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N37 Pagine Marxiste - Novembre 2014
Dalle diserzioni della Prima guerra alla guerriglia partigiana
Letture e recensioni




Marco Rossi

Gli ammutinati delle trincee

Dalla guerra di Libia al Primo conflitto mondiale 1911-1918

BFS 2014

88 pagine

10 euro

 

 

Cinquanta lire al dì per chi comanda, cinquanta centesimi per chi muore. Il proletariato è costantemente in guerra. Qui contro il nemico, mentre il nemico lo abbiamo sempre a fianco pronto a sfruttare facendoci crepar di fame e combattiamo contro i fratelli.

 

Corrispondenza del 1911 di un macchinista ferroviario in missione in

Tripolitania interrotta dalla censura

 

Augusto Masetti, il muratore anarchico che nell’ottobre di 103 anni fa a Bologna sparò ad un colonnello invasato, è da sempre il simbolo dell’antimilitarismo e dell’opposizione all’avventura tripolina. Di lì in poi furono tanti coloro che, gettati nella fornace delle guerre, maturarono una coscienza antimilitarista.

“Se ti rivasse notizia che sono morto, non dire che sono morto per la Patria, ma che sono morto per i signori, cioè per i richi che sono stati la causa di tanti buoni giovani, la colpa della sua morte”. E’ una delle straordinarie testimonianze dal fronte della Prima guerra mondiale, riportate senza stravolgere punteggiatura ed ortografia originali nel libro di Marco Rossi che, partendo dalla guerra di Libia, descrive gli episodi di ribellione, renitenza, diserzione, ammutinamento, dai singoli a quelli di interi reparti, contestualizzandoli nella loro natura sociale e di classe. Due realtà, quella tripolina e quella del macello mondiale, profondamente differenti per il rimescolamento degli schieramenti ostili all’intervento: come noto, gli interventisti “di sinistra” (la maggioranza dei sindacalisti rivoluzionari e gli ex sovversivi socialisti guidati da Mussolini) erano stati i più acerrimi avversari dell’avventura tripolina.

A condurre una coerente azione organizzata disfattista ed antimilitarista, nella Prima Guerra, rimasero solo gli anarchici e i giovani socialisti legati al gruppo napoletano di Amadeo Bordiga, rivoluzionario coerente ed irriducibile oppositore alla guerra mentre i futuri “centristi” Gramsci e Togliatti si lasciavano sedurre dall’interventismo (Togliatti, dichiarato inabile per miopia, s’arruolò volontario infermiere e successivamente, dichiarato abile, venne ammesso nei reparti armati ed alla scuola ufficiali). Il Partito Socialista rimase prigioniero dell’ambigua formula del “né aderire né sabotare” che, come riporta il testo, finì per spaccare il Partito tra quelli che aderirono e quelli che sabotarono. Decisamente complice la posizione della CGdL, che accettò la militarizzazione del lavoro nelle fabbriche impegnate nella produzione bellica. Più che l’azione delle minoranze rivoluzionarie, guidate dagli anarcosindacalisti e dai giovani socialisti di Bordiga, furono il tragico corso degli eventi e le terribili condizioni in cui si combatteva al fronte a spingere i soldati alla ribellione. E’ noto infatti che gli episodi di ribellione riguardarono una minoranza degli ufficiali (la stragrande maggioranza, di estrazione borghese, era allineata), così come una minoranza della truppa di estrazione operaia; furono infatti in grande maggioranza contadini in genere (non solo braccianti) ad ammutinarsi, disertare, fraternizzare col nemico, e questo per ragioni legate ai saldi legami familiari (più forti nelle campagne) piuttosto che classiste. Un fenomeno tutt’altro che marginale, che preoccupò non poco le gerarchie, tant’è vero che si registrarono 101mila casi di diserzione e 107 fucilazioni sommarie, mentre nei Tribunali Militari vennero celebrati 350mila processi, affrontate 870mila denunce, condannati 210mila soldati (4mila a morte). Si trattò in larga maggioranza, appunto, di lavoratori della terra. Agli ammutinamenti seguivano rappresaglie feroci e fucilazioni sommarie. L’episodio più noto della Prima guerra fu quello della pluridecorata brigata Catanzaro del 15 luglio 1917: rifiutatisi di andare incontro all’ennesimo massacro, i fanti vennero debellati dopo aver resistito a carabinieri, cavalleggeri ed artiglieri; 28 di loro vennero fucilati per decimazione e gettati in una fossa comune. Nelle lettere sequestrate loro si legge: “abbiamo fatto sciopero”, “si è fatta la rivoluzione”, “da qualunque parte noi facevamo fuoco”, “alla Brigata Catanzaro abbiamo fatto una rivolta” …

Difficile quantificare gli episodi di vendetta contro i fucilatori di disertori. V’è la testimonianza di un fante che scrive di carabinieri posti alle spalle delle prime linee, che sparavano a chi ripiegava dagli assalti, “mandati a gambe all’aria”, così come viene citata la vicenda di Andrea Graziani, spietato fucilatore di soldati sbandati, successivamente fascista della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, che nel 1931 verrà trovato morto sulla massicciata delle ferrovia a Calenzano, quasi certamente spinto giù dal treno notturno Roma-Verona, e non a scopo di rapina.

Al fronte e nelle galere sempre più giovani presero coscienza della necessità di opporsi a chi li aveva gettati nella guerra, e molti di loro nel dopoguerra si avvicinarono ai movimenti rivoluzionari.

 

 

Enrico Camanni

Il fuoco e il gelo

Laterza 2014

212 pagine

16 euro

 

 

 

 

La Grande Guerra sulle montagne, ovvero la “guerra nella guerra”. Dal Passo dello Stelvio alle Dolomiti si Sesto si combatte in condizioni pazzesche, impossibili, oltre il limite dell’umana sopportazione, spesso oltre i 3000 m di altezza dove la sfida più dura è quella della sopravvivenza, dove un soldato vale meno di un mulo. Posizioni da tenere a tutti i costi, magari attendendo la morte certa. L’autore, scrittore e alpinista torinese, ha riannodato diari, testimonianze, rapporti, mostrando, nel suo complesso, una realtà che finisce per seppellire ogni retorica guerrafondaia. I confini delle montagne da sempre erano stati quelli tra le ultime quote abitabili e coltivabili e quelle inospitali e improduttive; le popolazioni di diversa origine e lingua s’incontravano e vi condividevano la fatica. Ora invece scoppia il macello mondiale e ci si scopre nemici, “bisogna morire per delle rocce dove i ricchi andavano a divertirsi”. Migliaia di contadini di pianura, sradicati e mandati dal proprio imperialismo a massacrarsi sulle rocce. Nasce la retorica degli alpini, successivamente ingigantita dal fascismo.

Centottantamila furono i morti sul fronte alpino, un fronte “più simile all’allucinazione di un folle che al calcolo di uno stratega”.

Accanto alle vicende note dei nazionalisti Damiano Chiesa e Cesare Battisti, anche sulle rocce troviamo episodi di fraternizzazioni col “nemico” e ribellioni a comandanti invasati ed ordini assurdi, anche se si trattò di episodi isolati, che per la tipologia di combattimento non potevano certo assumere le dimensioni degli ammutinamenti di gruppo che avvennero sul Carso. Uno per tutti quello dei quattro alpini della 109^ Compagnia Gaetano Silvio Ortis (tutt’altro che un disfattista, era stato volontario nella guerra tripolina), Basilio Matiz, Gian Battista Coradazzi, Angelo Primo Massaro, processati e fucilati per essersi rifiutati con altri settanta commilitoni (puniti severamente) di guidare un attacco suicida sulla cima ovest del Cellon; come ha scritto il nipote di Ortis, Mario Flora, si trattò di una punizione esemplare per “intimidire la gente dei nostri paesi. Agli occhi sospettosi delle autorità militari dell’epoca i carnici, oltre a parlare un dialetto incomprensibile, apparivano inaffidabili e certamente poco entusiasti di dover fare la guerra al Paese che spesso aveva dato loro un pane e un lavoro … quando dall’Italia invece avevano finora avuto solo tasse e avventure coloniali, durante le quali si erano tuttavia sempre distinti per meriti militari”.

Il capitano Armando Ciofi, responsabile delle fucilazioni, morì pochi giorni dopo, quasi certamente vittima di fuoco amico. 

 

 

Nino Chiovini

Piccola storia partigiana della

banda di Pian Cavallone

 

Tararà 2014

128 pagine

10 euro

 

 

La pubblicazione degli appunti inediti di Nino Chiovini, scomparso nel 1991, che fu giovanissimo partigiano del Verbano, permette di ricostruire la storia della meno conosciuta delle tre brigate operanti nel Verbano, la “Giovane Italia”, la banda partigiana del Pian Cavallone, la sua evoluzione, fino all’epilogo col definitivo scioglimento con l’incorporazione dei circa cento combattenti nella brigata Valgrande Martire.

Alcuni passaggi di questi appunti erano apparsi una prima volta nel 1984, pubblicati da un settimanale locale, e si concentravano soprattutto il tragico rastrellamento nazifascista del giugno 1944 che investì le formazioni partigiane operanti sulle montagne del Verbano. Questa “piccola storia”, che in realtà è una “piccola grande storia”, nella sua veste integrale ci permette una singolare lettura che va ben oltre le cronache di guerriglia della banda, e che ci mostra la Resistenza nei suoi aspetti reali e non agiografici: i rapporti tra le bande, spesso difficilissimi e a causa del settarismo politico e metodi da regio esercito, i rapporti con la popolazione e i montanari, fondamentali per la sopravvivenza in clandestinità, le divergenze tra i comandanti, al limite dello scontro fratricida, il lavoro sporco delle spie fasciste infiltrate, coi suoi esiti tragici.

Le origini della Banda di Pian Cavallone sono in pianura, a Cuggiono, borgo contadino “bianco” del nordovest milanese, dove l’autore era sfollato con la famiglia da Verbania; l’iniziativa è animata da un sacerdote, don Albeni, coadiutore della locale parrocchia; la banda si sposta poi sulle alture di Verbania, nei pressi dell’alberghetto del Pian Cavallone, posizione strategica dominante, ma anche aperta e vulnerabile. I collegamenti vengono stabiliti col CLN di Busto Arsizio, ma subiranno una brusca interruzione quando i dirigenti della pianura, cattolici moderati, saranno costretti a prendere atto dell’evoluzione dei giovanissimi combattenti verso un’idea, inevitabilmente abbozzata e confusa (in un canto della banda si inneggia alla patria e a … Stalin), di giustizia radicale e “comunismo”; tant’è che di lì in poi, come fa notare Chiovini nella sua storia, arriveranno solo reclute d’estrazione operaia (evidentemente la formazione era data ormai per politicamente persa dal CLN bustese), mentre gli studenti verranno inviati al Valdossola di Dionigi Superti, che continua a mantenere una connotazione autonoma e dove sopravvivono – ancora per poco - rapporti gerarchici instaurativi dagli ex ufficiali fondatori della formazione. Un episodio significativo riguardo alla connotazione politica dei resistenti del Pian Cavallone, poco noto e mai pubblicato sui libri che parlano della Resistenza verbanese, è quello dell’arresto ed interrogatorio da parte delle autorità fasciste varesine di don Albeni. Nei verbali il sacerdote, ammettendo di essersi recato di persona al Pian Cavallone, dichiara di aver incontrato “certo Nino Chiovini il quale mi chiese consigli perché era in mezzo ad una banda di comunisti e non ci voleva stare. Lo esortai ad abbandonare ma non so dove sia andato”. Evidente il tentativo di alleggerire la posizione di Chiovini, oltre che la propria, ma altresì evidente che il sacerdote non approva l’evoluzione delle posizioni dei giovani combattenti.

Chiovini sopravvive al terribile rastrellamento di giugno, per passare poi alla Cesare Battisti del comandante Arca, vivendo questo lacerante passaggio come una “sconfitta personale”, mentre il resto della formazione al comando di “Guido il Monco” passerà all’85^ brigata Garibaldi Valgrande Martire; Chiovini non mancherà di rimarcare l’atteggiamento diametralmente opposto a quello sin lì seguito rispetto ai rapporti con la popolazione, dovuto al settarismo di alcuni comandanti.

Siamo stati fortunati per aver conosciuto personalmente Nino Chiovini alla fine degli anni ’80; con lui, allora impegnato in una rigorosa ricerca storica sulle popolazioni delle montagne verbanesi, abbiamo intrapreso un rapporto che ci ha permesso di conoscere il suo percorso politico (tra l’altro uscì, con altri partigiani, dal PCI negli anni ‘60) e la sua grande cultura da operaio autodidatta. In una lettera ad un giovane nostro compagno a proposito di Resistenza, scrisse di condividere molte idee, invitandolo al tempo stesso ad approcciare al complesso tema della lotta antifascista in maniera non semplicistica.

Leggendo oggi la “piccola grande storia partigiana” da lui scritta si capisce ancor di più il significato di quelle parole.

 

Alessandro Pellegatta







Pubblicato su: 2014-11-28 (926 letture)

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