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N36 Pagine Marxiste - Luglio 2014
Energia, potenze e classi

La recente “rivoluzione” americana del gas e del petrolio da scisto mette a disposizione, per ora quasi esclusivamente dell’imperialismo americano, maggiore energia a minor prezzo rispetto a quella che gli Usa dovevano pagare importandola. Essa funge da propulsore economico all’interno, e rappresenta un vantaggio competitivo rispetto ai gruppi dei concorrenti europei, che devono scontare maggiori costi energetici. Offre agli Usa maggiore libertà di manovra, diminuendone la dipendenza dalle importazioni dalle aree di crisi, e li rafforza nei rapporti di potenza, in particolare nei confronti dell’imperialismo europeo e di quello russo. Tuttavia si tratta, fondamentalmente, solo di un ennesimo espediente per vincere la competizione imperialistica abbassando i costi di produzione. Questa “rivoluzione” non risolve in modo definitivo la contesa inter-imperialistica, può forse dilatare i tempi della espansione capitalistica e procrastinare il declino degli USA, il cui vantaggio temporaneo sarà messo in discussione quando altre aree riusciranno ad investire su tecniche di sfruttamento delle risorse energetiche simili o più produttive.

Ma soprattutto questa “rivoluzione”, finalizzata come le altre rivoluzioni borghesi al profitto, non può eliminare le contraddizioni dello sviluppo capitalistico: fame, guerre, esodi di massa, morti sul lavoro, miniere di carbone in particolare, e catastrofi ambientali.


La crisi ucraina, in cui le potenze si stanno contendendo anche militarmente, per procura, il controllo di un’area strategica parte dell’ex impero sovietico, ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica la questione energetica. Le risorse energetiche - al contempo strumento di produzione e merce di scambio - sono dopo la forza lavoro umana uno dei fondamentali pilastri dello sviluppo economico1 e di conseguenza rappresentano un’arma efficace utilizzabile negli scontri di potenza.
Un recente e noto esempio in questo senso sono le manovre sul prezzo del gas da parte di Mosca e i tentativi di rappresaglia della UE. A fine 2013 la Russia decide di offrire a Kiev, assieme ad una serie di altre concessioni, uno sconto del 30% sulle forniture di gas per tenersi legato il presidente Yanukovich, lusingato dalle promesse di associazione alla UE, e poi integrare l’Ucraina nel progetto di Unione doganale di Russia, Bielorussia e Kazakhstan. Dopo la destituzione di Yanukovich e la formazione di un governo filo-occidentale, benvisto da UE, Germania e Usa, sostenuto da forze fasciste e xenofobe verso la minoranza russa, il gruppo statale russo Gazprom ha unilateralmente deciso di imporre a Kiev un prezzo maggiorato del 44%.
Prevedendo che Mosca si sarebbe opposta alla sigla dell’accordo di associazione con la UE, già nel novembre 2012 il gruppo tedesco dell’energia, RWE, aveva iniziato a fornire gas all’Ucraina, per tentare di diminuirne la dipendenza dal gas russo, utilizzando la possibilità tecnica di invertire il flusso dei gasdotti, da Ovest verso Est anziché viceversa. Si sono associate a questa manovra anti-russa, prima la Polonia, e poi l’Ungheria, mettendo volontariamente a disposizione i propri gasdotti. La Slovacchia, da cui potrebbe venirne una quantità maggiore, tentenna perché Gazprom le ha offerto un prezzo inferiore del gas.
Da parte sua, in primavera 2014, la Commissione UE ha risposto alle manovre di Mosca accusando Gazprom di pratiche monopolistiche in Est Europa. Qui i paesi UE ex satelliti dell’Urss pagano mediamente il gas una volta e mezzo di quanto pagato dai paesi UE occidentali, che hanno fonti diversificate, dal Mar del Nord al Nordafrica, al MO, oltre che la Russia. La UE ha minacciato forti sanzioni pecuniarie per Gazprom, e ha inoltre contestato la violazione delle regole europee sulla competitività a Southstream,2 il progetto di gasdotto fortemente voluto da Gazprom per portare il suo gas in Europa, aggirando il territorio ucraino.
Se per la crisi Ucraina le manovre sul prezzo dei rifornimenti energetici sono “tattiche”, il recente accordo russo-cinese sul gas introduce un elemento strategico nei rapporti di potenza: il baricentro russo si sposta ad Est, secondo la valutazione del Sole 24Ore (22.05.2014). L’accordo da $400MD tra Gazprom e il cinese CNPC prevede la fornitura di gas siberiano - 38 miliardi di metri cubi all’anno per i prossimi trent’anni - alla Cina affamata di fonti energetiche alternative al carbone e al petrolio. Il prezzo sembra sia inferiore a quello applicato ai clienti europei - $350 per mille m3, contro $380.
L’accordo è stato raggiunto dopo 10 anni di negoziati anche grazie all’offerta russa di detassare l’import-export di energia con la Cina. Lo stallo degli anni precedenti era dovuto alla contesa sul prezzo, Gazprom non voleva soddisfare le richieste cinesi, calcolando che poteva guadagnare di più vendendo il gas all’Europa. La Cina, dal canto suo, per accettare il prezzo russo avrebbe dovuto rivedere i prezzi del gas all’interno, e in tal modo erodere il vantaggio competitivo nel manifatturiero. Ora invece Gazprom, sotto la pressione della crisi internazionale sull’Ucraina, ha preferito cedere.
La Cina costruirà infrastrutture per oltre $20MD; la Russia ne investirà $55 MD per lo sviluppo di giganteschi giacimenti nella Siberia orientale e per costruire un nuovo gasdotto, chiamato “Potenza della Siberia”, lungo 2 200 km dalla Siberia alle coste cinesi.
Il primo ministro russo, Medvedev, ha dichiarato che, in futuro, il gas russo sarà venduto anche alla Cina, invece che solo all’Europa. La Russia avrebbe riserve sufficienti per rifornire sia l’Oriente che l’Occidente. Ma, aggiunge, nel peggiore dei casi sarebbe possibile, in teoria, ri-orientare l’export di gas dall’Europa alla Cina.
Nella contesa tra le potenze l’accordo Russia-Cina (tra il maggior esportatore mondiale e il maggior consumatore mondiale di energia) è un punto a favore della Russia che, di fronte ai rischi di perdere affari con l’Europa, cerca di radicarsi maggiormente in Asia; è anche un avvertimento all’Occidente e al suo tentativo di punire con sanzioni l’ingerenza russa in Ucraina. Occorre inoltre collocare i recenti accordi economici sino-russi nel più ampio quadro di SCO, (Shanghai Cooperation Organization) un’organizzazione economica, e politico-militare eurasiatica, fondata nel 2001 a Shanghai da Cina, Kazakhistan, Kyrgyzistan, Russia, Tajikistan, e Uzbekistan, un’alleanza che questi accordi contribuiscono a rafforzare.
Dialetticamente infatti, le tensioni con l’Occidente accrescono per la Russia l’importanza delle relazioni con la Cina, già divenuta suo maggior partner commerciale: nell’ultimo decennio l’interscambio si è moltiplicato per sette, raggiungendo nel 2013 un valore di circa $94MD.3
Secondo un esperto del think tank londinese Chatam House, la Russia aveva bisogno di questo accordo perché, pur potendo sostenere cattive relazioni con Usa e UE, non può farlo in una situazione di insicurezza delle relazioni con la Cina.
Anche se quest’ultima non potrà sostituire immediatamente l’Europa come principale mercato per l’export di gas, la Russia se ne farà forte per avere maggior peso nei negoziati sul gas con UE ed Ucraina; per dimostrare che l’Europa ha bisogno della Russia più che non viceversa.
Problemi ambientali del fracking - La ricerca di riserve di gas non convenzionale in Europa
La rivista tedesca Die Zeit (6.03.2011) informa che negli Usa e poi via internet anche in Europa, è stato presentato negli scorsi anni il documentario Gasland, che illustra le spaventose conseguenze dei pozzi di estrazione del gas in Pennsylvania e Texas, che hanno risvegliato l’opposizione di migliaia di cittadini anche in diverse località della Germania.
Si parla di rubinetti del bagno bollenti, di acqua potabile che puzza … lacrimazioni, aria inquinata e paesaggi distrutti. Ma soprattutto di acqua che sparisce nei pozzi, e dei prodotti chimici che con essa finiscono sottoterra. Il frazionamento idraulico o fracking è un metodo di estrazione di gas naturale impiegato nelle trivellazioni di pozzi in profondità per il gas naturale. Una volta trivellato il pozzo, vengono iniettati milioni di litri di acqua, sabbia e prodotti chimici appositi ad alta pressione. La pressione frattura lo scisto e apre fenditure che consentono al gas naturale di uscire più liberamente dal pozzo. Per il gas che deve essere estratto in un sito di trivellazione ci vogliono oltre 10mn. di litri di acqua e diverse decine di migliaia di litri di prodotti chimici. Nell’acqua utilizzata, che risale in superficie per 10-40%, si trovano oltre a benzolo e toluolo, grandi quantità di sale e anche materiali radioattivi eventualmente presenti nel suolo, come il radio 226. Il NYT ha riferito di quantitativi di radio, in Pennsylvania e West Virginia, 100 volte e in alcuni casi 1000 volte superiori ai limiti accettabili per l’acqua potabile.
Anche nella vecchia Europa sono da tempo in corso ricerche sulle possibilità di sfruttamento dei giacimenti esistenti nel suo sottosuolo, con conseguenti dibattiti sulla loro opportunità. Die Zeit (6.3.2011) informa che già da metà anni Settanta ExxonMobil avrebbe utilizzato il procedimento di fracking in Bassa Sassonia per estrarre il gas dagli strati di arenaria. L’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) di Parigi calcolava che le riserve mondiali di gas non convenzionale (da rocce bituminose o da strati carboniferi) sono tanto enormi che assieme alle fonti convenzionali potrebbero rispondere all’attuale fabbisogno dell’umanità per almeno 100 anni, se non 250. Nella sola Europa ci sarebbero fino a 35 000 MD di m3, riserve valutate simili a quelle dell’enorme giacimento russo di Yamal. I due strati sono quasi alti uguali, il che significa che se si vuole diminuire la dipendenza da gas russo, conclude Die Zeit, occorre consentire le trivellazioni a casa propria. È da valutare se può essere estratto e se a costi sostenibili, in rapporto al prezzo che viene pagato per il gasdotto tramite il quale, ad esempio, Gazprom rifornisce la Germania. Finora nessuno dei gruppi che stanno trivellando in Europa ha saputo rispondere, compreso ExxonMobil, che ha già investito €40mn nelle sue esplorazioni in Germania. Nel sud della Bassa Sassonia e nel nord del Nord-Reno-Wesfalia, un territorio di circa 10 000 km quadri, sono state date numerose concessioni per estrarre gas dalle rocce scistiche bituminose e il metano dagli strati di carbone; si cerca questo tipo di gas anche in Turingia, Sassonia-Anhalt e nel Lago di Costanza. La filiale tedesca del gruppo americano ExxonMobil da 3 anni e mezzo sta cercando gas dalle rocce scistiche bituminose in Bassa Sassonia, un tipo di gas non facile da trovare e da estrarre; la trivellazione di prova è costata da sola oltre €2,5mn. Ricercano materie prime nel sottosuolo tedesco anche la filiale di BASF, Wintershall, l’americana BNK Petroleum e la britannica 3Legs Resources.
Tuttavia il più stretto legame energetico tra Mosca e Pechino può presentare sul lungo termine il rischio di una eccessiva dipendenza finanziaria della Russia dalla Cina. L’export di idrocarburi rappresenta un valore pari ai 2/3 dell’export totale russo e quasi la metà del bilancio federale; nello specifico, nel 2011, la quota di gas e petrolio sull’export totale era di circa il 20% contro il 15% ad inizio anni 2000;4 e rappresentava il 19% del PIL russo. Se la Russia non riesce a riformare il suo sistema produttivo rinnovando impianti e infrastrutture obsolete - per la cui tecnologia oggi dipende in gran parte dalle forniture della Germania - essa continuerà a dipendere dall’export di idrocarburi, e dalle fluttuazioni del loro prezzo internazionale, determinate dall’anarchico e caotico mercato capitalistico.
Mercato capitalistico nel quale ha fatto la sua comparsa un nuovo importante fattore.
Secondo la Statistical Review of World Energy del 2013, l’evento di maggiore rilievo per il mercato dell’energia è la rivoluzione americana del gas e petrolio da scisto. Essa è stata alimentata dal forte aumento del prezzo del petrolio che ha reso economicamente molto attraente l’estrazione del gas anche da giacimenti difficili, ed è stata resa possibile da nuove tecniche come la trivellazione orizzontale e la diffusa applicazione del “fracking”, tecnica per altro molto controversa per le sue conseguenze sull’ambiente, ma che ha evidentemente trovato referenti politici disposti a varare regolamenti ambientali meno rigidi a sostegno degli interessi economici in gioco, a cominciare dagli Stati Uniti (dove sotto la presidenza di G.W. Bush venne data una forte spinta al sistema del fracking), e dal Canada.
 
In Nord America ci sono ¼ delle risorse mondiali utilizzabili di gas da scisto, in competizione solo con quello di Asia e Oceania. Nel 2012 gli Usa hanno registrato i maggiori incrementi mondiali di produzione di petrolio e gas. Negli ultimi cinque anni hanno avuto il maggior incremento della produzione di greggio della loro storia, +56%. L’EIA (Amministrazione americana per l’Informazione sull’Energia) prevede che nel 2014 la produzione di petrolio sarà maggiore del 25% rispetto a quella del 2012, avvicinandosi al primo produttore mondiale, l’Arabia Saudita, che supererebbero entro il 2020.
La produzione del gas da scisto è passata da pressoché 0 nel 2000 a oltre 283 mn di m3 (10 miliardi di piedi cubi)/giorno nel 2010. Nei prossimi vent’anni la sua produzione potrebbe più che quadruplicare e ad inizio 2030 rappresentare oltre il 50% di quella complessiva di gas negli Usa.5
Questo oltre che dimezzare l’importazione netta di gas naturale liquefatto (GNL) (dati 2012) ha abbassato i prezzi all’interno; si valuta che nei prossimi trent’anni gli Usa saranno in grado di non importare più GNL, e per il 2030 potranno esportarne circa 20,4 milioni di m3 al giorno.
Il consumo netto di fonti energetiche importate scenderebbe dal 30% del consumo totale nel 2005, al 16% nel 2012 e al 4% nel 2040.6
Tuttavia queste proiezioni prevedono che nel 2040 la Russia sarà ancora il maggior fornitore mondiale di gas, secondi saranno gli Usa.
 
Come si traduce questo nuovo fattore economico dal punto di vista dei rapporti tra le potenze?
Innanzitutto sul terreno economico. Negli Usa esso ha ovviamente contribuito ad una forte espansione del settore energetico. Inoltre, la conseguente riduzione del costo dell’energia - si calcola negli Usa inferiore di circa il 30% a quello medio della UE, e del 40% a quello della Germania - porta evidenti vantaggi all’intero sistema produttivo: ha accelerato il superamento della crisi economico-finanziaria, favorisce nuovi insediamenti industriali, tanto che gli ottimisti si spingono a ipotizzare una improbabile crescita annua del 4% del PIL fino al 2020; già oggi si registrano diverse centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro. In sostanza un fattore in controtendenza rispetto al tanto atteso e pronosticato “declino americano”. Ci sono gruppi tedeschi che, calcolando i minori costi per l’energia, stanno pensando di delocalizzare la produzione negli Usa. La riduzione dell’importazione americana di gas può danneggiare a lungo termine la Russia, sottoposta alla pressione dei maggiori quantitativi di gas a minor prezzo, ad esempio dal Qatar, che si renderanno disponibili sul mercato mondiale.
Dal punto di vista geo-politico gli Usa potrebbero diminuire la loro dipendenza dalle importazioni da regioni instabili, e guadagnare spazio di manovra politico. In particolare la dipendenza dal MO, che peraltro da tempo l’imperialismo americano cerca di ridurre ampliando ad es. le importazioni di greggio da Africa Occidentale e Canada. Il MO rappresenta però per gli Usa un importante mercato per gli armamenti, al quale non intendono certo rinunciare. Inoltre non è probabile un disimpegno politico e militare della maggiore potenza mondiale dal Golfo, lasciando libero gioco all’emergente Cina, già divenuta la maggiore importatrice di petrolio della regione.7
 
I riflessi del boom energetico americano per l’Europa
A causa della nuova competizione la Russia ha già dovuto accettare prezzi minori per il suo gas naturale, il prezzo di una quota del gas russo venduto in Europa non è più indicizzato in base ai prezzi del petrolio ma in base a quelli spot (prezzi correnti).

Consumo di energia

Il consumo di energia è un indice dello sviluppo capitalistico in corso nelle varie aree del mondo. Complessivamente, dal 1990 al 2008, il fabbisogno energetico mondiale è cresciuto del 39%. L’incremento della Cina è stato del 146%, quello dell’India del 91%. Assieme nel 2008, il loro fabbisogno rappresentava il 22,5% del totale mondiale, mentre la quota della loro popolazione era del 32%; il consumo pro-capite era in India di 6 280 kWh, e in Cina di 18 608, mentre per gli Usa era di 87 216 kWh, e per l’Europa di 40 821 kWh. Questo è anche un indice, approssimativo, dello spazio di crescita delle economie dei due “paesi emergenti” e colossi demografici, e al contempo la base di possibili e probabili scontri con le altre potenze.

Secondo il Dipartimento americano dell’energia, il consumo cinese di energia aumenterà del 133% nel periodo 2007-2035, (da 78 a 182 quadrilioni di Unità Termali Britanniche - BTUs). Per comprendere le dimensioni basta pensare che i 104 quadrilioni di BTUs che la Cina aggiungerebbe nei prossimi 25 anni sono pari al totale dell’energia consumata da Europa e MO nel 2007. A causa del fabbisogno energetico per alimentare il loro sviluppo capitalistico India e Cina saranno spinte a un crescente interventismo anche politico e militare nelle aree esportatrici.

L’Europa avrà alternative alla Russia in paesi da cui gli Usa non importeranno più gas e petrolio. Per la Germania si può pensare ai paesi petroliferi dell’Africa Occidentale, dove da tempo sta cercando di conquistarsi un’influenza nel settore risorse energetiche.
La Cancelliera tedesca, Merkel, prevedendo la possibilità di future esportazioni di gas dal Nord America in Europa, ha invitato la UE a ripensare la propria strategia energetica, a diversificare le fonti. Tuttavia i piani strategici in questa direzione non hanno un successo scontato, e in ogni caso non sono di immediata applicabilità, dati i tempi necessari per approntare le infrastrutture necessarie per ricevere e gestire il gas liquefatto. Nel dibattito aperto in Germania sulle opportunità offerte dalle importazioni di gas da Canada e Stati Uniti c’è divisione tra le frazioni della borghesia più legate alla Russia e quelle filo-atlantiche.
La questione energetica rimane, anche oggi con la rivoluzione del gas e petrolio da scisto, una questione di classe, un terreno di scontro tra imperialismi e tra le frazioni borghesi nazionali. Su questo terreno le frazioni del capitale hanno spesso cercato di utilizzare la classe lavoratrice a sostegno di campagne allarmistiche, accompagnate da un dibattito il più delle volte pseudoscientifico sulla sostenibilità ambientale, i rischi per la salute umana, e soprattutto sul rischio dell’esaurimento delle risorse naturali.
Esemplificative negli anni Settanta e Ottanta in Italia le domeniche a targhe alterne o senz’auto, in cui i lavoratori furono chiamati ad assumere in proprio la responsabilità degli alti costi del combustibile e della devastazione ambientale causate dal sistema capitalistico di produzione. Nucleare o petrolio, o rinnovabili? Enel o Eni?
Mentre il rischio dell’esaurimento delle risorse a breve/medio termine è confutato platealmente dalle cifre sul boom energetico negli Usa (e a maggior ragione in caso nuove scoperte scientifiche permettessero di trarre energia dalla fusione nucleare), i danni e il rischio per l’ambiente e la salute umana sono reali e permangono, subordinati alla questione dei prezzi dell’energia, dei costi per il sistema produttivo.
Se la rivoluzione energetica di cui stiamo parlando offrirà un ulteriore periodo di energia a basso costo al capitalismo, la classe dei proletari è certa che esso non sarà senza contraddizioni e conflitti. Si conferma quindi la necessità di costruire una organizzazione indipendente di classe – sfruttando anche i tempi che ci sono consentiti dalla “dilatazione” dello sviluppo capitalistico per recuperare il ritardo del movimento rivoluzionario - denunciando e combattendo passo per passo contro le contraddizioni e i danni provocati dall’attuale sistema economico-sociale. Ai teorici delle rivoluzioni verdi e dell’imparzialità della scienza rispondiamo che la liberazione dallo sfruttamento e dal lavoro salariato resta l'unica opzione valida per dirigere tutte le scienze umane in funzione dell’emancipazione dell’umanità e non del profitto.



1 Il settore industriale consuma mediamente circa ½ di tutta l’energia prodotta a livello mondiale (negli Usa è solo 1/3), più di ogni altro settore economico a utilizzo finale. [Da International Energy Outlook 2013, US Energy Information Administration]. Si prevede che il consumo di energia nel settore industriale (secondo le analisi di IEO2013) cresca dai 200 quadrilioni di Btu del 2010 a 307 quadrilioni Btu nel 2040, per una media dell’1,4% annuo. La maggior crescita di consumo di energia sul lungo termine nell’industria è nei paesi non-OCDE: +2,3% nel periodo 2010-2014 rispetto a +0,4% per i paesi OCDE. [http://www.eia.gov/forecasts/ieo/industrial.cfm]

 


2  Il suo tragitto dalla Russia passa per 930 km sotto il mar Nero, attraversa Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia, con ramificazioni fino alla Croazia e alla Rep. Serba. Secondo il progetto originale l’hub terminale era fissato in Italia, a Tarvisio, ora sembra invece che sia spostato in Austria. È stato avviato nel 2006 da Gazprom ed Eni con un accordo di partnership strategica che consentiva a Gazprom di portare direttamente il gas sul mercato italiano, prolungando al contempo al 2035 gli esistenti contratti di fornitura. Nel 2008 Gazprom e Eni costituiscono la società Southstream AG su base paritaria. Nel 2011 un nuovo accordo azionario vede Gazprom mantenere il 50%, entrano con il 15% ognuno il gruppo tedesco Wintershall Holding (filiale di Basf) e il francese EDF, le loro quote sono tolte a ENI, a cui rimane un 20%.


In questi ultimi mesi, nonostante lo scontro militare in Ucraina tra le fazioni che appoggiano i tre principali contendenti, UE, Usa e Russia, sono continuati gli incontri e i negoziati tra Gazprom e i rappresentanti dei paesi e dei vertici dei grandi gruppi coinvolti nella costruzione e finanziamento di Southstream. Ad esempio, il 16 maggio l’Amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, neo-nominato dal governo Renzi, ha preso parte ad un incontro sulla cooperazione bilaterale nel settore energia, punti centrali il rifornimento di gas russo all’Italia, e il progetto congiunto di Southstream. Ma la UE e gli Stati Uniti hanno esercitato pesanti pressioni sulla Bulgaria perché blocchi i lavori per Southstream, al punto che il governo bulgaro, dilaniato dallo scontro tra filo-russi e filo-occidentali, pare destinato a cadere con le elezioni anticipate. In questo scontro l’Italia, dietro l’ENI, è schierata con i filorussi.



3  Ci sono stati altri precedenti contratti tra Cina e Russia per la fornitura di energia, ad esempio nel 2011 è entrato in funzione l’oleodotto ESPO (East Siberian-Pacific Ocean), in grado di portare 300mila barili al giorno da Skovorodino, in Russia, a Daqing in Cina; nel 2012 nella provincia cinese di Heilongjiang, sul confine nordorientale con la Russia, è stata aperta una stazione di conversione ad alto voltaggio per importare energia elettrica dalla Russia.



4 Asia Times, 4.05.2012, Oil growth eases Putin presidency.


5 Da uno studio del 2012 del Belfer Center, della Harvard Kennedy School.


6 Dallo studio dell’Agenzia americana per l’energia, AEO 2014.


 


 


 





Giulia Luzzi

Pubblicato su: 2014-08-11 (1005 letture)

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