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N36 Pagine Marxiste - Luglio 2014
Sviluppo ineguale e crisi italiana

 


Dopo l’inciampo della crisi il capitale mondiale è tornato a macinare profitti spremuti da masse crescenti di proletari. Ma ciò accresce le contraddizioni di classe, sia nelle metropoli che nei paesi a più recente sviluppo capitalistico.
La quantificazione dell’attuale ciclo di espansione richiede chiarezza concettuale. Il primo approccio ai dati, quello comunemente utilizzato dalle centrali borghesi di analisi e previsione, pubbliche e private, per misurare il ciclo economico, è il Prodotto Interno Lordo in termini reali. Si tratta della massa di beni e servizi prodotti nei vari paesi in un dato periodo, che viene confrontata con i periodi precedenti.
La Fig. 1 mostra, per il prodotto mondiale 1980-2013, quattro fasi di decelerazione, di cui 3 con cadenza decennale, all’inizio degli anni ’80, degli anni ’90 e del nuovo millennio, che non arrivano a una diminuzione assoluta del PIL mondiale, e la crisi del 2007-2009, che fa scendere il PIL mondiale anche se in un solo anno (nel 2009 dello 0,4%), cui segue una ripresa e un nuovo rallentamento.
Il dato più rilevante che emerge dal grafico è tuttavia quello della crescita ineguale del PIL. Negli anni ’80 l’andamento è abbastanza uniforme tra economie avanzate e paesi in via di sviluppo, che negli anni ’90 superano le prime di 1-2 punti percentuali, per poi “decollare” negli anni 2000, con un distacco medio di 4,4 punti di crescita ogni anno. Tra i paesi emergenti spicca l’Asia, che sopravanza costantemente i paesi avanzati, con una differenza media di 3,6 punti negli anni ’80, 4,6 punti negli anni ’90 e ben 6,5 punti negli anni 2000-2009.
Questa dinamica viene evidenziata dalle Tab. 1 e 2.
Tab. 1 - Variazione del prodotto lordo a prezzi costanti, per aree e alcuni paesi, 1970-2012
 
Anni '70
Anni '80
Anni '90
2000-07
2007-12

2012
1970=1

Mondo
45
36
32
25
9
3,6
Europa
39
27
19
19
-0,1
2,5
- Europa Orientale
63
25
-19
49
9
2,7

- Europa Meridionale

48
26
22
17
-7
2,5
- Germania
33
26
21
10
4
2,3
- Italia
45
27
17
9
-7
2,2
Nord America
38
38
40
18
4
3,3
- Stati Uniti
37
39
40
18
4
3,3
America Latina e Caraibi
80
16
36
26
16
4,2
Africa
51
21
27
45
21
4,1
- Nordafrica
81
31
36
41
12
5,1
Asia Orientale
62
70
37
34
20
6,1
- Cina
83
143
170
105
56
38,2
- Giappone
55
57
12
10
-1
3,0
Asia Sud-Est
100
72
64
46
26
10,3
Asia Meridionale
33
62
62
61
31
7,4
- India
34
77
70
68
37
9,3
Asia Occidentale
87
23
46
43
23
5,9
Fonte: Elaborazione su dati ONU
La Tab. 1 mostra le variazioni decennali del PIL a partire dagli anni ’70. In quattro decenni il prodotto mondiale si è moltiplicato di 3,6 volte, ma con ritmi diseguali. L’Europa è cresciuta di 2 volte e mezza, il Nordamerica di 3,3 volte, l’Africa e l’America Latina di 4 volte, l’Asia Orientale (compreso il Giappone) e l’Asia Occidentale (Medio Oriente) di 6 volte, l’Asia Meridionale di 7 volte (India 9 volte), il Sudest asiatico di 10 volte, la Cina… di 38 volte.
Il ritmo è stato diseguale anche nel tempo, con ritmi mondiali calanti (+45%, +36%, +32%, +29%), il ritmo europeo si è dimezzato dal +39% degli anni ’70 al +17% degli anni ’2000, quello degli Stati Uniti è rimasto costante per 3 decenni, ed è caduto negli anni ’2000. L’America Latina e l’Africa sono crollate negli anni ’80 (crisi del debito) dopo il boom degli anni ’70, ma l’Africa ha ripreso velocità (da livelli molto bassi) negli ultimi due decenni, segnando la crescita massima (+65%) negli anni 2000.
L’Asia Orientale risente della decelerazione del Giappone, più che controbilanciata dalla forte ascesa della Cina (che negli anni ’80 e 2000 ha realizzato una crescita del 170% per decennio!).
L’Asia Meridionale, al traino dell’India, ha accelerato la sua crescita di decennio in decennio.
In questo quadro l’Italia, ancora in crescita sostenuta negli anni ’70, nell’ultimo decennio ha segnato l’andamento peggiore di tutte le aree in tabella, con un – 7% nel periodo 2007-2012 e un misero +4% tra il 2000 e il 2010.
La Tab. 2 pone la lente d’ingrandimento sugli anni dell’ultima crisi.
 
Tab. 2 - Mappa della crisi. PIL reale per aree e principali paesi, 2007-13(Variazioni %)
 
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2007-13
Mondo
5,3
2,7
-0,4
5,2
3,9
3,2
3,0
25,3
Economie avanzate
2,7
0,1
3,4
3,0
1,7
1,4
1,3
6,9
Stati Uniti
1,8
-0,3
-2,8
2,5
1,8
2,8
1,9
7,8
Area Euro
3,0
0,4
-4,4
2,0
1,6
-0,7
-0,5
1,2
Germania
3,4
0,8
-5,1
3,9
3,4
0,9
0,5
7,8
Francia
2,3
-0,1
-3,1
1,7
2,0
0,0
0,3
3
Italia
1,7
-1,2
-5,5
1,7
0,4
-2,4
-1,9
-7
Spagna
3,5
0,9
-3,8
-0,2
0,1
-1,6
-1,2
-2,6
Gran Bretagna
3,4
-0,8
-5,2
1,7
1,1
0,3
1,8
2,1
Giappone
2,2
-1,0
-5,5
4,7
-0,5
1,4
1,5
2,5
CSI incl. Russia
8,9
5,3
-6,4
4,9
4,8
3,4
2,1
24,6
Est Europa + Turchia
5,3
3,3
-3,4
4,7
5,4
1,4
2,8
20,8
Asia emerg. e in svil.
11,5
7,3
7,7
9,7
7,9
6,7
6,5
73,4
Cina
14,2
9,6
9,2
10,4
9,3
7,7
7,7
91,3
India
9,8
3,9
8,5
10,3
6,6
4,7
4,4
59
Indonesia
6,3
6,0
4,6
6,2
6,5
6,3
5,8
50
America Latina
5,8
4,3
-1,3
6,0
4,6
3,1
2,7
27,8
Brasile
6,1
5,2
-0,3
7,5
2,7
1,0
2,3
27
Messico
3,1
1,4
-4,7
5,1
4,0
3,9
1,1
14,4
M.O., N. Africa, Pakistan
6,0
5,1
2,8
5,2
3,9
4,2
2,4
33,4
Africa Subsahariana
7,1
5,7
2,6
5,6
5,5
4,9
4,9
42,4
Fonte: elaborazione su dati FMI, WEO 2014 database
Depressione italiana
Questa tabella evidenzia come la crisi iniziata nel 2008 abbia investito pesantemente tutte le metropoli, ma è passata come una momentanea perturbazione sui paesi emergenti e in via di sviluppo, che segnano una crescita significativa anche nel periodo 2007-2013. Tra le metropoli indicate, l’Italia è quella che fa segnare i peggiori risultati, con un calo del 7,2% in 6 anni (solo la Grecia ha fatto peggio).
Come già osservato su queste pagine, il dato del PIL in termini reali che misura la produzione fisica di quelli che Marx chiama valori d’uso, ma al capitale ciò che interessa non è l’utilità (o inutilità, o nocività) di un prodotto, quello che ne muove la produzione è il valore di scambio (banalizzando, il denaro) che ne può ricavare e la possibilità attraverso di esso di realizzare un plus-valore di cui il profitto, l’interesse e la rendita sono manifestazioni. Ma l’essenza di tale valore di scambio è il lavoro umano in esso incorporato, e la sua entità è proporzionale alla massa di lavoratori salariati che riesce a mettere in movimento – a sottomettere a sé - con profitto. Da questo punto di vista – astraendo dalla diversa composizione organica dei capitali individuali e dei loro raggruppamenti nazionali – la potenza e la dinamica dei capitali e del sistema capitalistico sono date dal numero di proletari che il capitale comanda imponendo ad essi un lavoro in cambio non del frutto del lavoro, né del suo valore, ma di un salario, il prezzo della forza lavoro mercificata e unica fonte di sussistenza per i proletari.
Dato l’aumento della produttività fisica del lavoro nel tempo (nuove tecniche, macchine e aumento della qualificazione della forza lavoro) il volume della produzione può aumentare anche se la quantità di lavoro che l’ha creata diminuisce, per questo a fianco dell’indicatore PIL facciamo riferimento a quello del numero di lavoratori salariati, anche se le statistiche internazionali sono più attente a contare i dollari e gli euro del PIL che non i lavoratori che ne sono i creatori. Per molti paesi in via di sviluppo non vengono rilevati dati affidabili sugli occupati e in particolare sui salariati, anche perché in buona parte delle economie meno sviluppate prevale il lavoro “informale”.
Nell’articolo “Proletari del mondo in marcia” (PM n° 34) abbiamo documentato la crescita di circa 350 milioni del numero di lavoratori salariati nei primi 12 anni del nuovo millennio, concentrata nei paesi emergenti e in sviluppo. Nella Tab. 3 abbiamo cercato di fornire una stima della dinamica e distribuzione dei lavoratori salariati nel mondo. Il dato ricavato per differenza tra occupazione totale e occupazione “vulnerabile” corrisponde alla parte “moderna” dell’economia, costituita da lavoratori salariati da un lato e imprenditori dall’altro. È la parte dell’economia che determina la quasi totalità dell’aumento della produzione, perché ha una produttività molto superiore a quella del lavoro autonomo tradizionale, in gran parte lavoro agricolo di sussistenza, commercio ambulante e artigianato tradizionale. Anche se questo non significa che non sia anch’essa “vulnerabile” dalle crisi, come ben sanno tutti i salariati, anche delle metropoli.
Se ipotizziamo che l’occupazione “moderna” sia composta per il 90% da lavoratori salariati e per il 10% da imprenditori, in 13 anni il capitale ha aumentato di circa 320 milioni gli uomini e le donne che sono sotto il suo comando nel tempo di lavoro, con un incremento di più di 1 su 4. Nelle economie sviluppate l’incremento è minimo, e negli ultimi 6 anni vi è stato un calo di quasi due milioni – gli Stati Uniti hanno da poco recuperato i livelli occupazionali pre-crisi, ma il tasso di disoccupazione resta più alto. Quindi la crisi non è ancora stata pienamente superata dalle metropoli, e in particolare dall’Italia, che ha perso un milione di occupati.
 
Tab. 3 – Occupazione totale, vulnerabile e moderna per aree geografiche, 2000-2013
Dati in milioni di persone
Totale occupati (A)
Occupazione 'vulnerabile' (B)*

Occupazione 'moderna'
(A-B)**

variaz.
2000-2013

 
2000
2007
2013
2000
2007
2013
2000
2007
2013
milioni
 
Mondo
2613,4
2939,5
3102,5
1369,7
1475,8
1502,5
1243,7
1463,7
1600
356,3
28,6
Economie sviluppate
448,2
477,4
473,2
50,7
49,8
47,4
397,5
427,6
425,8
28,3
7,1
Europa Orientale non UE + CIS
145,6
158
164,7
32,9
31,1
31,6
112,7
126,9
133,1
20,4
18,1
Asia Orientale
749,3
800,6
822,6
430,7
421,4
379,2
318,6
379,2
443,4
124,8
39,2
S-E Asia e Pacifico
242,3
274
302,7
159,1
167,9
181,4
83,2
106,1
121,3
38,1
45,8
Asia Meridionale
508,5
593,4
618,7
411,5
473,7
480
97
119,7
138,7
41,7
43,0
America Latina e Caraibi
208
247,2
273,2
73,7
78,7
88
134,3
168,5
185,2
50,9
37,9
Medio Oriente
41,4
56,5
66,2
13,3
16,1
17,2
28,1
40,4
49
20,9
74,4
Nordafrica
44,4
55,2
60,7
17,4
21,9
22,1
27
33,3
38,6
11,6
43,0
Africa Subsahariana
225,8
277,4
320,5
180,5
215,3
255,7
45,3
62,1
64,8
19,5
43,0
Fonte: elaborazione su dati ILO, Global Employment Trends 2014
* Definita come l'insieme dei lavoratori in proprio e collaboratori familiari
** Per differenza, è la somma dei lavoratori salariati o di cooperative e degli imprenditori

Proletarizzazione mondiale
Diverso il panorama dei paesi “emergenti e in sviluppo”. L’Asia Orientale (soprattutto la Cina, col suo miliardo e mezzo di abitanti), ha visto un calo di 60 milioni dei lavoratori ‘vulnerabili’ e un aumento di 125 milioni di quelli dipendenti dal capitale. Si tratta di una gigantesca trasformazione sociale, simile a quella avvenuta negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso in Italia e qualche decennio prima in Francia e Germania, con il passaggio di grandi masse di popolazione dalla campagna alla città, dall’agricoltura all’industria e ai servizi, dal lavoro autonomo al lavoro salariato. In 12 anni in Asia Orientale 100 milioni di persone hanno abbandonato l’agricoltura, 20 milioni sono entrati nell’indu-stria, 100 milioni nei servizi. Una trasformazione sociale epocale, di dimensioni mai viste nella storia umana è in corso in queste aree. Il risultato è duplice: il capitale per la prima volta assoggetta la maggioranza dell’umanità, e si accumula a ritmi molto spinti lasciandosi la crisi alle spalle; il proletariato è diventato maggioranza e lo sarà in maniera sempre più schiacciante. Le due classi moderne e contrapposte polarizzano sempre di più l’umanità.
La sola Asia Orientale, che ancora nel 2000 aveva circa 60 milioni di salariati meno del totale dei paesi sviluppati, li ha già superati di oltre 15 milioni. Restano 380 milioni di persone ancora da proletarizzare. L’Asia Meridionale contiene ancora una riserva di 480 milioni di vulnerabili, tre volte l’occupazione moderna; il Sud Est asiatico ne ha altri 180 milioni, 1,5 volte i ‘moderni’, l’Africa Subsahariana altri 250 milioni, 4 volte i moderni, mentre in America Latina, Nordafrica e Medio Oriente già prevale nettamente l’occupazione moderna.
La tendenza è irreversibile, i tempi dipendono dalla velocità di accumulazione del capitale e dalla violenza dell’azione con cui il capitale sradica queste popolazioni dalla loro terra, spesso con l’aiuto dello Stato, come avviene dagli Enclosure Acts inglesi della seconda metà del ‘700 che privarono i contadini dei pascoli comuni. Anche la guerra è un potente strumento di sradicamento e quindi di proletarizzazione, come ben sanno ad esempio paesi come l’Angola ieri e l’Iraq e la Siria oggi. Se poi questo processo verrà sorpreso dalla rivoluzione proletaria, oppure questa lo erediterà quando ormai ultimato, non è dato sapere, ed è l’unico aspetto che dipende dal fattore soggettivo, dalla coscienza e organizzazione del proletariato che cresce numericamente e dalla capacità delle sue avanguardie comuniste.
Questa crescita del proletariato mondiale non è solo un fatto numerico, ma si traduce in forti ondate di lotte in molti paesi, per aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro, dalla Cina all’India, Bangladesh, Cambogia, all’Egitto, Sudafrica e Brasile solo per citare alcuni degli esempi più noti.
Tab. 4 - Ristrutturazione dell'industria manifatturiera
 in Europa 2000-2012 (variazioni percentuali)
 
Produzione
Addetti
Prod/addetto
Prod/ore lav.
 
2007-2012
2000-2012
2007-2012
2000-2012
2007-2012
2000-2012
2007-2012
2000-2012
U E
-4,3
11,7
-9,7
-15,2
6,0
31,7
8,5
36,4
Area Euro (18paesi)
-5,9
9,1
-9,0
-14,3
3,4
27,3
6,8
33,7
Germania
0,5
23,5
0,9
-6,0
-0,3
31,4
2,3
36,9
Austria
4,3
33,7
-1,5
-2,9
5,9
37,7
10,1
43,1
Francia
-7,6
1,0
-11,5
-21,6
4,4
28,8
4,3
31,9
Italia
-15,0
-10,1
-11,0
-9,8
-4,5
-0,3
2,0
8,3
Spagna
-11,2
-4,3
-24,5
-30,1
17,6
36,8
16,6
42,5
Portogallo
-3,3
-0,1
-16,7
-27,8
16,1
38,4
15,8
38,6
Irlanda
-1,3
21,6
-20,5
-28,6
24,2
70,3
26,6
76,6
Grecia
-19,8
-13,6
-24,2
-21,7
5,8
10,3
9,1
15,1
Paesi Bassi
-2,8
11,9
-5,5
-15,0
2,8
31,6
2,4
32,6
Belgio
-13,2
-6,4
-9,5
-18,3
-4,1
14,7
-1,8
18,9
Gran Bretagna
-8,6
-9,0
-12,0
-35,0
3,8
39,9
4,5
41,2
Finlandia
-27,6
10,3
-9,7
-13,8
-19,8
28,0
-15,9
35,2
Svezia
-3,9
37,2
-11,6
-18,4
8,6
68,2
8,6
70,3
Rep. Ceca
14,1
113,4
-7,4
-3,8
23,3
121,7
21,5
132,3
Ungheria
-9,1
35,6
-7,1
-14,8
-2,2
59,2
-1,3
60,6
Polonia
34,3
138,4
-6,2
nd
43,2
nd
48,6
160,5
Slovenia
-10,3
31,4
-17,1
-22,9
8,2
70,5
18,1
86,8
Slovacchia
25,9
188,7
-7,7
-3,8
36,4
200,1
36,0
198,6
Estonia
8,1
88,1
-11,2
-9,9
21,7
108,8
27,6
111,2
Lettonia
7,5
61,6
-18,6
-22,5
32,1
108,6
34,0
130,5
Lituania
8,1
106,3
-22,0
-17,1
38,7
148,9
44,0
59,8
Romania
-0,9
59,4
-15,5
-17,6
17,3
93,4
17,3
94,4
Norvegia
2,0
19,4
-6,4
-9,8
9,0
32,4
14,2
34,4
Svizzera
9,3
37,9
-1,0
-2,2
10,5
41,0
n.d
n.d.
Fonte: nostra elaborazione su dati Eurostat
Ristrutturazione industriale europea
Nelle vecchie metropoli il proletariato permane in fase di riflusso, anche perché alti livelli di disoccupazione favoriscono la lotta del capitale per abbassare i salari e aumentare la flessibilità della forza lavoro, ossia la sudditanza dei lavoratori alle esigenze del mercato e del profitto. Come osservato, tra i maggiori paesi sviluppati, l’Italia è quello che più è sprofondato nella crisi iniziata nel 2008, e deve ancora uscirne. L’industria manifatturiera italiana si trova nell’epicentro di questa crisi. Nella Tab. 4 ricostruiamo l’andamento della produzione manifatturiera e della produttività per i paesi europei. Se osserviamo le prime due colonne, vediamo che nel periodo dalla crisi la produzione manifatturiera in Europa è diminuita del 4,3%, ma resta un incremento dell’11,7% dal 2000 al 2012. Nel periodo di crisi c’è un calo per tutti i paesi dell’Europa Occidentale e Scandinavia, escluso il blocco tedesco (Germania, Austria, Svizzera) e la Norvegia. L’Italia, con -15%, ha la maggiore caduta dopo Finlandia e Grecia.
Rispetto al 2000, con un calo del 10%, l’Italia ha il peggior risultato dopo la Grecia e davanti alla Gran Bretagna, il Belgio e la Spagna, mentre la Francia è in pari, la Germania segna +23%, l’Austria +34% e la Svizzera +38%, la Svezia +37%. Ma il dato più eclatante è il trasferimento di produzione dall’Europa occidentale e meridionale all’Europa orientale, con forti incrementi per Slovacchia (+189%), Polonia (+138%), Repubblica Ceca (+113%), Paesi Baltici (oltre 80% in media). Persino la Romania segna +60%. I capitali si sono trasferiti dall’Ovest all’Est, dove c’è una manodopera qualificata (spesso molto più qualificata per l’industria di quella italiana) che costa solo una frazione di quella dell’Europa occidentale. In Italia la caduta è continuata anche nel 2013, portando a un calo del 17,7% nel periodo della crisi, che lascia una perdita produttiva del 12,9% anche rispetto al 2000.
Se osserviamo le colonne relative agli addetti, vediamo come tutti i paesi europei hanno espulso lavoratori dall’industria manifatturiera, anche quelli che hanno aumentato la produzione. Il capitale ha ridotto i “costi” e quindi aumentato la produttività per addetto. Spostamento verso Est (e verso l’Asia e i paesi emergenti), riduzione degli addetti e forte aumento della produttività: questa la ristrutturazione dell’industria europea nei primi anni del nuovo millennio.
Piccola impresa, bassi salari
Se osserviamo la colonna relativa al valore aggiunto per addetto vediamo però che, a fronte di una media europea di +6% negli anni della crisi, e +31,7% dal 2000, l’Italia è l’unico paese ad avere un segno negativo anche per il periodo 2000-2012. Ciò è in parte dovuto al forte utilizzo della Cassa Integrazione, per cui molti lavoratori risultano addetti del settore, ma non hanno lavorato. Se quindi consideriamo il valore aggiunto per ora lavorata (ultime due colonne), anche il dato italiano diventa positivo (+2% e +8,3%), ma nel periodo 2000-2012 è il più basso d’Europa.
Tab 5 - Salari lordi
nell'industria manifatturiera
 
€/anno
EU a 15 = 100
2012
2000
2012
UE
28.809
100
79
EU-15
36.294
100
100
Danimarca
53.461
131
147
Gran Bretagna
46.600
140
128
Belgio
44.151
117
122
Austria
41.345
108
114
Germania
40.332
116
111
Finlandia
39.994
102
110
Irlanda
39.924
94
110
Olanda
38.686
104
107
Francia
35.523
93
98
Spagna
27.525
67
76
Italia
27.222
74
75
Slovenia
19.605
40
54
Grecia
18.026
49
50
Malta
18.000
47
50
Cipro
16.004
39
44
Portogallo
13.214
34
36
Rep. Ceca
11.945
17
33
Slovacchia
11.322
13
31
Estonia
9.439
13
26
Lituania
9.067
13
25
Lettonia
9.030
13
25
Ungheria
9.004
15
25
Polonia
8.450
n.d.
23
Romania
4.916
6
14
Fonte: Nostra elaborazione su dati Eurostat
Per Francia e Germania è sopra il 30%, per Gran Bretagna e Spagna è sopra il 40%, per molti paesi dell’Est l’incremento del V.A. per ora lavorata supera addirittura il 100%, contro il + 8,3% dell’Italia.
C’è quindi una perdita di competitività del sistema industriale italiano rispetto ai concorrenti europei (ed extra-europei), riconducibile all’anomalia strutturale già vista della piccola dimensione dell’impresa in Italia. La Banca d’Italia nella sua ultima Relazione, così la sintetizza: “L’elevato grado di frammentazione della struttura produttiva italiana, rispetto a quella degli altri principali paesi europei, è comune a tutti i settori. Nella manifattura la dimensione media è pari a 9,3 addetti in Italia, a 14,7 in Francia, a 34,4 in Germania; nel settore dei servizi di mercato, dove il peso delle imprese con meno di 20 addetti supera, nel nostro paese, il 98 per cento, la dimensione media di impresa è pari a 3,2 addetti, contro 5,4 della Francia e 9,9 della Germania”. Nell’articolo Salariati, autonomi e piccolo borghesi nella crisi (PM n° 35), abbiamo riportato il dato che il valore aggiunto per addetto nelle imprese fino a 9 addetti (46% degli occupati in Italia contro il 18% della Gran Bretagna) è meno della metà di quello delle imprese sopra i 50 addetti.
Il sistema italiano, tradizionalmente ma in misura crescente negli ultimi anni, basa la sua competitività sulla compressione del costo del lavoro più che sulla qualità del prodotto e sulle nuove tecnologie. Ma su questo terreno non può competere con i paesi dell’Est e quelli emergenti, dove i salari sono una frazione di quelli italiani.
La tab. 5 dispone in ordine decrescente i salari lordi nell’industria manifatturiera europea. Posta = 100 la media dell’Europa a 15 (Europa Occidentale e Settentrionale + la Grecia) abbiamo che i salari italiani sono a 75, superati di un punto da quelli spagnoli, e staccati di 23 punti dalla Francia, di 36 dalla Germania. La Romania è al 14% dell’EU-15, Polonia e Paesi Baltici si collocano su 1/4, Rep. Ceca e Slovacchia su 1/3, Slovenia e Grecia a circa la metà. L’Italia non può competere con i paesi dell’Est nel costo del lavoro, ma ha difficoltà a competere con i paesi avanzati nei prodotti e nei processi high tech. Per questo i laureati in materie tecniche e scientifiche emigrano all’estero, mentre la borghesia italiana utilizza come manovalanza i laureati immigrati in Italia. Di qui il notevole indebolimento dell’industria italiana negli ultimi anni.
Capitali emigranti
I padroni sono soliti dire che “siamo tutti sulla stessa barca”, per convincere i lavoratori nelle loro richieste devono tener conto delle difficoltà aziendali. In realtà i padroni spesso di barche ne hanno parecchie, e se vedono più profitti all’estero scendono dalla barca italiana per salire su una barca acquistata in un paese a basso costo del lavoro e forte crescita. Le Fig. 2 e 3 mostrano l’andamento dei flussi e degli stock degli investimenti esteri diretti dell’Italia nel periodo 1990-2012. È evidente l’impennata degli investimenti prima della crisi, ma anche la continuazione su valori alti dopo il suo precipitare. E soprattutto è evidente il forte accumulo di investimenti all’estero da parte delle imprese italiane; se nel 1990 lo stock degli investimenti esteri diretti in Italia era pari a quello degli IED italiani all’estero, nel 2013 questi ultimi erano saliti a 600 miliardi di dollari, contro 400 miliardi di IED in Italia: mentre la barca italiana fa acqua, gli yacht dei capitalisti italiani all’estero vanno a gonfie vele; mentre viene ridotta la forza lavoro in Italia, il capitale italiano espande il comando sulla forza lavoro di altri paesi, soprattutto paesi emergenti a basso costo del lavoro. Secondo i dati ICE nel 2011 le imprese italiane avevano oltre 1,5 milioni di addetti in imprese partecipate all’estero, di cui quasi un milione nell’industria manifatturiera. I lavoratori italiani anziché remare per far competere la barca italiana con le barche estere a scapito delle proprie condizioni, devono collegarsi con i proletari di ogni paese, a partire da quelli che hanno padroni italiani, per condurre una lotta comune a difesa delle proprie condizioni e per liberarsi dal comando del capitale.
 







R.L.

Pubblicato su: 2014-07-17 (1022 letture)

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