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N°37 Pagine Marxiste - Novembre 2014
IL “JOBS ACT” DELL' IMPERIALISMO STRACCIONE, DEL SINDACALISMO COLLUSO E DELLA PASSIVITA' SOCIALE



Seppur i giochi parlamentari non siano completamente esauriti per quanto riguarda una serie di misure inserite vuoi nel Jobs Act, vuoi nella Legge di Stabilità, le linee di fondo attraverso le quali il governo Renzi -in soli sette mesi- ha condotto il suo forsennato attacco anti operaio, vanno ricondotte al ciclo politico del capitale europeo, per non dire Occidentale (nonostante nei paesi anglo sassoni già da tempo la borghesia si sia definitivamente liberata dalla “zavorra garantista” sulle “tutele del lavoro”).
Tale ciclo politico dipende a sua volta dal rallentamento economico di tutta l' Eurozona, che vede la stessa “locomotiva” tedesca segnare il passo, proiettando pesanti ricadute in tutto l'interscambio comunitario.
Dal 2000 al 2013 -sostengono in una loro recente ricerca economisti britannici come Pitchard A. Evans e Philippe Legrain, ma anche il tedesco Marcel Fratzscher- la Germania (con un tasso di crescita del PIL dell' 1,1%) si è posta al 13° posto tra i Paesi dell' Eurozona. Il volume degli scambi intereuropei ha subito un crollo vertiginoso negli ultimi 4 anni, che solo lo sbocco extraeuropeo dei gruppi capitalisti più dinamici ha potuto in qualche maniera tamponare. Ciò non ha impedito che l'export globale dell' area euro passasse dal 9,1% del 2007 all' 8% del 2013.
Non un crollo certamente, ma un calo netto sì, che ha portato ad una concorrenza più acerrima i paesi imperialisti d'Europa, con tutte le ricadute del caso sui salari, i servizi, gli orari di lavoro, le condizioni di lavoro, le tutele del lavoro. 
La Germania ha potuto puntare sulla linea dell' “avanzo commerciale”, grazie alla sua maggiore produttività COMPLESSIVA, e grazie anche al fatto che circa un decennio fa -con la “riforma del lavoro” di Schroeder (chiamata “Hartz”) i costi unitari sono stati compressi (come dappertutto) a scopi di svalutazione interna, ma dentro un primato “industrialista” e finanziario che è stato appena scalfito dalla crisi.
Dal momento che l' Hartz rappresenta il riferimento dichiarato del Jobs Act di Renzi, non fa male dire innanzitutto che esso ha sì diminuito la disoccupazione, ma aumentando fortemente il precariato, i part time, i lavori sottopagati. Se aumenta l' occupazione ma il monte ore lavorativo totale rimane invariato (cosa che è successa proprio in Germania), è chiaro che si sta andando in una direzione che è l'esatto opposto delle “tutele crescenti”. Siamo alla “precarizzazione crescente”, al “tutti licenziabili e subito”, che vuol dire -in fondo- estrema “adattabilità” del mercato del lavoro ai flussi dei profitti e delle rendite.
Gli economisti sopra citati, uno dei quali (Fratzscher) ha appena scritto un libro intitolato significativamente “Die Deutschland Illusion”, stimano in 7,4 milioni i lavoratori tedeschi che percepiscono non più di 450 euro al mese (definiti impropriamente “sottoproletariato”). E questo sarebbe il risultato della politica dei “minijobs” paragonabili ai “Voucher” di Renzi, anche se sicuramente meno aleatori e fanfaroneschi.
Ma il parto del Jobs Act è scaturito da un confronto che va anche al di là del riferimento tedesco. La linea della “deflazione salariale per uscire dalla crisi” ha coinvolto in pieno tutte le borghesie, al di là dell' involucro governativo che le rappresenta. 
La “via spagnola” è contrassegnata ancora da un alto tasso di disoccupazione (il 25% della forza lavorativa), intervallato da una miriade di lavori temporanei e di stage eterni. Dei nuovi contratti di lavoro stipulati l'anno scorso, 9 su 10 sono “a tempo”. Stime governative dichiarano 402.400 posti di lavoro in più, ma con il numero delle ore annue lavorate sceso di 3.860.000 !   Al seppur lieve aumento dell' occupazione fa da contrappeso l'aumento dei disoccupati a lungo termine (cioè chi è senza lavoro da oltre un anno: il 52,8% del totale).
La “via francese” vede la MEDEF (la Confindustria transalpina) incassare 40 miliardi di sgravi alle imprese e contemporaneamente passare all' attacco per “semplificare le leggi sul lavoro”, promettendo per bocca del suo presidente Pierre Gattaz un milione di nuovi posti. Si vuole introdurre a livello generale il quadro europeo sull' orario di lavoro (le 48 ore), relegando le 35 ore alla “contrattazione aziendale”, togliendo tra l'altro due giornate di ferie. La leva dell' aumento e della massima flessibilità del regime degli orari sarebbe qui usata per allargare lo spettro della forza lavoro “impiegabile”, andando a ripescare i disoccupati di lungo corso con il RSA (Reddito di Solidarietà Attiva, corrispondente ad un importo di circa 450 euro al mese). Un modo per aumentare il plusvalore assoluto puntando su una ripresa (peraltro improbabile ma non impossibile, vedi la Gran Bretagna) del manifatturiero francese.
Il “Jobs Act” italiano è figlio di queste tendenze che attraversano tutte le metropoli imperialistiche, e che -ancora una volta- non potevano non approdare nei nostri lidi.
Ciò che ci aggiunge di suo Renzi è la solita cialtronaggine dell' italico personale politico: fatta di promesse strabilianti e di frasi ad effetto amplificati dalla cortigianeria dei mezzi di comunicazione.
Il tutto dentro un quadro di “revisione della spesa pubblica” e di “tagli d'imposta” (i 36 miliardi strombazzati da Renzi a Bergamo davanti ad una gongolante assemblea di Confindustria) che verrà comunque e sempre pagato da chi è costretto a ricorrere ai servizi pubblici (Sanità, Scuola, Trasporti).
Non ci vuole particolare acume politico per ritenere che la “diatriba” tra Governo e Regioni in merito ai ventilati 4 miliardi di tagli che il primo avrebbe accollato alle seconde, finirà col mantenere lo stesso tasso di parassitismo nelle burocrazie centrali e locali, scaricando ulteriormente il costo dei tagli sui lavoratori dei settori in questione e ovviamente sull' utenza.
Non dobbiamo comunque essere superficiali, e non cogliere nel governo Renzi quegli elementi di “discontinuità” coi governi precedenti: non in relazione ovviamente al segno di classe di questo governo, ma nella velocizzazione e nel dinamismo attraverso cui esso mette sul tappeto uno dietro l'altro tutti i nodi dello squilibrio italiano.
Che poi esso sia in grado di realizzare effettivamente soluzioni “al meglio” per la borghesia imperialistica è altro discorso. Ma c'è da rilevare, nei suoi primi otto mesi di vita, una “aggressività” non di poco conto sui temi “interni”, ed un più marcato attivismo rispetto al governo Letta su quelli di politica estera (più che la Mogherini nominata “miss PESC”, vanno messi nel conto i “Vertici” internazionali nei quali l' imperialismo italiano sta svolgendo un ruolo: Irak e Ucraina su tutti).
Tutto questo per riprendere -senza alcuna pretesa di risolverlo- il discorso fatto nell' ultimo numero di PM in merito alle prospettive del “renzismo”.
La visione di un Renzi come marionetta della “Troika” (FMI-BCE-U.E.) sembra la soluzione di tutto, e toglie dall' impiccio di analizzare le dinamiche tra le frazioni borghesi.
Ma è una visione semplicistica, che non abitua a cogliere nella classe dominante il fatto che essa non sia un monolite, bensì una rete di relazioni economico sociali unite certamente contro il proletariato, ma divise nella spartizione del plusvalore.
Per capire dunque come Renzi presenta la sua Jobs Act, non bisogna dimenticare che egli deve certamente fare i conti con Draghi e Christine Lagarde, ma anche con Ignazio Visco, Squinzi, Bombassei, nonché col padroncino di Pordenone assillato dalle tasse, magari dai debiti, e dal fatto che l'operaio suo dipendente deve produrre -e tanto- ma subito dopo volatilizzarsi come l' etilene...
Nell' aprile scorso, col “Decreto Lavoro” si comincia ad riaprire la pista della “flessibilità”, non adeguatamente piallata dalla Fornero (sic). Si tolgono le “causali” dai contratti a termine, dando così il via libera all' utilizzo ancor più spregiudicato di essi da parte delle aziende, e si sfrondano tutti quei contenziosi giudiziari legati alla “liceità” dei T.D. Il numero delle proroghe -sempre senza causale- viene portato a cinque in tre anni: dunque si sigla un rapporto di lavoro a termine che praticamente può durare una vita... nonostante si fissi a 36 mesi il termine massimo di durata dei T.D.
Per l'apprendistato viene confermata la forma scritta “semplificata” dell' assunzione, condizionata è vero alla conferma del 20% degli apprendisti presenti in azienda; ma solo -notare bene- per le aziende con più di 30 dipendenti. Il solito regalo alla miriade di piccolo borghesi del “bel Paese”.
Riguardo ai contratti di solidarietà viene aumentato lo sconto sui contributi che le aziende sono tenute a versare.
Preparato in questo modo il terreno, in settembre s'investe in pieno la questione dell' Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (o Legge 300/70), ampliando la relativa campagna anti operaia dei “padri garantiti” che ruberebbero il posto ai “figli disoccupati”... e amenità del genere.
Ora che il versante della “flessibilità in entrata” è stato ampiamente modellato a misura del capitale, tocca di nuovo a quello della “flessibilità in uscita”, prendendo a pretesto l' Articolo 18. 
Sembra di rivedere la stessa tattica usata con la contingenza (per i più giovani: un meccanismo di adeguamento parziale dei salari alla crescita dell'inflazione, abolito dalla “concertazione” in via definitiva nell' estate del 1992, dopo almeno 15 anni di attacchi virulenti DA PARTE DI TUTTI I GOVERNI a quella che si riteneva “la rovina della nostra industria” !!!). Ed è pure un quindicennio che si sono messi sotto con l' Articolo 18.
Qualcuno ne deduce che questi tempi piuttosto lunghi, questo “smontare pezzo su pezzo” le residue tutele operaie, derivi da chissà quale “potenza” o “resistenza” dei sindacati.
Ora, viene sicuramente messo nel conto da parte della borghesia più che le “resistenze” dei sindacati (tutta scenografia programmata e pantomima elettoralistica) il fatto che il tempo e la crisi hanno distrutto le residue “cittadelle” operaie; le quali erano pur sempre in grado di mobilitare la piazza e di porsi come “problema sociale” (un esempio significativo, oltre al Circo Massimo del 2002 proprio sull' Articolo 18, potremmo ritrovarlo nella mobilitazione nazionale contro la riforma pensionistica del Berlusconi I, nel 1994).
Ma, andando più a fondo nel ragionamento, non si può non considerare il peso del fattore ciclico del capitale (=non c'è più tempo, la competizione non tollera intoppi), e pure la porosità di tutta una burocrazia statale, di cui i sindacati confederali sono parte integrante. Per non sottacere ovviamente la funzione di “controllo” ideologico e sociale verso i proletari svolta da queste burocrazie, che richiede i suoi “prezzi” (almeno nei termini di tempistica di attuazione delle demolizioni di cui sopra).
Comunque sia, ora Renzi assume posture craxiane, “decisioniste”, che sembrano mettere in primo piano uno scontro con CGIL-CISL-UIL che nei fatti non esiste. Ma il messaggio è chiaro: il governo decide, i lavoratori si adeguino. Delle proteste “ce ne faremo una ragione”...
Ora, tra un colpo di spada e uno di fioretto sull' Articolo 18, e dietro la vulgata della “semplificazione della tipologie dei contratti di lavoro esistenti”, in cui il contratto a tempo indeterminato è dichiarato solennemente “privilegiato e conveniente”, si attacca sul demansionamento del lavoratore, sul controllo a distanza delle fasi lavorative, demandando ai “Decreti Attuativi” in parlamento tutte le porcherie in merito al licenziamento “disciplinare” (dopo che la Fornero aveva dato l'imprimatur a quello “economico” e si era solo affacciata a quest'altra casistica di licenziamento individuale). Rimane il divieto del licenziamento “discriminatorio”? Cosa inutile, perché il padrone vi ricorre quasi mai.
Il giudice del Lavoro Roberto Riverso (Tribunale di Ravenna) dichiara a “Il Fatto Quotidiano” (8/10/'14):
“Io non ricordo nessun caso di qualcuno che è riuscito a provare una discriminazione nei propri confronti. Perché per provarla servono due elementi: un motivo unico e determinato e l'onere della prova. Per i lavoratori è difficilissimo motivarli entrambi... La vera funzione dell'Articolo 18 è la deterrenza.”
Detto a chiarissime lettere, a chi ancor non vuole intendere, che l' Articolo 18 non c'entra nulla con l'attuazione pratica dei LICENZIAMENTI COLLETTIVI (i sei milioni di disoccupati italiani, tra “ufficiali” e non, verranno pure da qualche parte...) rimane da chiedersi quanto in questa campagna governativa ci sia di reale e quanto di ideologico, funzionale cioè all' affondo su tutti gli altri aspetti della “condizione lavoro”.
L' aspetto più direttamente concreto che sta dietro la campagna è la diffusione di un “terrorismo di massa” verso chi è occupato a tempo indeterminato. Per cui i “comportamenti” quotidiani del lavoratore risentono inevitabilmente della paura di perdere il posto ancor più facilmente rispetto a prima, con tutto ciò che ne consegue... L'ulteriore “varco” sul “disciplinare” pone poi le aziende nelle condizioni ideali per ricattare il singolo dipendente su questioni anche di poco conto (piccole mancanze, ritardi, assenze, presunto “scarso rendimento”), dimodoché si ottengano i classici due piccioni con una fava: aumentare la “disciplina” interna e fare una più “accurata” selezione del personale. Se a questo andazzo si somma la pressione dei “new entry” -messi a Tempo Determinato nelle condizioni in cui si è visto- chiunque capisce che il clima nei luoghi di lavoro prenderà facilmente le sembianze di un girone dantesco.   Non ultimo come importanza: lo sfoltimento dei contenziosi giudiziari, o comunque la traducibilità più agevole di essi -nel caso in cui il lavoratore la spunti davanti al giudice- in “indennizzi economici”. Tutto ciò più che “calamitare gli investimenti esteri” (?!), ha sicuramente l' effetto di tranquillizzare i padroni ed i padroncini nostrani!
Maurizio Martino, PD, ministro delle Politiche Agricole e Forestali, nel pieno della campagna anti-Articolo 18, sottolinea come già dopo la Legge Fornero ci fosse stata una espansione di “conciliazioni” tra lavoratore ed azienda (“Corriere della Sera” del 27/09/''14). Figurarsi adesso. 
Ma che al fondo dell' Articolo 18 ci sia una campagna terroristica e demolitoria di lungo periodo verso un' intera classe (il proletariato) da parte della borghesia, lo si evince da una raffica di prese di posizione dei “grandi organi di stampa.
Significativamente un certo Roger Abravanel (che bazzica i CdA di Luxottica e BNL) sul “Corriere della Sera” del 6/10/'14, e dietro a un sito che è tutto un programma (www.meritocrazia.corriere.it), così titola: “Il Jobs Act è giusto, ma non crea lavoro”. Chiaro no?
La Legge, secondo lui, va nella direzione giusta, perché restituisce “equità” ad un sistema che ha creato “apartheid” tra 8 milioni di lavoratori a tempo indeterminato e 9 milioni T.D. o P.T. “più facilmente licenziabili che negli USA” (nota: così ora che tutti sono più licenziabili, i 9 milioni saranno più felici, sic... NDR). Però, continua l'articolista, “non illudiamoci che (ciò) creerà posti di lavoro”. Perché? Perché comunque le “pretese” renziane di “ridurre la precarietà” (il discorso delle “tutele crescenti” e della riduzione delle tipologie di contratto, che poi sono in gran parte della bufale, NDR) cozzano con un' “economia di servizi”, dove: 1) ci vuole “certezza del diritto” (velocità e regole certe); 2) queste aziende HANNO GIA' OTTENUTO la flessibilità sul lavoro con meccanismi di SOTTOFORNITURA e con L' UTILIZZO DELLE AGENZIE INTERINALI. Dunque, dice Abravanel, “La flessibilità non va ridotta”.
Per la serie: non si dà nulla ai pezzenti, neppure i contentini. Si toglie e basta. Casomai puntare sulla “preparazione” (!?).
Poi, tornando sui “licenziamenti disciplinari”: “Si potrà mandare a casa uno che è meno bravo di un altro?”, si chiede preoccupato il “meritocratico”. Il problema in Italia “non è il non poter licenziare durante la crisi” (“troppo umano lei”, direbbe il ragionier Fantozzi, NDR), ma “il non poter PUNIRE (notate il termine: “punire”! NDR) un dipendente svogliato e incapace di lavorare CON i colleghi” (!!!???).
E a seguire, in un crescendo rossiniano: l' “Etica del lavoro” è sempre più importante in un' “economia di servizi”. Se non si premia e si punisce ristagna la produttività. Va meno coinvolta la Magistratura. La grande preoccupazione? “Quanti anni ci metterà la riforma a coprire la maggioranza degli ATTUALI lavoratori a tempo indeterminato?” Come a dire: se la demolizione definitiva dell' Articolo 18 si applica ai nuovi assunti a tempo indeterminato, a quelli che già lo sono chi ci pensa? Come si vede: cannonate in tutte le direzioni ad alzo zero.
Un “esaltato” questo signor Abravanel? Non si direbbe, vista l'ampiezza e la profondità della manovra che stanno approntando.
 Infatti, un personaggio istituzionale come Vincenzo Visco (ex ministro delle Finanze e dell' Economia, PD) ha sicuramente un atteggiamento più “sobrio” del signore appena citato , ma anche lui (“Il Sole 24 ore” dell' 11/10/'14) conia un titolo significativo: “Articolo 18: scarso rilievo pratico, ma valenza altamente simbolica”. In sintesi: perdita di competitività del Paese; produttività stagnante e salari nominali crescenti. In poco più di 10 anni persi 30-40 punti di competitività rispetto alla Germania. Legare i salari alla produttività aziendale. “Stravagante” l'aumento salariale dei metalmeccanici in tempo di crisi (il 2%, che diamine! E di salario nominale, cioè monetario, in cui non si tiene conto del potere d'acquisto!). Allora: in tempo di crisi niente aumenti, che non siano legati alla produttività.
Del resto, lo stesso Renzi ha convocato la Triplice sindacale non sull' Articolo 18, ma su temi come il modello rappresentativo nei luoghi di lavoro, la contrattazione aziendale, il salario minimo.
Lasciando per un attimo perdere la rappresentanza (dove è già in vigore un Accordo capestro per i sindacati “non allineati”), gli altri due temi ci danno lo spunto per fare un ragionamento pure sul “che tipo di sindacato” uscirà da questa ultima salassata del governo Renzi. 
Il “distacco” dei proletari che intendono veramente lottare contro i padroni verso questi burocrati tronfi e corrotti fino al midollo, non avrà caratteristiche molto diverse da quelle a suo tempo viste nei Paesi dell' Est Europa ai tempi dello stalinismo.
Dovrà per forza essere un distacco traumatico e conflittuale, e non certamente una “conquista pacifica” di organismi marci e inutilizzabili.
Ciò non significa negare il persistere dello strumento “sindacato” come mezzo immediato di massa della lotta rivendicativa, e come veicolo di esperienze di radicalismo classista, nonché di elaborazione pratica della coscienza politica proletaria. Funzione che rimane, e che va sviluppata ove possibile. Significa semplicemente che gli attuali sindacati di Stato sono irrecuperabili ad un lavoro “interno” teso a cambiarne la natura burocratica e parassitaria. A meno che, chi ancora sostiene il contrario, non intenda semplicemente “aggiungere un posto a tavola”.
Ovviamente, inutilità del lavoro “interno” non significa inutilità di svolgere come comunisti un'azione capillare nei luoghi di lavoro e nelle piazze per influenzare e spostare alla lotta di classe coerente e organizzata i settori operai ancora “illusi” dai confederali. Sarebbe stolta l'indifferenza verso il fatto che, anche recentemente, seppur su indirizzi che non sono i nostri, sia FIOM che CGIL hanno comunque portato quote non insignificanti di operai allo sciopero contro il governo.
Con il “Jobs Act” si azzera il livello di mediazione sulle questioni del lavoro.
Il padrone si re-impossessa -anche col sostegno della legge- dell' autorità assoluta nel luogo di lavoro. Tutto il resto è demandato al governo. Gli “organismi della società civile”? A fare i passacarte!
Per il proletariato si pone con crudezza il problema o di condurre con ogni mezzo la sua lotta contro chi lo schiaccia senza remissione, oppure di sparire del tutto come soggetto sociale.
Il dibattito sui motivi profondi della passività sociale dei larghi strati del proletariato non lo si può certo esaurire in qualche riga, seppur questa rivista da anni si sforzi di analizzare i movimenti della struttura sociale italiana, e dei salariati in particolare (vedi ad es. -di recente- PM n° 35 e n° 36).
Si può richiamare una griglia interpretativa che mette insieme fenomeni come : i mutamenti della struttura produttiva, i lunghi decenni della sconfitta e del disincanto, la mancata trasmissione politica tra generazioni operaie, la diffusione di un certo livello di consumo nei “trenta gloriosi”, l'azione disgregatrice e castrante dell' opportunismo politico e sindacale, le difficoltà organizzative verso strati sempre più ampi di precari- sottoccupati-disoccupati messi in “concorrenza” con gli occupati “stabili”, la diffusione della corruzione ideologica e della sfiducia per la mancanza di conflittualità collettiva, il persistere di redditi e patrimoni familiari (erosi dalla crisi ma non per questo dissolti, anzi).
Soffermiamoci brevemente proprio su quest' ultimo spaccato sociale.
Ancor più dei pluriredditi (tagliati o comunque svalutati da sei anni di crisi ininterrotta), va messo a fuoco -oltre al “cuscinetto” del Welfare Familiare (una società di anziani garantisce un usufrutto prolungato ed “allargato” dei redditi da pensione) – le tendenze del risparmio che coinvolgono gli ampi strati popolari, tra cui fette significative di proletariato. Secondo il CENSIS (dati apparsi nel mese di ottobre dell' anno in corso) il valore dei contanti e dei depositi bancari negli ultimi sette anni è aumentato di 234 miliardi di euro ( da 975 a 1209 miliardi; + 9,2% in termini reali). Al dimezzamento degli investimenti immobiliari è corrisposto un aumento di investimenti in Assicurazioni e Fondi Pensione (+ 125 miliardi; + 7,2%). Mentre la ricchezza finanziaria ammonta a 3.896.000 miliardi di euro (+ 2,1% anche nel 2013), quella delle famiglie supera i 9 miliardi, di cui 5 di valore immobiliare. Fatto salvo i distinguo sulla ripartizione tra le classi di queste ricchezze (un lavoratore autonomo detiene mediamente 4 volte di più ricchezza finanziaria e immobiliare di un lavoratore dipendente, vedi PM, N° 35), non si può prescindere dall' attenta valutazione di questi fenomeni se si vuole comprendere uno dei “perché” della passività sociale operaia.
In poche parole: ci sono ancora riserve in cantina, seppur vadano riducendosi. E' vero: ci sono i debiti delle famiglie (602 miliardi per il CENSIS). Ma ci sono anche più di 1.000 miliardi lasciati sui depositi bancari, con tassi d'interesse quasi nulli...E i detentori di essi non sono certo finanzieri, né speculatori di Borsa, ma probabilmente operai e pensionati che “non toccano” il gruzzoletto per darsi un po' di margine in caso di spese incombenti o qualora la situazione peggiori.
Il lavoro “nero”, “grigio” e di tutti i colori del mondo, che pur dilaga in situazioni come quella attuale, e che è per sua natura poco definibile statisticamente, contribuisce a sua volta ad allargare il fenomeno del “tirare a campare”...
 
La cosa peggiore per una classe rivoluzionaria è fare ideologia su se stessa. E se i rivoluzionari, per minimizzare la loro sostanziale impotenza, ricorrono sempre alle solite spiegazioni sul “nemico cinico e baro”, dimostrano di non avere una coscienza media di molto superiore alla classe di riferimento.
 
Mentre noi prevediamo un incrudimento della crisi in Europa ed in particolare in Italia, non pensiamo che a breve il movimento operaio possa di colpo risollevarsi dalla passività e dalla prostrazione in cui è stato cacciato per decenni. Ci vorrà un periodo -non si sa quanto lungo- di riappropriazione degli strumenti di lotta, della loro messa a punto ecc. che dovrà passare attraverso lo smantellamento (non solo ideologico) delle burocrazie politiche e sindacali che stanno ancora tenendo sotto controllo le masse proletarie (e dove loro non arrivano ci pensa la polizia, vedi l'esperienza dei facchini SiCobas-Adl).
Compito dei comunisti è formare i quadri rivoluzionari in questo processo, e non tanto credere che possa avvenire a breve -anche attraverso meritori episodi di lotta- un “incendio generale” in grado di esprimere “motu proprio” l'organizzazione politica, il partito.
Dobbiamo stare ben dentro tutte le dinamiche e le espressioni di conflittualità di classe che pur si esprimono, nonostante oggi tocchino una esigua minoranza del proletariato. E dobbiamo starci da comunisti, cercando cioè di spingere la lotta sino in fondo, per aumentare le contraddizioni del nemico e trarre gli operai più combattivi alla coscienza politica.
Al contempo, però, serve che da subito ci attrezziamo per sviluppare collegamento politico e organizzazione tra chi le lotte le fa ma vuole uscire dai cancelli delle aziende e porsi su un terreno più ampio, raccogliendo - selezionando - valorizzando energie e disponibilità magari non direttamente “aziendali”, ma che sono comunque disposte a scendere sul terreno dello scontro contro il capitalismo.
Disoccupati, precari sparsi nei mille gangli dei servizi e del lavoro intermittente, studenti o ex studenti, proletari sottopagati che non sanno come sbancare il lunario, operatori sanitari e scolastici sempre più nel mirino dei tagli e dei licenziamenti. Una larga platea, che non trova rappresentanza spesso né sindacale, né tanto meno politica, che va accorpata: in una prima raccolta nei “Comitati” di lotta (compreso gli aderenti a vertenze territoriali, abitative, sui servizi e trasporti...); e a seguire in organismi politici strutturati e funzionanti in quanto tali.
Se sapremo coniugare il necessario intervento nelle lotte già in essere con l'imprescindibile “ritorno” politico che tali lotte possono produrre, avremo fatto l'opposizione che è possibile nell' attuale situazione di gigantesco attacco del capitale, ma anche di occasione per la ripresa della teoria e della prassi comuniste.
 







G.G.

Pubblicato su: 2014-11-28 (1192 letture)

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