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N°37 Pagine Marxiste - Novembre 2014
GIUGNO 1914: LA SCONFITTA DELLA “SETTIMANA ROSSA” PROSTRA IL PROLETARIATO ITALIANO
Storie di classe



Può sembrare quantomeno strano che in una situazione di sconfitta totale del proletariato europeo (a parte qualche encomiabile eccezione) di fronte alle politiche “lacrime e sangue” dei governi imperialisti di ogni tinta, si possano rievocare pagine di storia in cui la nostra classe EBBE L' OPPORTUNITA' di entrare come fattore determinante nei suoi rapporti verso le classi dominanti e le loro istituzioni. Eppure un secolo fa, in Italia, questa possibilità sembrò concretizzarsi ; seppur   fosse ancora prematura l'ipotesi rivoluzionaria. Stiamo parlando della cosiddetta “Settimana Rossa”, sommovimento proletario che attraversò gran parte della penisola e che ebbe nelle Marche e nella Romagna le sue “punte” più dirompenti.

Nulla nasce dal nulla. Il proletariato italiano veniva da un quindicennio di attività politico-rivendicativa che , facendo tesoro dei massacri statali avvenuti negli anni '90 del secolo precedente (i Fasci Siciliani ed i moti del '98, culminati con le cannonate del generale Bava Beccaris a Milano), aveva “spostato” gran parte delle sue energie nell' organizzazione diretta delle lotte operaie e bracciantili, facendo così emergere una nuova leva di quadri rivoluzionari.

Se dalla parte del socialismo “marxista” tutto ciò aveva significato la conquista di importanti Camere del Lavoro alle correnti “massimaliste” (nonché la direzione dello stesso P.S.I. con Costantino Lazzari segretario e Benito Mussolini direttore de l' “Avanti!”), dalla parte del socialismo anarchico -oltre alla nascita dell' USI e del sindacalismo rivoluzionario- si era attivata una leva di quadri operai che tendevano all' organizzazione di classe “permanente” e non più estemporanea, che elaboravano e perseguivano piattaforme, e che vedevano in Enrico Malatesta l' espressione più coerente di un “comunismo libertario” che doveva marciare nella testa e sulle gambe di milioni di sfruttati.

Fatta eccezione per aree circoscritte dove anche i repubblicani avevano un seguito popolare (come nella Romagna), l'influenza reale nella classe era divisa tra i socialisti riformisti (che dominavano gli apparati centrali della CGdL) e le correnti rivoluzionarie (socialiste ed anarchiche).

 

Il grande sciopero nel parmense del 1908 e l' opposizione nelle piazze alla guerra imperialista di Libia (1911), per non parlare degli innumerevoli conflitti di classe che scoppiavano in modo dirompente in tutta la penisola nel biennio '12-'13, avevano fatto “da scuola” negli strati più coscienti degli sfruttati. Seppur il ritardo italiano rispetto alla penetrazione di un marxismo sintetizzabile nella triade “teoria-prassi-organizzazione” non avesse permesso una sufficiente maturazione del rapporto tra spontaneità e centralizzazione politica.

 

Nel 1914 la situazione sociale è tesa al massimo: la stagnazione economica e le fibrillazioni dei mercati finanziari alimentano ancora di più la disoccupazione e l'emigrazione transoceanica. A livello politico, alla guida del governo, il liberale “conservatore” Antonio Salandra prende il posto   del liberale “progressista” Giovanni Giolitti (amico dei riformisti, massacratore di operai e delle popolazioni delle “colonie”).

Entrano in agitazione i ferrovieri, ai quali Salandra contrappone la minaccia di “militarizzare” i conflitti sociali. Ad essi si aggiungono i metallurgici, che rivendicano aumenti salariali, miglioramenti pensionistici, diminuzione degli orari di lavoro. A soffiare sul fuoco subentra anche il cattivo raccolto nelle campagne del sud, che innalza i prezzi agricoli.

La crisi del liberalismo giolittiano e del riformismo socialista, dovuta principalmente al divario sempre più stridente tra “modernismo borghese” e condizione delle classi oppresse, porta sul versante più propriamente politico alla costituzione di un “Blocco Rosso” che vede schierati sulla sponda antimilitarista ed antistituzionale i socialisti massimalisti, gli anarchici, i sindacalisti rivoluzionari e gran parte dei repubblicani, seppur con motivazioni di fondo assai diverse e composite.

 

Nel maggio del 1914, su iniziativa dell' USI (Unione Sindacale Italiana) e del “Comitato Unitario contro le Compagnie di Disciplina” viene indetta per il 7 giugno “una giornata di solidarietà con le vittime del militarismo”, raccolta subito da tutti gli altri soggetti rivoluzionari (il caso Masetti, l'antimilitarista in carcere per aver sparato al suo colonnello, è ancora “caldo”).

 

Così, nel giorno indicato, ad Ancona, Malatesta viene in prima battuta arrestato, per permettere che la celebrazione dell'anniversario dello Statuto monarchico avvenga senza “turbative”.

Una volta rilasciato, egli tiene un discorso a Villa Rossa, nel Circolo “Gioventù Ribelle”, sede dei repubblicani (è presente tra gli oratori un certo Pietro Nenni).

Al termine dei comizi, per impedire che i presenti affluiscano verso il centro, i carabinieri prima bloccano le uscite, poi sparano sui convenuti, causando la morte di tre manifestanti. La città insorge, dando vita ad uno sciopero generale spontaneo. Gruppi di dimostranti attaccano la polizia e assalgono i negozi d'armi, mentre l' autorità militare assume i pieni poteri (vedi: Alessandro Aruffo: “Breve storia degli anarchici italiani – 1870-1970”. Datanews 2006).

Si sabotano le linee ferroviarie, si incendiano alcuni caselli daziari, bloccando praticamente la città.

La notizia si diffonde nel resto d' Italia. Ravenna insorge a sua volta: requisizione dei viveri, istituzione di “magazzini del popolo”... si circola solo coi “lasciapassare” del “Comitato di Agitazione”.

Qua e là, nei paesi anche minori, si “proclama la repubblica”, si formano governi provvisori, si distribuiscono i viveri, viene sospeso il pagamento del dazio... A Parma  ci si batte sulle barricate contro l'esercito (3 morti, e truppe consegnate in caserma). Nel napoletano l' esercito spara compiendo eccidi di lavoratori , ma scatenando così una vigorosa reazione delle masse, che nel capoluogo si scontrano per giorni con le truppe, innalzano barricate ed assaltano caserme dei carabinieri (3 morti e numerosissimi feriti). 

Nelle città “vitali” la situazione può sfuggire al controllo dello Stato borghese in qualsiasi momento: a Torino operai della Fiat e della Lancia fronteggiano le truppe, lasciando sul terreno 2 morti e molti feriti, ma colpendo pure a loro volta una cinquantina di agenti. A Milano i massimalisti ed i sindacalisti rivoluzionari mobilitano, portando dai 50 ai 60.000 operai in piazza, i quali si scontrano con la forza pubblica (2morti, molti feriti e numerosissimi arresti, ben 500...). In Puglia si producono vasti movimenti di braccianti e muratori, anche qui con il relativo corollario di vittime proletarie lasciate nelle piazze. Barricate anche a Firenze (2 morti e una trentina di feriti), ed a Roma (3 morti).

 

Entrando più nel dettaglio, e puntando l'attenzione sulle dinamiche della lotta (una descrizione particolareggiata la si trova in: “Renzo Del Carria: Proletari senza rivoluzione”, vol. I – Edizioni Oriente, 1970), si vede come in quella che prese poi il nome di “Settimana Rossa” (dal 7 al 14 giugno 1914) possiamo individuare tre fasi: la prima (dal 7 al 9 giugno) è quella che abbiamo già iniziato a narrare, e che vede la rivolta rapidamente estendersi in maniera spontanea a macchia d'olio in quasi tutto il centro-nord ed a importanti città del sud (Napoli e Bari), pur non assumendo -Marche e Romagna a parte- i tratti dichiaratamente insurrezionali (= destituzione delle autorità; armamento del popolo; proclamazione ed attuazione del “nuovo ordine rivoluzionario”).

La seconda (il 9 giugno)  vede il maggiore sindacato italiano, la CGdL, “proclamare” uno sciopero generale, che nei fatti è una presa d'atto di ciò che sta già avvenendo nelle piazze; senza però indicare gli obbiettivi di esso, né la sua forma di lotta “ad oltranza”, cosa che avrebbe spinto ad una massima mobilitazione delle forze proletarie in tutto il paese.

La terza (dal 10 al 14 giugno) a seguito del subitaneo “salto della quaglia” da parte dei riformisti, ed alla caotica inconsistenza dei rivoluzionari, segna il disorientamento e la dispersione della poderosa energia  proletaria (Enzo Santarelli -“Il socialismo anarchico in Italia”, Feltrinelli, 1977- valuta ad UN MILIONE i partecipanti proletari al moto). La quale - pur priva di una “testa politica” - continua a combattere sino alla fine con coraggio e sprezzo del pericolo.

La tattica dello Stato borghese è quella solita del giolittismo: colpire duro dove la situazione è “in bilico” ( Torino, Milano, Firenze, Parma e Napoli); “fare sbollire le folle”, isolarle e poi pesantemente reprimerle dove la situazione sembra “compromessa” (i luoghi insurrezionali già citati nelle Marche ed in Romagna; Napoli, Torino, Parma nei primi giorni della sommossa).

Ovviamente tutto questo sarebbe stato alquanto problematico, se la borghesia non avesse potuto contare sulla collaborazione fattiva dell' opportunismo. Anche in questo caso -com'era stato per la guerra di Libia, come sarà in occasione della campagna “interventista” del '15, e come ancora accadrà in occasione dell'Occupazione delle Fabbriche del '20 - Direzione del PSI  e vertici della CGdL si “palleggeranno” le responsabilità in merito a chi spettasse “l' onere” di definire il punto in cui cessavano le competenze di “direzione economica” dell'uno e iniziavano quelle di “direzione politica” dell' altro.

Risultato: una vergognosa e infame pantomima sulla pelle dei lavoratori ed un prezioso regalo per l' ordine borghese.

Eppure in quel frangente la Direzione del PSI - come detto - è saldamente in mano ai “rivoluzionari”. Ed allora, come si comportano essi dal momento in cui i riformisti della CGdL (il 10 giugno) - i Rigola e i D' Aragona - ordinano la cassazione dello sciopero? (Notare: nel momento in cui stavano per “mettersi in moto” i ferrovieri e bloccare così il trasporto delle truppe!)

Si comportano da “parolai massimalisti” tali e quali essi sono. Tuonano fuoco e fulmini contro il “voltafaccia” della CGdL, invocano l' avvento di “cambiamenti epocali” e così via...

 

Al contempo, però, Mussolini scrive su l' “Avanti!” che non si può “ precorrere e tracciare il corso degli avvenimenti” e che qualunque aspetto essi assumano “noi socialisti avremo il dovere di SECONDARLI e FIANCHEGGIARLI”. (vedi Renzo Del Carria, op. cit.). Per la serie: operai fateci un po' vedere come si fa, che siamo “al vostro fianco” (sic).

Strategia, tattica, organizzazione...e che roba è? Roba da tedeschi secondo il direttore de l' “Avanti!”, che stanno peraltro perdendo il “primato” nel socialismo rivoluzionario (tesi sostenuta dallo stesso Mussolini nella sua rivista “Utopia”).

Peccato che il futuro “duce” cominci già a sostituire questo “primato” (che di lì a poco in effetti cadrà nell' ignominia dei “crediti di guerra”) con quello -per l' Italia- di “UNA rivoluzione, qualunque essa sia”... (cioè quella dell' interventismo guerrafondaio che, sempre di lì a poco, vedrà il Mussolini passare armi e bagagli con l'ILVA e con “l'argent” francese). Il 9 giugno a Milano, giornata piena di scontri tra operai e la cavalleria, Mussolini, nel suo comizio all' Arena - imitato dal sindacalista rivoluzionario De Ambris - parla di scontro “sereno e cavalleresco” (!?) e comunque si guarda bene dal dare ai manifestanti un qualsiasi OBIETTIVO CONCRETO DI LOTTA!

Egli aveva in quel periodo polemizzato con l' ultimo Engels - quello che aveva messo una pietra tombale sulla concezione “quarattontesca” della rivoluzione, fatta per un verso di barricate “statiche” da parte del popolo insorto, e per l' altro verso da “colpi di mano audaci” di minoranze staccate dall'azione di massa.

E nel sostenere questa polemica -poggiante sul black-out che la “tecnologia” di allora  (luce elettrica) poteva causare al potere costituito, senza dunque la necessità per i rivoluzionari di dover mobilitare le moltitudini- Mussolini riprendeva proprio l'idea di fondo dichiarata morta da Engels: e cioè CHE LA RIVOLUZIONE FOSSE -IN ULTIMA ANALISI- UNA QUESTIONE DI “MINORANZE”.

In fondo, tale concezione si amalgamava alla grande con il “verbo rivoluzionario” che allora andava per la maggiore: il mito dello SCIOPERO GENERALE, elaborato da Sorel e fatto proprio dai massimalisti alla Mussolini, dai sindacalisti rivoluzionari, da settori dell' anarchismo affiliati a questi ultimi, dagli stessi repubblicani di “sinistra” (che lo ritenevano propedeutico alla caduta violenta della monarchia).

La concezione soreliana partiva da un fraintendimento di fondo e sfociava in una mitologia che tramutava il mezzo in fine.

Il fraintendimento consisteva nel ritenere che si fosse arrivati ad un punto tale del conflitto sociale che le masse proletarie avrebbero tracimato, e nessuno più sarebbe stato in grado di contenerle dentro le vecchie “mediazioni politiche”. Lo sciopero generale ad oltranza avrebbe dunque fatto da spartiacque risolutivo tra il mondo borghese e quello in divenire della rivoluzione.

La mitologia si esprimeva nel ritenere uno “strumento” (lo sciopero, anche il più duro, esteso e continuo che ci sia) la risoluzione -di per sé- di tutte le questioni inerenti la preparazione, la direzione e l' organizzazione della rivoluzione sociale e politica. Tra l'altro la forma violenta che quasi sempre assumevano gli scioperi generali (quasi sempre come reazione alla violenza padronale e statale) contribuiva ad alimentare la convinzione che -colpo su colpo- il “tredeunionismo” sarebbe stato superato nei fatti, la mediazione politica resa impossibile dal livello di lotta, e al capitalismo tolto il piedistallo del proprio dominio.

Armando Borghi, il leader libertario a capo dell' USI, sosterrà apertamente lo sciopero generale come strumento principe per l'espropriazione della classe capitalistica, “saltando” ogni “mediazione” (partitica e statale) di per sé confliggente con l'opzione dell' “azione diretta”.  

Lo stesso Enrico Malatesta, pur scevro da  “leaderismi minoritari” di ogni sorta, sembra quasi cogliere nello sciopero generale una riedizione -stavolta su scala di massa- di quella concezione del “piccolo gruppo di audaci” che lo aveva visto protagonista in gioventù con la “Banda del Matese”. Scrive infatti sulla rivista anarchica “Volontà” del 27/12/1913:

“Esso (lo sciopero generale NDR) mette fin da principio la questione economica, ed impedisce che il moto abbia ad esaurirsi con un semplice cambiamento politico...esso (lo sciopero generale) va fatto allo scopo insurrezionale. La massa degli scioperanti potrà benissimo non avere l'intenzione d' insorgere; ma se vi sono gruppi preparati che PRENDONO L' INIZIATIVA, la massa farà come sempre, seguirà i più audaci.” (riportato da E. Santarelli, op. cit.)

Non mancheranno i “gruppi di audaci” in grado di “prendere l'iniziativa”, dal momento che dopo la cessazione dello sciopero da parte della CGdL (il giorno 11 giugno) si continuerà a scioperare (ed a combattere) nelle piazze di Firenze, Piacenza, Pisa, Livorno, Piombino, Sestri Ponente, Carrara, Terni, Genova, Sampierdarena, Voltri, Tortona, Voghera, Novara, Padova, Carpi. Ed il 12 giugno saranno ancora in sciopero Barletta, Spoleto e Chivasso. Il tutto dentro il permanere della situazione insurrezionale marchigiana e romagnola e il protrarsi degli scontri con la forza pubblica nei centri più importanti sopra citati (seppur -ovviamente- in evidente calo).

 

Mancheranno, ed in abbondanza, i centri dirigenti di questo poderoso sommovimento proletario, che superò come estensione e come “contenuti” politici di massa gli stessi epocali moti del 1898.

Il “movimento reale” aveva dunque compiuto dei significativi passi in avanti rispetto a sedici anni prima, ma questo non si era tradotto meccanicamente in sedimentazione di gruppi politici dirigenti all' altezza dei compiti dell' ora: che non fosse il proliferare di posizioni massimaliste, parolaie, millenariste … fondamentalmente volontaristiche e politicamente nulliste.

Con delle lodevoli eccezioni locali, in cui gli anarchici, oltre ad essere ovunque nelle prime file degli scontri, effettivamente instaurano “le Comuni di Ravenna e Forlimpopoli”, salvo poi chiedersi come collegarle con quelle di Alfonsine, Mezzano, Lavezzola e Voltana ... tanto per citare qualche centro minore in cui nei fatti -per qualche giorno- lo Stato di colpo “si dissolse”.

 

La CGdL “indice” gli scioperi già in atto, pronta a soffocarli, guardandosi bene dal proclamare l'agitazione “ad oltranza” finalizzata “a cosa” (e le “motivazioni economiche”, come abbiamo visto, non mancavano di certo). Il PSI soffia sul fuoco del “sommovimento” senza anch'esso però definire chiaramente l' obbiettivo politico della lotta: via il governo Salandra, costituzione di Comitati proletari di difesa e di autogoverno, repubblica socialista e così via...

QUESTE “MANCANZE”, IN PERIODO INSUR-REZIONALE, SONO LETALI PER LA CLASSE OPPRESSA CHE “OSA” ALZARE LA TESTA.

Il riformismo di un Turati ( “movimento alla Masianello”) e di Treves (“scatto di folle disorganizzate”), un bolso riformismo anch'esso non meno provinciale, faceva -per reazione uguale e contraria- perdere di vista ai quadri operai impegnati in questa lotta all' ultimo sangue, il valore dell' organizzazione rivoluzionaria centralizzata e diretta contro il cuore del nemico: dotata di tutti gli strumenti per l'offesa come per la difesa.

VIENE PERSA ANCHE QUESTA PREZIOSA E AL CONTEMPO TRAGICA OCCASIONE (26 morti proletari, centinaia di feriti, migliaia di arresti) PER FAR MATURARE UNA CENTRALITA' RIVOLUZIONARIA IN ITALIA,  PER AFFERMARE UN CENTRO RIVOLUZIONARIO (fisico, ma anche geopolitico) IN GRADO DI ESSERE PUNTO DI RIFERIMENTO RICONOSCIUTO DURANTE LE PROVE “DECISIVE”.

Solo nel primo dopoguerra, che verrà di lì a pochi anni, si cercherà di ovviare al problema (che tutt'ora non solo persiste, ma si è esponenzialmente aggravato ed incancrenito nei particolarismi, nell' ininfluenza e nella diaspora della “sinistra rivoluzionaria”).

Dal canto suo, la borghesia sperimenterà in quell' occasione l'efficacia delle “contro dimostrazioni nazionaliste”, raggruppando i suoi rampolli e scagliandoli, protetti dalla forza pubblica, contro la lotta operaia: a Parma, a Milano (le “Leghe Civiche”), a Roma, a Bologna, a Venezia. Sarà un piccolo antipasto delle squadre interventiste nel “radioso maggio” del 1915, e soprattutto dei “fasci di combattimento” del 1919. Esperimenti condotti sotto l'ala protettrice del liberalismo e della complicità riformista.

 

La “Settimana Rossa” non poteva costituire l' inizio della rivoluzione.

Mancavano le condizioni di disgregazione dello Stato e di divisione delle stesse frazioni borghesi, per non parlare dell'   impreparazione del proletariato e soprattutto del “vuoto” dei suoi dirigenti.

Però poteva essere il segnale che gli sfruttati NON SI SAREBBERO FATTI PIEGARE DALLA GUERRA IMPERIALISTA ALLE PORTE (guerra che scoppierà un mese e mezzo dopo). Un risultato meno disastroso per il proletariato avrebbe potuto creare dei deterrenti anti nazionalisti ed anti imperialisti di ben altra sostanza; e non permettere che ancora una volta il PSI si potesse nascondere - di lì a qualche mese -  nella pilatesca formula del  “NE' ADERIRE, NE' SABOTARE”. Per non parlare della risonanza europea - ed oltre - che un' opposizione rivoluzionaria alla guerra avrebbe potuto produrre.

Comunque in questa occasione la “critica delle armi” mise a nudo in maniera impietosa -ancora una volta- il tradimento “strutturale” del riformismo politico e sindacale.

Al contempo rese evidenti tutti i limiti di quei gruppi dirigenti “rivoluzionari” (alcuni sinceri altri meno) usciti da un quindicennio di lotta politica dentro e fuori il PSI, dentro e fuori la CGdL.

Rimase in piedi tutta la valenza di quel vigoroso moto proletario, che dimostrò a tutti di cosa è capace la nostra classe quando acquisisce un minimo di unità e di convinzione dei suoi mezzi.

Se la “Settimana Rossa” non fu in grado di impedire la guerra imperialista che di lì a poco sarebbe scoppiata, cionondimeno dimostrò in modo inoppugnabile che -ieri come oggi- E' SOLO SCHIACCIANDO CON LA VIOLENZA STATALE E “PRIVATA” IL PROLETARIATO CHE L







Graziano Giusti

Pubblicato su: 2014-11-28 (772 letture)

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