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N°37 Pagine Marxiste - Novembre 2014
PER UN’OPPOSIZIONE RIVOLUZIONARIA AL GOVERNO RENZI
Editoriale



Mentre il capitalismo internazionale continua a produrre guerre, devastazioni e squilibri di ogni tipo, soprattutto nelle aree “sensibili” (Medio Oriente, Europa Orientale ed Estremo Oriente, passando per Africa), possiamo rilevare come nelle “vecchie” metropoli il movimento operaio nel suo insieme venga sottoposto ad un attacco mai visto alle sue condizioni di lavoro e di vita.
Mai visto se non altro per dimensioni e continuità.
Non si tratta “solo” della moria occupazionale nell' industria, ma in ogni settore lavorativo e categoria professionale: anche in quelle ben lungi dal mettere “il gettone telefonico nell'Iphone, ed il rullino nella macchina digitale”, tanto per usare un recente - e stupido - analogismo renziano.
Per un ventennio circa (anni '90 e gran parte del primo decennio del 2000) la borghesia imperialistica delle metropoli ha compresso i salari e demolito i diritti operai dentro un processo vuoi di “liberalizzazione” dell' economia, vuoi di rincorsa a parametri di unificazione politico-monetaria (com'è stato per l' Euro). Oggi si sta producendo a tutto campo una demolizione di posti di lavoro, salari, diritti e “certezze” in nome della “crisi” e della “tenuta” dei parametri finanziari.
La differenza di fondo del processo attuale rispetto ad altre fasi di attacco della borghesia sta nella mancata risposta operaia dei paesi “maturi”.
Essa infatti si limita, nella sua grande maggioranza, quando va bene, a reazioni di puro “contenimento dei danni”, se non di aperto aziendalismo e consociativismo...in balia dei governi borghesi e dei sindacati collaborazionisti.
Ovvio che le responsabilità politiche di tutto ciò vadano ricercate e denunciate -in primo luogo- dentro gli organismi che si ergono a tutori della proprietà borghese e dei suoi rapporti sociali; ma sarebbe molto limitativo per dei rivoluzionari non individuare i problemi “interni” alla propria classe di riferimento.
E' impossibile fare politica con i paraocchi. E allora dobbiamo interrogarci sugli attriti che impediscono la saldatura tra i gruppi politici comunisti – internazionalisti e le larghe masse proletarie che stanno subendo l'attacco che si vedeva.
Da un lato ci sono evidenti problemi di numero, di “comunicazione”, di organizzazione, di visibilità, di dispersione, di disomogeneità, da parte delle cosiddette “avan-guardie” (è un ritardo storico che presenta pesantemente il suo conto).
Dall' altro però vanno individuate le profonde motivazioni sociali e psicologiche che impediscono ai proletari italiani di “scuotersi” dall' ipnosi di massa. Qualcuna di queste ci sforziamo di analizzarle nelle pagine interne (e non è la prima volta che lo facciamo).
 
Ci limitiamo qui a sollevare il tema del socialimperialismo della nostra epoca: fattore controrivoluzionario per eccellenza che va però attentamente studiato; evitando di ripetere pappa-gallescamente qualche formuletta “leninista”; come se i “partiti operai” fossero quelli degli anni venti del secolo scorso (diciamo anzi che la borghesia oggi non presenta più sul terreno “partiti operai di massa”), e come se i sindacati “maggioritari” di oggi fossero lontanamente paragonabili ai sindacati riformisti di ieri.
Rispetto a questi ultimi, mentre la critica rivoluzionaria di ieri s'incentrava sul “come viene condotta la lotta” e ne denunciava la svendita degli obbiettivi, oggi lo spartiacque è sulla lotta stessa! E' sulle piattaforme di lotta!
Per cui, la vera essenza del “sindacato di regime” consiste proprio nell'essere una burocrazia neppure “riformista” (che lotta per scopi e con modalità tali da non mettere mai in discussione il capitalismo), ma assolutamente conservatrice: che ripudia ogni mutamento dei rapporti tra le classi, ogni sciopero o manifestazione che vadano “oltre i limiti consentiti”, ogni iniziativa operaia che sfugga al rigido mantenimento dell' ordine e della proprietà borghese.
Va da sé che poi i “furboni” annidati dentro i gangli di questa burocrazia sostengano sempre che “non ci sono le condizioni” per la lotta... 
Il socialimperialismo dei nostri giorni (= corruttela, acquiescenza e atteggiamento servile verso il proprio imperialismo da parte anche degli sfruttati) è però veicolato non solo dai partiti e dai sindacati pseudo - operai, ma direttamente dalle istituzioni (in cui quelle religiose svolgono un ruolo non indifferente), dai padroni, dalla pubblicità e dal consumismo.
Piuttosto che una minoranza di “privilegiati” ben remunerati dai padroni nei luoghi di lavoro, e ben collocati nei sindacati e nei “par-titi operai” (come era ai tempi di Lenin), sono oggi queste burocrazie conservatrici e gli strati salariati più “tutelati” o relativamente meno colpiti dalla “deregulation” (non ultimi quei pen-sionati “salvati” dalle devastazioni pensionistiche e politicamente collocati) a farsi promotori di un an-dazzo da “io speriamo che me la cavo”, sostanziato da ciò che è rimasto nelle casseforti (pubbliche e private) dai tempi dei “trenta gloriosi”...
Se tutto ciò non basta a “scaldare i cuori” per il proprio imperialismo (soprattutto di un imperialismo straccione come quello italiano), è anche vero che il nazionalismo e la guerra oggi si esercitano in forme che non abbisognano di folle patriottiche, assiepate ai margini delle strade mentre lanciano fiori e baci alle truppe in partenza per il fronte.
Già la passività e l'indifferenza di massa sono pilastri dell'imperialismo. Se ad essi si sommano il “buco” plurigenerazionale su che cosa vuol dire la lotta collettiva, e la frammentazione estrema dei lavoratori (con i migranti a fare da capro espiatorio), si comprende quali possono essere i nuovi pilastri di un socialimperialismo “moderno”, molto più insidioso e subdolo rispetto a quello classico dei “traditori socialdemocratici”.
 
Fatto sta che le “politiche del Lavoro” attuate dai governi delle principali metropoli (il Jobs Act in Italia) “liberalizzano” i licenziamenti -anche individuali- precarizzano i rapporti di lavoro per tutti, tolgono i sostegni sociali alla disoccupazione in cambio, se va bene, di una suddivisione della miseria tra i proletari (=lo stesso monte ore lavorativo suddiviso per più persone, e pagato la metà).
Se a ciò si aggiungono sgravi fiscali a iosa per le imprese (pagati con tagli al settore pubblico e con nuove imposte sui beni primari), ecco che la via imperialista alla “deflazione salariale” come fattore di competitività è ben delineata.
Se dunque questo è il quadro di una devastazione operaia mai vista dai tempi della guerra in Europa, la crisi senza freni del sistema del “Welfare” mette comunque nel calderone una precarietà di massa che potrebbe -per così dire- “far saltare il tappo” con tempi e modalità che non è dato prevedere.
Su questa possibilità, e su questa possibile minaccia al suo ordine costituito, la borghesia investe politicamente.
Se dal lato “governista” i grandi gruppi “europeisti” -dopo aver ridotto la democrazia a plebiscitarismo mediatico ed i partiti a “tent party” (partiti tenda)- sponsorizzano i leader “cinici e bari” di ogni provenienza ma che facciano rapidamente “ciò che va fatto” , dal lato dei gruppi “euroscettici” e della piccola borghesia impaurita sorgono formazioni (o riaggregazioni) che fanno del “populismo reazionario” e isolazionista il loro credo: gettando sul migrante e sulla “finanza estera” le colpe del disastro, rivendicando lavoro e “diritti” agli autoctoni, prendendosela con una “classe politica” di cui gli stessi promotori fanno parte a tutti gli effetti.
In Italia è aperto uno scontro tra Lega e M5S su chi si approprierà di questo spazio “populista”.
Salvini si è giocato a Milano, con un certo successo, la carta di un riciclaggio “nazionalista” della Lega, puntando sulle difficoltà attuali dei grillini e sul “richiamo” verso formazioni di estrema destra come Casapound, che fornirebbero all'anima xenofoba del leghisti il supporto “militare”. Tutti nemici in più che i proletari potrebbero trovarsi di fronte qualora essi si sganciassero dalla cappa della rassegnazione, e percorressero la via dell' indipendenza di classe.
Pur valutando non attuabile, oggi come oggi, un' opzione governativa di questo tipo, sarebbe sbagliato sottovalutarla; e sottovalutarne la possibile presa nella “pancia” delle larghe masse. Ad essa dobbiamo opporre - non meno di quanto si debba fare con i governi ed i loro apparati - la disciplina militante e l'organizzazione politica di classe.
Il “renzismo” è per ora la carta “obbligata” di gran parte delle lobby borghesi (i cosiddetti “poteri forti”). Che piaccia di più o di meno, che mantenga solo una parte di quanto promette, che trovi o meno il suo puntello nel presidente Napolitano, fatto è che non si vedono dietro l'angolo soluzioni governative di ricambio, ammesso che in questo frangente esse occorrano alla classe dominante.
Troppo delicati gli equilibri con l'U.E. per cambiare carrozza con i cavalli in corsa. Troppo ansiose, le categorie imprenditoriali, di passare all' “incasso” di Jobs Act e Legge di Stabilità per “disturbare il manovratore”.
Certo, ciò non vuol dire continuità assicurata a Renzi per due legislature (!?), come strombazzano i giullari di Corte. In fondo, preso atto di una accelerazione dell'agenda politica italiana impressa dall' ex sindaco di Firenze, e di un ribaltamento non di poco conto dentro le fila del PD (a danno delle anime ex PCI, PDS, DS), le public relation con la massa non escono dai berlusconiani “bonus assistenzialistici”: siano gli 80 euro mensili di sgravi IRPEF, sia l' assegno “baby”, sia infine l'ipotesi di spalmare l'incremento annuo del TFR in busta paga.
Tutte cose che fanno “impatto mediatico”, ma che non cambiano per nulla la condizione dei lavoratori, e meno che mai dei disoccupati.
E nulla esclude che il “tira-molla” con Bruxelles sui Bilanci, sommato ad una conclamata ingovernabilità dei Conti Pubblici, possa alla fine affondare la “corazzata della Leopoldina”, così come tre anni fa toccò al cavaliere di Arcore.
Il problema per noi è il ruolo che il proletariato può svolgere in una fase in cui esso è demolito frontalmente da tutta la borghesia nel suo complesso.
Del ruolo del moderno socialimperialismo abbiamo detto.
Parte di esso è ovviamente anche la burocrazia sindacale: questo apparato che -come lo Stato di cui è componente e difensore- si erge al di sopra della società, ne succhia parassitariamente le sostanze, e ne spegne gli “ardori”.
Senonché la dialettica del “movimento reale” ci pone di fronte ad uno “scontro” sull' Articolo 18 che vede protagonisti proprio due soggetti che sono per molti versi complementari: un governo a guida di “centrosinistra” (seppur nei fatti di “larghe intese”), ed un sindacato, la CGIL, che è per definizione “riferimento” (in tutti i sensi) del centrosinistra.
Cosa c'è di fasullo e cosa di vero in tutto ciò?
Di fasullo c'è la cosiddetta “opposizione dura” della CGIL in difesa dei lavoratori. Stiamo parlando, non dimentichiamolo, di un sindacato che praticamente ha fatto passare di tutto negli ultimi decenni, genuflettendosi ai vari “totem” della borghesia: dalla linea dei “sacrifici” , a quella dell' ingresso in Europa, a quella dell'uscita dalla crisi, svendendo pensioni, stabilità lavorativa, posti di lavoro, salario, orario, tutele, ecc. ecc.
E la FIOM, nonostante un più marcato “radicalismo”, se non altro in ore di sciopero messe sul terreno, poi, in pratica, non va oltre un certo “vertenzialismo” aziendale; più proiettato a raccogliere “dove butta” che a generalizzare la lotta degli stessi lavoratori metalmeccanici.
Tant'è che il dibattito, in casa CGIL, dopo la milionata (!?) di piazza S. Giovanni a Roma, s’è tradotto tra chi (Camusso) ha proclamato lo sciopero per il 5 dicembre e chi (Landini) lo ha proclamato per novembre (diviso in due con manifestazioni a Milano e Napoli), propedeutico a quello della “casa madre”.
Le burocrazie sindacali non sono utensili adatti alla lotta, ma apparati che puntano all' autoconservazione, dando ad intendere di perseguire “politiche industriali e di sviluppo” alternative, che poi tali non sono.
Sono burocrazie prone alla logica del “salviamo il salvabile” (puntualmente non salvato) che è l'esatto opposto di una seria linea classista che persegue degli obbiettivi generali -se non altro di resistenza- e cerca nella mobilitazione di tutti gli sfruttati, e nell' organizzazione di una lotta CHE FACCIA MALE AI PADRONI, il vero senso della propria esistenza.
E che non si esca da questa logica, lo dimostra la “tempistica” e la modalità degli scioperi territoriali indetti dalla CGIL per arrivare a quello generale, per “coinvolgere” CISL e UIL (sic), allo scopo di perseguire -in fondo- qualche timida modifica del Jobs Act in sede parlamentare.
E' un gioco di sponda sulle minoranze PD, per dare un senso alla loro permanenza nel partito e per permettere alla CGIL di avere ancora nel PD delle correnti di riferimento. Alla faccia degli interessi dei lavoratori, pronti ad essere svenduti per il classico piatto di lenticchie servito nel calderone delle “interpretazioni” sulla casistica dei “licenziamenti disciplinari”!
Questa “mobilitazione d'autunno” del maggiore sindacato italiano è impostata con il solito gioco delle parti, utile a dare sfogo alla reale (questa sì) incazzatura di chi sta per essere messo in strada (AST di Terni, Jabil di Marcianise, TRW di Livorno, tanto per citare alcuni esempi di questi giorni), ma senza che da ciò emerga una seppur minima progettualità su come unificare, tanto per dirne una, le 150 vertenze di chiusure aziendali che sono sul tavolo del Ministero dello Sviluppo! (sic)
Ciononostante, dobbiamo seriamente prendere in considerazione ciò che c'è di “vero” di questo “scontro” tra governo Renzi e CGIL.
Oltre alla già citata rabbia operaia, che potrebbe avere esiti tutt'altro che scontati e “incanalati”, mettendo in difficoltà un sindacato che comunque è in grado di mobilitare settori “reali” di lavoratori, non è di poco conto il fatto che Renzi stia sbeffeggiando i sindacati, relegandoli manifestatamente tra gli oggetti d'antiquariato.
La Camusso, dopo la (riuscita) adunata romana del 25 ottobre, la quale ha dimostrato che esiste una disponibilità della base operaia a scendere in piazza, si aspettava una convocazione da parte del governo per “trattare”. Si è trovata di fronte dei ministri (non Renzi) senza mandato, che hanno solo ascoltato e “preso nota”. Per il resto ci ha pensato il presidente del consiglio a fare la parte di quello che “tratta solo con chi è eletto” e che, se proprio insistono, i sindacati “possono mandarmi una mail”...
Strategia di allargamento a destra di Renzi? Campagna di simpatia presso i padroni di ogni risma? Certamente sì. Ma anche ufficializzazione del fatto che un sindacato “concertativo” va ormai trattato come un servo sciocco, ed i suoi costi di gestione   decisamente ridimensionati.
Come qualsiasi altro settore della Pubblica Amministrazione.
Questo, se da un lato può “arroccare” qualche settore della burocrazia sindacale e spingere alla nascita di formazioni “a sinistra” del PD (Landini?), che andrebbero solo a rimpolpare il gregge dei falliti, dall' altro lato avrebbe la forza di mettere in crisi spezzoni della burocrazia: abituati ai comodi approdi di “carriera” ed ai “riconoscimenti” da parte della “mamma politica” (che ora diventerebbe matrigna). Con il risultato di “spaccare” la coabitazione delle diverse “anime” del sindacatone di corso Italia.
Se tale scenario -anche per sommi capi- prendesse corpo, cioè -in estrema sintesi- qualora si verificasse una certa “disgregazione” del carrozzone CGIL, avrebbe esso il potere di facilitare tra i proletari aggregazioni più genuinamente classiste?
Pensiamo che se tutto ciò potrebbe aprire dei varchi dentro settori di classe che non si sentissero neppure più formalmente rappresentati, d'altro canto questo non basterebbe a far superare sbandamento, sfiducia e confusione: nelle quali anzi si potrebbero gettare a capofitto formazioni “populiste” già attrezzate e adeguatamente foraggiate.
Non esiste oggi un “recupero riformista” di masse proletarie senza rappresentanza, anche formale .
Non esiste per due motivi: in primo luogo perché siamo in presenza di un “riformismo senza riforme”, dovuto alla fase ed al crollo delle lotte operaie.
In secondo luogo perché sono spariti dalla scena i partiti riformisti nell' accezione classica del termine.
Diremo di più: la democrazia imperialista è giunta ad un livello tale di putrefazione e di “totalitarismo affaristico” che non ha più neppure bisogno dell' appoggio della masse, che non sia pura passività e pubblicismo elettorale.
La contesa sul seguito “attivo” di massa è relegata su tre terreni: quello religioso, quello apertamente reazionario, e quello rivoluzionario.
Toccherebbe dunque ai rivoluzionari il compito di non solo rivolgersi a questi settori di classe “in cerca di autore”, ma di intercettarli, organizzarli, dirigerli.
Compito esaltante, ma pure di alta responsabilità; dove nessuno potrebbe più nascondersi dietro le logiche delle “parrocchie” o del tirare a campare.
Però per fare questo -e se siamo comunisti non dobbiamo aver timore di dover svolgere un simile compito- occorre secondo noi avere ben chiaro -almeno per sommi capi- come in realtà sociali come quelle in cui operiamo sia possibile riannodare il filo del partito di classe. 
Gli scrolloni che intravediamo alle burocrazie sindacali (grandi, e anche piccole) potrebbero rimettere in moto delle dinamiche -seppur in un primo momento sparse- di reazione operaia; anche perché la crisi non solo non rallenterà, ma accelererà i suoi effetti su occupazione e precarietà.
E' assolutamente vitale essere dentro questi processi: non come “spettatori” o “accompagnatori”, ma dove possibile come protagonisti. Ogni realtà di lotta, ogni operaio che si (ri)sveglia alla lotta deve vedere nei nostri compagni dei punti di riferimento pratici.
Se non direttamente, perché mancano le energie per coprire le realtà che fossero interessate, almeno come “riflesso” di lotte che comunque tracciano il solco e “parlano” a tutti i proletari.
In questo senso l'esperienza del SiCobas/AdL nel settore della Logistica è illuminante e preziosa; ed è confortante che stia cominciando a fare da “contagio” in qualche fabbrica metalmeccanica.
Un esempio significativo di cosa vuol dire mobilitazione di massa contro le politiche antiproletarie del governo Renzi lo abbiamo avuto con la giornata del 7 novembre a Napoli, dove il presidente del consiglio ha preferito non mettere piede. Giornata non casuale né episodica, ma frutto delle lotte che i compagni conducono da anni sul territorio, devastato da affarismi e speculazioni di ogni sorta. Di essi, il decreto "Sblocca Italia" è la mera riproposizione su larga scala. La mobilitazione che migliaia di disoccupati, precari e giovani hanno messo in campo ci dimostra ancora una volta che solo la lotta paga!. E ci dimostra al contempo che esiste anche un terreno fertile per la penetrazione di un'opposizione classista e comunista. Sarebbe però limitato e politicamente non pagante credere che tutto ciò possa bastare a far lievitare l'organizzazione politica, il partito. Neppure i “mille fuochi della prateria” potranno portare, di per sé stessi, al partito.
E non perché, ancora una volta, vogliamo riproporre la trita e ritrita polemica leninista sulla netta divisione tra “lotta economica” e “lotta politica” (che vanno distinte sì, ma non separate con l'accetta).
Bensì perché l'acquisizione di una “coscienza politica” da parte degli operai (questa Araba Fenice invano inseguita da troppo tempo) e la “spinta” ad una loro collocazione militante che vada oltre la fabbrica ed anche oltre la categoria, ha bisogno di un vasto spettro di ATTIVITA' COLLEGATE che -per essere percepite come tali- necessitano di un programma politico apposito, di strutture apposite (locali,nazionali ed oltre), di iniziative apposite; le quali vanno dirette ed alimentate continuamente, non sporadicamente o a “tempo perso”...
Il partito non nasce come un “a-priori” intellettualistico di gente intenta a decidere la strada migliore per “calare la scienza” nella classe di riferimento. Come non nasce dall' assemblaggio casuale di pezzi di classe in “libero movimento” nel caos cosmologico del capitalismo.
Pensiamo che occorra invece percorrere la strada, più tortuosa ma forse più fruttuosa, di un incontro e di una reciproca contaminazione tra il “movimento reale” ed i militanti politici che si pongono DA SUBITO il problema di approntare lo strumento-partito.
Condizione indispensabile per poter proporre una “saldatura in divenire” tra classe e militanti politici è il superamento di steccati “storici” -ormai in gran parte consunti- tra le correnti ed i gruppi che si richiamano al comunismo internazionalista.
Un superamento di steccati che invitiamo a compiere nella prassi della lotta di classe prima ancora che nel confronto “teorico”.
Ogni ritardo nella costituzione di una centralizzazione politica delle correnti rivoluzionarie ci lascerebbe nella ininfluenza, consegnando il futuro del proletariato alle crisi, alle devastazioni ed ai massacri del capitale. 
 







Pubblicato su: 2014-11-28 (1198 letture)

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