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N36 Pagine Marxiste - Luglio 2014
Un libro magnifico
Letture e recensioni



Marx, in uno dei suoi testi meno conosciuti, dell’agosto 1866, scriveva, indirizzandosi ai delegati del congresso di Ginevra dell’Associazione Internazionale dei lavoratori: “Proponiamo al congresso, perché l’adotti, come una grande unione di sforzi una ricerca statistica sulle condizioni della classe lavoratrice di tutti i paesi, eseguita dai lavoratori stessi. Per agire con una qualche probabilità di successo, si devono conoscere i materiali sui quali si intende intervenire. In pari tempo i lavoratori, prendendo l’iniziativa di un’opera tanto grande, dimostreranno di essere capaci di assumere i loro destini nelle proprie mani.”
Noi riteniamo ancora oggi fondamentale questo compito. Non abbiamo la pretesa di essere i soli a farlo, tuttavia constatiamo con grande amarezza che nelle “analisi di movimento” nella maggior parte dei casi si trascende dai dati empirici per basarsi su narrazioni predefinite che poi alla verifica concreta non trovano effettivo riscontro. Tanto per non restare sul vago ci riferiamo alla continua rincorsa di sempre nuovi soggetti che dovrebbero sostituire la “sorpassata” classe lavoratrice. Tale rincorsa ha portato alle più cervellotiche elaborazioni sulle “moltitudini”, sulla centralità del “lavoro cognitivo”, etc., che neanche troppo casualmente si accoppiano con il tentativo, in realtà vecchio quanto il capitalismo, anche se presentato sempre in nuove forme, di negare l’antagonismo “di classe”. In questi ultimi anni si sentiva la mancanza di uno studio organico sulla struttura di classe.
Ora questo studio, per quanto riguarda l’Italia, è venuto finalmente fuori: il libro “Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi” scritto recentemente dal collettivo Clash City Workers, riesce a dare una risposta a questa esigenza.
Un libro unico nel suo genere, importante per tutti coloro che non si rassegnano a vedere la classe proletaria, che resta sempre e comunque l’unica merce il cui consumo crea valore, continuamente travolta dalla macelleria sociale in atto. (i)
Il collettivo C.C.W. parte dalla sacrosanta constatazione che “abbiamo bisogno di sapere precisamente come siamo fatti e come sono fatti i nostri nemici. Perché anche per noi ne va della nostra stessa vita: perché noi siamo proletari – cioè quella maggioranza che non dispone di rendite o mezzi di produzione, ma che per sopravvivere è costretta a lavorare, ovvero a vendere a qualcuno in cambio di denaro, il proprio tempo, le proprie energie e le proprie capacità. Siccome quelli a cui vendiamo tempo e forze ne vogliono sempre di più fino a consumarci, solo se sappiamo bene chi siamo, su chi possiamo contare, come possiamo rimettere insieme ciò che la borghesia continuamente divide, possiamo sperare di non morire di fame e di fatica. Solo allora possiamo individuare i punti critici dei loro progetti e farli saltare.”
Il collettivo C.C.W. è consapevole che lo sfruttamento del lavoro ai fini del profitto determina ogni ambito sociale e che tutte le altre contraddizioni (casa, etc.) derivano da esso.
Non è possibile in queste note, ovviamente, dare conto di tutti i dati riportati dal libro che raccomandiamo di leggere a tutti i militanti proletari, operino essi in una organizzazione politica, sindacale o in un comitato di lotta. Ci sembra invece necessario segnalare qui alcune delle principali risultanze dell’analisi ricavata dai dati da parte degli estensori del libro. Che sono le seguenti:
In Italia il settore lavorativo più numeroso e omogeneo è l’industria in senso stretto.
Il 53,7% degli occupati maschi nell’ambito del lavoro dipendente sono inquadrati come operai.
La forza lavoro straniera si attesta a più del 10% del lavoro dipendente. La crisi, tra gli altri effetti, ha colpito in maniera più accentuata i proletari immigrati.
La sindacalizzazione della classe lavoratrice in Italia non è un dato trascurabile, al contrario di altri paesi industrializzati.
In Italia, a differenza di altri paesi a capitalismo maturo, esiste un panorama aziendale fatto di piccole e piccolissime imprese ma la maggior parte dei lavoratori del manifatturiero lavora in aziende con 20 o più dipendenti. Ciò rende evidente come il campo di applicazione dello Statuto dei Lavoratori riguarda ancora un numero niente affatto trascurabile di lavoratori.
Esiste una grande differenza tra le retribuzioni dei giovani e dei lavoratori più anziani.
Il part-time è uno strumento applicato prevalentemente nei settori a bassa professionalizzazione.
In Italia la condizione della donna lavoratrice è particolarmente penalizzata.
Come si vede il risultato delle analisi dei dati smentisce le varie teorizzazioni relative alla fine della classe operaia e alla centralità del lavoro cognitivo.
D'altronde - ci ricordano gli stessi autori - “se facciamo lo sforzo di conoscere il mondo, e soprattutto il nostro mondo, è per trasformarlo.” (ii). Il libro, pertanto, nel suo capitolo conclusivo si pone il problema di come organizzare il conflitto. Si tratta per gli autori di “lavorare per ricomporre da un punto di vista soggettivo quello che oggettivamente è connesso. E questo non lo si deve fare in maniera astratta, scrivendolo in volantini che nessuno leggerà, ma dimostrandolo in concreto, soprattutto quando ci sono occasioni, vertenze, lotte. Lì dobbiamo essere capaci di affiancare il lavoratore in lotta di essergli utile e di costruire un percorso con lui e comunicargli che la sua controparte non è semplicemente l’azienda per cui lavora che magari fa la manutenzione degli impianti, l’assemblaggio dei pezzi, o smista ordinativi, ma tutto il padronato, a qualsiasi livello, che gestisce quella filiera e in particolare la figura padronale egemone.” (iii)
Secondo gli autori del testo bisogna fare politica ovunque sfruttando ogni contraddizione e organizzando qualsiasi comparto di classe con il quale è possibile entrare in relazione o che in un determinato territorio è particolarmente consistente e attivo. Per realizzare ciò i C.C.W. individuano una serie di necessità prima di tutto quella di internazionalizzarsi, non nel senso ideologico, ma nel senso materiale, di una capacità di far emergere, in ogni vertenza o situazione, l’interesse comune proletario e connettere e fare incontrare i lavoratori di diversi paesi facendo campagne comuni, spingendoli verso forme di coordinamento sempre più stabili. Qui emerge, a nostro avviso, anche se in una nota, una formidabile intuizione teorica: riferendosi alla Prima Internazionale, i compagni di C.C.W. scrivono che non a caso essa: “abbia avuto la caratterizzazione di Internazionale, e i primi partiti socialisti si intendevano come sezioni di un progetto comune. Esattamente al contrario di come si pensa oggi, si reputava che la dimensione globale fosse quella fondativa e prioritaria, e quella locale fosse la derivata.” (iv) In questa breve nota si coglie bene come sia una necessità assolutamente imprescindibile la ricostruzione dell’unione politica della classe lavoratrice, non come federazione di partiti nazionali ma come organo unitario di cui le varie “sezioni nazionali” devono essere una derivazione.
Il libro si conclude con l’individuazione di alcune fondamentali contraddizioni che si evidenziano, per le loro caratteristiche, come “strutturali” rispetto ai processi di accumulazione e pertanto da affrontare immediatamente nel lavoro militante:
Questione femminile.
Questione degli immigrati.
Questione meridionale.
Viene, inoltre, posta come centrale la lotta contro il neocorporativismo inteso come attacco all’autonomia di una classe sempre più omogenea. Secondo i compagni di C.C.W. infatti, mentre la crisi rende la classe sempre più omogenea il capitale cerca, attraverso il neocorporativismo, e la cooptazione dei sindacati di smorzare il potenziale di lotta e l’organizzazione proletaria. Gli autori pertanto ritengono essenziale non solo l’opposizione al famigerato accordo sulla rappresentanza finalizzato a incorporare il proletariato nella gabbia degli “interessi nazionali”, ma individuano nella combinazione di intervento sindacale e intervento politico le chiavi per preparare il terreno e accumulare forze. Individuano nella rivendicazione di lavorare tutti, lavorare meno e a salari più alti la parola d’ordine centrale.
Noi condividiamo completamente il tentativo di creare delle condizioni per cui finalmente si possa tornare a incidere nella realtà dello scontro di classe a partire dall’analisi della situazione reale e delle sue trasformazioni.
Sentiamo però il dovere di evidenziare due limiti che si manifestano nella proposta politica che scaturisce dalle conclusioni del libro. Il primo limite è quello che per semplicità potremmo definire “soggettivismo”: nella proposta dei compagni appare preponderante ciò che può essere fatto soggettivamente da parte dei militanti proletari e si dà scarso peso ai fattori “oggettivi” che in determinati frangenti storici costituiscono un muro, se non del tutto invalicabile, comunque limitante rispetto a qualsiasi possibilità effettiva di organizzare particolari settori di classe. Non va dimenticato mai che continuiamo a vivere in un’epoca controrivoluzionaria che dura da lunghi decenni e pertanto l’azione delle forze organizzate di classe, finché perdura la situazione controrivoluzionaria, può aprire dei varchi anche molto importanti, può sedimentare un tessuto organizzativo ampio e stabile, può permettere di ottenere delle singole vittorie. Non può, però da sola far tremare le vene ai polsi ai capitalisti e alle loro marionette. La situazione rivoluzionaria è solo quando le masse si mettono in movimento e i militanti sono capaci di interagirci fornendo strumenti teorici e strategici per rendere efficace il loro movimento. Siamo ancora ben lontani da questa fase e siamo certi che i compagni di C.C.W. ne sono consapevoli. Si tratta, pertanto, di calibrare nella misura adeguata la capacità di intervento e di azione con la necessità di non “bruciare” i militanti proletari, che potrebbero scoraggiarsi in seguito alle difficoltà nel raggiungimento di obiettivi troppo ambiziosi.
Il secondo limite che riscontriamo nelle conclusioni del libro è nella imprecisa definizione di quel “noi collettivo” che dovrebbe avviare questo percorso di intervento a tutto campo politico e sindacale. Noi senz’altro nutriamo la stessa sfiducia dei compagni di C.C.W. nei confronti dei vari aggregati politici residuali che si limitano a declamare frasi rivoluzionarie senza porsi il problema di incidere concretamente nella classe e favorirne l’evoluzione politico-organizzativa. Crediamo pertanto che sia necessario definire con estrema precisione il campo di questo “noi collettivo” per evitare di considerare nostri alleati soggetti politici che ritengono di essere anticapitalisti, appoggiano magari rivendicazioni proletarie contro i padroni, ma poi all’atto concreto e in nome dell’antimperialismo, sostengono - ad esempio - gli islamici reazionari in questo o in quell’angolo di Medioriente o addirittura tifano per il fascista Putin che fomenta la guerra tra proletari in Ucraina. Sono forse nel nostro campo coloro che ritengono la Cina o la Corea del Nord paesi socialisti? Queste problematiche a nostro avviso, non possono assolutamente essere eluse per non correre il rischio di imbattersi in grandi illusioni, in enormi sprechi di preziose energie proletarie e per non trovarsi, ancora una volta nella storia, tanto per citare il cantautore Claudio Lolli con il “nemico che marcia sempre alla tua testa”.
Abbiamo concluso queste note con delle osservazioni critiche non perché vogliamo fare gli spocchiosi o spaccare il capello in quattro. Al contrario! Noi riteniamo “Dove sono i nostri” un libro magnifico e riteniamo altresì che, in una situazione storica in cui la classe lavoratrice da decenni prende sberle (in cui per dirla con Lenin, la pornografia prende il posto della politica)... il fatto che da tale situazione sia venuto fuori un collettivo di giovani compagni in grado di realizzare un lavoro di questa portata ci fa dire col vecchio Marx “ben scavato, vecchia talpa.”
 







Pubblicato su: 2014-08-12 (910 letture)

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