Moduli
· Home
· Abbonati al giornale
· Archivio
· insiemecontroilrazzismo
· Volantini

Chi Online
In questo momento ci sono, 0 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Languages


English French Italian

N37 Pagine Marxiste - Novembre 2014
Le forze lavoro del capitale e della rivoluzione


Tutti avvertiamo che sono in corso grandi trasformazioni sociali, che dopo lo sviluppo tumultuoso del capitalismo, di lotte e di conquiste vissuto dai nonni, i nipoti devono affrontare una realtà ben più dura di stagnazione, precarietà e peggioramento delle condizioni, mentre langue la capacità di resistere con la lotta. I governi quali comitati d’affari della classe dominante, quello di Renzi in primis, ne approfittano per smantellare le garanzie in cui si sono codificate le lotte del passato e favorire il “libero gioco del mercato”, ossia della costrizione con cui la fame spinge il disoccupato ad offrirsi per meno salario al posto di chi lavora.
Per capire le forze profonde che sono all’opera nella società capitalistica occorre tener conto di due movimenti che in questa fase stanno convergendo nella stessa direzione.
 
“Terza rivoluzione industriale”
 
Un primo movimento è l’aumento della forza produttiva del lavoro. Oggi una giornata lavorativa è molto più produttiva di 50 o 100 anni fa. Saremmo inoltre agli albori della “Terza Rivoluzione Industriale”, quella digitale o dell’elettronica, che secondo molti analisti minaccia il posto di lavoro non più solo delle tute blu, ma anche dei colletti bianchi, e metterebbe a rischio ad es. il 47% dei posti di lavoro in un paese come gli Stati Uniti. L’Economist in un suo rapporto speciale dedicato all’argomento paventa che tale Terza Rivoluzione Industriale, a differenza delle due che l’hanno preceduta (quella della meccanizzazione di fine ‘700-inizio ‘800 e quella di elettricità e motore a scoppio di fine ‘800-inizio ‘900), non generi i posti di lavoro che rimpiazzano quelli che essa distrugge, provocando una crescente disoccupazione e miseria tra i lavoratori meno qualificati. La produzione di macchine, di macchinari elettrici, automobili e veicoli industriali aumentò l’occupazione industriale pur riducendo il numero dei lavoratori in settori come il tessile oltre all’agricoltura. Ora invece l’elettronica-informatica vede un crollo continuo del costo delle macchine, e quindi non vede un aumento proporzionale dei lavoratori impegnati nella loro produzione, mentre una parte dei servizi verrebbe anch’essa meccanizzata.
In una società armonica, non basata sul profitto e sullo sfruttamento del lavoro salariato, questo non sarebbe un problema, ma la soluzione di un problema: stare meglio tutti lavorando di meno. Basta ridurre l’orario di lavoro a 35, 30, 25, 20 ore la settimana, continuando a godere di beni e servizi quanto, anzi più di prima (ed eliminando quelli inutili e dannosi). Nella società capitalistica invece questo è un problema, perché crea un’eccedenza di forza lavoro soprattutto tra i meno qualificati, con una spinta ai salari verso il basso per la massa dei lavoratori, mentre accresce la quota del valore prodotto che va al profitto.
Anche per questo siamo comunisti, perché il capitalismo è divenuto un ostacolo allo sviluppo sociale e basa la crescente ricchezza dei pochi sullo sfruttamento e la miseria della massa dei proletari.
 
Un miliardo di nuovi lavoratori
 
Il secondo movimento è l’espansione mondiale della forza lavoro. Confermando le analisi che abbiamo svolto recente-mente su queste pagine, il McKinsey Global Institute stima che tra il 1980 e il 2010 le forze lavoro non agricole siano aumentate di 1,1 miliardi, di cui 900 milioni nei paesi in via di sviluppo capitalistico. Ciò è il risultato di due componenti: una demografico-sociale, l’altra economico-sociale. La componente demografica è data dall’elevamento della speranza di vita nei paesi emergenti a seguito dell’introduzione di acqua potabile, servizi igienici e della medicina moderna in molte aree del mondo (tab. 1),
Tabella 1
Dinamica della forza lavoro mondiale, 1980-2010 (milioni)
 
Economie avanzate
 
1980
2010
Incremento
Agricoltura
73
30
-43
Attività non-agr
440
604
+164
Totale
513
635
+122
 
 
Economie in sviluppo
 
1980
2010
Incremento
Agricoltura
719
855
+136
Att. non-agr
474
1363
+889
Totale
1193
2218
+1025
per cui nonostante il calo dei tassi di fertilità nella maggior parte dei paesi, è aumentato il numero dei nati che raggiungono l’età lavorativa e della riproduzione, e quindi è fortemente aumentata la popolazione in età lavorativa. La componente economico-sociale consiste essenzialmente nell’operare su scala mondiale del fenomeno della disgregazione contadina, che in Italia è durato circa un secolo, e dopo che il fascismo aveva cercato di contenerlo si concluse nel secondo dopoguerra, con il passaggio di più di un terzo della popolazione italiana dall’agricoltura all’industria e ai servizi. Così nelle ancora sterminate campagne del mondo: la famiglia contadina si trova con più figli grandi, che stanno stretti nel pezzetto di terra, e decidono di fuggire dalla vita di stenti e dall’isolamento rurale, vanno in città alla ricerca di un lavoro salariato. La TV prima e soprattutto il telefono cellulare poi, accessibile anche ai bassi redditi, hanno fatto da potente acceleratore di questo movimen-to, connettendo anche gli abitanti delle campagne profonde a tutto il vasto mondo, e moltiplicando con ciò la spinta di attrazione verso i poli interni ed esteri dello sviluppo capitalistico. Attrazione che si aggiunge alle forze di repulsione, costituite dalla povertà, dalle guerre, dalla concorrenza dell’agri-coltura moderna che schiaccia i prezzi agricoli sul mercato, e spesso dall’azione di espropriazione degli Stati nei confronti dei contadini per favorire i grandi proprietari capitalisti.
Gran parte di questi 900 milioni di nuovi proletari è affluita verso le aree urbane nelle regioni di provenienza, altri 50 milioni circa sono emigrati verso le metropoli imperialiste, attratti dai livelli salariali di parecchie volte superiori a quelli dei paesi di provenienza. Il 40% dell’incremento delle forze lavoro nelle metropoli è costituito dagli immigrati.
 
Capitali in movimento
Nel complesso si è trattato di un raddoppio della forza lavoro mondiale sul mercato in un trentennio, suddiviso tra un incremento di oltre un terzo nelle metropoli, e quasi un triplicamento nei paesi in sviluppo. Ora sappiamo che una parte notevole dell’occupazione nei PVS è di tipo “informale”, con un capitale infimo. Tuttavia il numero di questi lavoratori senza un rapporto di lavoro formale, detti “vulnerabili” nelle statistiche internazionali, stanno diminuendo in rapporto al totale (vedi PM # 34, Proletari del mondo in marcia), quindi si può senz’altro parlare di un triplicamento dei salariati extra agricoli nei PVS.
Nell’ipotesi riduttiva di una ‘dotazione’ costante di capitale per addetto, ciò implica un triplicamento del capitale nei PVS per occupare produttivamente (ossia profittevolmente) questa forza lavoro . Nelle metropoli invece (sempre a parità di capitale per addetto, ossia composizione organica del capitale) sarebbe bastato l’incremento di un terzo del capitale produttivo per occupare tutta la forza lavoro disponibile. Schematizzando, nelle metropoli vi è stato un “eccesso” di profitti rispetto alle prospettive di reinvestimento ad alta redditività, nei PVS una carenza di capitali rispetto alle possibilità di valorizzazione, per cui parte del capitale accumulato nelle metropoli è stato esportata verso i PVS, dove ha contribuito al triplicamento del capitale investito e ottenendo il diritto e il potere di sfruttare la forza lavoro ivi disponibile a un costo pari a un quarto, un decimo, anche un ventesimo di quello delle metropoli.
Ovviamente ciò significa che una quota parte del plusvalore (profitti, interessi, rendite ecc.) prodotto dai lavoratori dei paesi in sviluppo affluisce ai capitalisti delle metropoli.
In un certo senso possiamo dire che l’espansione del proletariato nei paesi in sviluppo capitalistico, a un ritmo altissimo e senza uguali nella storia di circa il 3,6% annuo per 30 anni, ha creato uno sbocco a forte redditività per i capitali delle metropoli, riducendo il ritmo della loro accumulazione interna. I grandi magazzini americani ed europei sono pieni di prodotti made in China, Vietnam, Bangladesh, India, Turchia, Marocco, ecc. Parte dell’industria produttrice di beni di consumo si è trasferita, espandendosi, dalle metropoli ai PVS, i cui mercati stanno superando per dimensione quelli delle stesse metropoli.
Gli operai industriali scomparsi dalle metropoli sono ricomparsi moltiplicati per 12 nei PVS (nel periodo 2000 -2012 nei “paesi avanzati” sono stati cancellati 15 milioni di posti di lavoro nell’industria; nello stesso periodo nel resto del mondo sono stati creati 185 milioni (sic!) di nuovi posti di lavoro nell’industria! Parliamo soprattutto dell’industria perché lo sviluppo dei trasporti ha ridotto i costi di trasporto rendendo possibile delocalizzare la produzione in ogni angolo del mondo, e la digitalizzazione permette il trasferimento in tempo reale di ordinativi e specifiche tecniche, per cui il reparto a 10.000 km può essere diretto quasi come quello che stava sotto l’ufficio. Anche per molti servizi l’informatica rende possibile la delocalizzazione internazionale, ma molti, dalle banali pulizie ai trasporti e distribuzione, le riparazioni, l’assistenza sanitaria e altri servizi alla persona sono vincolati localmente.
 
Scende la quota dei salari
 
Questi movimenti dei capitali e delle forze lavoro hanno provocato un mutamento nel ciclo delle metropoli, con pesanti conseguenze sul proletariato metropolitano. Sul mercato mondiale della forza lavoro l’offerta di questa merce è aumentata di una quantità e a un ritmo senza precedenti nella storia (e che non si ripresenterà neppure nel futuro). Ciò ha portato ad una sovrab-bondanza relativa di forza lavoro, e come per ogni merce, quando l’offerta sopravanza la domanda, il suo prezzo tende a diminuire.
Tabella 2 Tassi di disoccupazione per livello di istruzione, Europa, 2013
 
A
B
C
D
variaz 2007-13
Elem., media inf.
Scuola secondaria
Lau-rea

Rapporto
 A/C

Bassa qualif.
Laurea
EU (28 paesi)
19,6
10,0
6,5
3,0
8,7
2,5
Area Euro (18 paesi)
20,7
10,3
7,4
2,8
9,9
2,9
Germania
12,2
5,2
2,5
4,9
-5,1
-1,4
Grecia
30,2
31,3
20,5
1,5
22,4
13,3
Spagna
35,5
25,9
16,1
2,2
25
10,8
Francia
16,4
10,1
5,9
2,8
4,1
0,4
Italia
16,2
11,5
7,4
2,2
8,7
2,9
Polonia
21,3
11,5
5,7
3,7
4,8
1,0
Svezia
19,5
7,3
4,4
4,4
7,3
0,8
Regno Unito
14,4
8,4
4,0
3,6
4,9
1,4
Svizzera
8,0
4,4
3,1
2,6
0,9
0,9
Ex Yugoslavia
34,8
28,8
23,5
1,5
-8,8
2,9
Turchia
8,4
10,2
9,3
0,9
0
0,8
Dagli anni ’70 negli Stati Uniti, e dagli anni ’90 in molti paesi d’Europa e in Giappone, i salari reali sono rimasti piatti. In Italia nell’ultimo decennio sono diminuiti, nonostante la produttività del lavoro abbia continuato ad aumentare, anche se a un ritmo rallentato nel nuovo secolo.
Un indicatore sintetizza questo mutamento di ciclo: è diminuita la quota dei salari sul valore aggiunto. Nel 1957 l’economista ungherese-britannico Nicholas Kaldor enunciava una sua visione delle tendenze di lungo periodo dell’economia; tra queste era la costanza della ripartizione del reddito nazionale tra salari e profitti, che sembrò confermata dallo sviluppo capitalistico anche nei decenni successivi. Ma negli ultimi 30 anni questa costanza si è spezzata: la quota dei profitti è aumentata, quella dei salari è diminuita. L’OCSE calcola che negli Stati aderenti (le vecchie metropoli imperialiste più qualche paese emergente) la quota dei salari è diminuita dal 66% del reddito nazionale nei primi anni ’90 al 62% negli anni ‘2000. Uno studio di Loukas Karabarbounis e Brand Newman, dell’Università di Chicago e NBER, fatto sull’insieme delle società per azioni a livello mondiale, trova che dopo aver sfiorato il 65% nel 1980, la quota del lavoro salariato è scesa al 59% negli ultimi anni, con una costante tendenza al calo. Anche la Cina mostra la stessa tendenza. Il McKinsey Global Institute nello studio citato trova che nelle economie avanzate la quota dei salari e stipendi è diminuita del 7% (dal 65% al 58%) tra il 1980 e il 2010.
I rapporti di forza economico-sociali tra forza lavoro e capitale, tra proletariato e borghesia si sono modificati a favore della classe dominante. Le spiegazioni abbondano. Karabarbounis e Neiman sostengono che metà del calo è dovuto al calo del prezzo relativo dei mezzi di produzione (dovuto all’introduzione dell’elettronica e digitalizzazione). Ciò rende meno costo-so sostituire forza lavoro con macchine, quindi si rende eccedente una parte della forza lavoro.
 
Salari ineguali
 
Un’altra lettura distingue la forza lavoro in diversi livelli di qualificazione. Secondo MGI, negli Stati Uniti, tra gli anni ’60 e il 2008 i salari reali dei lavoratori a bassa qualificazione (senza diploma della scuola secondaria) sono leggermente diminuiti, mentre per quelli ad alta qualificazione (laurea e oltre) sono aumentati dell’1,1% l’anno. Il rapporto tra i salari dei laureati e dei dropout era 1,7 negli anni ’60, ed è salito a 2,8 nel 2008. In Italia è circa 1,7, vicino alla media europea. In quasi tutti i paesi avanzati i tassi di disoccupazione dei lavoratori a bassa qualificazione sono da 2 a 4 volte più alti di quelli dei laureati.
 
L’automazione di una serie di lavori manuali e ripetitivi ha ridotto la domanda di forza lavoro a bassa qualificazione e ne ha fatto scendere il prezzo. L’operaio a bassa qualificazione delle catene di montaggio nelle grandi fabbriche, che era stato il protagonista delle lotte di fine anni ’60-primi anni ’70, imponendo aumenti uguali per tutti, ha perso potere contrattuale; il padronato ne ha sostituiti una parte con macchine, una parte con lavoratori in altri paesi, una parte importando lavoratori da altri paesi. Nell’ultimo ventennio in Italia i salari dei lavoratori a bassa qualificazione, che sono molto più numerosi che negli altri paesi europei, sono diminuiti, oltre quanto rilevato dalle statistiche a causa di mille pratiche ed espedienti per abbassare i salari sotto le tariffe contrattuali. Abbiamo già mostrato su questo giornale la correlazione tra bassi salari e piccola dimensione aziendale; vi è anche una correlazione tra dimensione aziendale e livello di qualificazione della forza lavoro: l’Italia della piccola impresa non è in grado di utilizzare una forza lavoro ad alta qualificazione. E molti laureati anche in materie scientifiche e tecniche sono costretti ad emigrare.
La tabella 3 mostra l’arretratezza dell’Italia nella formazione della forza lavoro.
 
Tabella 3
Livello di istruzione della popolazione in età lavorativa, Europa, 2013
 
% popolazione con istruzione secondaria o terziaria, 25-64
Laureati
% di laureati tra gli immigrati
Laureati occupati entro 3 anni dalla laurea
2002
2013
15-64
EU (28 paesi)
65,9
75,2
25,3
24,1
75,5
Area Euro (18 paesi)
61,7
71,3
24,9
19,4
74,8
Belgio
60,8
72,8
31,5
27,9
79,1
Bulgaria
71,6
81,8
22,2
36,9
67,7
Rep Ceca
87,9
92,8
18,1
32,0
80,4
Danimarca
81,1
78,3
29,1
32,1
81,9
Germania
83
86,3
25,1
19,4
89,7
Estonia
87
90,6
33,2
24,3
76,8
Irlanda
60,3
76,7
36,3
46,1
73,0
Grecia
53,9
67,2
24,0
11,1
40,0
Spagna
42,2
55,5
30,9
21,4
59,9
Francia
64,1
75,1
28,9
22,8
76,9
Croazia
70,4
81,3
17,0
31,8
53,8
Italia
44,1
58,2
14,4
9,6
48,3
Cipro
65,1
78,5
35,4
30,5
62,1
Lettonia
82,2
89,4
27,0
17,7
78,2
Lituania
84,9
93,4
29,8
:
75,5
Lussemburgo
61,6
80,5
35,2
44,4
79,1
Ungheria
71,4
82,5
19,5
24,1
74,7
Malta
18,4
40,6
17,2
35,2
92,2
Olanda
67,8
75,8
29,3
24,0
87,1
Austria
78,3
83,1
17,7
20,3
90,2
Polonia
80,9
90,1
22,6
43,8
73,2
Portogallo
20,6
39,8
17,6
13,3
67,8
Romania
71,1
76,3
13,9
:
66,8
Slovenia
77
85,5
24,4
10,6
73,8
Slovacchia
86
91,9
17,7
37,4
70,3
Finlandia
75
85,9
33,6
21,7
79,8
Svezia
81,4
83,2
31,4
36,2
84,9
Regno Unito
66,3
78,4
35,7
47,5
83,8
Svizzera
82,4
87,2
33,2
32,7
84,5
Ex Yugoslavia
:
65,6
15,1
:
43,3
Turchia
:
31,9
13,0
:
61,7

Fonte: nostra elaborazione su dati Eurostat

Imperialismo straccione
 
Le colonne 2 e 3 della tabella 3 mostrano che l’Italia si colloca agli ultimi posti in Europa per qualificazione della forza lavoro, con un numero di diplomati e laureati inferiore di 17 punti alla media europea (58% contro 75%), mentre per i laureati (terza colonna) l’Italia è terzultima, davanti solo Romania e Turchia!
L’Italia non solo ha pochi laureati, ma anche questi pochi fanno più fatica che altrove a trovare un lavoro: a tre anni dalla laurea meno di un laureato su due aveva trovato lavoro in Italia nel 2013, contro la media europea di 3 su 4 e i 9 su 10 della Germania (ultima colonna).
Significativo anche il dato della penultima colonna: l’Italia è ultima in Europa per quota di laureati tra gli immigrati, con il meno di uno su 10 (9,6%), metà di Francia, Germania e Spagna, mentre in Gran Bretagna è laureato quasi 1 immigrato su 2! Per il padronato italiano gli immigrati sono bassa manovalanza da usare e pagare il meno possibile (e spesso non pagare) e gettare una volta che si è consumata di lavoro. Gli imperialismi più forti attraggono gli immigrati ad alta qualificazione, per rafforzarsi nella competizione internazionale facendo pagare ai paesi di origine gli alti costi di formazione.
Il basso livello di qualificazione della forza lavoro italiana, collegato alla sua bassa concentrazione industriale, è un fattore di debolezza dell’imperialismo italiano nella competizione internazionale. Il governo Renzi, con il jobs act che consiste nella precarizzazione generalizzata della forza lavoro e nella riduzione del suo costo attraverso gli sgravi fiscali e contributivi per il padronato, realizza i “sogni” di una borghesia interessata più ad aumentare lo sfruttamento e ridurre i salari, a un comando arbitrario sulla forza lavoro (“plusvalore assoluto” in termini marxiani) che non a introdurre nuove tecnologie e sviluppare nuovi prodotti (“plusvalore relativo”). Questa è la “modernità” del governo Renzi.
La forza lavoro è la prima – e in ultima istanza unica – forza produttiva di una società. La sua formazione è l’investimento strategico più importante, e lo è anche dal punto di vista capitalistico, della concorrenza internazionale, che non è il nostro.
MGI calcola che tra il 1980 e il 2010 nel mondo i diplomati di scuola superiore sono aumentati di 700 milioni, salendo dal 39% al 48% delle forze lavoro mondiali. Di essi ben 270 milioni sono in Cina, dove sono saliti dal 50% al 60% della forza lavoro, superando il livello italiano, mentre i laureati sono saliti dal 2% all’8%. Questo il quadro mondiale fornito da MGI:
Il McKinsey Global Institute, che non si pone il problema di migliorare le condizioni dei lavoratori ai vari livelli, ma si







R.L.

Pubblicato su: 2014-11-28 (1105 letture)

[ Indietro ]

 


You can syndicate our news using the file backend.php

   Get Firefox!