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N36 Pagine Marxiste - Luglio 2014
UNA POLITICA COMUNISTA TRA STRATEGIA ED AZIONE
Editoriale



La situazione internazionale cui ci troviamo di fronte potrebbe essere definita come una realtà a “crescente intensità conflittuale”; seppure per ora tali conflitti non giungano ad investire direttamente il cuore delle metropoli imperialiste.
Tutto ciò deriva principalmente dall’emergere di nuove potenze regionali e globali, che mettono in discussione gli assetti stabiliti dalle vecchie potenze nei vari scacchieri, mentre si indebolisce l’egemonia USA, non più in grado cioè di “garantire” con la forza assetti internazionali di una certa stabilità e durevolezza.
 
Tale crescente instabilità la vediamo emergere (o riemergere) nel “ventre molle” dell'ex URSS, dove ritornano sanguinosamente in primo piano tutte le questioni storicamente irrisolte. Stiamo parlando ovviamente dell'Ucraina. Qui si è riaperto lo scontro tra le potenze europee e la Russia per il controllo dell’area slava, dopo che i “satelliti” assoggettati all’URSS con la spartizione di Yalta sono ricaduti sotto l’influenza europea a seguito del crollo dell’URSS. La borghesia ucraina, dopo un lungo conflitto interno e continue oscillazioni, sembra avere scelto l’opzione europea, ma una Russia in ripresa, che sta consolidando i legami con le repubbliche asiatiche e che trova sponda nella Cina, è decisa a far leva sulle forti minoranze russofone delle regioni orientali per mantenere una influenza sull’Ucraina e impedirne la fagocitazione nella UE e nella NATO.
Per ora il contenzioso ha prodotto una “guerra guerreggiata” a bassa intensità (che non significa meno vigliacca di quelle ad intensità più alta), dove i russi si sono ripresi la Crimea, dopo che il grosso dell'Ucraina è finito - costi quel che costi - sotto l'influsso U.E. (cioè dell'imperialismo tedesco in primo luogo).
 
Ma si confrontano due paesi con colossali industrie degli armamenti, eredi della superpotenza URSS.
A farne le spese sono in primo luogo i proletari ucraini, di lingua ucraina o russa, incapaci di esprimere una organizzazione indipendente di classe e per questo ridotti alla completa mercé degli interessi delle varie frazioni borghesi, al di là delle ideologie e delle simbologie (anch'esse usate con estrema disinvoltura).
Non meno traumatica e significativa (per gli equilibri che va a toccare) è la guerra di questi giorni ad opera del cosiddetto ISIS (Stato Islamico dell'Iraq e del Levante). Essa, attraversando come una lama nel burro la Siria e lo stesso Irak, è giunta alle porte di Bagdad, appoggiandosi al vecchio establishment politico-militare sunnita di Saddam Hussein, emarginato dai governi di al Maliki, che da tempo preparava la riscossa.
 
Si prospetta la tripartizione dell’Iraq in una zona curda, una arabo - sunnita ad influenza saudita, e una zona sciita a influenza iraniana. Paradossalmente gli USA, nel cercare di tenere insieme i pezzi del puzzle iracheno dopo averne scompaginato l’ordine costituito da Saddam, si trovano in parziale convergenza con l’Iran - additato come Stato canaglia e principale avversario nella regione – per contenere gli ex lacchè sauditi che, forti dei petrodollari, da tempo giocano in proprio anche se ancora sotto protezione militare USA.
 
“Guerra Santa” o no, “regolamento di conti tra sunniti e sciiti” o no, un fatto è certo: la spedizione militare in queste aree vitali dell'imperialismo, iniziata quasi un venticinquennio fa’, celebrata undici anni or sono con i marines a Bagdad, poi edulcorata con le “missioni umanitarie” degli eserciti imperialisti di ogni provenienza, finisce in macerie.
 
Gli USA fanno i conti (pesantissimi) delle perdite e del rapporto costi/ricavi, al punto da scatenare una discussione interna che mette sotto accusa la politica estera di Obama; l'U.E. è in attesa degli eventi; la Russia è pronta a rimettere piede pesantemente nel Medio Oriente; con la Cina che intanto fa accordi con tutti...
Domanda: dove sono finite le “rivoluzioni arabe”? Nello sfacelo della Libia? Nella guerra per bande siriana che ora attraversa tutto l'Iraq? Nella stabilizzazione egiziana? Sono state sconfitte? E come?
Non sono domande polemiche. Sono interrogativi d'obbligo e imperativi di analisi per chi solo tre anni fa riteneva essere in corso in questa area una “rivoluzione di popolo inarrestabile”: che avrebbe scavalcato - con i regimi pluridecennali che venivano ribaltati - anche gli assetti sociali che ne stavano alla base.
 
Ciò che ci sentiamo di rilevare è che si producono nei paesi capitalisti “emergenti” (o già abbondantemente “emersi”) delle fortissime lotte operaie: che non si fermano ai cancelli delle fabbriche (coinvolgendo comunque un numero di proletari mai visto, vedi Cina e paesi asiatici), ma le travalicano: diffondendosi trasversalmente in tutti i gangli della società e del vivere collettivo (vedi Brasile, dopo Egitto, Turchia, Bosnia).
E' un elemento di assoluta novità. Se non dal punto di vista qualitativo, certamente lo è dal punto di vista quantitativo, della collocazione geografica e della sua diffusione.
La questione che si pone è come possano questi fenomeni proletari così dirompenti darsi una testa politica in grado di scongiurare non il riflusso del movimento - che è nell'ordine ciclico degli alti e bassi di una situazione controrivoluzionaria come quella attuale - ma l'annientamento totale delle loro avanguardie di lotta, o il loro riassorbimento da parte della classe dominante.
 
Inutile porsi il problema in termini astratti. Per quello che ci compete la chiave è nello sviluppo di una organizzazione politica indipendente del proletariato nella nostra metropoli, che si sappia collegare e fornire supporto reciproco con le organizzazioni proletarie degli altri paesi.
Una questione fondamentale - quella appena accennata - che non cessa certamente con il venir meno delle cosiddette “ideologie” o dei partiti “ideologici”. Anche perché sempre di ideologie si tratta!
Guardiamo pure all'esito delle recenti elezioni europee, sulle quali ci soffermiamo diffusamente in questo numero.
 
L'asse PPE-PSE ha mantenuto saldamente in mano il timone del parlamento europeo, come da previsioni. Il punto di domanda riguardava la consistenza e l'assiemaggio dei raggruppamenti cosiddetti “antieuro” o “euroscettici”. Su questo si è evidenziata tutta la criticità degli equilibri politici e le insufficienze politiche degli imperialismi dell'U.E.
In paesi come La Gran Bretagna e la Francia hanno vinto partiti come l'Ukip di Farage e il FN di Marine Le Pen, mettendo in seria difficoltà sia la “sponda” conservatrice che quella socialista. Certo, il dilagante astensionismo - che assume spesso marcati segni di classe - ridimensiona di molto il cosiddetto “consenso” di cui i media borghesi straparlano. In più c'è in questo voto la componente “antigovernativa” e non solo “antieuropea”, ma è fuori di dubbio che esiti così sconvolgenti abbiano il sicuro effetto di accelerare gli squilibri politici in Europa, capovolgendo “sicurezze” vere o presunte.
Una di queste sanciva l'identificazione politica dei lavoratori con i partiti del “progresso”, delle “riforme”, della “democrazia” quasi in automatico. Se mai è stato così, oggi sicuramente non è più così. Anche in relazione al fatto che è sempre più evidente a milioni e milioni di proletari che cosa veramente siano il “progresso”, le “riforme” e la “democrazia” sotto il giogo del capitale: sfruttamento al sommo grado, disoccupazione, immiserimento, degrado, repressione.
 
Sì, Tsipras ce l'ha fatta a scaldarsi qualche seggiola a Bruxelles dietro al sogno di “un'altra Europa” (!?), ma il fenomeno dilagante lo si è avuto dai raggruppamenti di estrema destra europei, i quali sono riusciti ad affermarsi “scaldando i cuori” (sic) di masse di giovani disoccupati, di operai senza futuro, di piccola borghesia declassata, di gente comune in cerca di appigli “forti” per reagire alla crisi. Appigli che trovano nell'estrema destra dopo aver constatato la sudditanza, anzi l'organicità, del centro-sinistra al grande capitale; se non altro a quello proiettato verso i mercati U.E. e legato alle relative direttrici di espansione. Ed allora cosa c'è di meglio e di più “immediato” che scagliarsi contro l'immigrato che “ci ruba i posti di lavoro” in nome di un nazionalismo per certi aspetti “nuovo”, che fa sponda sui contrasti e le impotenze U.E. per “ritagliarsi” libertà di manovra e alternative praticabili?
La Germania, rimasta in posizione di traino dell'U.E., non ha subito scossoni elettorali, anche se dovrà per forza di cose misurarsi con le novità politiche emerse nel continente.
 
Una di queste è sicuramente anche quella italiana, espressasi col fenomeno del “renzismo”.
La rapida ascesa di Matteo Renzi a capo del governo è sintomatica della necessità assoluta e stringente della borghesia imperialistica italiana di rimontare in fretta i suoi squilibri di “sistema” per poter tenere il passo dei concorrenti.
 
Renzi ha raccolto in poco più di un anno e mezzo un consenso “trasversale” dei gruppi industriali e finanziari della penisola, riuscendo anche ad affondare nella “pancia” della micro imprenditoria del Nord-Est, ma non solo.
Vero che il suo “fare” è frutto molto della pubblicità di regime, di cui il gran visir è proprio quel Giorgio Napolitano che ha tenuto a battesimo tutto ed il suo contrario: dal governo “tecnico” di Mario Monti, a quello delle “larghe intese” di Enrico Letta, al quasi monocolore di Renzi.
 
Però è indubbio che questo esecutivo stia imprimendo una accelerata alla “morta gora” di un parlamentarismo per molti versi “bloccato”, e dunque poco funzionale ad una ridefinizione del ruolo dell'imperialismo italiano in Europa e nel mondo.
Mettere in campo, in poco più di 100 giorni di governo, 14 decreti legge e 7 disegni di legge su temi come legge elettorale, riforma della costituzione, “Jobs Act”, riforma della P.A., del fisco, della giustizia e del Senato, liberalizzazione del credito, taglio delle bollette elettriche alle PMI ed infine i “famosi” 80 euro al mese (sui quali Renzi si è fatta la campagna elettorale) non è cosa da poco. E sono state soprattutto “cose concrete” (fa niente se poi alla fine le pagano sempre e solo i proletari), che hanno spiazzato nettamente il “nuovo” dell'anno scorso, e cioè il M5S: ridotto nell'impotenza dell'“ululato”. Al punto che esso da un lato fa l'accordo elettorale in Europa con il “destro” Farage, dall'altro è costretto a chiedere a Renzi il tavolo di confronto sulla legge elettorale, dopo che l'Italicum è già stato sanzionato dal famoso “patto del Nazzareno” con Silvio Berlusconi...
E' la deriva, già di per sé assai evidente, di un movimento piccolo borghese come è appunto quello “grillino”, incapace di uscire dalle pastoie del parlamentarismo, del legalitarismo, del capitalismo “degli onesti” (sic). Un sicuro abbaglio per quei proletari che hanno visto in esso una sponda valida per uscire dalla loro condizione di vessazione e di sconfitte.
 
Il fenomeno Renzi è “onda lunga” o no? Non possiamo ovviamente saperlo, anche se riteniamo che per la borghesia italiana non ci siano valide alternative di breve-medio periodo, alla luce degli impegni europei che essa sta assumendo ed alla luce della “flessibilità nelle regole europee”, che sono nell'agenda del governo Renzi.
 
Se sul governo si può discutere in merito alla sua “tenuta”, sul sindacalismo di regime abbiamo la certezza assoluta che esso sia “organico” al sistema del profitto ed alle sue regole.
Come se non bastassero le porcherie reiterate degli Accordi dei Confederali sul mercato del lavoro, sulla rappresentanza e sulle “vertenze aziendali” (l'Electrolux sarà la riedizione della Indesit), siamo ormai arrivati al punto che Marchionne vola appositamente dagli Stati Uniti all'Italia per impedire che lo sciopero di un 'ora (!!!) per il contratto aziendale a Grugliasco possa “disincentivare gli investitori”, e per far cessare il tutto ricatta i lavoratori “convocando” direttamente in assemblea i capi reparto e i sindacalisti firmatari di accordi, mentre nel “reparto confino” di Nola fa i licenziamenti politici degli “indesiderati” di Pomigliano. Siamo arrivati al punto che si chiede la precettazione dei lavoratori di Pompei, i quali hanno “osato” proclamare uno sciopero in periodo di “afflusso turistico”, “mettendo così in cattiva luce l'immagine dell'Italia” !!!
E chi invoca per primo la precettazione? Non Franceschini (ministro dei Beni Culturali), ma l'immarcescibile Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl...
Quando un semplice sciopero diventa “antisistema” (!!??), e quando il servilismo di questi burocrati statali travestiti da sindacalisti non ha limiti!
 
Ma anche questo episodio di Pompei, che potrebbe sembrare irrilevante o secondario, racchiude in sé quell'aspetto che sottolineavamo prima, e cioè l'ampio spettro della conflittualità di classe: pur in un quadro che deve per molti versi risalire la china, definire delle coordinate d'azione, imparare a riprendersi con la lotta e fissare con l'organizzazione quel protagonismo diretto di chi è sfruttato e non ci sta a farsi mettere al muro.
 
La sola pratica dello sciopero sta diventando “insopportabile” per l'accumulazione del capitale e per l'estrazione del profitto, per cui è la stessa borghesia che pone alle avanguardie di classe lo scioglimento di un nodo politico legato alla pratica ed all'organizzazione del conflitto.
 
DA UN PROCESSO POLITICO DI QUESTO GENERE – e nella misura in cui esso matura politicamente - E' POSSIBILE FAR DECOLLARE L' ORGANIZZAZIONE POLITICA DI CUI ABBIAMO BISOGNO.
Un'organizzazione che parta dalle lotte reali della classe - quelle poche che ci sono allo stato attuale - per tradurle in militanza continuativa e strutturata. La quale si ponga al contempo nell'ottica “antisettaria” ed “antiparticolaristica” di apertura ai segmenti dispersi del movimento di classe, attuando però “QUI” ed “ORA” quel processo di chiarificazione e di strutturazione che il livello dello scontro impostoci ci chiede.
 
Su un progetto siffatto - che deve toccare a trecentossessanta gradi la condizione del proletariato moderno - sarà possibile convogliare, allenare, selezionare i militanti e le energie di classe.
Sarà possibile, in ultima analisi, riunire e saldare gli elementi costitutivi del partito di classe che possa essere GIÀ internazionale, oltreché internazionalista.
 







Pubblicato su: 2014-07-17 (1079 letture)

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