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N37 Pagine Marxiste - Novembre 2014
Il fuoco del Medio Oriente, frutto avvelenato del multipolarismo


La lotta per il controllo del Medio Oriente, data la sua posizione geo-politica centrale tra Europa, Asia e Africa e le sue rilevanti risorse energetiche, rappresenta una importante partita della contesa globale tra le vecchie potenze occidentali e tra queste e quelle emergenti. A cominciare dalla Cina, che nell’ultimo decennio ha moltiplicato il suo impegno nella regione, dai contratti delle sue major per lo sfruttamento delle risorse petrolifere, agli investimenti, agli scambi commerciali. Questo scontro si innesta a sua volta nella contesa per la supremazia tra le potenze dell’area, dalla Turchia, all’Iran, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, etc., complicandola ulteriormente con alleanze a volte inedite, calcolate per rafforzare o indebolire i vari attori regionali, in funzione degli interessi di ognuno degli imperialismi che intervengono. Tuttavia, data la molteplicità dei contendenti, anche per la nuova guerra dell’Alleanza a guida americana contro IS l’esito della contesa non corrisponderà ai piani di nessuna delle parti in campo, e quindi produrrà certamente nuovi scontri. Lo stanno a dimostrare le recenti guerre del Golfo, in centro Asia, Afghanistan e Pakistan, in Libia. Di fronte alla guerra in corso Siria e Iraq, come del resto a quella in Ucraina, occorre avere chiara la natura di classe delle forze in campo, e non cadere nella logica “campista” per il cui “il nemico del tuo nemico è tuo amico”, leggi Iran, Assad, Russia, Cina. Contro le guerre interimperialiste i comunisti scelgono il terzo campo, quello della lotta di classe.

Né la lotta contro le forme barbariche e reazionarie dell’ISIS può giustificare un qualsiasi appoggio all’ambigua e interessata alleanza anti-ISIS; la stessa repubblica di Kobane, se “salvata” dall’intervento imperialista, non potrà conservare il suo carattere progressivo nel contesto regionale se non con una lotta contro l’influenza dei “salvatori” interessati, in cui si aprirà il conflitto tra proletari e borghesi.

Come comunisti, mentre denunciamo e combattiamo innanzitutto l’imperialismo di casa nostra, italiano ed europeo, occorre ricercare e sostenere le forze genuinamente proletarie e rivoluzionarie, ora schiacciate nell’area dal massiccio intervento militare e finanziario delle potenze imperialiste e regionali, e dalla spietata repressione condotta da tutti gli schieramenti.


È di nuovo guerra in Medio Oriente, la terza guerra del Golfo, dichiarata questa volta dalla Alleanza a guida USA contro IS. In Irak e in Siria sono ora tornati in azione i bombardieri americani assieme a quelli degli alleati europei Gran Bretagna e Francia, con l’assistenza o sostegno diretto di vari paesi della UE, tra i quali Germania, Italia, Olanda, Polonia, Spagna, come pure dei paesi arabi: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Bahrein. Per la prima volta dal conflitto jugoslavo, il Vaticano ha avallato con forza l'azione americana, così come Rabban al-Qas, vescovo d'Amadiyah nel Kurdistan iracheno.
La guerra in corso è per gran parte frutto dell’instabilità creata in Irak dal precedente conflitto.
La seconda guerra del Golfo iniziata nel 2003 dalla Coalizione dei Volonterosi capeggiata dagli Usa è culminata con l’abbattimento del regime del dittatore Saddam Hussein, sostituito dal governo fantoccio e settario dello sciita al-Maliki. Ma questo conflitto, costato centinaia di migliaia di vittime alla popolazione irachena, ha anche distrutto infrastrutture, provocato l’inasprimento degli scontri interetnici e religiosi, delle lotte di potere e per il controllo delle risorse energetiche tra le fazioni della borghesia irachena, lotte terminate con l’emarginazione della minoranza sunnita e la conseguente destabilizzazione del nuovo governo centrale incapace di rappresentare tutte le frazioni borghesi. È sul malcontento degli ex quadri del partito baathista e delle forze armate, come pure sulle discriminazioni patite dalla popolazione sunnita irachena che i gruppi islamisti hanno potuto contare per estendersi, mentre nel Nord petrolifero del paese si consolidava, a scapito di quello di Baghdad, il governo autonomo della borghesia curda di Erbil.
La guerra anti-IS è anche il risultato delle manovre congiunte contro il regime siriano di Assad da parte di Usa, alleati arabi e Turchia che hanno foraggiato armato e addestrato una serie di milizie, spesso tra loro in sanguinoso conflitto, su cui si è imposta consolidandosi ed estendendosi la formazione politico-militare islamista IS (o con l’acronimo arabo Daesh). (vedi riquadro)
L’imperialismo americano, dopo un acceso dibattito interno, trasversale ai due maggiori partiti repubblicano e democratico, sull’opportunità o meno di intervenire nella guerra civile siriana, si trova ora costretto dallo sviluppo degli eventi a tornare in Medio Oriente, da dove si era ritirato nel 2011, se non vuole perdere un pezzo importante della partita globale.
Tra i maggiori ostacoli alla creazione di un consenso politico per l’intervento militare sono, come sempre, il costo finanziario e il costo umano del conflitto. Nella guerra del 2003-2011 contro l’Irak il totale delle vittime americane è stato di circa 4500, e di oltre 32 000 feriti; per le cosiddette “guerre al terrorismo” dal 2001 ad oggi si calcolano oltre 6 700 vittime americane, 1,57 al giorno. In questo conflitto, diversamente da quello del 2003, gli Usa e i loro alleati stanno cercando di inviare un numero relativamente basso di soldati, e quindi di potenziali vittime di cui i governi dovranno rendere conto. Hanno perciò deciso di servirsi in forte misura di soldati dei paesi nei quali la guerra viene condotta sul terreno. E la premessa necessaria a questi piani sono le capacità tecniche di ricognizione e coordinamento possedute dalle potenze, e soprattutto la formazione impartita ai guerriglieri iracheni e siriani perché siano in grado di utilizzare le armi moderne loro fornite per combattere questa ennesima guerra, fino a sacrificare la propria vita per gli interessi della propria borghesia e/o di quelli delle potenze imperialiste.
Il numero relativamente basso di soldati consente inoltre agli Usa di mantenere il fronte (“perno”) sul Pacifico nella competizione con la Cina, senza dover rinunciare al controllo del fronte mediorientale.
L’evoluzione del conflitto non seguirà certamente i desiderata delle potenze, soprattutto se esso sarà di lunga durata, 10, 15, 20 venti anni, secondo il capo di stato maggiore dell’esercito americano, Ray Odierno, forse più lungo di quella in Afghanistan, durata 13 anni. Una previsione confermata dalla programmata istituzione di un nuovo quartier generale americano in Medio Oriente per dirigere le operazioni in Irak e in Siria. Saranno addestrati, sotto il comando del nuovo quartier generale, non solo soldati iracheni ma anche 12-15 000 non meglio definiti “elementi siriani” per combattere sia IS che il governo di Assad, come comunicato a fine settembre da Washington. Questo significa che la popolazione siriana non ancora fuggita si troverà in una guerra combattuta su tre fronti. La guerra contro IS, che ha velocemente conquistato posizioni importanti in Irak e in Siria, terrorizzando e massacrando le popolazioni, sta subendo una forte accelerazione, e rivelandosi sempre più complessa per gli innumerevoli interessi e attori in gioco.
La battaglia di Kobane svela gli interessi in gioco di medie e grandi potenze
Lo scontro di interessi tra potenze regionali e grandi potenze in Medio Oriente è emerso con brutale chiarezza in occasione del violento attacco, in corso da oltre un mese, sferrato dalle forze dei guerriglieri dello Stato Islamico (IS) nel Nord Siria, al confine con la Turchia, dove la maggior parte degli oltre 350 villaggi è stata conquistata. IS sta cercando di prendere il totale controllo di Kobane (in arabo Ain al-Arab), una città abitata a maggioranza da curdi a pochi chilometri dalla quale si trova un’exclave turca, contenente il mausoleo di Suleyman shah, nonno del primo sultano ottomano.
La causa immediata, e apparentemente unificante per la compagine alleata, della guerra in corso è l’avanzata dello Stato Islamico che sta disgregando i confini tracciati dalle potenze già nel corso del primo conflitto mondiale. Ma, in realtà "I partner della coalizione hanno idee molto diverse sull'assetto da dare alla regione e non si trovano nemmeno d'accordo su quale sia la minaccia principale"; ci sono “profonde divisioni, soprattutto sugli esiti desiderati per la lunga guerra civile siriana”, secondo un esperto del Brookings Institute.
Per USA, Germania, Francia e GB la guerra deve dare la priorità alla situazione irachena. Erbil va difesa, non solo perché è la porta dei pozzi petroliferi, ma anche perché è l'avamposto dell'imperialismo internazionale, la base di varie organizzazioni, dalle ong alle delegazioni diplomatiche o commerciali, alle filiali delle multinazionali petrolifere. Ma poi, in questa difesa, ognuna delle potenze persegue obiettivi specifici.
L’Alleanza, Stati Uniti e Germania in primis, ha quindi respinto la creazione di una no-fly zone sulla Siria e di una zona cuscinetto nel Nord, dove si trova la Rojava, chiesta dalla Turchia come condizione per la sua partecipazione al conflitto, ma anche dalla Francia, che pure partecipa attivamente alle operazioni militari in Irak.
La Coalizione fornisce armamenti, addestramento, finanziamenti ai peshmerga, le formazioni militari del governo autonomo del Kurdistan iracheno (KRG), - per intenderci il governo di Barzani che però sta facendo buoni affari anche con la Turchia con le ricchezze petrolifere assicurate grazie all’appoggio dato a suo tempo alla guerra americana contro Saddam Hussein.
Invece Kobane non è per l’Alleanza un obiettivo strategico, e il destino della sua popolazione conta solo se fa notizia e smuove l’opinione dei paesi imperialisti a favore di un intervento armato. I resistenti curdi e i combattenti dell’YPG nella Rojava siriana hanno perciò, fino a poco fa’, dovuto contare essenzialmente sulle proprie forze e su armi leggere per difendersi dall’attacco di IS.
Scriveva il Guardian (8 ottobre 2014) che “i bombardieri americani”, assieme a quelli di Arabia Saudita ed Emirati, “ronzano sopra la città e lanciano occasionali, simbolici attacchi, simili a punture di spillo contro le forze dell’IS, armate con blindati costruiti in America e con artiglieria pesante presa negli arsenali dell’esercito iracheno”.
Ma nel corso della guerra è emerso chiaramente che la questione irachena e quella siriana sono tra loro intrecciate perché lo Stato Islamico è stato ed è in grado di prendere e mantenere il controllo di ampie aree in Irak proprio grazie al suo rafforzamento in Siria. Come è possibile non entrare in ulteriore rischiosa collisione con la Turchia sgominando IS in Siria senza avvantaggiare Assad, o magari proprio grazie al suo appoggio?
Nel corso della guerra civile siriana, Assad ha fatto ritirare tutte le sue truppe dalle posizioni nel N-E, concedendo di fatto una specie di autonomia territoriale ai curdi – una decisione presa su consiglio della Russia, che mirava a disimpegnare forze del governo centrale su quel fronte, ma aveva anche la funzione di contrappeso all’emergere di gruppi troppo aggressivi di ribelli e di contenimento anti-turco.
Non appena si è prospettato il rischio della caduta di Kobane, della vittoria degli islamisti nel Nord Siria, e del conseguente rafforzamento della posizione della Turchia si sono fatte sentire forti le accuse degli Alleati ad Ankara, in particolare da parte della Cancelliera tedesca, Merkel, e del presidente americano, Obama. La partita deve cessare, c’è chi bara, hanno in sostanza detto gli alleati. Ankara fa parte della Nato, deve stare alle regole, non può permettersi di giocare in proprio. Per Berlino, il capo della frazione parlamentare CDU/CSU, Volker Kauder, ha chiesto che il comportamento di Ankara venisse discusso in sede Nato. Il riaccendersi in Turchia del conflitto con i curdi potrebbe avere ripercussioni in Germania, ripercussioni preannunciate dai recenti scontri tra raggruppamenti politici dei numerosi immigrati turchi e curdi nel corso delle molteplici manifestazioni a sostegno dei curdi di Turchia colpiti dalla repressione di Ankara e di quelli siriani aggrediti da IS.
Dopo il vertice di 22 capi di stato maggiore nel Comando Centrale (CENTCOM) a Tampa, Florida, i bombardieri americani hanno incrementato gli attacchi nella Rojava coordinando con i curdi le loro operazioni sul terreno, e fatto arretrare gli islamisti. Gli Usa hanno fornito grandi quantità di armi e munizioni ai resistenti curdi il che, secondo un rappresentante di una ONG siriana per i diritti umani, dovrebbero modificare gli equilibri sul campo. Ma nonostante l’intensificazione degli sforzi per impedire la presa di Kobane, alti ufficiali americani hanno avvertito che la città potrebbe cadere, se non si continuano i rifornimenti. L’agenda americana è dettata dunque da IS, e dalla Turchia.
La propaganda di guerra degli alleati parla di difesa della popolazione curda di Kobane, in realtà si tratta sostanzialmente di un attacco alle mire di Ankara la quale, finora, ha potuto perseguire indisturbata la sua strategia.
Tuttavia, nonostante i piani in senso opposto di Ankara - per tenere sotto controllo i curdi di casa propria Erdogan contava sui negoziati con il PKK, ora interrotti - la guerra sta coinvolgendo direttamente anche la Turchia, dove si sono riaccesi gli scontri armati tra i curdi e le forze della repressione statale. Il 13 ottobre, caccia F16 hanno bombardato le postazioni del PKK, a Daglica, nel S-E del paese vicino al confine iracheno, dove il PKK aveva condotto operazioni in tacito coordinamento con gli USA. Elicotteri militari hanno fatto fuoco sul vicino villaggio di Geyiksuyu. Nei giorni precedenti, alle numerose indignate proteste dei curdi contro il cinico calcolo di Erdogan di trarre vantaggio dall’avanzata di IS nella Rojava dell’area di Kobane, il governo di Ankara ha risposto facendo sparare sui manifestanti, ha fatto entrare i carri armati a Diyarbakir, la capitale di fatto del Kurdistan turco dove ha imposto il coprifuoco; ha fatto arrestare combattenti feriti dell’YPG (Unità di Protezione Popolare), che cercavano cure negli ospedali della Turchia.
D’altra parte Erdogan si è esplicitamente opposto alla fornitura di armi al PYD, il partito al potere nella Rojava, considerato terrorista alla stregua del PKK. Da metà settembre l’esercito turco assiste inerte al feroce attacco di IS contro Kobane, il confine turco-siriano è sigillato oltre che dai militari anche da un muro di recente costruito dalla Turchia, non vengono lasciati passare né armi, né munizioni né viveri per i resistenti curdi. Ankara impedisce di oltrepassare la frontiera ai combattenti curdi turchi (reclutati e organizzati dal PKK anche tra la gente comune in Turchia), che perciò passano il confine in clandestinità per dare aiuto ai curdi siriani. Il presidente Erdogan e il primo ministro Davutoglu sperano evidentemente che Kobane cada per impedire che il successo dell’autonomismo curdo di quest’area infetti la Turchia e, una volta “ripulita”, di farne una “zona di sicurezza” (come chiede agli alleati), in realtà di utilizzarne il territorio come base per l’opposizione siriana “moderata”. Da qui potrebbe sferrare attacchi militari contro il regime di Assad, tramite non meglio identificate formazioni militari, il composito e contraddittorio Libero Esercito siriano, o magari anche IS. Ma ancora una volta i piani di una guerra per procura potrebbero ribaltarsi contro i loro ideatori. Secondo esperti, è un’illusione pensare che IS si fermi sul confine turco, dove già controlla una serie di valichi, e dove potrebbe crearsi una situazione simile a quella che si era creata ai confini pakistani con l’Afghanistan.
Mentre scriviamo è giunta la notizia di una nuova mossa del governo turco: con l’approvazione di Ankara, sia le forze dei ribelli siriani “moderati” del Libero Esercito Siriano che i peshmerga del Kurdistan iracheno stanno passando il confine tra Turchia e Nord Siria per “aiutare” i curdi della Rojava nella difesa contro IS. Un intervento che, mentre punta a contenere l’eccessivo rafforzamento di IS, cerca di utilizzare e inasprire a proprio vantaggio i contrasti tra i gruppi curdi di Irak, Turchia e Siria, contrapponendo le forze del PKK a quelle di Barzani in una regione in cui sono presenti anche rilevanti risorse energetiche. I contrasti tra le élite dei gruppi curdi regionali non sono sopiti, ma ora passano in secondo piano di fronte all’emergenza islamista - tant’è vero che quando è iniziato l’attacco a Mosul, anche curdi della Rojava sono andati a combattere in Irak contro Daesh.
Il 27 ottobre l’inviato americano, generale John Allen ha incontrato in Kuwait rappresentanti dei paesi della Coalizione, tra i quali Bahrain, GB, Egitto, Francia, Irak, Giordania, Libano, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti con due obiettivi principali all’o.d.g.: il primo è quello prosciugare le fonti di finanziamento a ISIS, considerato il più ricco gruppo terrorista fino ad ora, e il secondo trovare un accordo su quale debba essere l’obiettivo finale della guerra, senza il quale non si può parlare di una effettiva coalizione. 
I due temi sono evidentemente collegati, dato che IS è finanziato da ricchi gruppi economici di Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati, che vedono il conflitto come un’opportunità per perseguire la comune causa sunnita contro gli sciiti, e soprattutto in funzione anti-iraniana. L’abbattimento del regime siriano di Bashar al-Assad è l’obiettivo principale perseguito dalle due potenze regionali Arabia Saudita e Turchia. Per quest’ultima è fondamentale anche assicurarsi che i curdi turchi e siriani non si uniscano per creare un loro Stato autonomo. Il flusso di denaro a favore di IS attraversa le frontiere dei vari paesi sunniti grazie al loro tacito consenso, tramite organizzazioni di beneficenza, e finisce nei conti che hanno potuto aprire nelle banche turche di Istanbul o Gaziantep. Sembra che dopo mesi di pressione sui paesi alleati del Golfo, gli Usa siano ora riusciti ad ottenere da Arabia Saudita e Emirati provvedimenti più rigidi per bloccare i finanziamenti a IS, mentre Kuwait e Qatar rimangono “giurisdizioni permissive per il finanziamento ai terroristi”, come dichiarato dal sottosegretario al Tesoro per il terrorismo e l’intelligence finanziaria, David Cohen.
L’Iran, un altro importante protagonista della contesa regionale, teme che IS sgomini completamente le forze del governo centrale iracheno cacciandolo da Baghdad, e che utilizzi le sue posizioni in Irak per attaccarlo. Così, a fine settembre ha inviato una delegazione a Erbil per coordinare le operazioni con Barzani; consiglieri militari iraniani starebbero aiutando i peshmerga. Curdi e iraniani, considerati in genere avversari, hanno nel passato cooperato. Nella guerra Iran - Iraq (1980-1988) i curdi hanno tenuto impegnate diverse divisioni irachene, che sarebbero state altrimenti usate da Saddam Hussein contro Teheran. L’Iran vuole inoltre limitare la cooperazione del Kurdistan con Israele e Usa, e impedire che i sauditi accrescano la loro influenza in Kurdistan. È in competizione con questi ultimi per offrire uno sbocco al petrolio curdo, costretto a servirsi del porto turco di Ceyhan, perché Baghdad gli sbarra la rotta in direzione Sud, per Basra.
L’imperialismo europeo
Il maggior coinvolgimento diretto e indiretto della UE rispetto alla guerra precedente, offre alle potenze europee la possibilità di rafforzare la propria posizione nella regione – se ci riescono anche a scapito degli USA, e in competizione tra loro. Mentre la Francia, che ha promosso la Coalizione assieme agli Usa, si è impegnata come la GB all’invio di soldati e mezzi per attacchi aerei sull’Irak, escludendo tuttavia un intervento diretto in Siria, Berlino ha rifiutato di partecipare alle operazioni di bombardamento della Coalizione, e cerca di avere un ruolo autonomo, non subordinato alla potenza americana. A fine 2013, durante la guerra civile siriana un istituto di consulenza del governo tedesco (SWP) ha avanzato proposte per una mediazione di Berlino con Russia e Iran sulla Siria; Assad si era detto favorevole a questa ipotesi, avversata però dall’allora ministro tedesco degli Esteri liberal-democratico, Westerwelle (FDP).
Un ruolo di mediazione che, nel caso del conflitto in corso, potrebbe fare leva sulle relazioni che Berlino intrattiene con Ankara. Da tempo la Germania cerca di accrescere la propria influenza su Ankara, riconoscendone l’enorme importanza nella complessa situazione geo-politica del Medio Oriente. Per questo, nella primavera 2013, ha istituito con essa un “dialogo strategico” sulla politica estera; il confronto ha preso il via sia sulla questione ucraina che su quella siriana.
Però, di fronte alle manovre di Ankara su Kobane e curdi, Berlino ha lanciato un avvertimento contro le mire neo-ottomane di Erdogan, a conferma della politica tedesca dell’equilibrio di potenza in Medio Oriente e Nord Africa. Un terreno nel quale la Germania intende essere presente, se occorre anche militarmente, secondo la nuova strategia di potenza lanciata dall’autunno 2013 dall’establishment berlinese.
L’adesione all’Alleanza contro ISIS offre alla Germania un’opportunità per consolidare l’influenza in questi teatri, nei quali gli Usa dovrebbero invece ridurre il proprio impegno per concentrarsi maggiormente nell’area del Pacifico. Der Spiegel (1.09.2014) parla di un cambio radicale nella linea di politica estera tedesca: per la prima volta da anni la Germania si impegna direttamente in un conflitto militare in corso.
Berlino ha inviato attrezzature belliche e armi ai peshmerga - il suo pacchetto da €70 milioni posiziona Berlino almeno tra i primi 5 sostenitori dei curdi iracheni. Ha organizzato in Baviera l’addestramento di gruppi di peshmerga perché imparino ad utilizzare i missili anti-carro “Milan” loro forniti, e pensa di addestrare anche i combattenti cristiani e yesidi nel Nord Irak. Alle maggiori responsabilità per armi e addestramento corrisponderà un maggior coinvolgimento dell’imperialismo tedesco nelle sedi decisionali e di coordinamento, come il nuovo quartier generale americano.
Sulle modalità e le forme dell’intervento militare tedesco, ma non sulla sostanza, si è aperto uno scontro nella coalizione di governo (Union-SPD), che vede una parte l’Union (CDU/CSU) aperta alla possibilità di una partecipazione più attiva dei soldati tedeschi (addestramento, pattugliamento, sostegno logistico. aiuti umanitari). È da ricordare che, grazie ai Tornado, l’aeronautica tedesca fa parte delle forze di dispiegamento rapido della Nato.
L’SPD approva invio di armi e addestramento, ma esclude l’intervento diretto. Steinmeier, ministro Esteri, sostiene che IS deve essere sradicato dall’interno, teme che i peshmerga possano utilizzare le armi fornite per creare un proprio Stato indipendente nel Nord Irak, innescando altre secessioni nel Sud del paese, e rendendo ingovernabile l’intera regione.
I Verdi non hanno una posizione unitaria, favorevole il loro esperto per la Difesa, sempre che l’intervento tedesco abbia la copertura ONU e nel quadro di una strategia politica complessiva. La Linke ha votato contro l’invio di armi, chiede il ritiro delle unità di difesa antimissilistica Patriot e i 400 soldati stanziati al confine turco-siriano, in caso di attacco da parte della Turchia alla Siria.
A fronte delle decisioni sostanzialmente filo-interventiste del governo tedesco, la maggioranza dell’opinione pubblica è invece contraria ad operazioni militari estere, sotto qualsiasi forma; in un sondaggio di inizio settembre, nel mezzo della crisi ucraina, il 57% degli intervistati si è detto contro l’ampliamento degli impegni della Bundeswehr all’estero.
Qual è la ricetta per aumentare il consenso popolare suggerita da “esperti”? Dimostrare che non c’è alternativa alla missione, che non si tratta di difendere interessi nazionali, ad esempio tenere aperte rotte commerciali, ma della difesa di cittadini di altri paesi. Immagini dei media, rapporti sulla guerra, morte e sofferenza possono cambiare in breve tempo l’opinione pubblica. Basta pensare alle precedenti missioni compiute in Kosovo, Afghanistan, Africa. A questo scopo tornano utili le macabre immagini della decapitazione di occidentali messe in rete da IS.
La competizione con la Francia è un tema ricorrente dei media tedeschi, assieme e in contraddizione ai ricorrenti appelli per una politica estera e di Difesa comuni del blocco imperialistico della UE.
Una competizione politica impari, verrebbe da dire, tra la Germania leader indiscussa della UE sul piano economico, e la Francia che, economicamente più instabile, non teme le decisioni in solitaria sulle questioni internazionali o, quando serve per bilanciare l’avversario tedesco, trova l’appoggio sul continente della GB, e si allinea velocemente al partner transatlantico. E mentre bombarda senza finte remore morali le città irachene, preferisce lasciare ad altri il pantano siriano dove, come la Turchia, ha sempre dichiarato di non voler intervenire. Calcola che la sua partecipazione attiva le garantirà un peso politico da spendere sia nella UE, contro Berlino, che a livello internazionale nella NATO.
La Francia è in grado di decidere velocemente l’entrata in guerra. Lo ha dimostrato con la presidenza del centrista Sarkozy per l’attacco aereo contro il dittatore libico Gheddafi, con il socialista Hollande per le truppe di terra in Mali e nella Repubblica Centrafricana, e ora per gli attacchi aerei in Irak e in Siria contro IS. Il capo dello Stato decide rapidamente poi, a distanza di qualche giorno o settimana, informa il parlamento e ottiene l’approvazione di una grande maggioranza della popolazione, evitando preventivi dibattiti con il coinvolgimento dell’opinione. Inoltre nessuno dei grandi partiti francesi, sia socialisti che conservatori, si oppone alla eventuale necessità di difendere anche con le armi gli interessi politici ed economici del paese. La politica e l’ideologia gaullista assieme alla storia coloniale della Francia hanno abituato i francesi all’idea che i loro soldati combattano in paesi lontani, nelle colonie, nei mandati, e ora nelle ex colonie. A questo si aggiunge che da tempo non c’è più in Francia il servizio militare obbligatorio, e che l’impiego di truppe sul terreno tocca solo un numero limitato di famiglie. I giovani francesi che decidono di arruolarsi sono spesso figli di immigrati che non vedono altre prospettive di impiego.
In Gran Bretagna il dibattito sull’invio di armi, l’addestramento dei soldati all’uso di mitragliatrici pesanti e la partecipazione alla alleanza anti-ISIS è stato acceso. Cameron ha preparato il terreno, per non ripetere lo smacco subito l’anno scorso, quando la Camera Bassa si oppose alla sua proposta di attacco aereo contro il siriano Assad - la prima volta che un primo ministro britannico incontrava l’opposizione del parlamento ad una missione militare. Prima del dibattito parlamentare si è assicurato telefonicamente l’appoggio del capo dell’opposizione, il laburista Ed Miliband. Ha inoltre incontrato il presidente iraniano, il primo incontro dei due capi di Stato dal 1979, e il capo del governo iracheno al-Abadi, la cui esplicita richiesta di aiuto gli ha assicurato la copertura giuridica dell’intervento militare.
Cameron ha posto poi due limitazioni al mandato: attacchi aerei solo in Irak, non in Siria; escluse anche operazioni sul terreno. Così le forze aeree del UK bombardano i guerriglieri dell’ISIS in Irak, dove sono tornati i soldati britannici che dal 2003 al 2009 avevano partecipato alla guerra contro Saddam Hussein. Si tratterebbe di soldati di un battaglione normalmente di stanza a Cipro, operanti a Erbil per istruire i peshmerga sull’uso delle mitragliatrici pesanti, fornite in settembre.
Da vent’anni i britannici si trovano praticamente sempre in missioni militari all’estero, dalla prima guerra contro l’Irak nel 1990, alla Bosnia, Sierra Leone, all’Irak, Afghanistan. Dal punto di vista del consenso politico la situazione è però diversa rispetto al 2003, quando oltre un milione di persone marciarono contro la guerra in Iraq voluta dal primo ministro Tony Blair e dal presidente USA, George Bush. Oggi la popolazione sostiene la missione quasi quanto i politici. Di fronte allo spettacolo delle decapitazioni mandate sul web da IS, il 57% si è detta a favore, 24% contro una missione in Irak; 53% SÍ e 26 NO per una missione in Siria. Si è espresso a favore anche l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby.
Anche l’Italia di Renzi dà il suo “contributo per l’Iraq”, come viene definito dal ministro della Difesa Roberta Pinotti: un aereo Kc-767 per il rifornimento in volo, due velivoli senza pilota Predator, 280 militari come istruttori delle forze curde nella regione di Erbil; è previsto inoltre l’invio di una cellula di ufficiali per le attività di pianificazione; da settembre sono cominciate le consegne ai curdi di mitragliatrici in surplus che sono in dotazione all'esercito italiano, e di munizionamento di modello ex-sovietico. Rivendicando il modello decisionale alla francese secondo cui le scelte politiche le fanno i governi, e al più i parlamenti le ratificano, il ministro Pinotti ha dichiarato: “non era necessario un voto ma il governo ha voluto comunque questo passaggio parlamentare”.
Le forniture belliche saranno uno strumento per contenere l’avanzata dell’IS, per tenersi aperta la strada verso il mercato iracheno, per piazzare armi italiane in una regione che ne ha costantemente bisogno. Non è la prima volta che l’azienda Italia fornisce armi utili ai massacri nella regione: all’epoca della sanguinosissima guerra fra Iran e Iraq l’industria bellica italiana realizzò enormi profitti sulla pelle delle popolazioni del Golfo, fornendo armi ad entrambe le forze in campo contemporaneamente. Oggi per “salvare” le popolazioni locali dalla furia dei criminali integralisti, esattamente come un anno fa bisognava supportare questi stessi criminali nella loro “sacrosanta” lotta contro il sanguinario regime siriano, o come pochi anni prima aveva fornito armi e supporto ai rivoltosi libici che, prima di diventare anch’essi banditi integralisti, combattevano contro un governo a cui la stessa Italia aveva fornito grandi quantitativi d’armi.
 
Purtroppo la massa delle popolazioni dell’area è ancora una volta vittima di ideologie etnico-religiose che li contrappongono gli uni agli altri e li rendono utilizzabili dalle parti in campo, asservendole agli interessi delle classi dominanti. Le terribili esperienze e sofferenze causate dai conflitti che da decenni scuotono i paesi dell’area, assieme allo sviluppo numerico del proletariato di questi paesi, costituiscono senz’altro un terreno favorevole alla crescita di una coscienza autonoma di classe che impedendo nuovi e tragici coinvolgimenti nazionalistici ed etnico-religiosi indirizzi passioni, energie e volontà verso aspirazioni comuniste e internazionaliste. Uno sforzo in questo senso è forse l’esperimento sociale della Rojava, che pur non essendo una mobilitazione proletaria per una società senza classi, resta un esempio di collaborazione interetnica, di parità di genere, di autogoverno partecipativo e di mobilitazione popolare per l’autodifesa, un esempio che le forze reazionarie dell’IS con la complicità delle potenze stanno ferocemente reprimendo.






GL

Pubblicato su: 2014-11-28 (1081 letture)

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