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N37 Pagine Marxiste - Novembre 2014
LA CONCEZIONE DEL PARTITO PROLETARIO DI ROSA LUXEMBURG



Oggi più che mai pesa l’assenza di un partito proletario in grado di influenzare grandi masse di lavoratori, disoccupati, pensionati e di dare a loro una prospettiva di emancipazione dallo sfruttamento e dalla barbarie del sistema capitalistico. In quasi tutto il mondo i comunisti sono ridotti a piccole sette in perenne polemica reciproca ma non per questo bisogna rassegnarsi, al contrario, oggi cominciano a maturare le condizioni per la costituzione di un potente e influente partito proletario: i partiti socialisti e comunisti “ufficiali” hanno dappertutto gettato via la maschera di “partiti operai” per abbracciare ormai in modo aperto l’ideologia borghese liberale, certo ancora esistono imponenti organizzazioni di partito come in Cina che ancora contrabbandano se stesse come comuniste ma ormai è evidente a tutti che si tratta di partiti che dominano e schiacciano il proletariato e mai potrebbero essere utili per la sua emancipazione. Tutto questo quando in tutto il mondo il capitalismo dimostra, giorno dopo giorno, di essere incapace di offrire alla grande massa degli esseri umani altro che precarietà, disoccupazione, miseria e guerre, non solo nelle sterminate periferie dei paesi poveri e in via di sviluppo ma persino nei paesi capitalistici più sviluppati. L’esistenza di condizioni storicamente favorevoli non può tuttavia essere un alibi per attendere passivamente che un tale partito nasca, come per un incantesimo, da solo :bisogna impegnarsi attivamente per costruire la possibilità che venga alla luce, bisogna aprire il confronto tra militanti comunisti, bisogna creare e allargare i contatti a livello locale, nazionale e internazionale, bisogna far vivere l’esigenza del partito all’interno dei movimenti di lotta. Come contributo alla discussione tra militanti cerchiamo, attraverso la nostra rivista, di passare in rassegna i contributi del passato, più lontano e più vicino a noi, di grandi e importanti dirigenti del movimento comunista, non certo perché animati da intenti genericamente “culturali” bensì per trovare nelle opere di questi grandi maestri elementi che possano essere utili per la costruzione del partito rivoluzionario del nostro secolo. In queste note ci occuperemo della concezione del partito di Rosa Luxemburg. Rosa Luxemburg non ha dedicato al partito un solo testo ma la sua concezione la si può desumere dalla sua opera complessiva. La sua concezione del partito non può essere separata dalla più generale concezione luxemburghiana della lotta di classe e dal ruolo che in essa svolge il proletariato, concezione mutuata da quella di Marx e di Engels. Quest’ultimo, pochi anni prima di morire, aveva scritto in una nuova prefazione per una edizione tedesca del MANIFESTO:

“Per la vittoria finale delle tesi proposte nel Manifesto, Marx confidava esclusivamente e unicamente in quello sviluppo intellettuale della classe operaia, che non poteva non derivare dall’azione in comune e dalla discussione. Gli eventi e le alterne vicende della lotta contro il capitale, le sconfitte ancor più dei successi, non potevano non chiarire a chi lottava l’insufficienza delle panacee fino ad allora usate e non rendere le loro teste più accessibili a una comprensione profonda delle vere condizioni dell’emancipazione operaia”.

Analizzando le opere di Rosa Luxemburg non si può non nota-re lo strettissimo legame esistente tra la visione di Marx ed Engels del percorso che conduce alla liberazione del proletariato e di conseguenza al superamento della “preistoria” dell’umanità e il pensiero e l’azione luxemburghiani.
Per la Luxemburg, come per Marx ed Engels, il processo storico oggettivo precede la logica soggettiva dei suoi protagonisti, l’azione socialista nasce dalla lotta elementare. Attraverso tale lotta l’esercito proletario si recluta e chiarisce a se stesso i suoi scopi. Il partito socialdemocratico (oggi diciamo comunista, allora i partiti marxisti si chiamavano socialisti o socialdemocratici) è il primo che nella storia delle società divise in classi è il primo che “in tutti i suoi momenti e in tutto il suo cammino è tagliato per l’organizzazione e per l’azione diretta e autonoma della massa”. Per la Luxemburg la materia vivente della storia mondiale sono le masse :sono le masse lavoratrici e non il partito socialista il vero soggetto del processo rivoluzionario, sono le masse che devono acquistare una effettiva coscienza di classe per liberarsi dal dominio capitalistico. Tale coscienza le masse possono acquistarla soltanto vivendo le proprie esperienze (fatte anche di errori catastrofici e clamorose sconfitte) e grazie a esse possono giungere alla comprensione profonda delle vere condizioni dell’emancipazione proletaria. La funzione di direzione spetta al partito socialista proletario ma si deve trattare di una direzione che si esprime in armonia con le masse, in altri termini solo quando esiste una interazione tra il nucleo dell’organizzazione e le masse ed entrambe procedono all’unisono il partito proletario può dimostrarsi adatto a compiere grandi imprese di importanza storica. Sulla base di questa concezione del rapporto tra partito e le masse proletarie si può comprendere il rifiuto del modello di partito socialdemocratico ultra centralizzato proposto da Lenin nel suo libro UN PASSO AVANTI E DUE INDIETRO. In polemica col grande rivoluzionario russo che aveva nel suo libro definito il socialdemocratico rivoluzionario come il giacobino legato all’organizzazione degli operai coscienti, in PROBLEMI DI ORGANIZZAZIONE DELLA SOCIALDEMOCRAZIA RUSSA, la Luxemburg afferma che “la socialdemocrazia non è legata all’organizzazione della classe operaia ma è il movimento specifico della classe operaia”. Rigettando la visione di Lenin per cui il proletariato “educato” alla disciplina dalla fabbrica sarebbe per questo “maturo” per la disciplina di un’organizzazione socialde-mocratica ultra centralizzata la Luxemburg replica:
«Non è riallacciandosi alla disciplina a esso inculcata dallo Stato capitalistico, mediante il semplice passaggio del bastone di comando dalla mano della borghesia a quella del comitato centrale socialdemocratico ma estirpando dalle radici questo spirito schiavistico di disciplina, che il proletariato può essere educato ad una nuova disciplina, l’autodisciplina volontaria della socialdemocrazia.»
La Luxemburg, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non rifiuta il centralismo in quanto tale, anzi afferma che una forte tendenza centralistica è intrinseca al partito di classe e, attraverso essa, si arriva all’unificazione della volontà cosciente e militante della classe operaia di fronte ai suoi singoli gruppi e individui. Definisce il centralismo socialista proletario “auto centralismo” per sottolineare il dominio della maggioranza all’interno della propria organizzazione di partito. A suo parere il centralismo di Lenin, che presuppone il dominio del comitato centrale sul corpo militante del partito, impedisce di fecondare il movimento invece di svilupparlo e unificarlo. Lenin concepiva il suo modello di partito ultra centralizzato anche come efficace antidoto all’opportunismo che cominciava a farsi strada non solo nei partiti socialisti più anziani dell’Europa occidentale ma anche nel giovane partito russo. La Luxemburg ha facile gioco nel dimostrare che, in realtà, l’opportunismo è “opportunista” anche nei criteri di organizzazione e, sull’onda delle situazioni che gli sono favorevoli, talvolta propende per un modello organizzativo autonomista e talvolta per uno centralista. Conosceva troppo bene il fenomeno opportunista e revisionista per essere stata forse la prima dirigente del movimento operaio internazionale a denunciare i gravi danni che avrebbe arrecato alla compagine internazionale del movimento di classe. Per questo motivo non si limitò alla critica del centralismo leninista ma, con molta maggiore veemenza, si scagliò contro quello burocratico della socialdemocrazia e dei sindacati tedeschi che era il terreno fertile sul quale cresceva la mala pianta dell’opportunismo. Intuì, con grande lucidità, come i capi della socialdemocrazia si servissero delle masse come pedine, quando le istanze parlamentari si rivelavano insufficienti (pregando poi le stesse masse di tornare tranquille, fino a nuovo ordine) e capì fino a che punto i caporioni del partito avessero ridotto i militanti di base a semplici diffusori di volantini, a propagandisti elettorali, a venditori porta a porta di giornali, riducendo in essi ogni capacità di giudizio autonomo e di iniziativa; in altre parole capì come nella socialdemocrazia tedesca i militanti fossero stati ridotti a un docile gregge di pecore. La Luxemburg combatteva queste gravi degenerazioni all’interno della socialdemocrazia del suo tempo ma la sua lotta non era contro la centralizzazione in sé, né tantomeno contro la funzione dirigente del partito, funzione che per lei si esplica non con i metodi burocratici dell’apparato ma attraverso un permanente interscambio tra base e vertice, tra partito e classe, tra organizzazione e movimento. Con la chiarezza, sempre presente in lei che l’azione rivoluzionaria del proletariato non potrà mai essere realizzata da masse abituate solo ad obbedire. Molti rivoluzionari ancora oggi criticano la concezione luxemburghiana del partito proletario etichettandola come “spontaneista” e “ultrademocratica”. Questi compagni dovrebbero però riflettere sul fatto, storicamente dimostrato, che i partiti socialisti e ancor di più quelli stalinisti, a cominciare dal PCI togliattiano e berlingueriano hanno, in nome del centralismo (che dicevano, derivante da quello di Lenin) sempre usato per le loro manovre le masse, ridotte a seguire docilmente tutte le giravolte di capi, traditori della fiducia loro concessa dalle masse stesse. Sarebbe tuttavia estremamente semplicistico ridurre la concezione luxemburghiana del partito di classe a una questione inerente l’organizzazione del partito: per lei
«la socialdemocrazia è l’avanguardia più illuminata e più ricca di coscienza di classe del proletariato. Essa non può e non deve attendere fatalisticamente, con le braccia incrociate, l’arrivo della situazione rivoluzionaria, attendere cioè che quello spontaneo movimento di popolo cada dal cielo. Al contrario essa deve, come sempre, precorrere lo sviluppo delle cose, cercare di affrettarlo. Ma essa non può farlo distribuendo improvvisamente, al momento giusto o sbagliato, la parola d’ordine campata per aria di uno sciopero generale, ma innanzitutto chiarendo ai più vasti stati proletari la venuta inevitabile di questo periodo rivoluzionario, i momenti sociali interni che ad esso conducono e le conseguenze politiche. Se i più larghi strati del proletariato devono essere guadagnati in vista di un’azione politica di massa della socialdemocrazia, e se reciprocamente la socialdemocrazia in un movimento d massa deve afferrare e conservarla direzione reale, dominare in senso politico tutto il movimento, allora essa deve con tutta chiarezza, coerenza e decisione far conoscere al proletariato la tattica e gli scopi per il periodo delle lotte che verranno.»
Questa lunga citazione ci permette di comprendere al meglio l’essenza della sua concezione del partito rivoluzionario. Concezione che possiamo così sintetizzare: 1. Certezza, sulla scia di Marx ed Engels, dell’avvento di situazioni rivoluzionarie; 2. Carattere spontaneo dei movimenti rivoluzionari e generale imprevedibilità del “momento specifico” in cui essi si manifesteranno; 3. Intervento cosciente e attivo del partito di classe e rifiuto di ogni “oggettivismo” che attenda fatalisticamente l’arrivo dell’ora X della rivoluzione; 4. Centralità della funzione “educativa” oltre che di quella “agitatoria del partito proletario. Non è difficile per chi voglia considerare le cose fuori da facili preconcetti, considerare come tale teoria discenda integralmente da quella di Marx ed Engels e non bisogna sforzarsi troppo per andare a cercare tra testi semisconosciuti o inediti alla moda, esercizio questo che fa sbavare tanti intellettuali dell’estrema sinistra, basta andare a guardare il capitolo “Proletari e Comunisti” del MANIFESTO. Non è assolutamente un caso che nel suo “discorso sul programma”, pronunciato al congresso di fondazione della KOMMUNISTISCHE PARTEI DEUTSCHLANDS - SPARTAKUSBUND, pochi giorni prima del suo brutale assassinio, Rosa Luxemburg scelga di riannodare i fili, interrotti dalla nefasta e controrivoluzionaria politica parlamentarista della social demo-crazia, proprio con la fonte primaria del programma rivoluzionaria del proletaria, il MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA, tracciando una netta e definitiva linea di demarcazione dalla socialdemocrazia degenerata e compro-messa con il militarismo e l’imperialismo. In tale storico discorso ribadisce la sua concezione del socialismo e chiarisce quali debbano essere i compiti dei militanti comunisti:

«il socialismo non si fa e non può essere fatto mediante decreti, neppure da un governo socialista caratterizzato. Il socialismo deve essere fatto dalle masse, da ciascun proletario. Là dove essi sono legati alla catena del capitale, là deve essere spezzata la catena. Solo questo è socialismo, solo così il socialismo può essere attuato.»

 
Su questa base indica ai militanti riuniti a congresso i compiti immediati:

«noi dobbiamo lavorare dal basso e questo corrisponde precisamente al carattere di massa della nostra rivoluzione quanto gli scopi che vanno al fondo della costituzione sociale; risponde al carattere della odierna rivoluzione proletaria che noi dobbiamo conquistare il potere politico non dall’alto ma dal basso.»
 
Per essa la vittoria rivoluzionaria può essere ottenuta solo cominciando a scalzare dalle basi il governo borghese (allora retto dai socialdemocratici traditori) con una lotta di massa incalzante del proletariato nelle città e nelle campagne e in ciò, a suo parere, stanno le basi del successo della rivoluzione. La presa del potere è considerata, quindi come il momento conclusivo di un periodo di tumultuose lotte dopo aver strappato “passo passo ai dominatori i loro strumenti di potere e porli nelle nostre mani”. Risulta così comprensibile l’affermazione contenuta nel documento “Che cosa vuole la Lega Spartaco” che tanto scandalo ha suscitato tra tanti comunisti “ortodossi”: “la Lega Spartaco non è un partito che vuole giungere al potere al di sopra delle masse operaie o servendosi di esse”. Si è criticata questa frase come una caduta in una concezione di tipo socialdemocratico della Luxemburg, dimenticando non solo che tutta la vita, fino agli ultimi suoi giorni essa ha combattuto il cretinismo parlamentare, ma persino che nello stesso documento, solo qualche pagina prima è scritto a chiare lettere:
«la lotta per il socialismo è la più integrale guerra civile che la storia mondiale abbia mai visto. La rivoluzione proletaria deve prepararne gli strumenti necessari e imparare a servirsene per combattere e vincere. Se avranno assimilato questa consapevolezza, unitamente all’esercizio di tutto il potere politico, le masse proletarie adempiranno i compiti della rivoluzione; questa è la dittatura del proletariato e di conseguenza la vera democrazia.»
Quindi per la Luxemburg la democrazia è … la dittatura del proletariato. Altro che caduta nel democraticismo socialde-mocratico! Un ultimo aspetto ci sembra essenziale sottolineare della concezione luxemburghiana del partito e della sua relazione con la lotta rivoluzionaria del proletariato: il suo internazionalismo conseguente, mai formalistico. Non è qui possibile soffermarsi sulla sua visione profetica dei disastri che avrebbe causato al movimento operaio il social patriottismo, fattore questo che la spinse al rifiuto della teoria del “diritto delle nazioni all’autodecisione”. Qui, invece, vogliamo sottolineare che per lei l’internazionalismo è in tutto e per tutto, organico alla sua concezione di militante rivoluzionaria. La rivista (dalla vita precarissima) attraverso la quale cercò di riorganizzare la sinistra socialista in Germania, dopo la vergognosa capitolazione del partito con il voto ai crediti di guerra, si chiamava DIE INTERNATIONALE, costituendo un richiamo al principio internazionalistico, in contrapposizione alla grave degenerazione social patriottica che ricoprì di vergogna i partiti socialisti di buona parte dell’Europa e affossò la II Internazionale, rischiando di bruciare quarant’anni di lotta socialista in Europa. Nel testo Principi Direttivi sui Compiti della Socialdemocrazia internazionale, la Luxemburg definisce una necessità vitale per il socialismo la ricostruzione di una nuova Internazionale, capace di riunire la lotta di classe contro l’imperialismo in tutti i paesi. Afferma in questo testo:

«nell’Internazionale sta il centro dell’organizzazione di classe del proletariato. L’Internazionale decide in tempo di pace sulla tattica delle sezioni nazionali delle questioni del militarismo, della politica coloniale, della politica commerciale, del 1° maggio, e inoltre su tutta la tattica da seguirsi in guerra [..]il dovere di dare esecuzione alle deliberazioni dell’Internazionale è superiore a tutti gli altri doveri dell’organizzazione. Le sezioni nazionali che agiscono contrariamente alle sue deliberazioni si mettono fuori dall’Internazionale.»
In tal modo la Luxemburg da un lato pone le premesse per la ricostruzione di un’autentica Internazionale proletaria, dall’altro getta nella pattumiera della storia il federalismo che aveva caratterizzato la II Internazionale, riportando alla luce la concezione originaria del comunismo rivoluzionario di un partito unico mondiale della classe lavoratrice, condannando senza appello lo sciovinismo in salsa socialista come incompatibile con l’autentico socialismo proletario (non poteva sapere, la grande rivoluzionaria, che con ciò avrebbe scritto in anticipo una profetica condanna dei futuri traditori stalinisti che, prima trasformeranno la gloriosa III Internazionale delle origini in un meschino strumento della politica dello stato russo e poi arriveranno a toccare vette di socialsciovinismo così accentuate da fare impallidire i rinnegati socialimperialisti della II Internazionale). Senza alcun dubbio questa concezione dell’internazionalismo proletario dovrà essere alla base del futuro partito di classe del proletariato. Ed è alla luce di tale concezione che noi, già da oggi, ricerchiamo il confronto e la collaborazione con le organizzazioni comuniste di tutto il mondo che si pongono sullo stesso terreno classista internazionalista: il partito proletario del XXI secolo o sarà internazionale e interna zio-nalista o non sarà.







SC

Pubblicato su: 2014-11-28 (796 letture)

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