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N36 Pagine Marxiste - Luglio 2014
CENTO ANNI FA SCOPPIAVA LA PRIMA GUERRA MONDIALE
Guerra di spartizione, guerra di rapina



Il 28 giugno 1914, a Sarajevo, l'arciduca ereditario d'Austria Francesco Ferdinando e sua moglie vengono uccisi da un gruppo di irredentisti serbi. Il gesto dà il pretesto per l'inizio della prima guerra mondiale imperialistica.
 
In parte della storiografia dominante, si dà oramai per “buono” l'uso di questo aggettivo (“imperialistico” appunto) in ordine alla definizione del carattere della “Grande Guerra” del 1914-'18, diversamente da quanto invece viene fatto per il secondo conflitto mondiale, che ne sarà praticamente la conclusione. Conclusione doppiamente disastrosa per l'umanità intera...
 
Il problema subentra quando da una generica definizione di “lotta tra potenze” si passa ad analizzare i veri interessi in campo, i quali - se interpretati materialisticamente - mettono in evidenza il carattere sociale dei gruppi economici e delle forze politiche che spinsero nella direzione della “soluzione armata” del loro contenzioso.
 
L'imperialismo di quel periodo - allora - sarà il risultato di un parallelogrammo di forze aventi per base un capitalismo mondiale in espansione proiettato verso la conquista dei mercati: in cui non potevano più coesistere borghesie “affermate” con quelle “emergenti” (Gran Bretagna e Germania), ed in cui le vecchie Alleanze dell'epoca colonialista non erano più in grado di rispondere alle nuove potenze che prorompevano dal continente americano (gli USA) e da quello asiatico (il Giappone), nonché a contenere le spinte disgregative che minavano dall'interno Imperi secolari come quello russo, turco ed austro-ungarico.
 
Lo scoppio della guerra mondiale nel '14 sarà allora il risultato inevitabile della maturazione imperialista del capitalismo, al di là ed al di fuori degli schemi “classici” coi quali esso ci viene per molti aspetti tutt'oggi presentato. Dunque:
 
- non “mondo libero” contro “assolutismi” (la Russia si schiera con Francia e Gran Bretagna);
- non reazione al “militarismo tedesco” (la Gran Bretagna non è di meno militarista ed è la prima potenza del mondo di allora);
- non “lotta di sopravvivenza” contro la sopraffazione nazionale (dal momento che ogni raggruppamento di belligeranti è parte attiva nell'oppressione dei popoli del pianeta).
 
E meno che mai varrà per l'Italia il problema della guerra come strumento della “riunificazione nazionale” di Trento e Trieste, in quanto gli appetiti delle “nostre” centrali imperialistiche andavano ben oltre; al punto di non prendere in considerazione nessuna “mediazione” al riguardo che - pur di tenere Roma fuori dal conflitto - proveniva da Vienna e da Berlino durante il corso della “neutralità italiana” (agosto 1914-maggio 1915).
 
La “vecchia” Europa, culla di un capitalismo che sta diventando senile, il quale cozza sempre di più con l'involucro dei rapporti di produzione entro cui vuole tenere l'enorme sviluppo delle forze produttive, diventa l'epicentro di uno scontro mondiale in cui la “questione balcanica” fa da detonatore.
 
La cosiddetta “Bella Époque” (il periodo che intercorre tra la guerra franco-prussiana del 1870 ed il 1914) è tutt'altro che sinonimo di “pace” e di “progresso”: dal momento che si dà libero corso all'accaparramento coloniale in Asia ed in Africa da parte delle maggiori potenze capitalistiche, e dal momento che le guerre balcaniche creano quello sfarinamento d'area sul quale tutti i contendenti si appoggeranno per far prevalere i loro rispettivi interessi.
 
Partendo dalla sconfitta russa contro i giapponesi (1905), e passando per la crisi marocchina (1905-06), nonché dall'avventura italiana in Libia (1911), il decennio o poco più che precede la guerra in Europa vede emergere il “tutti contro tutti” delle guerre nei Balcani, in cui Austria e Germania fanno blocco per impedire un risorgente “attivismo” nell'area del duo franco-russo, rinsaldato dall'appoggio britannico; e con l'Italia formalmente legata alle potenze centrali ma concretamente in posizione di “attesa”.
 
Dopo la rivoluzione in Turchia ad opera del partito nazionalista dei “Giovani Turchi” (1908), l'Austria annette la Bosnia e l'Erzegovina, trasformando così l'occupazione militare di questi territori, accordatale dal Congresso di Berlino del 1878.
La Serbia, sostenuta dalla Russia, cerca di reagire, ma deve abbozzare a causa dello “stop” tedesco. Il fatto accelera il riavvicinamento tra gran Bretagna e Russia e scontenta pure l'Italia, che - contrariamente a quanto stabilito dal trattato della Triplice Alleanza stipulato con le potenze centrali - non ottiene nulla dopo questo “allargamento” austriaco.
La sconfitta turca in Libia dopo l'occupazione italiana (1911-'12) porta alla I guerra balcanica del 1912, in cui Serbia, Montenegro Grecia e Bulgaria si scontrano con la Turchia, alla quale strappano vasti territori.
Poco dopo (1913) queste conquiste causano una II guerra balcanica, in cui Serbia, Grecia, Romania e Turchia si coalizzano a loro volta contro la Bulgaria e la battono.
Turchia e Bulgaria sono così proiettate verso gli Imperi Centrali, mentre la Serbia fa da sponda all'espansionismo russo, nonché al panslavismo diffuso nell'Impero asburgico.
 
I Balcani fanno da detonatore perché manca una forza imperialista “egemone” in grado di mettere a tacere qualsiasi “velleità” che non rientri nel suo campo d'interesse e d'azione.
E' proprio questo “equilibrio instabile” di blocchi contrapposti che impedisce una soluzione “pacifica” della crisi.
 
Tra l'altro, l'incrociarsi di “alleanze” e “protettorati” in un'area così esplosiva determina un “effetto domino” sul terreno delle dichiarazioni di guerra appena viene messo in moto il meccanismo bellico.
 
L'Austria invia un ultimatum alla Serbia che significherebbe per quest'ultima la perdita dello “status” raggiunto con le guerre balcaniche, e l'inizio della sua fine. Vienna cerca di battere sul tempo Mosca, che si prepara a parteggiare per la Serbia, ma che ha tempi non brevi di mobilitazione.
Così, senza intavolare con la Serbia nessuna vera “trattativa”, il 28 luglio 1914 l'Austria le dichiara guerra, dopo aver respinto - insieme alla Germania - una mediazione inglese di una conferenza a quattro (Francia, Gran Bretagna, Germania, Russia).
Dal momento che la crisi prende la via delle armi, il 30 luglio la Russia ordina la mobilitazione generale. Il 1° agosto la Germania dichiara guerra alla Russia ed il 3 agosto alla Francia, che sta mobilitando pure essa. Il 4 agosto la Gran Bretagna entra a sua volta in guerra contro la Germania.
Il conflitto diventa così mondiale.
 
L'Italia per il momento è neutrale, visto che il vincolo di alleanza con gli Imperi Centrali è “difensivo” (in realtà l'imperialismo di casa nostra sta solo temporeggiando per gettarsi tra le braccia del “miglior offerente”).
Gli USA interverranno solo nel marzo del 1917, quando decideranno di gettare tutto il loro peso nella direzione di una “liberalizzazione continentale dei mercati” (quindi a fianco dell'Intesa, in nome dell'“autodeterminazione dei popoli”) e di una loro affermazione come potenza imperialista in Europa sulle ceneri di una guerra devastatrice.
 
Il confronto imperialista del '14-'18 segna tra l'altro una verifica sul campo delle varie “tipologie” di dominio delle classi dominanti europee ed extra, dalla quale esce nettamente vincitrice il “modello finanziario-industrialista” dell'imperialismo: prodotto diretto dello sviluppo delle forze produttive a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, e della moderna dinamica di classe incentrata sulla produttività dei grandi gruppi nonché sulla potenza delle Borse.
 
Gli imperialismi di questo tipo (Gran Bretagna, Francia, USA, Germania, solo parzialmente l'Italia), al di là della sconfitta tedesca (che però proporrà in piante stabile la questione mondiale di un “polo” imperialistico nel cuore dell'Europa), saranno in grado di stabilire una “egemonia occidentalista” nel consesso delle potenze mondiali, che solo in questi nostri anni comincia ad essere messa in discussione.
 
Ma tale predominio dovrà passare sotto il fuoco dei campi di battaglia e nel fango delle trincee per mettere fuori dal corso della storia imperialismi semi-industriali o semi-asiatici come erano appunto l'Impero Ottomano, l'Impero Russo, l'Impero Asburgico.
 
La spietata selettività della guerra imperialista o li farà scomparire in quanto tali (Austria), o li rivitalizzerà sotto nuove forme (l'imperialismo russo di stampo stalinista prima e di stampo “oligarchico” poi), o li riproporrà dopo un secolo nel novero delle “nuove potenze emergenti” (Turchia).
 
Ma possiamo dire che tutto comincia dall'agosto del 1914: anno che apre una “lunga guerra europea e mondiale”, la quale solo nel 1945 (trent'anni dopo) troverà un assetto imperialista di una certa durata pluriennale (sempre sulla pelle del proletariato mondiale).
 
Se dalla culla della “civiltà mondiale” poté uscire un simile mostro sterminatore lo si dovette alle contraddizioni insanabili che la società borghese portava con sé proprio nei suoi settori di massimo sviluppo.
 
Il proletariato di allora venne decimato, e la “bella gioventù” gettata dentro la più orrenda carneficina che la storia avesse mai prodotto.
 
Dieci milioni di morti, più altri venti milioni circa dovuti all'insorgere - come conseguenza della guerra - di una epidemia definita “la spagnola”. Per non parlare dei feriti e dei traumi provocati da un conflitto che metteva in campo una “mobilitazione totalitaria”, in cui cioè gli Stati borghesi tendevano al massimo tutte le loro forze repressive e ideologiche per prendere parte con successo alla spartizione del bottino.
 
A tal scopo la potenza dei capitali e dei mezzi finanziari, le riserve d'oro, l'accentramento feroce della produzione e della distribuzione nella forma capitalistico-statale - che succhia direttamente plusvalore nel mentre militarizza l'intera società - tutto ciò costituirà non solo uno strumento largamente usato per battere “il nemico”, ma farà da precursore alla ristrutturazione postbellica di ogni imperialismo.
Il cosiddetto “fronte interno”, cioè tutti quelli che non ci stavano a piegarsi alla logica del massacro imperialista, sarà oggetto di una attenta “cura” da parte degli Stati Maggiori di ogni potenza belligerante: i quali reprimeranno senza pietà scioperi, sabotaggi, e qualsiasi atteggiamento “non collaborativo” verso “i sacri doveri della Patria”.
 
Tanto per stare solo in Italia (ma il discorso può essere esteso a tutti gli altri paesi), tra il 24 maggio 1915 (data dell'entrata in guerra) ed il 2 settembre 1919 (data dell'amnistia per i reati militari) vi furono 870 000 denunce per casi di renitenza, più oltre 400 000 per altri reati, su un totale di 5 500 000 mobilitati.
Per diserzione le denunce furono 162 563 e le condanne 101 665. Trentacinquemila le condanne a pene gravi, tra cui 15 000 ergastoli e 4 028 condanne a morte.
E quando, di fronte alle crudezze della guerra, allo sfruttamento ed alla fame, le masse operaie si rivoltano (Torino, agosto del 1917), per loro c'è il piombo dell'esercito, mandato a reprimere la sollevazione degli “imboscati delle retrovie” (125 000 scioperanti, 50 morti tra i manifestanti, 200 feriti, più di 1 000 arresti).
Questi dati sommari rendono giustizia della bolsa retorica “patriottarda” secondo la quale “il popolo italiano” tutto si sarebbe serrato attorno ai “sacri destini della riunificazione d'Italia” e della “liberazione delle Terre Irredente”...
Esso venne invece costretto con il terrorismo di Stato a farsi massacrare per gli interessi degli “alti papaveri” dell'industria e della finanza, che agognavano a gettarsi sulle spoglie dell'Impero Asburgico, ad aprirsi i mercati verso Est, ad ottenere un “riconoscimento” internazionale. Il quale poi - essendo alla fine dei conti disatteso - costituirà uno dei punti su cui si attesterà il revanscismo fascista.
 
Passato un primo momento di “euforia” per una “guerra breve” che avrebbe rapidamente “messo tutto a posto”, con la stagnazione dei fronti dovuta al sostanziale equivalersi delle Armate messe a combattersi, emerse in molti la coscienza che ci si era imbottigliati in un conflitto spietato quanto disumano.
 
L'intruppamento forzato di milioni di operai e contadini, il dispiegarsi delle guerre “parallele” sui mari e sui cieli, la feroce disciplina di militarista, l'uso di armi mai viste come potenziale distruttivo (comprese quelle chimiche), le perdite sanguinosissime in attacchi a postazioni che erano continuamente prese e riperse, per poi continuare all'infinito questo gioco al massacro contro altri poveracci di pari condizione … tutto questo scatenò a più riprese i cosiddetti “scioperi delle trincee”.
Fu un fenomeno nuovo - quello degli ammutinamenti di massa di interi reparti combattenti - che fornì materiale altamente infiammabile ai sommovimenti rivoluzionari durante e dopo il conflitto. Gli Stati Maggiori anche in questo caso ricorsero alle decimazioni; ma nulla poterono contro l'onda “sovversiva” uscita da esperienze così radicali da parte delle masse proletarie, le quali riuscirono a trasformare in alcuni casi lo scontro fratricida in “fraternizzazione”, e la prigionia in scuola di solidarietà internazionalista.
 
Ora, nel mare di sangue e di fango in cui erano sommersi, molti soldati cominciavano a rivalutare quelle cognizioni di “socialismo” e di “unità tra gli sfruttati” che la socialdemocrazia - a sua vergogna imperitura - aveva ignobilmente tradito a vantaggio delle rispettive classi dominanti dei paesi in guerra.
Ora, dopo anni di macelleria, si poteva dare concreta attuazione - di fronte ad un massacro senza fine e senza senso per i lavoratori - a quella indicazione tenuta ben salda da una esigua pattuglia di internazionalisti quando il conflitto era scoppiato: “IL NEMICO E' IN CASA NOSTRA!”.
 
Questo è il merito storico ed il lascito politico inestimabile che ci viene da dirigenti rivoluzionari come Lenin, Trotsky, Liebknecht, Luxemburg, e tutti quegli altri militanti delle correnti internazionaliste (comuniste, libertarie, sindacaliste) che non si piegarono alla logica del massacro imperialista, cercando di preparare L'USCITA RIVOLUZIONARIA DA ESSO.
 
Certamente, Lenin nel 1916, quando scrive il famoso “L'imperialismo fase suprema del capitalismo” in versione di “saggio popolare” (preparato dal poderoso studio su di esso raccolto nei “Quaderni dell'imperialismo”), mette bene a fuoco le caratteristiche epocali di questa maturazione - anzi putrefazione - della struttura economica borghese e della conseguente lotta all'ultimo sangue tra le potenze di allora.
Molto di ciò che egli elabora era in parte già stato affrontato da teorici liberali (Hobson), riformisti (Hilferding) e oggetto di attenta analisi da parte dei marxisti rivoluzionari (oltre a lui, citiamo Rosa Luxemburg, Nicolaj Bucharin, Anton Pannekoek).
 
Lenin ebbe il merito di non perdere mai di vista “l'anarchia di mercato” che stava pur sempre alla base dell'imperialismo, ed il fatto che la putrefazione di esso non avrebbe corrisposto ad una cessazione dello sviluppo economico.
In questo modo, la dinamica politica del partito di classe veniva pur sempre ricondotta anche alla capacità della minoranza cosciente di approntare strategie e vagliare tattiche conseguenti al ciclo mutevole della lotta, senza mai perdere la capacità di intervenire e di “influenzare” le masse.
 
Ma questo passaggio analitico, seppur importante, non costituisce - secondo noi - la “particolarità” ed al contempo “l'universalità” del messaggio di Lenin.
 
Esso deve invece essere ricercato nella chiarezza strategica con la quale il dirigente bolscevico riuscì a comprendere che:
1) la guerra avrebbe prodotto la rottura in un punto almeno della “catena imperialistica”;
2) che questo punto poteva essere la Russia;
3) che bisognava qui prendere il potere “a tutti i costi” per iniziare non una impossibile “edificazione del socialismo” in un paese (per di più arretrato), ma per “dare il via” ad una serie di rivoluzioni nell'Occidente sviluppato.
 
Lo svantaggio reale e indiscutibile del rapporto di forza di classe nella Russia contadina si sarebbe trasformato dialetticamente in un potente impulso affinché la rivoluzione trionfasse nei paesi a capitalismo “avanzato”, trascinando con sé quel sesto del pianeta dove i Soviet avevano mostrato a tutti il “COME SI FA”, dal punto di vista della presa del potere politico. In cui non “IL” partito prende il potere “in nome” della classe, ma la classe stessa esprime nel partito la punta avanzata - e internazionalista - del suo essere “classe per sé”.
 
In pratica, la grandezza e l'universalità di Lenin non sta - non è mai stata per noi - nel “COME SI FA IL SOCIALISMO”, ma nel “COME SI ESCE IN SENSO RIVOLUZIONARIO DA UNA GUERRA IMPERIALISTA”: con un partito che è la summa - per l'epoca - della chiarezza strategica, della organizzazione salda e compatta, del legame che l'avanguardia politica deve avere con le masse proletarie, della imprescindibile diversificazione dei campi d'attività e della tattica conseguente.
Senza per questo rappresentare un “modello” valido per tutte le epoche e tutte le situazioni.
Proprio il “COME SI ESCE DALLA GUERRA” in senso rivoluzionario, utilizzando le contraddizioni che essa crea tra le frazioni della classe dominante (nel caso russo una classe dominante divisa e indebolita dall'esito disastroso del conflitto), utilizzando lo “scollamento” tra Stato e popolazione, lo “scollamento” tra Comandi Militari e le truppe, indirizzando politicamente le manifestazioni operaie e lo scontento contadino … in questo sta il lascito enorme e la valenza internazionale dell'esperienza bolscevica.
Il “dopo” della rivoluzione d'Ottobre è legato inestricabilmente alla mancata “sponda” europea, seppur non siano mancati i limiti e le distorsioni da parte del governo sovietico.
 
Però, non il papa con le sue prediche sulla “inutile strage” (Nota vaticana del 1° agosto 1917), non i “pacifisti” che pur si proclamavano dentro ogni schieramento in campo, ma i bolscevichi seppero tradurre una disfatta militare delle classi dominanti in rivoluzione.
 
Oggi, a cento anni di distanza dallo scoppio di quella guerra, che diede il via alla “moderna” fase imperialistica, molte cose sono cambiate. La forma della lotta imperialistica è profondamente mutata: a causa dell'aumento enorme del processo di concentrazione e della concorrenza, della finanziarizzazione, del parassitismo e dell'internazionalizzazione dell'economia mondiale, nonché della pletora di aggregazioni ed alleanze regionali tra paesi (vedi P.M. n° 31, settembre 2012)... in cui quelli cosiddetti “emergenti” assumono un ruolo politico e militare impensabile un secolo fa.
 
Ma non è certamente cambiata - anzi è aumentata - la tendenza all'uso della forza tra Stati come fattore economico, la spartizione feroce attraverso l'utilizzo di ogni strumento criminale (un esempio per tutti: l'Ucraina di questi giorni).
 
La ricorrenza dello scoppio della prima guerra imperialista sta già mobilitando ideologi e ideologie borghesi.
Una delle più gettonate, ad uso e consumo della instabilità politica attraversata dal continente europeo, è quella che cerca di far credere che solo nella “vera” unità europea sarà possibile farla finita con guerre così disastrose.
 
Senza prolungare più di tanto il discorso, basterebbe ricordare a costoro che il processo di unificazione europea (che politicamente viene “sdoganato” dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989) è GIA' costato una devastante guerra proprio nei Balcani! Per non parlare della attivazione militare che i nuovi scenari della contesa imperialista prospettano a tutte le potenze (grandi o piccole che siano) e gruppi armati internazionali: dagli “interventi umanitari” alla guerra “su commissione”, passando per il rinfocolamento degli odi e degli scontri razziali ed interetnici.
 
Il centenario che noi vogliamo qui ricordare ha un connotato classista e internazionalista: dal primo macello imperialistico mondiale emerse - tra mille difficoltà e molto spargimento di sangue - la possibilità concreta di trasformazione della guerra imperialista in guerra civile: unica via di salvezza per gli sfruttati di ogni paese.
Rimane questa la via maestra che non dobbiamo mai perdere di vista, e che dobbiamo preparare al meglio di fronte alle crisi non meno devastanti che il capitalismo sta già scaricando sulle masse proletarie di tutto il mondo.







G. G.

Pubblicato su: 2014-08-12 (1121 letture)

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