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N°36 Pagine Marxiste - Luglio 2014
“Unipolarismo” italiano nelle convulsioni dell'UE
ELEZIONI EUROPEE 2014



La tornata elettorale da poco conclusasi deve essere attentamente valutata perché alla fine essa si è rivelata come un momento importante in cui le varie correnti e frazioni della borghesia europea si sono misurate tra di loro, allo scopo di far uscire delle “risultanti” nazionali e continentali in grado di esprimere nuovi equilibri e nuove prospettive di marcia.
 
ELEZIONI = UN SONDAGGIO DI MERCATO DELLA BORGHESIA
 
Per noi marxisti l'analisi delle elezioni non può non partire da alcuni ”punti fermi” che caratterizzano il nostro pensiero. E cioè:
1) con le elezioni i cittadini sono chiamati a scegliere quale membro o formazione politica della classe dominante perpetuerà il dominio del capitale per un certo periodo di tempo;
2) le elezioni sono un “sondaggio di mercato” che la classe dominante periodicamente svolge per approntare la forma politica di dominio che meglio esprime una “sintesi” tra le sue varie frazioni;
3) il risultato politico che scaturisce dalle elezioni non determina di per sé stesso i rapporti di forza tra le classi, ma casomai li riflette; seppur in modo non grettamente meccanicistico: dal momento che la politica ha una vita “sua propria”, e delle leggi precipue;
4) il parlamento - oggi come oggi - pur non essendo più la sede principale della “mediazione” tra le frazioni borghesi o tra le borghesie nazionali (come nel caso del parlamento europeo), rappresenta comunque un ambito in cui le classi dominanti si misurano: per far prevalere questa o quella opzione politica, questa o quella tendenza strategica, che costituiscono alla fine delle “direttrici” dalle quali - ai vari livelli - esce una risultante politica “generale”; spesso non determinata a priori.
 
Detto questo, per chiarezza ed a scanso di equivoci, e cercando di evitare una concezione “causa-effetto” in merito al rapporto “Troika-Parlamento Europeo”, entriamo direttamente nel merito delle elezioni europee del 25 maggio.
 
EUROPEISMO, EUROSCETTICISMO, ANTIEUROPEISMO

Il vero quesito che angustiava i poteri centrali della U.E. e della BCE, nonché le frazioni imperialiste “europeiste” e quasi tutti i governi attualmente in carica dell'Unione, era il peso delle componenti “antieuropee” o “euroscettiche” che sarebbe uscito dalle urne.
 
Da anni, nell'Est Europa in via di “integrazione” o recentemente inserito nell'U.E., ma anche nei paesi “centrali” e “mediterranei” del continente, si sono prodotti fenomeni di reazione - più o meno “radicale” - al processo di unificazione monetaria e finanziaria di Bruxelles: acuitisi col progredire della crisi, e con le ricadute che essa ha avuto - ed ha - in larghi settori della popolazione, che ormai toccano in pieno quote consistenti di piccola borghesia, oltreché le masse proletarie.
Questi movimenti (vedi “Alba Dorata” in Grecia, ma la cosa ha coinvolto anche segmenti di “sinistra” tardo-stalinista) si sono caratterizzati come “populisti”, nazionalisti, xenofobi, protezionisti, seppur ammantati di “socialità”.
Anzi, essi si sono spesso rivolti e si sono costruiti un bacino d'influenza proprio tra gli strati più bassi della popolazione autoctona: “rivendicandone” una rappresentanza conseguente contro i “mali” della finanza “vampiresca” e della “speculazione”, nonché dei problemi legati ai fenomeni migratori.
La caratterizzazione di queste formazioni politiche - come detto - è la più varia: tra chi rivendica “semplicemente” la fuoriuscita dall'Euro (in Italia Lega Nord e Fratelli d'Italia), a chi vuole “ricontrattare” con decisione e fermezza i canoni di adesione all'U.E., rigettando in prima battuta il Patto di Stabilità ed il Deficit Spending (stando sempre in Italia, tanto per intenderci, il M5S).
Ad esse si sono opposte nella competizione elettorale i partiti e le formazioni che potremmo definire “europeiste”; cioè quelli che - fatta salva l'esigenza del grande capitale finanziario, industriale e commerciale legato all'export continentale di rimanere vincolato all'Euro - erano e sono favorevoli ad una revisione dei Patti U.E. per “rilanciare la crescita” e sganciarsi dal “rigido monetarismo” tedesco. Senza però derogare dall'impegno a rafforzare ed ampliare la politica “comunitaria”, tenendo ben ferma l'adesione alla moneta unica.
 
Questo confronto-scontro tra frazioni borghesi - in cui da tutte le parti si è tirata dentro la difesa del “lavoro” e la “lotta alla disoccupazione” - ha espresso un vero e proprio rivolgimento elettorale in paesi chiave come la Francia e la G.B (tralasciando per il momento l'analisi di quanto è successo in Ungheria, Austria e Danimarca).
 
In Francia, il Front National di Marine Le Pen (“figlia d'arte”) è diventato il primo partito del paese raccogliendo il 24,85% dei voti validi, seguito dai neo-gollisti dell'UMP (20,8%) e dagli “europeisti” del PSF, relegato in terza posizione (13,98%).
Un disastro per il presidente socialista Hollande, il quale ha dovuto ammettere la disfatta e nello stesso tempo difendere accanitamente il suo nuovo premier Manuel Valls dalla richiesta di dimissioni avanzata dai vincitori. Da notare che il Front National corona un lungo inseguimento - inserimento nella vita politica francese, iniziato, pur tra alti e bassi, con Jean Marie Le Pen qualche decennio fa, ed approdato ora con la guida della figlia Marine, facendosi interprete del disagio di una fetta consistente di giovani proletari e dei disoccupati. Il F.N., dichiaratamente razzista, xenofobo e fascista, appartiene ovviamente a pieno titolo agli “antieuro”.
 
In Gran Bretagna, che - ricordiamolo - è dentro l'U.E. ma non dentro l'euro, un certo Nigel Farage, agente di Borsa, ha portato il suo partito, l'Ukip (antieuropeo, razzista, populista), a totalizzare il 27,49% dei voti, precedendo i Laburisti di Ed Miliband (25,40%) e relegando anche qui in terza posizione il partito di governo, i conservatori del premier David Cameron (23,93%). Rispetto alla Francia lo scarto con gli “europeisti” è più ridotto, ma non meno significativo. Tra l'altro Farage - soggetto non di “primo pelo”, dal momento che è europarlamentare dal 1999 - rivendica senza timidezza di rinegoziare i Trattati europei ed il referendum per l'uscita dall'U.E.
 
L'affermazione di questi soggetti politici in paesi di “peso” dell'U.E. come sono appunto la Francia e la Gran Bretagna, pone tutta una serie di nuove questioni e di interrogativi rispetto a quanto sarà contrastato il processo di riunificazione politica europeo. Sorge subito la domanda sul come queste affermazioni elettorali potranno tradursi in Gruppi Parlamentari in grado di contare effettivamente a Bruxelles. Già i due partiti in questione (FN e Ukip) hanno preso strade diverse riguardo a possibili alleanze in Parlamento. Praticamente, la pur comune matrice razzista e xenofoba non basta a mettere insieme “nazionalismi” che si sono storicamente compattati solo di fronte all'emergenza di guerra.
 
Da rilevare comunque che essi sono riusciti ad intercettare un “disagio” sociale ed una “protesta” politica che tocca non più solo i “vecchi” disoccupati o la “tradizionale” piccola borghesia investita dalla crisi e preoccupata dalla turbativa che gli immigrati porterebbero all'“ordine pubblico”. Essi hanno “pescato” tra i giovani e nelle zone “a recente disoccupazione” (il 30% dell'elettorato del FN - che ha preso in totale 4,5 milioni di voti - è composto da giovani al di sotto dei 35 anni), conducendo una campagna a forti tinte protezioniste: vuoi sull'agricoltura, vuoi sui limiti rigidi delle “quote” di immigrati ammessi a lavorare sul loro territorio nazionale, vuoi sui livelli di reddito richiesto a questi ultimi per essere “tollerati” (per Farage devono guadagnare non meno di 33.000 euro annui; e su questo anche il premier Cameron è allineato, come pure sui tagli ai sussidi, in buona compagnia con la Merkel), vuoi infine sul fatto che si punta ad abolire la concorrenza dei “bassi salari” che questi lavoratori porterebbero nelle zone di approdo, a tutto danno degli “autoctoni”...
Ci si fa largo in maniera decisa coi disoccupati locali brandendo anche la carta della “nazionalizzazione” delle fabbriche che chiudono (Marine Le Pen) ed ottenendo consensi (indagine Abel Mestre su “Le Monde”) pure tra gli arabi delle “banlieue” di 2a e 3a generazione, che vorrebbero stoppare l'afflusso di rom, rumeni e bulgari...
 
Sono temi molto concreti, che ci mostrano una destra europea assai capace di lavorare sulla “pancia” di milioni di lavoratori del proprio paese, a favore dei quali fino ad ieri non è stato mosso ovviamente un dito per impedire che venissero massacrati dai padroni “nazionali” e dai loro governi. Basti pensare a cosa ha rappresentato per i lavoratori in Gran Bretagna la politica di Margareth Thatcher, ed in Francia l'alternarsi di governi delle “sponde opposte”, mai seriamente contrastate da nessun “populista” dell'ultima ora...
 
In politica estera, l'Ukip prende le distanze dall'U.E. in merito agli interventi - dietro le varie modalità - in Libia, Siria, Ucraina. In quest'ultimo caso, Farage è con Putin e contro “l'europeizzazione della NATO”... Egli privilegia la linea atlantista con USA e Canada, e favorevole ad interventi della Gran Bretagna solo se è in gioco il suo interesse “storico ed economico”, “quando si è risolutivi”, “quando si possono conseguire obbiettivi specifici”. Come si vede, un “nuovo” nazionalismo, che farebbe sponda sull'U.E. solo per avvantaggiare la “Nazione”.
 
Marine Le Pen, da parte sua, pur partendo da posizioni decisamente diverse da quelle di Farage (anti-americaniste piuttosto che filo-atlantiste, accusando l'U.E. di aver ceduto sovranità agli USA), converge con il britannico nella valutazione sul “non intervento” nelle aree di crisi sopra richiamate, in un certo atteggiamento filo-Putin, nella contrarietà all'allargamento dell'Unione Europea, includendo in questo veto la stessa Turchia. Tra l'altro, la Le Pen ritiene che il “peggio” dell'U.E. si sia prodotto proprio nella guerra di Siria, dove è stato “pazzesco” fornire armi francesi ai jihadisti, andando “contro” l'interesse nazionale. Oltre a rispolverare il vecchio obbiettivo gollista “fuori dalla NATO”, è significativo che il FN non pronunci parola né sull'area francofona in Africa, né tanto meno sugli interventi militari del “proprio” imperialismo in Centro Africa e in Mali.
 
Da rilevare un dato che rappresenta un limite di queste aggregazioni politiche “anti euro”: la scarsa presa nelle rispettive capitali (il loro essere in sostanza espressione di un malessere certamente diffuso ma ancora “provinciale”), ed il conseguente mancato appoggio di gran parte del grande capitale dell'industria e della finanza. A Londra vincono i Laburisti. Se l'Ukip raccoglie il 35% del suo elettorato da professionisti e manager (essa è contro la privatizzazione dei Servizi), questo non gli garantisce l'appoggio della burocrazia statale (così come in Francia per il FN), né soprattutto quello degli “operatori economici” in una Londra “filo-europeista”: sede di 100 dei 500 maggiori gruppi internazionali, e maggior centro di scambio di euro-monete estere di tutta l'eurozona combinata!
 
Siamo sempre su livelli di “conta dei voti”, che è ulteriormente ridimensionata da un astensionismo tradizionalmente più alto di quello italiano. Il 24,85% di Marine Le Pen “vale” effettivamente per poco più del 10% degli aventi diritto; così come il circa 28% di Farage deve essere tradotto in un 9% effettivo dell'elettorato. Una “base” dunque sempre più ristretta della politica borghese, in tutte le sue forme di rappresentanza e di “conta”.
Il che però non deve farci assumere atteggiamenti di “sufficienza” e neppure di semplice “dileggio” di questi fenomeni - soprattutto se “emergenti” - dal momento che l'astensionismo di per sé non ci risolve il problema di dare un'organizzazione politica classista ai proletari.
 
Anzi, dovremmo più attentamente studiare il “COME” la borghesia - in tutte le sue frazioni e colorazioni - riesca a “spostare” ideologicamente settori più o meno ampi della nostra classe.
 
Come, allo stesso tempo, dovremmo considerare il voto “anti euro” non solo in quanto tale, ma anche sul versante di un voto espresso pure contro i rispettivi partiti e governi nazionali. Quindi anche come voto di reazione alle politiche dei singoli schieramenti governativi.
In Italia ciò non è potuto accadere semplicemente perché la carta del governo Renzi e del suo “nuovismo” è stata giocata poco prima della tornata elettorale, e quindi si è potuta in qualche maniera “neutralizzare” una spinta antigovernativa che sarebbe stata certamente più forte qualora fosse toccato ad Enrico Letta sostenere l'impatto del voto...
 
Nel frattempo, è annunciata per il gennaio 2015, a Mosca, benedetta da Putin ed accolta con tutti gli onori dall'oligarca russo Kostantin Malofe'ev, la fondazione de “l'Internazionale Nera” anti U.E. (“Repubblica” 9/06/'14), della quale sarebbero alfieri Marion Le Pen (FN, nipote di Jean Marie), H.C. Strache (leader dell'FPÖ austriaco, in ottimi rapporti con Mosca), Volen Siderov, capo del Partito Nazionalista Bulgaro.
Il “comitato di accoglienza” sembrerebbe annoverare tra le sue fila Aleksandr Dugin, leader nazionalista del “Movimento Euroasiatico”, promotore appunto di una “Europa delle Patrie”, contro “liberalismo e omosessualità”. Non c'è che dire: una bella combriccola, incensata dalla Fondazione intitolata a S. Basilio il Grande, di cui lo stesso Malofe'ev (finanziatore dei separatisti dell'Ucraina Orientale) è presidente.
Sono spunti che dovrebbero far riflettere chi ancora vede in Mosca - con o senza la Stella Rossa - il “faro” delle “nazionalità oppresse”...
 
FIBRILLAZIONE POLITICA ED INCERTEZZA DEL FUTURO EUROPEO
 
Solo in Germania gli equilibri politici non hanno subito scossoni di rilievo. La Cancelliera Merkel e la sua CDU hanno perso, ma di poco (-2,6%) rimanendo così il primo partito (35,3%); mentre la SPD - con un + 6,5% - si è attestata al 27,3%, rinsaldando da “sinistra” la Grosse Koalition.
Solo grazie alla “tenuta” tedesca possiamo dire che non è andata letteralmente a pezzi l'impalcatura politica su cui si è retta l'U.E. dai Trattati di Maastricht in poi... seppur anche qui non poche preoccupazioni desti il 7% conquistato da Alternative für Deutschland, il movimento anti euro che qualche mese fa ha sfiorato l'accesso al Bundestag.
 
Ora, da un lato questo agglomerato di spinte anti euro (104 seggi) non è in grado per il momento di insidiare l'asse PPE-PSE (403 seggi su 751 totali) che guiderà il parlamento europeo.
 
Dall'altro, però, l'alleanza tra questi ultimi bastioni della borghesia europeista diventa giocoforza e con pochi margini di manovra; in un quadro in cui i “rivolgimenti” elettorali interni ai paesi-chiave di cui sopra mettono sicuramente in ansia tutta la costruzione politica U.E.
Essa non può poggiare semplicemente sulla sommatoria complessiva dei voti a Bruxelles qualora entrasse in crisi il governo francese; o, peggio ancora, il Front National - assieme al britannico Ukip e ad altre formazioni similari - imponessero dei referendum sulla fuoriuscita dall'euro...
 
Insomma: più che i risultati del voto in sé, le correnti “europeiste” sono preoccupate per le dinamiche che esso ha innescato e, in qualche modo, accelerato.
Dunque, la situazione che si prospetta marcia in direzione esattamente opposta ad una ricompattazione politica dell'U.E., foriera di convulsioni che potrebbero avere delle ricadute pesanti, a partire dall'imminente assunzione italiana della semestrale presidenza europea.
 
Ad essa “superman” Renzi si approccia forte del suo indiscutibile successo elettorale (che porta tra l'altro il PD ad essere il primo partito del gruppo parlamentare del PSE); ma le sue velleità di ricontrattazione dei vincoli e dei Trattati, potrebbero arenarsi di fronte alla multipolarizzazione dei paesi fondanti l'U.E. stessa: dove la distinzione non sarebbe nemmeno più quella tra “area nordica” ed “area mediterranea”, ma il tentativo di “scardinamento” del baricentro tedesco attraverso l'asse franco-britannico, facendo sponda sui risorgenti nazionalismi dell'Europa dell'Est, “cortile di casa” dell'imperialismo tedesco.
Un vero e proprio campo minato.
Con buona pace di chi riteneva che “l'unione politica europea” dovesse seguire docilmente l'unione economica, creando di per sé stessa un “blocco continentale” imperialistico monolitico.
Con ciò non vogliamo dire che tale tendenza “unitaria” venga cassata, ma depotenziata sì; dal momento che gli “Stati nazionali”, troppo frettolosamente defunti, ritornano dichiaratamente a svolgere un ruolo “in proprio”, con tutti gli annessi e connessi.
Non è che, ad esempio, la grande borghesia francese sia diventata di colpo “lepenista”, così come quella inglese non è diventata di colpo “faragista”.
Sicuramente, possiamo dire che esse usano ANCHE queste carte (vedremo come) per farsi largo, non soggiacere ai diktat tedeschi, e ritagliarsi il loro spazio imperialista, in una situazione di crescita zero e di perdita di competitività protratta.
 
LE ELEZIONI IN ITALIA

Venendo nello specifico all'Italia, rileviamo innanzitutto un ulteriore incremento consistente dell'astensionismo (che analizzato nei grandi centri e in primo luogo nei quartieri proletari - vedi Milano - assume dimensioni che oscillano tra il 60 ed il 70%).
Comunque, tra chi non si è recato alle urne e chi ha invalidato la scheda si arriva ai 22 milioni, su poco più di 50 milioni di aventi diritto (57,22% di votanti contro il 65,05% alle Europee del 2009, risalito al 72,2% alle politiche del 2013).
 
Nonostante l'aumento del non-voto il PD prende 3,1 milioni di voti in più rispetto al 2009, e 2,5 in più rispetto al 2013, raggiungendo il 40,8% (in cifra assoluta 11.172.861 voti, ma Veltroni nel 2008 ne aveva presi 12.095.306).
La percentuale è considerevole (solo la DC nel 1958 raggiunse livelli percentuali simili). Ma è ovvio (e il movimento dei flussi di voto lo dimostra) che a fronte di un aumentato astensionismo: 1) i “consensi” reali a Renzi si attestano attorno a poco più del 20%; 2) Renzi pesca un po' da tutte le parti. In primo luogo da “voti in uscita” del M5S, poi dall'ex Scelta Civica e dalla stessa F.I., “tenendo” il suo elettorato per circa l'80%.
 
Operazione che non riesce al M5S (-2,9 milioni) che perde il 50% dei voti presi nel 2013, parte dei quali ritornano nell'astensionismo.
Non irrilevante neppure l'astensione nell'ex Polo delle Libertà, eccetto la Lega Nord e Fratelli d'Italia (però: i primi “rimontano” da un disastro, i secondi sono all'esordio). F.I. (-7 milioni di voti in cinque anni!) tracolla a terzo partito, distaccato del 23% dal primo, anche se ricomponendo i pezzi andati in “libera uscita” si avvicinerebbe alla soglia del 30%... Oltre alle vicende giudiziarie di Berlusconi, essa paga la “messa in mora” ad opera dei governi delle “larghe intese” .
 
Per quanto riguarda Tsipras, e cioè la “sinistra riformista”, essa dimezza i voti che SEL e PRC avevano preso assieme nel 2009, mentre cede di meno rispetto alla somma tra SEL e Rivoluzione Civile nel 2013 (totale 1.103.203 voti). Un commento veloce su questa lista della cosiddetta “sinistra alternativa” per “un’altra Europa”. Sì, il riformismo socialdemocratico, con venature staliniste riciclate, non è morto; e proprio il “tifo” di esso verso l'imperialismo russo sulle vicende ucraine - ad esempio - dimostra che può essere pur sempre utilizzato. Ma non ha respiro strategico. Per due motivi: 1) manca il terreno per l'implementazione di una nuova stagione riformista di quel tipo; 2) le formazioni di destra lo hanno nettamente spiazzato in quegli “agganci” sociali senza i quali esso non può uscire da ambiti nettamente minoritari e tutto sommato marginali, seppur ugualmente molto deteriori per i proletari che vi si avvicinano.
 
Avremo modo di analizzare più nel dettaglio gli spostamenti elettorali, ma ciò che possiamo subito rilevare è il senso politico di marcia uscito dalle elezioni, e le stesse dinamiche sociali che ne stanno alla base.
Ciò che colpisce - dentro un quadro sociale, lo ripetiamo, di DISTACCO ULTERIORE di amplissimi strati proletari dal parlamentarismo e dai suoi riti - non è la vittoria netta di Renzi, ma il divario che si è prodotto tra il suo partito e tutti gli altri, nonché la velocità della sua affermazione come “uomo solo al comando”.
 
Tralasciando per un attimo le molte considerazioni - alcune appropriate, altre meno - sugli “elettori liquidi”, sul marketing della comunicazione, sull'appoggio immediato dei “mezzi di informazione”, sul “partito personale”, sul “volto nuovo” giovane e dinamico del premier, sulla “rottamazione” dei “dinosauri della politica” ecc. ecc. ci interessa qui rilevare alcuni aspetti di “novità” ma anche di “regolarità” del ciclo politico italiano.
 
In primo luogo, sembra uscire da questa tornata elettorale europea un messaggio di “stabilità unipolare” da parte della politica dell'imperialismo italiano: sia verso l'interno che verso l'esterno.
 
Ora, con questo risultato e dopo aver razziato i pezzi sparsi del “Centro” suoi alleati di governo (NCD e “Scelta Europea”, Monti per intenderci) la strada delle “riforme”, come ha detto subito lo stesso presidente del consiglio, “non deve avere più ostacoli”, almeno per un certo lasso di tempo.
Siccome sappiamo bene in cosa consistano queste “riforme” (precarizzazione a vita del lavoro, tagli sociali, favori alle imprese, alle banche ed alle società immobiliari... oltre alla riduzione dei costi di una politica sproporzionati per la stessa borghesia), tutto lascerebbe pensare che sia in atto una “stabilizzazione” da parte delle frazioni della classe dominante italiana. Stabilizzazione unipolare confermata, anzi rafforzata, dall'esito delle elezioni amministrative: nelle quali il PD conquista le due presidenze regionali in palio (Piemonte ed Abruzzo) e tutte le province (eccetto Bolzano, Sondrio ed Isernia), soprattutto in quelle del Nord-Est, feudo tradizionale del Centro-Destra. Con maggioranze che superano quasi sempre quella ottenuta a livello nazionale per le europee (a Milano il PD è al 44%; a Varese al 41,8%, lasciando la Lega Nord al 14,6%...).
 
“BLOCCO” RENZIANO ED “INPOLITICITA'” GRILLINA

Si riconferma in pratica il blocco sociale che il “New PD” renziano ha rapidamente assiemato, e che ha fatto da sfondo alla sua “spettacolare” ascesa a palazzo Chigi.
Blocco trasversale tra piccola e grande impresa, fra artigiani e banchieri, passando per le Cooperative. Blocco trasversale e interregionale che lo ha sostenuto in poco più di un anno e mezzo: da sindaco di Firenze, a segretario PD, a capo del governo, con la benedizione di Giorgio Napolitano; il quale ha a sua volta affermato “de facto” un presidenzialismo non dichiarato.
E di questo asse interborghese, ricompattato nel blairiano “Center of Left” (Centro della Sinistra), il “Corriere della Sera” (27/05/'14) si compiace:
“E' andato meglio (Renzi, NDR) nel Nord delle partite Iva e dei padroncini che nel Sud statalista.” ...avvertendo allo stesso tempo il nuovo “superman” di fare attenzione a non dilapidare in un attimo questo prezioso “nuovo interclassismo”, che deve tradursi nel collegare le promesse ai fatti.
Insomma: uno di “sinistra” che parla di riduzione di tasse, che se ne frega dei sindacati (“sindacati”!!!???), che vuole tagliare dichiaratamente la P.A. e gli “sprechi”, che in più “elargisce” 80 euro al mese ai lavoratori dipendenti dimostrando di avere a cuore la “giustizia sociale” (fa nulla che te ne ripiglia il triplo sotto altre forme)... tenendosi agganciato all'euro e cercando di ricontrattare lo “stare in Europa”, uno così va speso in politica, e valutato quanto può effettivamente dare alla borghesia.
Le elezioni, l'abbiamo ricordato all'inizio, sono al contempo palestra di selezione e di valutazione del personale politico e delle aggregazioni politiche della classe dominante.
Tra l'altro, la conformazione sociale delle frazioni borghesi italiane “spinge” affinché emergano capi politici siffatti; quelli in cui la Vandea piccolo borghese possa in qualche modo identificarsi.
Passata l'era del connubio del “Brambilla” e del “celodurista”, (più per implosione che per sconfitta sul campo), sembra arrivato il momento, dopo la prova del governo “tecnico” di Mario Monti e di quello delle “larghe intese” di Letta-nipote, del “futurista fiorentino”: passato nell'arco di tre mesi dall'ennesima nomina governativa extraparlamentare ad un vero e proprio plebiscito consacratore.
E del resto: chi aveva di fronte Renzi? Una cordata di Centro-Destra in disfacimento e col morale a pezzi, logorata da “fatti di gente perbene”, dall'esclusione governativa decretata dal presidenzialista Napolitano, e pure mal vista dai “salotti buoni” di Bruxelles.
E' vero che Renzi stesso l'aveva in qualche nodo “ri-legittimata” sull'Italicum e sulle riforme costituzionali per avere il “via libera”, ma gran parte delle sue armate si erano rifugiate nel febbraio 2013, alle politiche, sotto le ali “Vaffà...” del M5S di Beppe Grillo.
Un movimento, questo dei “grillini”, sostanzialmente antieuropeo, nazionalista, piccolo borghese sul versante di quelli “incazzati”, che credevano di non dover mai pagare pegno alla crisi; di laureati in cerca di un lavoro che giustificasse gli studi, di dirigenti d'azienda frustrati, e di molti dipendenti precarizzati, disoccupati o in via di esserlo...
A questa gente cosa è stato dato in un anno di “opposizione” da parte del M5S?
Tante sceneggiate in aula a Montecitorio, la denuncia di tanti “scandali”, qualche arresto “eccellente”, e... null'altro.
Inoltre, come se non si rendesse conto di questo, il M5S, credendo di “cavalcare l'onda”, ha pure impostato la campagna elettorale sul dileggio dei “pensionati conservatori” (in un paese dove questi sono un “pilastro” elettorale, che vota e spesso fa votare), sulla diffusione della paura nei risparmiatori (in un paese pieno di piccoli risparmiatori, e che usa il risparmio privato come “ammortizzatore sociale”!), sull'insulto gratuito, e sulle “rivoluzioni” a parole.
Flop completo, da parte di chi voleva “stravincere”.
Flop che dimostra l'impoliticità di questi movimenti, la loro volatilità... l'essere tutto ciò che si vuole, fuorché dei punti fermi spendibili alla lunga distanza.
Da questo punto di vista, la “particolarità” italiana dell'impoliticità sul versante “anti euro” o “euroscettico” che dir si voglia, mette a nudo l'incapacità di tali raggruppamenti nel lavorare sulla lunga prospettiva, a differenza dei “lepenisti” francesi.
E la visita “folgorante” di Grillo a Farage subito dopo l'esito elettorale può anche aprire un varco in Europa al M5S, ma non si sa a quale prezzo...
Tutto ciò mette in serio dubbio la possibilità che pianti stabili radici in Italia - almeno nell'immediato - un'opposizione di tale segno, e che essa possa svolgere un ruolo “autonomo” sullo scenario continentale (come invece vaneggiava Grillo).
Una falla, quella appena descritta, che era emersa più volte dentro il Polo delle Libertà anche negli “anni d'oro”, dove non a caso esso aveva dovuto “cedere il passo” ai governi di Centro-Sinistra per ben sette anni (più quattro di governi “tecnici” o di coalizione) nel cosiddetto “ventennio berlusconiano” (che tale dunque non è stato).
Inoltre, non dobbiamo mai dimenticare che proprio il ruolo “straccione” del nostro imperialismo - che si barcamena tra le varie potenze, non disdegnando di giocare la carta dell'atlantismo anche dentro l'U.E. - inibisce la possibilità che prenda corpo un movimento “anti euro” che vada oltre l'episodicità ed il “voto di protesta”.
Tornando all'esito elettorale appena concluso, tutto quanto abbiamo detto non significa affatto che la vittoria del PD di Renzi segni necessariamente l'apertura di un'epoca.
E' più un riadattamento “spendibile” da parte dell'imperialismo italiano che altro.
Un segnale di “stabilità” verso i mercati per riaprire le trattative dietro l'impronta di un sostanziale “unipolarismo”, dopo che la massa degli “indignados” piccolo borghesi è stata in gran parte riallineata sotto le bandiere di Matteo Renzi.
Anche se ciò potrà avere delle ricadute immediatamente repressive verso ogni opposizione di classe contro il governo di “sua Maestà” legittimata plebiscitariamente dal “popolo”.
 
LE INCOGNITE DEL RENZISMO

Allontanato per il momento il pericolo di “imboscate” parlamentari che avrebbero potuto far inceppare la “macchina da guerra renziana” (formata da un gruppo dirigente giovane e strettamente legato al “capo”, seppur sovrabbondi la cortigianeria tipica della storia patria), i trabocchetti potrebbero venire dal dovere per forza “portare a casa” risultati in un'Europa lacerata da conflitti di ogni tipo, ed a tutte le latitudini.
Nonché da un incrudimento della crisi che potrebbe far saltare nuovamente gli equilibri politici, nonostante la “campagna acquisti” del premier stia cercando di aprire varchi da tutte le parti.
Lo “scandalismo del malaffare” (in primis la “tangentopoli bis” su Expo e Mose) è sempre dietro l'angolo, e misura anch'esso la crisi di un capitalismo che non riesce più a gestire nemmeno la sua corruzione.
 
Ma sembra veramente prematuro ritenere che il giovane rampollo venga fatto inciampare sulle “Cose Nostre” malavitose prima che egli possa aver espresso le sue potenzialità politiche, su un versante molto scivoloso com'è appunto la presidenza italiana dell'U.E. e il già implementato “attivismo” affaristico in stile tedesco (vedi i viaggi d'affari in Cina, Vietnam e Kazakhstan).
Certo, dopo l'ultima legislatura a maggioranza “stabile”, quella berlusconiana, interrotta frettolosamente nel 2011, la borghesia italiana non vedeva l'ora di potersi smarcare dalle “emergenze politiche”, in qualche modo raffazzonate.
Quella di Matteo Renzi è una carta che sarà giocata sino in fondo, anche perché, come ha detto lui stesso: “non ci sono più alibi.”
Con quali risultati non è dato sapere, visto la combinazione molteplice delle forze in campo e dei fattori che interagiscono.
Da parte nostra una cosa è certa: la ripresa di una vera opposizione di classe da parte del proletariato dovrà passare dalla nostra capacità come comunisti di darci una organizzazione politica indipendente, anche al di là dei nostri confini nazionali.
La sfida del nemico di classe si alza e diventa sempre di più continentale, internazionale.
Ad essa, al di là delle forme politiche e delle combinazioni governative, dobbiamo opporre la creazione di un largo fronte di classe, in grado di risollevare i milioni di sfruttati dalle “nuove” schiavitù in cui sono stati gettati, ed in cui la borghesia intende mantenerli.
Nonostante la soddisfazione del crescente astensionismo, che spesso assume connotati marcatamente classisti, ma che non per questo si traduce automaticamente in scelta politica comunista, dobbiamo mantenere e sviluppare la lucidità e la determinazione di non indietreggiare davanti ai compiti enormi che ci attendono.
Essi sì vanno “oltre”, ben “oltre” l'affermazione di questo o quel politico borghese, di questo o quello schieramento borghese. 







G.G.

Pubblicato su: 2014-07-17 (1030 letture)

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