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N°37 Pagine Marxiste - Novembre 2014
UN RICORDO DI DANIEL DE LEON A CENT’ANNI DALLA SUA SCOMPARSA



Un secolo fa (11 maggio 1914), moriva prematuramente Daniel De Leon, il più eminente leader marxista degli Stati Uniti. Pochi militanti conoscono De Leon, ancora meno sono quelli che hanno letto le sue opere. Parimenti, pochi sanno che  lo stesso Lenin ammirava molto l’opera del capo del Partito Socialista Operaio. De Leon ebbe sicuramente il merito di intuire che una strategia rivoluzionaria adeguata a realizzare il socialismo negli Stati Uniti (il paese  capitalista già allora di gran lunga più sviluppato) dovesse basarsi sulle condizioni specifiche di una società che non aveva istituzioni che risentivano del passato feudale, che comunque condizionavano lo sviluppo della lotta di classe, a differenza delle società europee del tempo.

Non è qui possibile fare un esame critico della peculiare concezione politica di De Leon, sulla quale ci ripromettiamo tuttavia di ritornare, ci limiteremo soltanto a ripercorrere in modo molto succinto le tappe della sua attività all’interno del movimento socialista degli Stati Uniti.

De Leon nacque a Curacao (Antille Olandesi) nel 1852. Studiò in Germania e in Olanda. Arrivò negli Usa nel 1872. Fino al 1876 fu insegnante poi nel ‘76 si iscrisse alla facoltà di legge della Columbia University, laureandosi dopo due anni. Alla Columbia University tornò nel 1883 come docente precario. Si avvicinò alla vita politica successivamente: nel 1886 si impegnò nel movimento populista di Henry George e poi nel movimento riformatore di Bellamy per approdare al movimento operaio attraverso i Cavalieri del Lavoro, un’organizzazione proletaria molto combat-tiva e arrivò, infine al Partito Socialista Operaio (SLP) nel 1890, partito di cui divenne e rimase leader fino alla fine della sua vita.

Quando vi entrò De Leon il SLP era un ghetto di immigrati socialisti tedeschi che più volte si era guadagnato le rampogne di Engels proprio per la sua incapacità dall’uscire da tale situazione limitante. Proprio nel tentativo di sfuggire a tale marginalità politica, il partito si decise a fondare un organo di stampa in lingua inglese «The People» (che sarebbe diventato in seguito quotidiano) e che si affiancava alla pubblicistica di partito in lingua tedesca. Nel secondo anno di vita del giornale De Leon divenne il suo direttore e ricoprì l’incarico per tutto il resto della sua vita, rinunciando per sempre a una brillante carriera per dedicare la sua vita al movimento operaio. Egli cercò immedia-tamente di rivitalizzare il partito e di farlo uscire dallo stato comatoso in cui si trovava. Come tutti i rivoluzionari fu oggetto di campagne infamanti (i suoi avversari lo chiamavano in modo dispregiativo “il Papa”) ma egli continuò il suo lavoro di ricostruzione del partito, vincendo lo scontro interno con una parte dei vecchi militanti che ormai si erano ben adagiati nella società borghese americana. Il partito così si rafforzò e acquisì un carattere decisamente proletario.

Egli diede un forte impulso allo studio del marxismo e cercò di applicarlo alla realtà del capitalismo americano. Si impegnò in modo particolare per lavorare a una strategia sindacale del partito. In una prima fase ritenne necessario puntare a conquistare una posizione di forza all’interno dei Cavalieri del Lavoro, valutando che questi, con l’apporto dei socialisti, potessero riprendersi dalla grave crisi in cui erano precipitati e potessero diventare il vero sindacato di massa del proletariato americano a dispetto della dirigenza moderata dell’organizzazione. Il sindacato rivale dei Cavalieri del Lavoro, l’American Federation of Labour (fondata nel 1886) era ritenuta, invece, impenetrabile: essa era tutta imperniata sulla difesa della classe operaia qualificata, privilegiata rispetto alle enormi masse di proletari super sfruttati alle quali chiudeva le porte. Tuttavia dopo due anni di battaglie interne la dirigenza conservatrice dei Cavalieri del Lavoro si decise a sbarrare il passo alla presenza dei rivoluzionari all’interno del sindacato ed escluse De Leon, con il pretesto che non era un operaio. De Leon reagì al colpo di mano e con 13mila operai socialisti usciti dai Cavalieri (che presto usciranno definitivamente di scena) fondò un nuovo sindacato, la Socialist Trade and Labour Alliance (STLA). Tuttavia lo sviluppo del nuovo sindacato fu lento e debole: si passò dai 15.000 aderenti a circa 20.000 nel 1898 al prezzo però di forti contrasti interni al partito, in cui maturò una corrente contraria al nuovo sindacato. Tali contrasti si accentuarono malgrado la crescita di consensi anche elettorali del partito ottenuta dopo l’arrivo di De Leon alla leadership. Nel 1899 si consumò la scissione tra la corrente capeggiata da Morris Hillquit e i rivoluzionari capeggiati da De Leon. Gli avversari accusavano De Leon di settarismo e di dogmatismo e gli addossarono le cause della rottura. Gli scissionisti confluirono in seguito nel 1901, in un nuovo partito il Partito Socialista d’America (SPA) che, in apparenza, sembrava avere le carte in regola per diventare un partito con un’influenza di massa paragonabile a quella dei principali partiti fratelli in Europa. In realtà il SPA era un partito decisamente opportunista in cui la presenza di una cor-rente rivoluzionaria non era sufficiente a contrastare le tendenze apertamente riformiste di alcuni leader tra i quali Berger, che non na-scondeva di considerare obsoleta la lotta tra le classi. Tale partito, nonostante tutte le sue contrad-dizioni interne ebbe però una notevole crescita anche elettorale, in contrasto con il ridimensionamento e la perdita d’influenza del SLP di De Leon. Parallelamente al declino del suo partito il sindacato da lui creato la STLA perse costantemente aderenti fino ad arrivare, nel 1905, a soli 1.450 iscritti. Fu questo periodo di isolamento politico a indurre De Leon a una profonda riflessione che lo portò ad analizzare i limiti della sua politica precedente per approdare a una sua peculiare concezione del rapporto tra partito e sindacato, tra lotta politica e lotta economica e alla elaborazione di un progetto di società socialista che unitariamente costituiscono il suo personale contributo allo sviluppo della teoria marxista.

Questo isolamento terminò quando, finalmente, nel gennaio 1905 a Chicago si riunirono i leader operai di diverse tendenze e fu lanciato in quell’occasione il Manifesto per la creazione di un nuovo sindacato industriale (One Big Union) in aperta contrapposizione al corrottissimo sindacato filo borghese AFL per arrivare, nel giugno 1905, sempre a Chicago alla storica convenzione che portò alla nascita degli Industrial Workers of The World. Come ampiamente risaputo gli IWW furono la più importante organizzazione proletaria mai apparsa negli Usa. Alla sua nascita e alla elaborazione dei suoi principi De Leon diede un contributo determinante e nei primi anni di vita della nuova organizzazione il SLP fu parte attiva del nuovo sindacato (la STLA fu sciolta, superata nei fatti dalla nuova organizzazione). Tuttavia, dopo pochi anni dalla nascita negli IWW esplose il contrasto tra due differenti correnti: una che propugnava il rifiuto della politica, ponendo l’azione diretta al centro dell’attività dell’organizzazione e l’altra, quella marxista di De Leon che sosteneva la necessità della convergenza tra azione economica e azione politica.

Da coerente marxista De Leon  combatté con risolutezza la tendenza anar-chicheggiante dei fautori del rifiuto dell’azione politica. Lo scontro terminò nel 1908. De Leon fu cacciato dall’organizzazione con un pretesto molto simile a quello per cui era stato espulso dai Cavalieri del Lavoro. Da quel momento gli IWW assunsero le caratteristiche per le quali sono internazionalmente conosciuti. De Leon e il SLP cercarono di rimediare alla sconfitta subita con la costituzione di un nuovo sindacato, inizialmente denominato anch’esso IWW e successivamente Workers International Industrial Union  che tuttavia si rivelò un colossale fiasco.

Anche se in apparenza la battaglia politica di De Leon fu un cumularsi di insuccessi, sarebbe un grave errore considerare il suo personale apporto alla storia del  movimento operaio come effimero o marginale. La teoria elaborata da De Leon non fu certo esente da difetti e nella sua attività politica egli fece degli errori anche molto gravi. De Leon non riuscì a elaborare una concezione grandiosa del percorso di liberazione della classe operaia come quella di Rosa Luxemburg, né ebbe la genialità strategica di Lenin e nemmeno le insuperate doti di leader di Trotsky.

Tuttavia, per la sua instancabile denuncia dell’influenza nefasta dei  “luogotenenti della borghesia” dentro la classe operaia, per la definizione di una strategia rivoluzionaria adeguata ad un paese capitalista altamente sviluppato (basata sul solido terreno dell’analisi delle condizioni sociali e degli insegnamenti della lotta di classe), per l’elaborazione di un progetto di trasformazione socialista della società (che secondo alcune testimonianze Lenin considerava per taluni versi, anticipatore del sistema dei soviet), De Leon merita, a pieno titolo, di essere collocato accanto a quelle gigantesche colonne del proletariato mondiale e le sue opere meritano di essere riscoperte dai militanti comunisti del XXI secolo.







Pubblicato su: 2014-11-28 (751 letture)

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