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N35 Pagine Marxiste - Marzo 2014
SOVVERSIONE E RIVOLUZIONE
Letture e recensioni



 
Roberto Carocciroma sovversiva

ROMA SOVVERSIVA
Anarchismo e conflittualità sociale
dall’età giolittiana al fascismo

(1900 - 1926)
Odradek 2012
pagg. 346 euro 24,00
 
 
SOVVERSIONE E RIVOLUZIONE
Il lavoro di Roberto Carocci su un pezzo di storia poco conosciuto di un proletariato poco considerato dalla storiografia degli “addetti ai lavori”, ci offre molti spunti utili sul tema del rapporto spontaneità - organizzazione.
L'autore mette a fuoco il carattere “sovversivo” del proletariato romano (definito nell'Introduzione da Amedeo Osti Guerrazzi come una vera e propria “predisposizione”), in un'epoca in cui le varie correnti anarchiche avevano una presa diretta su strati anche significativi delle classi sfruttate, contendendo ai socialisti la “direzione” (termine aborrito dagli anarchici) delle lotte sociali in corso.
Per noi marxisti la storia non è accademia, ma terreno di esperienze vive, che va scavato per estrarre concime utile a fecondare il seminato quotidiano. Per questo non lasciamo i libri nelle mani degli intellettuali. Ne deriva che ogni spunto analitico serio e documentato (com'è appunto il libro del Carocci) diventa per noi uno stimolo alla riflessione ed alla comparazione, per meglio agire.
Per poter comprendere le “tendenze” politiche specifiche di particolari settori della nostra classe – in questo caso il proletariato romano tra la fine dell’'800 ed il primo dopoguerra - non si può prescindere dall'analisi della sua composizione e stratificazione sociale, oltreché delle sue “tradizioni”.
Ecco allora emergere dallo studio del Carocci un panorama sociale di classe in cui prevalgono i lavoratori stagionali, gli operai poco o nulla specializzati, i disoccupati, i contadini immigrati da altre regioni, gli impiegati declassati, gli artigiani poveri. In questo “humus” così spurio e mutevole delle forze produttive cittadine, s'innesta una “base sociale ideale” per la propagazione dell'anarchismo.
Un certo marxismo “ortodosso” da questa sola osservazione è partito - e partirebbe tutt'ora - per riproporre la nota versione di un anarchismo che - in quanto tale - può attecchire solo nelle situazioni di “arretratezza” del proletariato; dove insomma non è presente la grande concentrazione industriale.
Questo “declassamento” delle correnti libertarie all'interno del movimento operaio a puro “infantilismo” è costato caro alle sorti complessive della rivoluzione proletaria.
E non perché - beninteso - non esistano problemi di “infantilismo” dentro le concezioni anarchiche; seppur non si può non considerare che al loro interno si sono prodotte significative divaricazioni in merito a temi come quello dell'organizzazione di classe, della lotta politica, dell'abbattimento della borghesia e della “liquidazione dello Stato come apparato di classe”.
Il problema di fondo - ahimè - è che attraverso tale “declassa - mento”, spesso pregiudiziale ed aprioristico - il suddetto marxismo “ortodosso” si è bellamente “disinteressato” di interpretare ed influenzare importanti settori di proletariato, semi-proletariato, sotto-proletariato, permettendo che tutto questo potenziale eversivo si esaurisse in rivolte episodiche, “colpi di mano”, o avventurismi che alla fine sono rifluiti nella disfatta.
La separazione internazionale tra marxisti ed anarchici, non potendosi più “ricomporre” in un riconoscimento reciproco di almeno “pari dignità” nelle lotte operaie, permetterà al potere borghese di colpire con più efficacia i settori del proletariato più radicali (fossero essi influenzati da correnti marxiste o libertarie), “giocando” nel frattempo sul graduale inserimento del riformismo socialista nei meandri dello Stato.
La rottura nell’A.I.L. tra le due correnti rivoluzionarie era certamente frutto di problemi reali, ma fu fatale che - in una lunga fase di forte allargamento e radicalizzazione delle lotte operaie in tutta Europa ed oltre, come conseguenza dello sviluppo capitalistico - la componente “marxista” degenerasse nella sua grande maggioranza nel riformismo socialimperialista, “mettendo in soffitta” lo stesso Marx. Come da parte loro le correnti libertarie - impotenti a darsi un seguito politico-organizzativo nella classe che non fosse legato agli “istinti vitali” delle masse - non riuscirono ad emanciparsi dal dilemma di un volontarismo senza bussola.
Ragion per cui non fu possibile realizzare alcuna riconsiderazione dei rapporti tra le varie anime rivoluzionarie.
Solo la grande ondata sovvertitrice del primo dopoguerra opererà una istantanea ma passeggera “saldatura” tra libertari e marxisti rivoluzionari, grazie soprattutto al “richiamo” internazionale ed internazionalista prodotto dalla vittoria della Rivoluzione d'Ottobre.
Tornando alla Roma di fine '800, la crisi edilizia (seconda metà degli anni '80) vede gli anarchici alla testa delle manifestazioni dei disoccupati. Nel 1888 si assaltano i forni per procurarsi il pane. Duri scontri con la Forza Pubblica. Il leader del movimento è il “capopolo” Ettore Gnocchetti, di mestiere fabbro, considerato dal Carocci un prodotto “tipico” di QUEL proletariato, lontano anni luce dagli “stanchi riti legalitari” dei socialisti e dei loro apparati, finalizzati alla “rivalsa delle urne”. Il 1° maggio del 1891, dopo un comizio di Amilcare Cipriani (“il colonnello della Comune di Parigi”) in piazza S. Croce in Gerusalemme, avvengono scontri di piazza di tale entità (barricate, centinaia di feriti, intervento dell'esercito) da far passare quella giornata come “la prima insurrezione nella capitale del Regno”. Piuttosto che imputare all’anarchismo un presunto “ritardo della coscienza di classe del proletariato romano”, il Carocci mette giustamente in evidenza le potenzialità della lotta di classe, ed un “sovversivismo operaio” in grado già di formare una soggettività autorganizzata che pratica l'azione diretta. La forza di questo settore del proletariato (inorganizzato, e difficilmente organizzabile dal riformismo) starebbe proprio nella sua composizione “articolata” e “policroma”, adatta ad essere intercettata dai gruppi anarchici, per loro natura avversi alla “strutturazione” ed alla “rigidità” - anche operativa - dei socialisti. Un socialismo, quello romano, ovviamente molto “ministerialista” e intrallazzato coi palazzi del potere che diceva di combattere.
Dopo gli attentati degli anni '90 (culminati col regicidio di Gaetano Bresci avvenuto a Monza il 29/07/1900) e la conseguente decapitazione di parte del movimento anarchico, una componente importante dell'area romana si fa interprete dell’idea di Errico Malatesta di costruire un'organizzazione specifica, radicata nella società e alternativa al PSI.
Malatesta, nei suoi soggiorni nella capitale, fa passare anche in un ambiente refrattario all'organizzazione ed alle regole, la concezione dei “Gruppi Anarchici Federati, i quali, strettamente collegati tra di loro, dovrebbero: 1) armonizzare il programma rivoluzionario con le esigenze della lotta quotidiana; 2) superare le illusioni generate dall'atto isolato e simbolico.
Rileva il Carocci che secondo questa impostazione:
“L'organizzazione non era più concepita solo quale strumento insurrezionale, ma diventava luogo di SPERIMENTAZIONE e TRADUZIONE PRATICA dell'anarchia stessa. Emergeva così una concezione meno giacobina del rivolgimento sociale, mentre l'impegno rivoluzionario andava plasmandosi sulla dimensione culturale e sulla propaganda dal segno educativo.” (op. cit.)
Così all'inizio del '900 si contano circa 200 militanti anarchici a Roma, suddivisi in sei strutture territoriali: il Gruppo Tevere (dedito più che altro alla propaganda, con 16 associati); il Gruppo Esquilino Monti e Trastevere (18 associati), il Gruppo S. Eustacchio, Ponte e Campitelli (19 associati); il Gruppo Trevi, Campo Marzio e Viminale (17 associati). Ma i Gruppi numericamente più consistenti - seppur più disomogenei dal punto di vista della linea d'azione - sono quelli di Prati, Borgo e Macao ed il “Circolo Germinal” di Testaccio. Quest'ultimo si fa promotore di un “Programma socialista-anarchico” legato all'attività di Aristide Ceccarelli e Luigi Fabbri, basato sul motto: “Convincere, non costringere”. L'associazionismo operaio e l'azione diretta vengono visti come strumenti da un lato finalizzati alla resistenza al capitale, dall'altro come “embrioni” della futura società socialista libertaria.
Lo sbocco di queste posizioni (gradualiste, testimoniali, ma anche foriere di indipendenza di organizzazione) si tradurrà nella F.S.A.L. (Federazione Socialista Anarchica del Lazio), la quale praticherà appunto una specie di “gradualismo rivoluzionario”, secondo cui ogni conquista parziale condotta con le proprie forze e senza l'ausilio delle istituzioni borghesi, ogni singolo ampliamento delle libertà individuali è comunque un passo verso l'anarchia.
Appena questa F.S.A.L. inizia a muovere i primi passi nascono però tra i Gruppi delle controversie sullo Statuto, riflesso delle diversità tra “insurrezionali” e “gradualisti”. Controversie temporaneamente accantonate facendo prevalere un “criterio assembleare” nelle decisioni collettive.
Il movimento si estende, arrivando a formare nuclei di un certo rilievo anche a Tivoli, Anzio, Nettuno.
Gli anarchici sono alla testa della categoria più numerosa e forse più importante del proletariato romano: quella dei muratori. Vi lavorano alacremente militanti “storici” come Giovanni Forbicini, Diotallevi e Marinelli. Si giunge ad introdurre il metodo dell’autorganizzazione delle lotte:
“L'autorganizzazione era una pratica consolidata tra i lavoratori romani. Nelle proteste degli edili e dei disoccupati le assemblee di base nominavano proprie commissioni indipendenti, con il compito di seguire le trattative e impedire l'ingerenza di ogni elemento esterno, Camere del Lavoro comprese.” (op. cit.)
Ciononostante nel 1901 gli anarchici insieme ai repubblicani conquistano la maggioranza nella CdL romana (ritornata in mani riformiste nel 1903).
Attraverso violenti scontri di piazza (di notevole entità quelli dell'aprile 1903, dove deve intervenire la cavalleria per domare 2.000 lavoratori in rivolta), che portano a conquiste “parziali” non indifferenti (lo stanziamento governativo di 400.000 lire da investire in opere pubbliche per riassorbire gran parte dei senza lavoro), gli anarchici romani acquistano prestigio anche su altre categorie, come i sarti ed i fornai (Eolo Varagnoli). Al punto che nel 1907 nasce la Lega Generale del Lavoro, che sancisce la separazione (temporanea) del sindacalismo libertario capitolino dalla CdL, fino alla nascita dell'U.S.I. (sindacato di ispirazione libertaria fondato a Modena nel novembre del 1912).
Intanto, nell'estate del 1910, grazie all'opera fondamentale di Ettore Sottovia, era stata fondata l’“Unione Comunista anarchica, la quale aderisce alla F.S.A.L. ma puntando su un forte nucleo dedito alla propaganda e all'agitazione con scopi “insurrezionali”. Il movimento di consistenti nuclei operai influenzati dagli anarchici impone il problema non solo di “convincere”, ma di “come” battere il nemico di classe superando l'avvenirismo e la congiura.
Questa nuova era dell'anarchismo romano sboccia nel “Fascio Comunista Anarchico del Lazio” (28/2/1913), in cui una “segreteria collegiale” composta da Temistocle Monticelli, Ennio Mattias, Aristide Ceccarelli lavora per sviluppare un collegamento quotidiano tra i Gruppi, sostenuto dal giornale “Pensiero Anarchico”, e che vede l'adesione della Federazione Comunista Anarchica della Maremma.
La F.C.A. del Lazio si “allargherà” al punto da fondare in via Capo d'Africa 25 a Roma una sede capace di ospitare fino a 3.000 persone nelle assemblee plenarie, e nel 1921 pure il PCd'I usufruirà di tale struttura.
Il prevalere della corrente “insurrezionalista” nell'anarchismo romano si sposa col “culto” dello sciopero generale (di derivazione soreliana), che guidava in quel frangente le lotte di tutta l'area del sindacalismo rivoluzionario. Si arriva persino a teorizzare che lo sciopero generale costituisse di per sé stesso un “ponte” tra la società borghese e quella socialista. Il movimento “in ascesa” delle lotte porta a strabismi di questo genere, anche comprensibili data l'epoca, ma che alla fine hanno il solo effetto di deprimere le masse invece di incoraggiarle (finiscono quasi sempre con la sconfitta e con la decapitazione dei gruppi promotori).
Dopo i tumulti romani di 3 giorni in occasione della “settimana rossa”, e la diatriba tra PSI ed USI su chi debba “dirigere” la lotta, la guerra mondiale imperialista travolge tutto. Il PSI arriverà ad assumere la posizione pilatesca del “non aderire né sabotare” (eccetto qualche gruppo minoritario raccolto attorno alle posizioni internazionaliste del giovane Bordiga), mentre l'USI si spacca tra interventisti (Alceste De Ambris) e internazionalisti (Armando Borghi). Nell'ottobre del 1914 la “macchia nera” dell'anarchismo romano si concretizza nella firma - da parte di 22 militanti - di un documento con il quale si taccia la neutralità come “abbietto egoismo nazionale”… È il primo atto pubblico - sottolinea il Carocci - in cui un gruppo di anarchici italiani prende dichiaratamente le parti dell'intervento.
“Per quanto numericamente trascurabile, l'interventismo anarchico rappresentò comunque “un momento di crisi della cultura politica libertaria”, sintomo della persistenza di una mentalità risorgimentale e di un'idea dell'internazionalismo più vicina al volontarismo garibaldino che alla tradizione socialista.” (op. cit.)
Durante la guerra il gruppo dirigente dell'anarchismo romano viene dissolto. Chi è mandato in prima linea (Varagnoli, Diotallevi, Meucci, Forbicini, Ceccarelli). Chi incarcerato e poi messo in manicomio (Stagnetti, Sottovia, Lelli Mazzini). Chi diserta (Anselmo Preziosi). Sarà solo Temistocle Monticelli, insieme a Stagnetti e Sottovia, a far uscire, in galera, a nome de “I Senza Patria”, un “Manifesto contro la guerra”.
Per questo motivo un movimento sotterraneo anticapitalista ed antimilitarista comunque non s'interrompe neppure negli “anni bui” del conflitto. Metallurgici e lavoratori del legno sono protagonisti di scioperi e lotte anche in tale frangente. Questi lavoratori - sotto l'influenza dei militanti anarchici (Oreste Oradei, Ruggero Montesi, Giuseppe Mucci) - si danno un Consiglio Generale composto da Commissioni elette fabbrica per fabbrica.
A metà del 1917 Stagnetti, tornato libero, diventa presidente del Consiglio Generale della CdL confederale. La rivoluzione d'Ottobre solleva gli entusiasmi tra le fila dei proletari e dunque anche dei libertari. Ma durerà poco: mentre Stagnetti è con Lenin, anarchici del calibro di Luigi Fabbri (insieme al tedesco Rudholph Rocker) si scaglieranno quasi subito contro la pretesa “di voler fare del bene dall'alto di un trono”. Queste svariate posizioni, che investono il tema enorme di come collocarsi quando una rivoluzione riesce a prevalere, “spaccano” il movimento anarchico romano tra “filo” ed “anti” bolscevichi; anche se è significativo che i militanti operai propendano di più verso la prima tendenza.
Viene comunque ricostruito il “Fascio Comunista Anarchico del Lazio”, in cui Sottovia sostiene a spada tratta la “libera unione dei Consigli Operai”.
Carocci riporta che a Roma nel febbraio del 1919 sono presenti 7 Circoli anarchici, con 120 militanti, tutti associati al “Fascio Comunista Anarchico, che si pongono nell’ottica di una riconquista della CdL.
Al Congresso Nazionale di Firenze (aprile 1919) il “Comitato Anarchico d'Azione Internazionalista” “lancia” una mobilitazione nazionale per la “socializzazione dei mezzi di produzione” attraverso la preparazioni insurrezionale. Si contano 200 delegati in rappresentanza di 140 Gruppi provenienti da 15 regioni. La delegazione romana è tra le più numerose. Ma la tradizione “federalista” dell'anarchismo impedisce qualsiasi proposito di organizzazione clandestina come organismo collaterale all'attività di massa. Seppur i romani si esprimano per “centralizzare” le decisioni in un “Comitato di Coordinamento e di Corrispondenza”.
C'è da dire che, nonostante le distanze assolutamente di rilievo tra anarchici e comunisti in merito alla concezione del processo rivoluzionario, ciò non impedisce l'unione sul campo riguardo agli imponenti scioperi del dopoguerra. Entrambi infatti spingono per l'espropriazione delle industrie dentro un “fronte unico rivoluzionario”, a dire il vero proposto in prima battuta dagli anarchici. Durante il moto contro il caroviveri (giugno 1919), l'ondata di rivolta “scavalca” i riformisti (sostenitori di uno “sciopero generale controllato” - sic! -) ed anche a Roma, come in molte città italiane, avvengono i saccheggi dei negozi. In via Lamarmora i carabinieri uccidono 3 dimostranti e ne feriscono alcune decine. La CdL rimane inerte e passiva. Ma in campo libertario non ci si pone mai concretamente la questione di “che cosa” sarebbe accaduto dopo aver fatto compiere “il salto di qualità” all'azione diretta. Il “da cosa nasce cosa” sostenuto da Borghi e Malatesta non era esattamente una strategia rivoluzionaria in grado di definire una rotta. Anche gli “approcci” col capitano Giuseppe Giulietti (capo della Federazione dei Lavoratori del Mare) in occasione dello “scioperissimo” del luglio 1919 in solidarietà con la Russia, lasciavano nel caos più completo ogni ipotesi, seppur remota, di “saldare” le dannunziane aspirazioni nazionalistiche con le istanze della sinistra rivoluzionaria.
Quando arriva il momento “clou” del movimento rivoluzionario del primo dopoguerra, e cioè l'occupazione delle fabbriche (settembre 1920), e la rivoluzione “viene messa ai voti”, e “palleggiata” tra PSI e CGdL, l'effetto depressivo su tutto il movimento romano è evidente. In mancanza di uno sciopero generale di solidarietà e di appoggio fattivo, i Gruppi libertari “dirottano” il loro potenziale nelle occupazioni delle case, generalizzando l'autoriduzione degli affitti. Gli sgombri e gli arresti non bloccano la lotta, che arriva a formare i “Consigli di Isolato e di Quartiere”. Il PSI ovviamente boicotta il tutto.
Dopo le prime avvisaglie della repressione fascista e statale (incruditesi dopo l'attentato al teatro Diana di Milano, 23/03/1921) gli anarchici cercano di rinforzare le loro posizioni nel sindacato confederale, per arrivare all’unità sindacale, “anche a costo di dover prestare il proprio impegno all'interno delle strutture riformiste.” Si forma un “Fascio Sindacale d'Azione Diretta” che, seppur federato all’USI, avrebbe agito anche all'interno delle strutture riformiste.”
Per il Sottovia, espressione genuina del militante operaio:
“L'organizzazione operaia deve avere un programma politico economico che sia il minimo comune denominatore tra le diverse aspirazioni speciali di ogni partito e della classe lavoratrice in genere.”
Ma la rivoluzione non è un processo in ascesa perenne; ed i tempi politici, la loro comprensione e la adeguata preparazione delle forze sono materia che i rivoluzionari non possono guardare con sufficienza, o peggio con ostilità. Passato il momento di “ascesa” anche a Roma il fascismo (estate 1920) fa sentire la sua presa. Seppur esso non riuscirà mai a penetrare - prima della marcia su Roma - nei quartieri proletari, come ad esempio quello di S. Lorenzo. La vicenda degli “Arditi del Popolo”, sostenuti da parte anarchica con il “Comitato di Difesa Proletaria”, non basterà – o per meglio dire non servirà – a organizzare una adeguata reazione operaia alle squadre fasciste.
Nel dicembre del 1922, con l'arresto di tutto lo stato maggiore della FCA del Lazio cala un lungo sipario su una esperienza significativa della lotta di classe del proletariato romano.
Un proletariato che ha cercato di coniugare, nelle sue punte “eversive”, la forza dirompente delle manifestazioni di piazza con la pur necessaria “sintesi” politica e sindacale, non disdegnando significativi - seppur contraddittori - tentativi di tradurre in organismi federati e permanenti i risultati migliori di un'azione di “educazione delle coscienze” che non è mai venuta meno.
Il tutto non si è tradotto in un “modello” (ammesso e non concesso che esistano “modelli” da prendere oggi aprioristicamente), ma possiamo dire che questa storia è utile alla riflessione collettiva di chi non vuole disperdere la propria passione militante.
GRAZIANO GIUSTI
 
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LA MILITANZA RIVOLUZIONARIA DI DANILO MANNUCCI
Giuseppe Mannucci, Ubaldo Baldi
Varcando un sentiero che costeggia il mare. L’avventurosa vita di Danilo   Mannucci
Editrice Gaia 2013
Pagine 333. 15 euro
 
Attendevamo il libro di Giuseppe Mannucci, figlio di Danilo; libro che, dopo anni di paziente ricostruzione dell’avventurosa vita del padre, ha ora pubblicato assieme allo storico Ubaldo Baldi. Un militante stancabile, Danilo, impegnato nelle lotte operaie e contadine, contro la guerra e contro il fascismo. Livornese, nato nel 1899, aderì alla Federazione Giovanile Socialista e poi al Partito Comunista d’Italia. Sempre in prima linea, lottò contro lo squadrismo fascista a Livorno inquadrato negli Arditi del Popolo. Costretto ad emigrare nel 1923, in seguito alle persecuzioni poliziesche e fasciste, si rifugiò a Marsiglia, dove riprese l’attività nelle Centurie proletarie e svolse attività politica e sindacale, in particolare con i minatori delle Bocche del Rodano. Anche qui non mancarono gli scontro tra fascisti e lavoratori italiani immigrati.
Espulso alla fine del 1935 dalla Francia , Danilo venne consegnato alle autorità italiane, processato e confinato. Ebbe una prima rottura con la linea del partito a Ventotene a proposito del patto Molotov-Ribbentrop.
Dopo l’armistizio (era confinato a Baronissi) con altri irriducibili si stabilì a Salerno dove, assieme al “sinistro” Ippolito Ceriello riorganizzò la Federazione comunista salernitana scrivendo su «Il Soviet».
Dopo la «svolta di Salerno» entrò in contrasto con la linea togliattiana; subì attacchi, calunnie e venne espulso dal PCI; anche Ceriello subì la stessa sorte. I due parteciparono ai lavori della Frazione di sinistra dei comunisti e socialisti; Danilo venne eletto segretario provinciale della Camera del Lavoro di Salerno, aderente alla CGL rossa. Nel luglio 1945 approvò la fusione della Frazione con il Partito Comunista Internazionalista, dove militò per poco tempo. Infatti nel 1946 ne fu espulso perché solidale con Ceriello, a sua volta espulso in seguito alla decisione di candidarsi alle elezioni amministrative nel paese natale, Laviano, piccolo centro nell’alta valle del Sele, dove fu eletto sindaco e confermato per due legislature. Nel frattempo Danilo aveva dato vita a Salerno all’Associazione Nazionale VI Braccio, a sostegno dei perseguitati politici antifascisti.
Con la stessa volontà di lotta di sempre si iscrisse al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) partecipando attivamente alle lotte per l’occupazione delle terre in Puglia e Calabria. Gli stalinisti lo ostacolarono in ogni modo fino a quando, nel 1949, decise di ristabilirsi in Francia con la seconda moglie ed i tre figli; inviò saltuariamente articoli ad «Umanità Nova». Morì nel 1971.
Abbiamo già scritto sul nostro giornale di Danilo Mannucci: nel giugno 2013 «Pagine Marxiste» ha pubblicato un articolo del figlio Giuseppe, autore del libro, cui inviamo i nostri più cari saluti.







AP

Pubblicato su: 2014-03-24 (2764 letture)

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