Moduli
· Home
· Abbonati al giornale
· Archivio
· insiemecontroilrazzismo
· Volantini

Chi Online
In questo momento ci sono, 0 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Languages


English French Italian

N36 Pagine Marxiste - Luglio 2014
Ucraina: una storia di oppressione borghese e di competizione imperialista

 


 L’elezione di Pietro Poroshenko a presidente dell’Ucraina e il suo impegno a firmare il 27 maggio l’intesa economica con la UE sembrerebbe chiudere il cerchio della crisi, iniziata nel novembre 2013, col prevalere di una tendenza filo-europea. In realtà l’elezione legittima lo status quo caratterizzato da scontri militari ancora violenti, nonostante la proposta di tregua unilaterale avanzata da Poroshenko, ma anche da una situazione economica al limite del disastro (debito estero galoppante, deficit della bilancia commerciale, rischio di svalutazione della moneta). Le prospettive sono quanto mai incerte: in che modo si muoverà Poroshenko sulla Crimea? Kiev riuscirà a piegare i separatisti dell’Est? Si arriverà a un compromesso, magari con una formula federalista che conceda maggiore autonomia alle regioni dell’Est? Oppure il conflitto deflagrerà e arriverà a coinvolgere altri paesi?

Da buon oligarca Poroshenko può rinegoziare con la Russia sia il debito che il prezzo e la quantità delle forniture di gas e petrolio e contemporaneamente puntare a una partnership con
l’Europa, per attirare investimenti, ammodernare gli impianti, svecchiare la burocrazia, ridurre il costo parassitario della corruzione. Ma questa “quadratura del cerchio” deve fare i conti con una pesante eredità storica.
 
L’Ucraina prima dell’indipendenza
Gli avvenimenti attuali in Ucraina sono figli della sua storia.
Il nome stesso significa “sul confine”. Dopo la liberazione dai Mongoli, nel 1362 l’Ucraina divenne parte del Granducato di Lituania e poi dal 1569 passò sotto la sovranità della monarchia polacca, che introdusse un duro sfruttamento dei contadini, il cattolicesimo e la cultura occidentale. Fra il 1596 e il 1657 una serie di rivolte dei servi della gleba contro i latifondisti indeboliscono il controllo polacco; i servi in fuga ingrossano le file dei cosacchi, una comunità guerriera seminomade che nel 1654 firma un accordo con lo zar russo, di cui diventa braccio armato, ma cui si ribella più volte venendone ferocemente repressa.
Alla fine del 1700 Caterina la Grande sottomette i tatari di Crimea; anche i cosacchi vengono asserviti e il governo russo incoraggia ondate di pogrom per stornare dal trono l’ira dei contadini e indirizzarla contro gli ebrei, spesso amministratori delle grandi proprietà terriere per conto della aristocrazia russa. Nel 1772 (prima spartizione polacca) la Galizia con Leopoli toccò all'Austria (che la tenne fino alla Prima guerra mondiale, concedendo l’uso della lingua ucraina nell’ammi-nistrazione e nell’istruzione). La Volinia passò invece alla Russia.
Entrambe le regioni erano abitate da “ruteni” cioè ucraini. Nella Ucraina russa lo zar cooptò le élites (nobili e borghesi) in cambio della loro fedeltà, ma dopo la guerra di Crimea (1853-56), l’uso della lingua ucraina fu proibito e anche la pubblicazione di opere in ucraino, divieto abolito solo dopo la rivoluzione del 1905. Nella seconda metà dell’800 l’Ucraina fu interessata dalla diffusione del movimento populista e da lotte spontanee operaie, oltre che da frequenti rivolte contadine.
Allo scoppio della rivoluzione di febbraio 1917 il parlamento ucraino si spacca fra socialisti e bolscevichi, questi ultimi minoritari finché nel febbraio del ‘18 l’Armata Rossa occupa Kiev. Ma in aprile, dopo Brest-Litovsk, la Germania invade la Crimea e successivamente impone in Ucraina un governo filotedesco, bloccando la distribuzione dei latifondi ai contadini.
Fra il 1918 e il 1919 il paese è conteso fra bolscevichi, Armate bianche (arroccate in Crimea), gli eserciti dell’Intesa (soprattutto francesi e inglesi) e della Polonia, più gruppi di contadini che difendono con azioni di guerriglia le loro Comuni; il leader più importante è Nestor Machno, che blocca l’avanzata di Denikin. La direzione bolscevica si dimostra incapace di mediare con le aspirazioni dei contadini e con la loro pratica anarchicheggiante e alla fine del 1920, sconfitto Vrangel, il movimento di Machno viene represso, una scelta in cui “l’omogeneità socialista” copre spinte grandi russe. Termina anche la guerra con la Polonia e nel marzo 1921 la pace di Riga (firmata a poche settimane dalla repressione della ribellione di Kronstadt) sancisce che Galizia orientale e Volinia occidentale siano restituite alla Polonia; queste regioni torneranno all’Ucraina nell’agosto 1939 dopo il patto Stalin- Ribbentrop e poi ancora invase dall’esercito tedesco fra dicembre 1941 e aprile 1944, cioè dall’inizio dell’operazione Barbarossa fino alla controffensiva dell’Armata sovietica. Nel 1921 il resto dell’Ucraina diventa parte dell’URSS. Ma solo nel novembre 1921 le ultime sacche di resistenza dei bianchi vengono eliminate.
Grazie alla ricchezza dell’agricoltura ucraina il paese viene investito in pieno dalla collettivizzazione forzata del 1928; espropriati e deportati o uccisi i kulaki, il governo staliniano passa alle requisizioni forzate di grano, fagioli e altri prodotti alimentari, sottraendoli ai contadini indipendenti per finanziare tramite l’export l’industrializzazione forzata. Questo produce una terribile carestia, passata alla storia come Holodomor, in cui perirono almeno 4 milioni di ucraini. Contemporaneamente parte della minoranza polacca e della minoranza tatara viene deportata in Kazakhistan. In questo modo e a costo di inenarrabili sofferenze fu spezzata la resistenza dei contadini nei confronti dei kolchoz, ma anche ogni velleità autonomistica delle minoranze e degli ucraini stessi. Anche molti intellettuali e leader del Partito comunista ucraino furono perseguitati e poi definitivamente liquidati durante i processi del 1936-38. Chi, come Viktor Kravčenko riuscì a fuggire venne raggiunto dai sicari di Stalin. Ancor oggi la memoria tramandata di questi fatti è viva nei giovani ucraini e alimenta la diffidenza verso il governo di Mosca.
Nel 1941 l’Ucraina, lasciata completamente indifesa da Stalin, è rapidamente conquistata dal Terzo Reich che si impadronisce delle sue risorse agricole, facendone la base strategica dell’offensiva su Stalingrado e cercando di utilizzarne il territorio per interrompere le linee di approvvigionamento tra la Russia e i giacimenti petroliferi del Caucaso. Nel 1942 la Wehrmacht riduce in macerie Sebastopoli; 200mila fra ebrei e rom vengono sterminati con la complicità della polizia ucraina. In Volinia nell’ottobre 1942 si forma l’Esercito insurrezionale ucraino (Oun-Upa), espressione del movimento nazionalista, antisemita, xenofobo ucraino, organizzato da Stepan Bandera; inizialmente accolgono come liberatori i tedeschi, salvo poi combatterli quando è chiaro che l’Ucraina è uno Stato occupato: All’arrivo dell’Armata sovietica nel 1944, l’UPA continua una impari “guerra di indipendenza” fino al 1950. All’UPA si richiama l’attuale gruppo Svoboda. Alla fine della Seconda guerra mondiale l’Ucraina contava 8 milioni di morti, di cui 1,5 milioni di ebrei e 2 milioni di deportati nei lager nazisti. A poche settimane dalla riconquista russa, nel maggio 1944 altri 200mila Tatari di Crimea furono deportati in regioni inospitali dell’Uzbekistan per decisione di Beria e Stalin con l’accusa di collaborazionismo coi tedeschi. L’operazione di pulizia etnica riguardò anche i tatari che si erano schierati coi russi; condotta con metodi assai feroci portò velocemente a morte un quarto dei deportati. Con i tatari furono deportati 42mila fra bulgari, greci, armeni (gli italiani erano stati deportati nel 1939). In Volinia e Galizia si scatenò un mini conflitto fra polacchi e ucraini con 90mila civili polacchi e 20mila civili ucraini uccisi, mentre almeno 500mila ucraini e 800mila polacchi abbandonavano le loro case per emigrare dopo la definizione dei nuovi confini.
La Crimea divenne un oblast dell’URSS e fortemente russificata per garantire le postazioni militari.
Con la vittoria contro il nazi-fascismo, Stalin incamerò i beni della Chiesa uniate per devolverli al patriarcato di Mosca: si tratta degli stessi beni di cui i sostenitori della Chiesa dell’Ucraina occidentale si sarebbero reimpossessati nel 1991, dopo la caduta dell’Urss. Nelle regioni dell’Est, in particolare il Donbass, prosegue una massiccia immigrazione di russi e in tutta l’Urss è imposto il russo come lingua dominante. L’accesso a posizioni professionali o direttive è limitato da quote che penalizzano le nazionalità non russe.
All’interno del sistema economico sovietico l’Ucraina orientale è un polo di intensa industrializzazione che riguarda il settore idro-energetico, quello dell’ingegneria aerospaziale, quello metalmeccanico, quello agro-industriale, della missilistica e della cantieristica navale. L’Ucraina ebbe un ruolo di eccellenza anche nella ricerca scientifica e tecnica.1 Di tempo in tempo movimenti di protesta a matrice prevalentemente intellettuale pongono il problema dell’indipendenza politica o culturale e vengono pesantemente repressi (ricordiamo l’Unione ucraina degli operai e dei contadini di Levko Luk’janenko annientata nel 1961; gli arresti di storici e intellettuali nel 1965 e nel 1969-70; l’arresto dell’intero gruppo Helsinki di Kiev nel 1981). Nel 1971 fu proibito “l’impiego della lingua ucraina negli uffici statali, nelle scuole e nelle imprese industriali” in quanto “manifestazione di «nazionalismo borghese» ucraino”.
L’incidente di Cernobyl (1986 - I morti come risultato diretto dell’incidente furono diecimila, ma quelli per le conseguenze delle radiazioni non sono mai stati oggetto di statistica) riavvia un dibattito sui modelli di sviluppo e sulla dipendenza da Mosca che sfociarono nel 1990 nel Rukh (Movimento Popolare per la Perestrojka) che ebbe un notevole risultato nelle elezioni locali e preparò la strada al distacco dall’URSS nel dicembre del 1991, quando 28,8 milioni di ucraini (il 90,3% dei votanti) decidono per l’indipendenza.
 
L’Ucraina dopo l’indipendenza
L’indipendenza non evita all’Ucraina di condividere con la Russia lo sconquasso economico e sociale. Le trattative per la spartizione della marina da guerra del Mar Nero fra Ucraina e Russia si trascinano fino al 1997, con la cessione alla Russia dell’80% delle navi e con la consegna delle testate nucleari (il governo ucraino ritenne di non avere né le risorse né le competenze tecniche per gestirle), mentre rimase all’Ucraina il 30% del complesso industrial militare.
Nasce una nuova moneta, la hryvna, ma nel 1993 l’inflazione tocca il 10 mila% (ancora nel 2003 è del 190%). Aumenta lo squilibrio economico fra le sei province orientali e l’area occidentale più povera, legata all’agricoltura e al lavoro sommerso in piccole imprese private. Nonostante la fertilità delle terre nere il paese è a rischio per periodiche crisi di siccità. La prevalenza di industria pesante, con impianti arretrati ed energivori (consumano il doppio di quelli tedeschi a parità di prodotto), rende il paese dipendente dai rifornimenti russi di energia.
Tutti i piani di diversificazione delle fonti e di riduzione dei consumi, e quindi di riduzione dalle forniture russe falliscono negli anni successivi. Di volta in volta Mosca ha scambiato sconti sul prezzo di gas e petrolio o moratorie sul debito accumulato dagli ucraini con concessioni militari, principalmente in Crimea.2 La minaccia di chiusura dei rubinetti del gas è sempre stata l’arma vincente della “diplomazia” russa.3 La capacità di pressione russa è solo parzialmente influenzata dai cambi di governo, perché dal ’91 al governo dell’Ucraina si alterna un gruppo estremamente ristretto di leader, ognuno dei quali gestisce la Naftogaz, l’azienda di Stato Ucraina dell’energia, come una mucca da mungere a vantaggio del proprio clan.
 
Privatizzazioni e Oligarchi
Solo nel 2000 il paese ritrova la capacità produttiva del 1990. Seguono alcuni anni di sviluppo economico fino alla “rivoluzione arancione del 2004-5”
Le privatizzazioni post-sovietiche (quando le imprese sono svendute a prezzi d’occasione) premiano un gruppo ristretto di ex burocrati di Stato e personaggi della nomenclatura (o di outsider a loro legati), che si impadroniscono delle aziende chiave di Stato; questo pugno di oligarchi, ammassa ricchezze formidabili monopolizzando settori chiave come siderurgia, chimica, distribuzione dell’energia. Nel caos che segue l’implosione dell’URSS gli oligarchi hanno grande libertà d’azione, incontrano l’opposizione solo degli altri oligarchi loro concorrenti; per questa loro specifica origine non corrispondono al modello europeo di imprenditore, piuttosto somigliano nelle pratiche ai robber barons degli Usa fine ‘800.
Gli oligarchi tendono a crearsi da subito un “ombrello” politico, finanziano uomini politici o partiti; ma non sempre delegano alla politica il portare avanti le loro esigenze, spesso scendono in politica direttamente. Come molti personaggi Usa di oggi, gli oligarchi, ricoprono in varie fasi della loro vita importanti cariche governative e/o dirigono importanti corporation ucraine e/o giocano ruoli di leader nel Parlamento o nei governi ucraini. La politica è intesa come lo strumento per partecipare alla spartizione della ricchezza nazionale, per garantirsi affari lucrosi, per ottenere leggi utili ai propri specifici interessi, garantirsi il controllo dei funzionari di Stato. Le lotte dei clan hanno finito per rendere molto deboli i governi ucraini, spesso ostaggio dell’uno o dell’altro boss.
In Ucraina gli oligarchi determinano la politica interna a danno delle altre frazioni della borghesia, la loro condizione di monopolisti soffoca le piccole medie imprese; poiché gli oligarchi non pagano le tasse, queste pesano soprattutto sulle PMI, che in più hanno grosse difficoltà ad accedere al credito, nazionale o estero.
Secondo analisi più recenti la rivoluzione arancione (2004-05), quando l’eletto Yanukovic fu costretto alle dimissioni da un ampio movimento di piazza, ha rappresentato il tentativo di piccoli e medi imprenditori, presenti prevalentemente nell’area occidentale, di far sentire la propria voce e far valere i propri interessi, trovando in Yuschenko (e nel partito Nostra Ucraina) il proprio leader. Yuschenko negli anni precedenti capo della Banca Nazionale, era stato leader di un tentativo di riforma del credito per renderlo accessibile al piccolo capitale. Nostra Ucraina ha finito per attirare anche importanti uomini d’affari insoddisfatti del rapporto affari/politica come Petro Poroshenko (che sarà ministro degli Esteri fra 2008 e 2010). Per questo qualcuno definì la rivoluzione arancione “la rivolta dei milionari contro i miliardari”. Ma ben presto gli oligarchi hanno ripreso il sopravvento; maestri di trasformismo gattopardesco si sono messi alla testa dei movimenti per svuotarli e renderli non pericolosi per i loro interessi.
La loro ingordigia è alla base dell’esagerato deficit dello Stato, che pone oggi l’Ucraina a rischio bancarotta. La loro complicità con le mafie locali provoca un tasso di parassitismo così alto da minacciare il processo di accumulazione del capitale. La conseguenza di lungo periodo è che l’apparato industriale rischia di divenire velocemente obsoleto, inadeguato quindi a competere sul mercato internazionale, nonostante la buona formazione della manodopera e il suo costo irrisorio.
L’Ucraina non ha come unico mercato di sbocco la Russia. Se si considera l’export nel suo insieme, il 38% dei beni è venduto a paesi CIS (Comunità degli Stati Indipendenti, composta dalle nazioni ex-sovietiche - il 29% nella sola Russia); 26% in Europa e il 36% nel resto del mondo. Il settore macchine utensili (17% dell’export totale) va prevalentemente nell’area CIS, mentre in Europa non è competitivo. I settori metallurgico, chimico e agroalimentare (più del 50% dell’export totale) riforniscono prevalentemente Medio Oriente e Sud est asiatico. L’interscambio è attivo con un solo paese europeo (l’Italia).
La rivoluzione arancione si è tradotta in un nulla di fatto. Poroshenko farà meglio dal punto di vista borghese? Gli oligarchi non spingono per il separatismo delle regioni dell’Est se non per ragioni tattiche. Non hanno alcun interesse a farsi fagocitare dalla Russia. Diventerebbero una lontana provincia dell’impero, sarebbero dei nani rispetto ai ben più potenti oligarchi russi, non amerebbero avere un presidente accentratore come Putin. Ma nemmeno vogliono davvero integrarsi con l’Europa, che imporrebbe il rispetto delle regole e restringerebbe il loro spazio di manovra; possono guardare con interesse a un sistema che garantisca la proprietà giuridiche, ma le regole europee gli andrebbero strette per non parlare del rischio di essere spianati dalla concorrenza dei gruppi europei.
La parte economica dell'accordo di libero scambio - l’introduzione della competizione con le multinazionali occidentali europee – potrebbe danneggiare in maniera significativa l'obsoleta industria pesante dell’Est Ucraina e i suoi padroni miliardari. E per ora i termini di questo accordo sono segreti.
Quello che sicuramente succederà è invece che Poroshenko deluderà i lavoratori ucraini.
Come in ogni movimento politico che coinvolge strati più o meno ampi delle masse, Euromaidan oggi e rivoluzione arancione ieri sono state possibili perché lo scontro fra frazioni borghesi ha aperto un varco di protesta anche per il proletariato sfruttato. Che ha ampi motivi di protesta, ma per lo più è stato utilizzato da una frazione borghese contro l’altra (ricordiamo le lotte dei minatori del 2004-05). A fronte dello sfacciato lusso degli oligarchi e del loro entourage c’è l’estrema povertà dei lavoratori, la cui speranza di vita diminuisce rispetto agli altri paesi capitalisti anche dell’Est (da 70 a 66 anni negli ultimi 10 anni, quando in Polonia è aumentata di 7 anni). La disoccupazione ufficiale è del 9,1%, quella reale del 20,2. Quasi sette milioni di ucraini sono costretti all’emigrazione; nel solo 2012 hanno mandato a casa rimesse per quasi 7,5 miliardi di dollari pari al 4 % del PIL ucraino. Il Kyiv International Institute for Sociology (Kiis) ha rilevato che il 47,1% dei cittadini ha subito richieste di tangenti da parte di un funzionario pubblico nel corso degli ultimi 12 mesi. E se il sistema di istruzione funziona ancora a livelli di eccellenza, il sistema sanitario, privatizzato, è nel caos più completo.
La borghesia al potere oggi in Ucraina è rapace, violenta e sfruttatrice. Questi lavoratori ucraini, che abitino ad Est o ad Ovest, che siano in patria o all’estero già ora stanno pagando quel deficit che certo non li ha beneficati. Il governo Yatsenyuk ha chiesto sacrifici per il riarmo. Ben pochi giornalisti scrivono di cosa pensano oggi questi ucraini e di come potrebbero reagire in futuro. Se gli operai dell’Est sono tiepidi sull’avvicinamento all’Europa è perché hanno già provato il liberismo di Bruxelles nel 2004-5 (chiusura di fabbriche e miniere); invece molti giovani specializzati oggi disoccupati sperano di poter emigrare più facilmente a ovest dopo l’accordo con l’Europa. Se teniamo conto della forte campagna anti-immigrazione da est portata avanti dal governo Cameron e impugnata durante le elezioni europee da Marine Le Pen e Farage possiamo prevedere che le loro speranze a breve resteranno deluse. Come probabilmente sarebbe delusa la speranza dei contadini ucraini, concentrati ad Ovest, di trovare un mercato per i propri prodotti nella UE dove i contadini polacchi o rumeni sono pronti a dare battaglia per non dover dividere i finanziamenti di Bruxelles.
Cronologia 2013-14
21 novembre 2013 inizia a Kiev la protesta di piazza (Euromaidan) dopo che presidente Viktor Yanukovich sospende la firma di un accordo di associazione fra Europa e Ucraina su pressione di Putin
30 novembre 2013 le guardie del presidente attaccano i manifestanti
25 gennaio 2014 la piazza chiede le dimissioni di Yanukovic
18 febbraio la polizia spara sui manifestanti
22 febbraio Yanukovic si dimette e fugge da Kiev
27 febbraio si forma nuovo governo: primo ministro, Arseny Yatsenyuk, presidente ad interim, Oleksandr Turchynov,
16 marzo referendum secessionista in Crimea
21 marzo Yatsenyuk firma con UE accordo politico
6 aprile separatisti cominciano a occupare edifici pubblici ad Est
2 maggio inizia offensiva truppe di Kiev contro separatisti dell’Est
3 maggio a Odessa incendio della casa del sindacato
11 maggio referendum secessionista nelle regioni dell’Est
25 maggio elezioni presidenziali; nuovo premier Poroshenko
13 giugno aereo militare abbattuto dai separatisti – 49 morti
20 giugno Poroshenko proclama tregua unilaterale e lancia piano di pace
27 giugno Poroshenko firma accordo economico con la UE
Alla fine Poroshenko è il solito oligarca, più moderno, più piacione, ma come Yanukovic deve ripagare i prestiti dell’FMI (1,5 miliardi nei primi tre mesi del 2014 e altri 2,5 miliardi da rimborsare entro giugno), ma anche di quelli della Naftogaz, la prima impresa di Stato che gestisce gli oleodotti, con i creditori privati a cui vanno rimborsati 1,5 miliardi entro settembre. In base all’accordo di associazione con la UE il 49% di Naftogaz dovrà passare in mani europee: né gli imperialismi europei, né quello russo fanno regali. Per non menzionare gli interessi sempre più alti da pagare sui titoli di Stato. L’FMI stima per il 2014 un calo del 5% del PIL; a garanzia del prestito il governo di Kiev ha congelato le pensioni, aumentato del 50% il prezzo del gas a uso privato ed è già in cantiere un aumento delle tasse; per chi avesse dei risparmi, gli eurobond ucraini si sono svalutati di 12 punti...
Sul web infuria una battaglia insolitamente vivace fra chi denuncia l’interferenza occidentale (Germania e Usa) e giustifica sempre e comunque l’intervento russo e chi invece esalta acriticamente il governo di Kiev contro il grande manovratore Putin.
L’interferenza degli Stati stranieri nel conflitto ucraino e il loro carattere imperialista è evidente.
I separatisti dell’Est sono evidentemente armati e foraggiati dalla Russia, viceversa non potrebbero abbattere elicotteri, godono di addestramento militare e per buona parte sono certamente al soldo di Putin.
D’altro canto l’abbattimento di Yushenko è stato pilotato, organizzato, foraggiato dalle cancellerie europee e dagli Usa in maniera neanche tanto coperta. Quando Gheddafi bombardava Bengasi si doveva intervenire a difesa dei civili. Quando Poroshenko fa bombardare Donetz il «Wall Street Journal» lamenta solo che l’esercito ucraino sia così poco efficace e affidabile. Giustamente come marxisti denunciamo gli interventi imperialisti in Libia o in Centrafrica, ma l’intervento russo non è meno imperialista e va denunciato.
Avvalorare la propaganda russa degli “slavi tutti fratelli”, o della Russia “baluardo contro il nazifascismo” senza denunciare la pulizia etnica staliniana o i gulag è mettersi al servizio di una parte imperialista contro l’altra.
I media che gridavano al conflitto diretto imminente, al “punto di non ritorno” sono invece rimasti delusi.
Quella che si sta giocando in Ucraina da parte degli imperialisti è una partita a scacchi in cui la diplomazia è la continuazione della guerra con altri mezzi.
L’Ucraina è fondamentale per la sicurezza nazionale della Russia, perché da essa sono sempre transitati gli eserciti invasori. Oggi garantisce l’accesso al Mar Nero e al Mediterraneo. I Russi hanno truppe schierate in Abkhazia, a un braccio di mare dall’Ucraina e non intendono rinunciare alla base navale di Sevastopol.4 Putin si è dimostrato determinato a conservare il controllo della Crimea, punta avanzata verso la VI flotta Usa che pattuglia il Mediterraneo, ma anche a impedire uno spostamento a est del confine operativo della Nato (col rischio di perdere dopo l’alleato ucraino anche l’alleato bielorusso). Ma è stato assai prudente nei confronti delle altre regioni dell’Est, offre il passaporto russo ai poliziotti o militari che lasciano il servizio di Kiev, e ai cittadini della Crimea, ma non agli altri.
Più che per una secessione delle regioni dell’Est la Russia caldeggia una struttura federale dell’Ucraina, con larghe autonomie dei vari oblast; quindi una Ucraina unita in cui la Russia possa contare su aree “amiche” che gli consentano di condizionare la politica ucraina come in passato.
Per l’Europa e gli Usa l’Ucraina non ha la stessa importanza.
In particolare la Germania non può mettere a rischio scambi commerciali, rifornimenti energetici e investimenti con la Russia5 per acquisire maggiore presa sull’Ucraina. L’Europa minaccia sanzioni, come da copione, ma con calma, con una Gran Bretagna che reclama la linea dura (ma creando malumori nella city,6 Germania e Italia che propendono per una linea di compromesso. Gli Usa hanno condotto una serie di “esercitazioni militari” congiunte di deterrenza con Bulgaria e Romania nel Mar Nero e rafforzato la loro presenza a fianco della aeronautica militare polacca; in più premono per sanzioni dure, sia per spostare gli oligarchi ucraini che hanno più interessi con l’Occidente che con la Russia, obbligandoli a scegliere; ma anche per approfondire le contraddizioni fra Europa e Russia e indebolire il ruolo egemone della Germania che è la più esposta.
In assoluto non si può escludere un intervento russo; ad esempio nel solo Donbass (che comunque pesa per il 20% del PIL ucraino), sullo stile dell’invasione della Georgia nel 2008.7 Ma non sembra all’ordine del giorno. La violenza quindi deve rimanere a un livello controllato come in tutti i conflitti “a bassa intensità” (“bassa intensità” naturalmente significa che non coinvolge direttamente le potenze in campo ma che miete vittime, fra civili e combattenti, nel paese che ha la sfortuna di essere il campo di battaglia). Secondo calcoli Onu, nel solo mese di maggio a Est sono morte 356 persone, di cui 257 civili. Sono già 60mila le persone che hanno dovuto abbandonare le loro case per i bombardamenti dell’esercito ucraino nelle zone dell’Est. Molte città sono prive di elettricità e l’acqua è fornita da autobotti.
D’altro canto il presidente Poroshenko, ha presentato il proprio piano di pace in 14 punti, che prevede un 'corridoio' per i mercenari russi che vogliono lasciare il paese, disarmo delle milizie ribelli, decentramento dei poteri e norme per la protezione della lingua russa. Poroshenko rivendica il ritorno della Crimea all’Ucraina, ma non è evidente con quali strumenti di pressione. Lui stesso è condizionato dall’appoggio di Dmytro Firtash, il corrotto per eccellenza che ha già ottenuto che la commissione di inchiesta contro la corruzione sia neutralizzata, ha cooptato Serghey Liovochkin, ex collaboratore di Yanukovich e nominato ambasciatore Pavlo Klimkin, nato e laureatosi a Mosca. Segno che punta a conservare una porta aperta con Putin.
In tutta questa contesa tra imperialismi e borghesie, i lavoratori ucraini per ora non sembrano essere in grado di esprimere una propria linea di difesa indipendente, ma sono vittima dello scontro fra il separatisti dell’Est e il governo di Kiev.
Da internazionalisti sappiamo che gli interessi di lavoratori russi e ucraini sono gli stessi e che entrambe le parti sono sfruttate.  Questo non significa che dobbiamo essere indifferenti alla lunga storia di oppressione nazionale dell’Ucraina. L’unione internazionale tra i proletari è possibile solo se il proletariato di un paese non diviene complice dell’oppressione del proletariato di un altro paese. Lo dicevano Marx ed Engels al proletariato inglese rispetto alla questione irlandese, lo diciamo oggi al proletariato russo, tedesco, italiano rispetto alla questione ucraina. Va difeso il diritto di autodecisione nazionale (che non significa necessariamente secessione). Anche molti Stati borghesi del resto riconoscono pari dignità linguistica alle minoranze e pari trattamento nell’accesso ai posti pubblici. Per un internazionalista la battaglia per il diritto delle minoranze nazionali a decidere del proprio destino va sostenuto, non perché questo ponga fine allo sfruttamento di classe, ma perché solo con questa rivendicazione è possibile togliere a borghesie e imperialismi una potente arma di divisione e assoggettamento del proletariato. Lo stalinismo ha utilizzato gli emigrati russi nelle province dell’impero (dando loro dei piccoli privilegi) per creare “avamposti grande russi” e per dividere i lavoratori ucraini e russi. Ma in contemporanea i lavoratori russi subivano uno sfruttamento sul lavoro e un’oppressione nella vita quotidiana senza precedenti. E’ diritto di ucraini e russofoni esprimersi su con chi vogliono stare. Sarà poi la dura realtà a Kiev come in Crimea che s'incaricherà di dimostrare che per gli sfruttati in questa vicenda non ci sono “nazioni” che garantiscano una vita migliore. Il contenzioso ucraino è condotto - oggi come ieri - in nome del capitale e delle sue logiche di dominio. Non esistono Stati o imperialismi “buoni” e “cattivi” sul fronte della lotta sull'energia, per il dominio dei mercati, per il controllo politico e strategico dei territori, per le aree d'influenza.
Nell'Ucraina dilaniata da questa nuova sporca guerra tra banditi imperialisti è più che mai urgente che si faccia strada la parola d'ordine dei comunisti:
 
GLI OPERAI NON HANNO PATRIA!
CONTRO LA GUERRA RIVOLUZIONE!
 



1. L’area di sviluppo industriale per eccellenza, soprattutto per la siderurgia, fu individuata nell’Ucraina orientale, posta a ridosso del confine russo, ma anche vicina alle miniere. L’industria pesante è concentrata in due aree, il Bacino del Donetsk (oblast di Donetsk e Luhansk) e l’area di Dnipropetrovsk (oblast di Dnipropetrovsk and Zaporizhia). La terza area industriale è a Kharkhov. La cantieristica prevale in Crimea. Nell’area di Kiev c’è solo una significativa presenza di agroalimentare La russificazione, realizzata prevalentemente attraverso l’emigrazione di russi, ha riguardato in primis l’est e la Crimea. Oggi gli ucraini con passaporto russo o doppio passaporto sono 10 milioni (su un totale di 45 milioni di abitanti) e i russofoni sarebbero in tutto il 17,3% nell’intera Ucraina, ma sono il 77% in Crimea, 74,9 % nel distretto di Donetz, 68,8% nel distretto di Luhansk, 48,2 in Zhaporizia, 44,3% a Kharkhov, 41,9% nel distretto di Odessa. – (Fonte: The Guardian). Non è casuale che la stragrande maggioranza dei leader politici anche dell’era post-sovietica siano originari o abbiano studiato nelle regioni dell’Est.

2. Fra il ’92 e il ’94 l’Ucraina in cambio della moratoria del debito accumulato nei confronti di Gazprom cede alla Russia il porto di Sebastopoli per 20 anni e buona parte della flotta del Mar Nero. Fra 2006 e 2009 Mosca sospende saltuariamente le forniture di gas all’Ucraina e alla fine nell’aprile 2010 Yanukovic accetta una joint venture sul nucleare civile e nel 2013 cede basi militari in Crimea fino al 2042.


3. Oggi la Russia ha optato per la diversificazione delle pipeline, che riduce l’importanza dell’Ucraina come via di trasporto e aumenta l’intreccio di interessi fra Russia Germania Italia e Francia. Fino al 2006 per l’Ucraina transitava l’80% di tutto il gas russo esportato verso l’Unione Europea; oggi North Stream, in funzione dalla fine del 2012, trasporta 55 miliardi di mc di gas all’anno direttamente in Germania ed è stato costruito grazie alla collaborazione di Gazprom con il capitale tedesco (Basf e E.on), francese (Gaz de France-Suez) e la tecnologia italiana (Saipem e Snamprogetti). South Stream che entrerà in funzione nel 2015, trasporterà 63 mila miliardi di mc l’anno verso Italia, Austria, Slovenia; è un progetto congiunto Gazprom, Eni, EDF e Wintershall (Basf AG), quindi italo-russo-franco-tedesco.


4. Mosca ha ampliato la base di Novorossijsk, nel Territorio di Krasnodar. Ma né Novorossysk né Sochi possono a breve rimpiazzare Sebastopoli come strutture logistiche, capacità di ospitare militari e impiegati civili (fino a 30 mila), naviglio e quant’altro. Sebastopoli è a tutt’oggi l’unico porto utile per i russi nel Mediterraneo, dal momento che il nuovo governo libico ha revocato ai russi l’uso della base navale di Bengasi, concessa da Gheddafi, e che Tartus in Siria a suo tempo concessa ai russi da Assad per ovvi motivi non è agibile con tranquillità. La perdita di Sebastopoli pregiudicherebbe in più il controllo di South Stream.


5. Ernst&Young sottolineano che nell’ultimo decennio l’indice di redditività del capitale (ROE) per i gruppi operanti in Russia è stato del 20,7%, pari a 1,5-2 volte quello degli altri BRICS (Cina: 14,3%, India: 12,7%) e Messico (10,3%). La Germania ha una quota del 21,9% sugli investimenti stranieri in Russia e produce il 33,4% dei posti di lavoro creati da questi investimenti. Gli imprenditori tedeschi si sono mossi in prima persona perché la Merkel tenesse aperti i negoziati con la Russia. Non è un segreto che gas e petrolio russi garantiscono rispettivamente il 35 e il 30% del fabbisogno tedesco. Sono però già avviati programmi per ridurre questa “dipendenza “, ma non ci saranno alternative a brevissima scadenza. In Italia è l’Eni a seguire col fiato sospeso gli avvenimenti ucraini; prima della sua decadenza Scaroni ha lamentato l’arresto del progetto South Stream che portava commesse miliardarie a Saipem e Snamprogetti.


6. E’ noto che gli oligarchi russi che depositano i loro capitali alla City di Londra o a Manhattan, ma anche presso le finanziarie tedesche e inglesi create ad hoc nei Carabi, oltre che nel paradiso fiscale di Cipro.


All’annuncio delle sanzioni in marzo aprile hanno cominciato a ritirare da Londra e New York parte di questi capitali (la sola FED ha perso 105 miliardi di $ in prelievi al giorno per alcuni giorni; gli inglesi hanno tenuto segrete le cifre).


7. In Georgia la Russia ha appoggiato l’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia o in Moldavia con la Transnistria col pretesto di difendere i cittadini con passaporto russo che vi abitavano. Niente di diverso peraltro dalla Gran Bretagna che si inventa il Kuwait per staccarlo dall’Arabia Saudita e farne un suo feudo o dagli Usa che si inventano il “libero” Panama, staccandolo dalla Colombia. Tuttavia se la Russia oggi controlla Ossezia e Abkhazia, gli Usa hanno un robusto caposaldo militare in Georgia. E intendono allargare la loro influenza sul Mar Nero, a contrappeso di una Crimea russa, istallandosi in Moldavia (che loro insistono sia rumena) e in Azerbaijan.




A.M.

Pubblicato su: 2014-07-17 (1081 letture)

[ Indietro ]

 


You can syndicate our news using the file backend.php

   Get Firefox!