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N39 Pagine Marxiste - Gennaio 2016
REAGIRE SI PUO E SI DEVE

Dopo l’approvazione del Jobs Act e della riforma della scuola il governo si appresta a varare anche la riforma del pubblico impiego che comporterà, per i lavoratori del settore, l’introduzione del ricorso alla procedura del licenziamento per scarso rendimento, della mobilità e della flessibilità, della precarizzazione e della sottomissione ai poteri dispotici dei dirigenti. Il Governo intende più avanti anche mettere mano al diritto di sciopero nei servizi pubblici per sottoporlo a limitazioni tali da renderlo di fatto non esercitabile.


L’ATTACCO DEL CAPITALE
Se anche queste riforme dovessero essere approvate dal Parlamento, si realizzerebbe l’aspirazione della classe dominante di ripristinare il comando assoluto sulla forza-lavoro utilizzando una macchina statale totalmente asservita. Aspirazione che costoro perseguono da quando il movimento proletario è riuscito a ottenere delle limitazioni legali al loro dispotismo, risultato ottenuto non grazie a un capitalismo che si “umanizzava” (rispetto ai brutali tempi della rivoluzione industriale), ma di oltre un secolo di lotte del movimento operaio. Oggi la parola “riforma” sta a indicare leggi che comportano un drastico peggioramento delle condizioni dei lavoratori, dei disoccupati, dei pensionati mentre un tempo significava esattamente il contrario. Allo stesso modo, oggi, gli interventi militari imperialisti vengono chiamati “missioni di pace”: possiamo ben dire che il capitalismo odierno è riuscito a realizzare compiutamente la fantasia letteraria di una “neolingua” a uso e consumo della classe dominante dello scrittore George Orwell.
MANCA UNA RISPOSTA ADEGUATA
Purtroppo a fronte di un attacco di tale portata, i lavoratori in Italia non reagiscono in maniera adeguata. Blandissima è stata la resistenza all’introduzione del Jobs Act, così come negli anni scorsi debole o addirittura inesistente è stata la lotta contro le riforme sulle pensioni di Dini e Fornero, o contro l’introduzione delle leggi Treu e Biagi. Più vivace la resistenza al progetto della riforma della scuola di Renzi, ma in ogni caso i lavoratori si sono mossi troppo tardi, quando l’anno scolastico stava ormai per finire, e comunque sempre con azioni che sono rimaste entro i limiti della legge di regolamentazione degli scioperi. Cosicché il blocco degli scrutini ha avuto una portata poco più che simbolica, lasciando a Renzi il tempo di approvare la riforma a luglio, a scuole chiuse.
Dopo la sconfitta del movimento dei lavoratori della scuola, nell’autunno 2015 il buio è sembrato calare sul movimento dei lavoratori in Italia. Il clima è di sfiducia e rassegnazione. I sindacati di base hanno provato a mobilitare i lavoratori della scuola e del pubblico impiego con due scioperi separati (il 13 novembre sciopero della scuola indetto da Cobas, Cub, Unicobas, Usi e il 20 novembre sciopero di tutto il pubblico impiego, compresa la scuola, e delle aziende partecipate in appalto, indetto dall’USB). Entrambi gli scioperi hanno avuto scarso successo. Certamente la decisione di arrivare a due scioperi separati in due date distanti l’una dall’altra di una settimana dimostra l’assoluta miopia delle dirigenze dei maggiori sindacati di base della scuola e del pubblico impiego (rispettivamente Cobas e Usb). Tuttavia altrettanto miope sarebbe addossare il fallimento degli scioperi a questo solo fattore: anche se a indire lo sciopero fossero stati i sindacati di regime che, nonostante tutte le loro malefatte, continuano ad avere un grosso seguito tra i lavoratori del pubblico impiego, ci sarebbe stato un fallimento, come dimostrano le piazze semivuote delle manifestazioni di ottobre (senza sciopero) di CGIL, CISL, UIL, Gilda contro la riforma denominata “buona scuola” e lo stesso flop della manifestazione di Roma della FIOM del 21 novembre.
LOTTE DURE MA CIRCOSCRITTE
In realtà non è che le lotte proletarie siano del tutto assenti ma, nella maggioranza dei casi, sono legate a vertenze inerenti a ristrutturazioni di aziende, pubbliche o private, che comportano tagli di posti di lavoro (come per i casi dei forestali siciliani, dei lavoratori dei servizi pubblici di Roma, degli LSU calabresi).
Sono lotte a volte molto dure e che talvolta sfuggono al controllo degli apparati dei sindacati di regime ma per ora non riescono a superare la stretta dimensione aziendale e locale e pertanto non riescono a fornire una spinta verso una accumulazione di forze tale da stimolare un fronte di difesa efficace e men che meno un duraturo processo di riorganizzazione di classe.
In questa difficile situazione fa eccezione il movimento dei lavoratori del settore della logistica che ha dato un grande esempio di combattività con lo sciopero per il rinnovo del CCNL del 30 ottobre, proclamato da due sindacati di base SiCobas e ADL Cobas. Senza alcun dubbio il movimento dei lavoratori della logistica è notevolmente cresciuto in questi anni, tuttavia è evidente che se esso rimarrà isolato, senza che altre importanti sezioni della classe lavoratrice mettano in campo le loro energie, sarà sottoposto ad attacchi politici, mediatici e repressivi che non potrà essere in grado di reggere.
USCIRE DALLO STALLO
Come si può uscire da questa situazione di stallo? Sono tanti i compagni che si pongono questa sacrosanta domanda e si arrovellano per trovare soluzioni Al contrario la prassi corrente delle organizzazioni politiche e sindacali, che si richiamano a posizioni di classe è quella di proseguire in un’ordinaria routine di parole d’ordine che non fanno presa, di scioperi generali fatti da poche migliaia di lavoratori, di manifestazioni semideserte. In questo modo si manda alla controparte e ai lavoratori un messaggio non di forza, ma di debolezza. Soprattutto non si ha il coraggio di fare mai un bilancio e si rimane fermi alle stesse modalità di azione, indifferenti al fatto che non si ottengano risultati.
In ogni caso, però, pensiamo che se non si fanno degli sforzi seri non ci saranno mai dei passi in avanti. Il primo di questi sforzi è cercare di capire il perché la classe lavoratrice si trovi in questa situazione di stallo. Il secondo, cercare di prevedere quali margini effettivi di sbocco possa avere questa situazione. Il terzo è relativo al come operare concretamente, senza velleitarismi e senza dilettantismo. Pertanto proviamo, qui di seguito a dare un contributo di riflessione ad uso dei militanti.
1) L’ATTACCO MIRATO AI SINGOLI REPARTI DEL PROLETARIATO
L’offensiva padronale è stata permanente nei 35 anni successivi alla storica sconfitta del 1980 alla FIAT ma non è stata mai un’offensiva frontale e complessiva, che colpisse tutti i lavoratori, quanto meno fino alla creazione del governo Monti. Al contrario, il capitalismo italiano ha saputo smantellare pezzo per pezzo tutte le concessioni che aveva fatto negli anni precedenti evitando con cura di attaccare in modo generalizzato tutto il proletariato. Ha sezionato ad arte l’intera classe lavoratrice moltiplicando le cause di divisione tra lavoratori del settore pubblico e privato, tra quelli a tempo indeterminato e i precari, tra gli anziani con tutela e i giovani flessibilizzati (con la scusa di aumentare l’occupazione), tra indigeni e immigrati, mentre rimangono attuali le differenze Nord/Sud nel mercato del lavoro, come sono rimaste del resto ben solide le differenze salariali e di opportunità di impiego tra uomini e donne (sul groppone delle quali, dato anche il livello pidocchioso del welfare all’italiana, è sempre rimasto il compito di prendersi cura del resto della famiglia, cui si aggiunge, soprattutto al Nord, la necessità imperativa di lavorare, perché un solo salario non basta).
2) È MANCATA UNA RISPOSTA GENERALIZZATA
Non sono stati contrastati gli attacchi specifici contro una singola sezione dei proletari che venivano di volta in volta sferrati dal governo di turno su suggerimento padronale, ovvero i lavoratori del settore pubblico non si sono mossi a sostegno di quelli del privato quando la ristrutturazione ridimensionava le grandi fabbriche e questi ultimi non si sono mossi quando nel pubblico il governo restringeva il diritto di sciopero; gli uni e gli altri non si sono mossi quando venivano istituzionalizzate le varie figure di precariato (leggi Treu e Biagi etc.). Tutto questo accadeva, e non va mai dimenticato, sempre e comunque con la attiva complicità dei sindacati di regime e dei partiti cosiddetti “di sinistra” che hanno condotto una opposizione puramente formale (a volte neanche quella) nelle piazze e in Parlamento e non solo. Non hanno mai voluto dare una risposta generale (l’unica che avrebbe veramente cambiato il corso delle cose) ma hanno sempre contrapposto una sezione dei lavoratori a un’altra, per evitare che si arrivasse a uno scontro vero e non simulato. È innegabile che sindacati e PCI, PSI e derivati, e la CGIL siano stati complici attivi nella distruzione politica del movimento operaio. È però vero che la classe operaia nel suo insieme ha accettato il terreno del nemico di classe, la sua coscienza e la sua azione non hanno spinto mai fino in fondo per uno scontro generale. Se questa determinazione ci fosse stata le burocrazie sindacali e politiche sarebbero state impotenti nel tentare di frenarla.
3) NESSUNA CONQUISTA È MAI DEFINITIVA
Dato però che nulla succede per caso, i fattori che hanno determinato il ripiegamento corporativo e categoriale della classe lavoratrice sono relativi alla condizione materiale dei lavoratori salariati dagli anni del boom economico in poi. Il proletariato non era ormai più la classe che “non aveva da perdere altro che le proprie catene ma un mondo da guadagnare”.1 In particolare la condizione di relativo benessere aumentava con il susseguirsi delle generazioni al punto da avere una stratificazione interna alla classe per mezzo della quale fasce quantitativamente molto rilevanti di essa avevano ormai acquisito un tenore di vita assimilabile a quello della piccola borghesia (proprietà della casa di abitazione, vacanze, due o più automobili per famiglia e corsa all’accaparramento di abbigliamento e accessori griffati).2 In stretta relazione con questa condizione di vita piccolo-borghese, considerata illusoriamente dagli interessati come eterna, si consolidavano valori individualisti, consumisti e l’identificazione con la società borghese.
4) GLI EFFETTI DELLA GLOBALIZZAZIONE
L’evoluzione del capitalismo e, in particolare, soprattutto la cosiddetta globalizzazione hanno scombussolato completamente il quadro economico e sociale all’interno del quale era germogliata e maturata la trasformazione di ampi strati di proletari nei paesi più sviluppati, e tra essi l’Italia. La globalizzazione accentua la concorrenza tra stati per accaparrarsi mercati e per attrarre investimenti, obiettivi che sono raggiungibili principalmente attraverso la compressione dei costi di produzione e la libera disponibilità dei “fattori della produzione” e tra questi, in assenza di lotte sociali, della forza lavoro che deve essere flessibilizzata a seconda delle esigenze del capitale. L’attacco alle condizioni di vita dei lavoratori diventa, pertanto sempre più accentuato. In Italia ormai da diversi anni la politica economica è subordinata a questo obiettivo, ritenuto fondamentale dalla borghesia. Pertanto le politiche di austerità, precarizzazione, i licenziamenti facili di interinali e precari, le privatizzazioni hanno determinato, nel giro di pochi anni, il restringimento sempre più accentuato della quota dei salari sul PIL3 un welfare sempre più rinsecchito e la cancellazione di garanzie consolidate. Il tutto senza alcuna opposizione degna di nota. Conseguenza naturale di tutto questo percorso sono la disoccupazione di massa, le file nelle mense della Caritas non solo di stranieri ma anche di italiani e il ritorno in grande stile della povertà.
5) RIPRENDERE UNA TRADIZIONE SINDACALE DI LOTTA
In conseguenza di ciò il ridimensionamento del tenore di vita e la fine delle garanzie di cui avevano goduto le generazioni precedenti hanno lasciato nello smarrimento la classe lavoratrice.
Solo il pressapochismo di una certa estrema sinistra (non solo di derivazione anarchica e autonoma, ma anche marxista) poteva immaginare un automatismo tra peggioramento delle condizioni e ripresa della lotta proletaria. È semmai vero l’inverso: il peggioramento è l’effetto dell’assenza della lotta: da decenni i lavoratori sono disabituati alla lotta, non solo i giovani, ma anche la generazione dei quarantenni che, di fatto non ha mai vissuto scontri sociali veri. Non si impara a lottare in qualche settimana e nemmeno in qualche anno e neanche si ricomincia facilmente se da troppo tempo se ne è persa l’abitudine. Ciò che stupisce è che non solo i lavoratori, ma anche i sindacati di base e i gruppi politici che dovrebbero sapere cosa significa la lotta di classe scambino per “lotta” azioni più o meno simboliche di “manifestazioni del dissenso” quali flash mob, scioperi di un giorno o di poche ore svolti in concomitanza con innocue passeggiate di qualche chilometro. Non ci sogniamo nemmeno di sputare sopra queste manifestazioni che sono quello che “il movimento reale” di oggi riesce ad esprimere ma almeno sia chiara la coscienza militante che mai e poi mai espressioni di tale genere potranno essere adatte a fermare riforme come il Jobs Act, la “buona scuola”, la riforma del pubblico impiego, altrimenti si venderebbe solo del fumo ai lavoratori.
6) RIUNIRE LE FORZE
Sulla base della comprensione della realtà e non sulla base dei propri desideri si deve impostare un’azione politica efficace. Prima di tutto bisogna comprendere che le lotte non si creano con decisioni prese a tavolino: o emergono da esigenze e spinte reali o saranno solo una proiezione dei desideri dei militanti. Anziché, quindi arrovellarsi per creare dal nulla quello che non c’è, molto più efficace è lavorare per unificare le forze di quel ceto militante della classe lavoratrice che per quanto minoritario realmente esiste, anche se oggi disperso in tanti raggruppamenti litigiosi. E ciò non per una spinta morale alla unità politica dei proletari quanto per una semplice constatazione pratica: per fare dei passi in avanti significativi e porsi l’obiettivo di intercettare le lotte che già ci sono e soprattutto quelle che verranno, è necessario disporre di una massa d’urto di qualche migliaio di attivisti che abbia una significativa presenza in buona parte del territorio nazionale e nelle più importanti città. Senza questo resteremo fermi ai gruppettini che distribuiscono il loro giornale ai cortei nell’indifferenza più o meno generalizzata. Vogliamo forse continuare altri vent’anni in questo modo?
7) DIFENDERE LA LIBERTÀ DI SCIOPERO E DI MANIFESTAZIONE
La frammentazione politica e sindacale attualmente predominante in Italia paralizza la possibilità di esplicitare una linea di classe. Superarla è necessario ma non si può fare solo con la buona volontà. Ogni gruppo, ogni sindacato resta tenacemente aggrappato alla sua identità e pertanto non si può ignorare questo stato di cose. Un modo realistico per arrivare quanto meno a un movimento unitario è cercare ciò che è comune a ogni componente. Questo qualcosa in comune oggi può essere dato dalla lotta contro la progressiva restrizione dei diritti e delle garanzie: di sciopero, di manifestazione e di organizzazione sindacale (l’infame testo unico sulla rappresentanza è solo il preludio allo smantellamento della contrattazione collettiva e alla trasformazione definitiva del sindacalismo di regime in sindacato di stato). Non va sottovalutato che le nuove misure adottate per prevenire il terrorismo diventano un facile alibi per ridurre ulteriormente gli spazi di agibilità politica e di opposizione.
Nessuna organizzazione di classe, quali che siano le sue peculiarità, può lasciare passare questo progetto padronal-governativo, pena il suicidio politico. Una campagna unitaria per la difesa delle garanzie potrebbe essere quindi un fattore unificante, non certo oggi per larghe masse ma quanto meno per quella rete di militanti politici e sindacali che attualmente è frammentata. Nell’azione e nel dibattito comuni potrebbero porsi le condizioni per un superamento di divisioni, spesso legate a fasi ormai lontane della lotta proletaria, e nel futuro, grazie a questa azione comune, potrebbero porsi le condizioni per la definizione di un programma politico proletario condiviso, sul quale organizzare le forze d’avanguardia del proletariato in Italia in stretta relazione con forze analoghe presenti negli altri paesi. Nell’immediato una campagna unitaria per la difesa della libertà di sciopero, di organizzazione e manifestazione, coniugata con la lotta per la difesa del salario e la contrattazione nazionale, per la riduzione dell’orario, contro la flessibilità e la precarizzazione nei rinnovi contrattuali, e per il salario minimo garantito per i disoccupati avrebbe anche il potere di contrastare, di mettere sabbia nell’ingranaggio in via di perfezionamento del progetto di dominio incontrastato della borghesia a danno del proletariato.
È su questi terreni pertanto, che chiediamo il confronto con le forze attive del movimento di classe certi in ogni caso, che solo attraverso un’elaborazione collettiva che coinvolga migliaia di militanti, potrà essere superata l’impasse che attualmente affligge il movimento dei lavoratori.




  1.  Cfr. Marx “Il Manifesto del Partito Comunista”

  2. Già Marx e Lenin ai loro tempi avevano individuato nella formazione della cosiddetta aristocrazia operaia un fattore di corruzione del movimento dei lavoratori salariati. Dai loro tempi e grazie all’enorme sviluppo del capitalismo dal secondo dopoguerra in poi il fenomeno delle aristocrazie operaie ha riguardato frazioni sempre più consistenti della classe lavoratrice dei paesi capitalistici più avanzati.

  3. Citiamo a titolo indicativo i dati OCSE (riprendendoli da Luciano Gallino nel suo libro “La lotta di classe dopo la lotta di classe”) secondo cui nei più ricchi dei paesi dell’OCSE, nel periodo 1976-2006 la quota salari, cioè l’incidenza sul PIL dei redditi da lavoro, è calata in media di 10 punti percentuali passando dal 68% al 58% del PIL. In Italia il calo ha toccato i 15 punti precipitando al 53%. La maggior parte di quei punti è andata alle rendite e ai profitti. L’Istat ci dice che il 25,8% dei salari è inferiore ai 10 mila € annui; l’importo medio dei salari netti italiani è intorno ai 16.498 € pari al 53% del salario lordo! Negli ultimi 5 anni (calcoli Bankitalia) i salari di fatto sono stati costantemente inferiori alle retribuzioni previste dai CCNL.




Pubblicato su: 2016-02-01 (802 letture)

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