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N░35 Pagine Marxiste - Marzo 2014
USCIRE DALLA MARGINALIT└ POLITICA ╚ NECESSARIO E POSSIBILE: IPOTESI DI LAVORO DI MASSA PER I COMUNISTI NELLA SITUAZIONE ATTUALE



L’obiettivo a breve - medio termine dei comunisti è la costruzione del partito internazionale del proletariato quale presupposto per influenzare e, in prospettiva, dirigere in senso rivoluzionario la massa del proletariato. Non è possibile, quindi, qui pretendere di sviluppare compiutamente il tema del rapporto partito - classe, essendo ancora assente il primo termine, il partito, come organizzazione concreta con una presenza significativa nella classe.
 Novant’anni di controrivoluzione e consolidamento del capitalismo hanno visto i comunisti frammentarsi in decine di organizzazioni-sette incapaci di avere una significativa influenza sul movimento reale. Ogni setta tende a cristallizzare posizioni assunte dal fondatore in un frangente della storia del movimento comunista, elevandola a verità assoluta e a interpretazione autentica del marxismo (-leninismo, -trotskismo, tralasciando quelle di derivazione stalinista e maoista). Per questa ragione un confronto tra comunisti che si basi sul piano ideologico diviene sempre un dialogo tra sordi, e al massimo si risolve nello spostamento di alcuni individui da una posizione e organizzazione all’altra, che non aiuta a radicare l’organizzazione nella classe. Non va dimenticato, inoltre, che è dimostrata l’assoluta inefficacia di una attività militante che si basi su un lavoro di propaganda astratta del comunismo, che non si innesta sulle esigenze immediate e la pratica sociale concreta della massa.
È solo per mezzo dell’intervento nel movimento reale della classe che il confronto può essere spostato dalla sfera dell’ideologia astratta a quella della lotta concreta, nella quale è possibile verificare le possibilità di collaborazione e unità d’azione, sulla cui base trovare una sintesi anche sul terreno teorico e politico.
L’intervento nel movimento reale è inoltre un compito costante e imprescindibile dei comunisti, ragione di vita e alimento sociale di ogni loro organizzazione, senza il quale essa si riduce a setta destinata all’estinzione.
Ma come è possibile per i comunisti conquistare quel sostegno di massa?
Tale conquista non può avere carattere prevalentemente illuministico: non può avvenire direttamente sul terreno ideologico. Per la massa dei proletari la formazione della coscienza avviene su basi materialistiche, principalmente sulla base dell’esperienza, delle lotte per gli interessi immediati. Ma da queste lotte non deriva di per sé una coscienza comunista – si prendano gli esempi nostrani dell’autunno caldo italiano per alcuni milioni di lavoratori, e le attuali lotte nella logistica per alcune migliaia.
La soluzione è nella conquista di influenza nelle organizzazioni di massa da parte dei comunisti, unita a una costante e capillare opera di educazione e agitazione politica, da loro portata avanti tramite stampa e altri mezzi di comunicazione rivolti alla massa dei proletari.
Suddividiamo pertanto i campi dell’intervento finalizzato alla conquista del sostegno di massa in tre terreni specifici: intervento nelle organizzazioni rivendicative, intervento nelle associazioni ricreative e culturali e intervento tramite la stampa e gli altri mezzi di comunicazione di massa.
 
L’INTERVENTO NELLE ORGANIZZAZIONI RIVENDICATIVE
Sotto la rubrica “organizzazioni rivendicative” cadono diversi tipi di organizzazioni. Alcune sono il portato diretto dei rapporti di produzione capitalistici (in primis i sindacati, per la contrattazione della compravendita della forza lavoro, o comitati di sostegno a lotte sui luoghi di lavoro), altre sono comunque espressione di rapporti di classe, come i comitati per il diritto alla casa. Alcune hanno carattere locale, altre nazionale.
Per i comunisti è vitale essere presenti nelle organizzazioni rivendicative di massa, con capacità di influenzarle, e divenire in esse punti di riferimento riconosciuti dai partecipanti, possibilmente dirigerle. Tale intervento presuppone una netta distinzione e delimitazione dell’organizzazione politica comunista dalle organizzazioni in cui i suoi militanti intervengono.
Alla partecipazione ad organizzazioni di massa va aggiunta la partecipazioni ad azioni di lotta di massa: gli scioperi. Dal 2010 l’ISTAT non pubblica più statistiche complessive sugli scioperi, ma solo sulle ore perse per sciopero nelle grandi imprese. L’ultimo bollettino ISTAT sulle grandi imprese rileva che le ore di sciopero effettuate nell’ottobre 2013 sono state 4,8 per mille ore lavorate: 6,7 per mille nei servizi e 1,1 per mille nell’industria: una ristrettissima minoranza del proletariato italiano.
 Nel 2009, ultimo dato disponibile, si era giunti al minimo storico di scioperanti, con 267 mila, e di ore perse, con 2 milioni e 600 mila, rispetto al massimo storico di 7,5 milioni partecipanti e 302 milioni di ore raggiunto nel 1969.
Questo raffronto tra il minimo e il massimo storico della lotta economica ci fornisce un parametro sul potenziale di partecipazione dei lavoratori dipendenti: da poco più di uno su 100 a uno su 2, con un aumento di più di 100 volte delle ore di sciopero. Ciò ci dà anche una misura dell’accelerazione che può assumere la “formazione materialistica della coscienza” mediante lo “sciopero scuola di guerra” in un ciclo alto di lotta economica. Se incrociamo questi dati con quello della sindacalizzazione (supponiamo un lavoratore su tre) ne deriva che meno di un sindacalizzato su 20 ha avuto esperienze di lotta in un anno.
Se lo sciopero è “scuola di guerra” di classe (a condizione che non scada in innocua sfilata a cui l'ha ridotto gran parte de sindacalismo), in cui il rapporto con il padrone/padronato è di contrapposizione, di lotta “vera” (salvo poi arrivare a un accordo al termine della lotta), dobbiamo rilevare che l’iscrizione al sindacato avviene oggi in prevalenza in cambio di servizi (compilazione di domande, 730, ecc.) e per acquisire un rapporto di mediazione, collettiva - ma spesso anche individuale - con l’azienda.
La maggior parte dei contratti sono firmati senza scioperi. Per questo riteniamo che una giornata di sciopero (REALE) valga di più, in termini di stimolo alla formazione di una consapevolezza di classe, che una tessera sindacale.
Tuttavia terminato lo sciopero, specie se coronato da successo, tale processo si arresta e spesso regredisce alimentando uno spirito di conservazione dei rapporti esistenti, anziché di tensione per il loro superamento. Allora solo il coinvolgimento in lotte che escano dall’ambito aziendale può continuare ad alimentare un processo di formazione della coscienza.
Di qui l’importanza di una battaglia per influenzare le organizzazioni sindacali, che restano in rapporto con i lavoratori anche quando lo sciopero aziendale si è esaurito, che svolgono il ruolo di rappresentanza dei lavoratori per la definizione delle condizioni della compravendita della forza lavorativa.
Ci sono comunisti che sostengono che nella fase attuale di crisi capitalistica il ruolo dei sindacati è superato. Tuttavia questo è un grossolano errore: anche in situazioni di crisi i “margini di contrattazione” non vengono meno. Tali margini non sono assoluti ma dipendono dai rapporti di forza. Se i rapporti di forza volgono a favore del capitale, come nella fase attuale, occorre sempre un sindacato che resista e ponga un argine all’offensiva padronale. Per questo è importante che anche in queste fasi di riflusso i comunisti siano presenti nei sindacati e diventino un punto di riferimento per la difesa di classe.
Noi denunciamo in continuazione il ruolo di controllo e di “pompieraggio” dei sindacati di regime rispetto alle lotte operaie. Tuttavia, il motivo principale della esiguità degli scioperi non è la forza di tali centrali sindacali.
Essa è piuttosto la conseguenza di una condizione di remissività della classe, che essi stessi hanno favorito ma non determinato. Oggi, nella maggior parte dei casi, la massa dei lavoratori è per la soluzione concertata, sotto l’ombrello degli ammortizzatori sociali, e non per una lotta a fondo contro gli smantellamenti e i licenziamenti.
Nel 1969 erano presenti le stesse maggiori confederazioni sindacali attuali, ma sono state costrette a cavalcare l’ondata spontanea di scioperi se non volevano divenire irrilevanti. I vari comitati di base sorti nel periodo, in genere su iniziativa di gruppi politici, sono stati riassorbiti dai sindacati ufficiali, dai quali negli anni del riflusso sono usciti sindacati di base (CUB, Cobas, RdB ecc.) che tuttavia non sono mai riusciti ad avere un seguito di massa, al di fuori di singole situazioni aziendali e locali, prevalentemente nel pubblico impiego.
Nel settore della logistica, dove la “concertazione” sindacalisti-aziende assume spesso forme di corruzione diretta, i lavoratori, in prevalenza immigrati e sottoposti a forme estreme di sfruttamento, hanno trovato organizzazione e rappresentanza in nuovi sindacati (SI Cobas, ADL Cobas). Sarebbe quindi errato dipingere la situazione attuale di generalizzata passività dei lavoratori come l’effetto della cappa di controllo dei sindacati ufficiali, tolta la quale si libererebbe un inespresso potenziale in una stagione di lotte generalizzate. È però vero che la presenza di pochi elementi combattivi in determinate situazioni lavorative può far superare alla massa dei lavoratori la soglia della paura e della sottomissione, per la lotta. Ma perché queste “avanguardie naturali” maturino una coscienza comunista occorre che escano dal recinto delle vertenze aziendali per affrontare problemi e lotte generali, che riguardano tutta la classe, superando anche l’ambito sindacale (casa, pensioni, sanità, governo, crisi internazionali, ecc.), e ciò può essere facilitato e favorito dall’intervento dei militanti politici, dentro e fuori del sindacato.
 
La costituzione di comitati di lotta trasversali rispetto alle situazioni aziendali e di categoria è uno strumento da sperimentare in questa direzione.
 
Naturalmente non si tratta di dare indicazioni su quale sindacato particolare possa costituire più favorevole terreno di intervento dei comunisti; ma va considerato che oggi gran parte del sindacalismo si caratterizza in maniera sempre più evidente come vero e proprio sindacalismo di Stato, assolutamente impermeabile a qualsiasi azione volta a una efficace tutela dei lavoratori. Il discorso coinvolge in gran parte anche il sindacalismo cosiddetto “di base”, fatta eccezione per le sigle su nominate e poco altro. Nonostante la passione individuale di molti suoi militanti, esso non riesce ad uscire dalle secche di visioni parlamentaristiche, gradualiste e “legalitarie” che - nel migliore dei casi - nulla apportano ai lavoratori nella direzione di un fronte unico di classe.
 
L'opportunità per singoli compagni di condurre una battaglia di opposizione dentro essi, deve essere valutato nelle situazioni concrete, sulla base del seguito, scartando qualsiasi ottica di “logica di appartenenza sindacale”.
Si tratta di valutazioni tattiche, che devono essere basate principalmente sull’influenza dell’organizzazione comunista nella classe.
 
Bisogna però sgombrare il campo da ogni ipotesi che preveda il recupero di queste organizzazioni corrotte a un terreno di difesa di classe.
 
Occorre inoltre che anche nei luoghi di lavoro non ci si limiti all’agitazione sindacale ma si porti avanti un lavoro direttamente politico, di propaganda e di organizzazione.
 
Sarebbe un grave errore pensare che tutti i lavoratori debbano passare dall’esperienza sindacale per acquisire una coscienza comunista. Questo non è possibile nella miriade di micro-imprese dove i lavoratori non hanno la possibilità di organizzarsi sindacalmente, ma non sono meno sfruttati e oppressi: per loro è ancora più evidente la necessità dell’azione politica, e in determinate fasi possono porsi alla testa di movimenti insurrezionali. Anche i lavoratori di realtà più grandi, nella misura in cui non vedono una soluzione sindacale ai loro problemi, possono essere più sensibili ai temi politici e alle idee comuniste.
 
 I sindacati rappresentano organismi privilegiati per l’intervento dei comunisti in quanto essi raccolgono solo lavoratori salariati. Tuttavia i comunisti, nella misura in cui le forze lo consentono, devono intervenire anche in altre organizzazioni rivendicative come i comitati per la casa o contro le devastazioni ambientali causate dal presente modo di produzione. A rigore, questi sono organismi a carattere non strettamente proletario (soprattutto, ovviamente, gli organismi di lotta per l’ambiente). Sarebbe tuttavia puerile affermare che poiché tali organismi potrebbero raggruppare anche elementi non proletari i comunisti dovrebbero astenersi dall’intervenire in essi.
 
È palese che le prime vittime della mancanza di case, delle devastazioni ambientali etc. sono proprio i proletari e pertanto non devono esserci dubbi sulla necessità di intervenire anche in essi.
 
L’INTERVENTO NELLE ASSOCIAZIONI RICREATIVE, CULTURALI, SPORTIVE
Il lavoro di massa dei comunisti non può pertanto limitarsi alla partecipazione e all’intervento negli organismi rivendicativi, ma deve cercare anche altri canali di contatto con le masse proletarie.
 
Sin dagli albori del movimento proletario i comunisti si sono posti questi problemi risolvendoli spesso in maniera efficace e funzionale, basti pensare all’Associazione educativa degli operai tedeschi di cui i militanti della Lega dei Giusti (poi Lega dei Comunisti) erano gli elementi più attivi, e che serviva da base per arruolare nuovi membri.
Anche oggi questa modalità di penetrazione tra le masse proletarie va sperimentata. Esistono molte associazioni culturali, sportive, ricreative che attirano proletari. In molti casi queste non possono essere utilizzate in quanto in esse non esiste una reale vita associativa e l’organizzazione è portata avanti da funzionari stipendiati, che utilizzano tali associazioni come base elettorale (in Italia esempi di tale genere sono associazioni come l’Arci o la Uisp).
A volte però associazioni che hanno carattere locale e meno burocratico possono essere utilizzate efficacemente dai comunisti, specialmente quelle che hanno come base quei centri sociali che non hanno come vocazione principale quella di fare feste in cui il libero sballo sia l’attività principale. La soluzione ideale è, tuttavia, quella di costituire e promuovere direttamente luoghi di aggregazione per proletari, luoghi in cui si svolgano attività ricreative, sportive, musicali, culturali, di auto-aiuto etc. Va da sé che luoghi di aggregazione del genere dovranno essere avviati in quartieri proletari o a forte concentrazione proletaria. Ancora più efficace sarà questo tipo di attività se viene realizzata con la collaborazione e in collegamento a organizzazioni sindacali di base. Le quali pubblicizzano ai loro iscritti l’esistenza di questi luoghi di aggregazione in modo che possano essere usati dai lavoratori e dalle loro famiglie per esigenze di socializzazione, sportive, culturali.
 
I MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA DEI COMUNISTI
Ai fini del lavoro di educazione e di organizzazione della classe lavoratrice non può non essere presa in considerazione la creazione di mezzi di comunicazione di massa capaci di raggiungere e influenzare una importante quota di lavoratori, disoccupati, pensionati. Al momento tutti i giornali comunisti in un paese capitalista come l’Italia si caratterizzano per essere fatti a uso e consumo delle organizzazioni che li fanno vivere.
Non sono assolutamente adatti a essere letti dai proletari. Sarà pertanto necessario un radicale cambio di mentalità dei militanti comunisti se vorranno finalmente smettere di scrivere per se stessi.
Nella situazione odierna di estrema debolezza del movimento proletario è necessario fare ogni sforzo possibile per costruire e mantenere in vita un stampa comunista che sia utilizzabile e attraente per i lavoratori e dotata di una rete di diffusione regolare. Non va mai dimenticato che nella realtà odierna i proletari (e ancor di più quelli giovani) leggono poco o nulla; le informazioni le ricavano prevalentemente dalla televisione o da internet. Non è per voler fare a tutti i costi i moderni ma è un dato di fatto che se si vuole arrivare a un numero più esteso di lavoratori, disoccupati e giovani proletari anche fuori del territorio di intervento in cui è presente l’organizzazione comunista, alla stampa occorre affiancare internet. Constatato ciò non è che poi il problema di informare e influenzare le masse si possa dire risolto organizzando un sito internet, come se fosse un tradizionale giornale di una qualsiasi delle sette comuniste esistenti.
Sarà necessario infatti usare sia la comunicazione scritta, possibilmente chiara e non specialistica, con articoli brevi, insieme a video e audio in modo da facilitare la comprensione e l’assimilazione delle informazioni e delle valutazioni fornite. Si potranno rivelare di fondamentale importanza inchieste su episodi di sfruttamento e di arbitrio padronale documentati facendo parlare, magari facendo un video, i diretti interessati, che poi, facendo girare tra parenti e conoscenti il documento, potranno allargare la platea dei fruitori del mezzo di comunicazione.
 
Questi spunti non vanno ovviamente intesi come una definitiva soluzione per il problema urgentissimo di accrescere l’influenza di massa dei comunisti. Costituiscono solo una traccia di lavoro che andrà sperimentata sul campo. Non esistono ricette miracolose ma auspichiamo che mettendo in pratica in modo sistematico e rigoroso questi spunti di riflessione i militanti possano avere degli strumenti più adatti per uscire da quella condizione di isolamento, che da troppo tempo limita le potenzialità dell’azione di penetrazione dei comunisti tra le masse proletarie. 







SC

Pubblicato su: 2014-03-24 (1378 letture)

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