pubbliche2. Dal canto suo lo Stato italiano con una legge del '94 preservava al Ministero del Tesoro la titolarità di poteri speciali verso le società privatizzande ritenute strategiche, anche nel caso in cui lo Stato avesse ceduto per intero le proprie quote azionarie (attualmente l'unico caso è quello di Telecom Italia). Con la cosiddetta "golden share" si garantivano alcune importanti prerogative, quali la possibilità di prevedere limiti al possesso azionario per singolo azionista o quella di esprimere il gradimento - ora divenuto potere di opposizione - all'ingresso di soci con partecipazioni rilevanti (questa clausola è stata introdotta negli statuti di ENEL, ENI, Finmeccanica e alcune municipalizzate), nonché il potere di veto su determinate operazioni societarie (scioglimento, fusioni, scissioni).
Alla fine dello scorso anno in occasione della trasformazione in S.p.A. della Cassa Depositi e Prestiti, quarta banca italiana, (usa la raccolta postale per finanziare gli enti locali ed emette obbligazioni per finanziare la costruzione di infrastrutture), l'ex-ministro dell'Economia Tremonti ha conferito alla stessa partecipazioni in ENI (10% del capitale) e ENEL (10,35%), oltre che in Poste Italiane (35%), per poi cedere il 30% della Cassa, per un valore di 11 mld di euro, ad un gruppo di 65 fondazioni bancarie. Questa operazione ha suscitato polemiche, sia perché appare un regalo ai gruppi bancari di cui le Fondazioni sono parte: per gli alti dividendi garantiti alle fondazioni (inflazione + 3%) e per la clausola che permette loro di rivendere al Tesoro a prezzo garantito, sia perché l'operazione potrebbe preludere alla privatizzazione della CDP, e conferire alle banche potere di controllo sulle Poste.



Privatizzazioni e concentrazione

Alla fine degli anni ottanta l'IRI si poteva definire il primo gruppo economico, con oltre mille società e 400.000 addetti operanti in settori industriali, bancari, finanziari e dei servizi. Per dare un'idea della sua pervasività nell'economia italiana un filmato istituzionale spiegava l'IRI immaginando il viaggio in Italia di un visitatore straniero. Probabilmente vi sarebbe arrivato con un volo Alitalia, la compagnia aerea dell'IRI, senza sapere Le aziende privatizzate e i principali settori interessati che molte parti dell'aereo su cui aveva volato erano state costruite da un'altra azienda dell'IRI, l'Alenia, proprio come i radar che avevano controllato il volo. Appena arrivato a terra, il viaggiatore avrebbe avvisato gli amici attraverso un telefono prodotto dall'Italtel, utilizzando i servizi dell'allora SIP o dell'Italcable, tutte aziende dell'IRI. E - se la sua destinazione fosse stata Roma - sarebbe giunto a Fiumicino o a Ciampino, strutture gestite dalla società Aeroporti di Roma, prima di arrivare alla destinazione finale percorrendo l'autostrada a bordo di un'Alfa Romeo, oppure viaggiando in treno (i cui binari erano costruiti dall'Ilva) o ancora su un traghetto della Tirrenia costruito dalla Fincantieri; avrebbe cambiato i suoi traveller's cheque alla Banca Commerciale Italiana o al Banco di Roma e guardato i programmi televisivi della RAI. E la lista potrebbe continuare. Una presenza spalmata su decine di attività differenti faceva definire l'IRI una "confederazione di nani". In effetti, se la sua scomparsa e quella dell'EFIM può apparentemente far pensare ad una riduzione della concentrazione, in realtà gli effetti sull'industria hanno comportato un suo aumento. Di norma infatti le imprese cedute, per lo più di dimensioni ridotte rispetto ad un ambito internazionale, sono state integrate nell'organizzazione del gruppo acquirente, che ha rafforzato in tal modo la sua posizione nello scontro con i grandi gruppi concorrenti. È il caso di Pavesi- Barilla, PAI-Unichips, Italgel-Nestlé, GS-Carrefour, Alumix-Alcoa, SIVPilkington, Nuovo Pignone-General Electric, Alfa Romeo-FIAT, diesel Fincantieri- Wartsila, Elsag Bailey Process Automation- ABB. Per quanto riguarda la siderurgia si sono formate delle concentrazioni per tipo di prodotto (come nel caso di Riva che ha concentrato i laminati piani, facendo acquisizioni anche in Polonia e Germania Est).
Gli ideologi liberisti ritengono che il tramonto del capitalismo statale sia definitivo e irreversibile. In realtà la ventata liberista è stata il prodotto di un ciclo mondiale espansivo durato decenni; non è detto che un rallentamento del ciclo e le crisi che lo accompagneranno non possano tornare a rafforzare l'intervento statale anche nella forma di "soccorso" ai privati in crisi.



Note:




1. Alla fine degli anni '80 in base alla prassi "spartitoria" dei governi del pentapartito, come ammette il socialista Biagio Marzo, per diversi anni Presidente della Commissione Bicamerale delle PPSS, "al primo partito dell'alleanza, ossia alla DC, toccava l'IRI, al PSI, al secondo partito, l'ENI e al Psdi, il terzo in termini di voti, l'EFIM. Solo all'inizio degli anni '90, tale prassi fu rivista e anche l'EFIM toccò al PSI [...]" 'L'opinione della domenica on-line', 15/06/2003

2. L'accordo siglato dall'allora ministro degli Esteri con il commissario alla concorrenza imponeva all'Italia di quantificare l'indebitamento degli enti pubblici trasformati in società per azioni e di portarlo entro il 1996 a livelli fisiologici, a quei livelli ritenuti "accettabili per un investitore privato operante in condizioni di economia di mercato". Inoltre lo Stato italiano si impegnava a ridurre sotto il 100 per cento la propria partecipazione, al fine di escludere la responsabilità illimitata dello Stato per ogni nuovo debito.




D.P.

Pubblicato su: 2005-04-16 (3156 letture)

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