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N°35 Pagine Marxiste - Marzo 2014
L’Africa campo di battaglia per vecchi imperialismi, Brics e giovani potenze regionali


C’era una volta l’Africa, giardino di casa degli imperialismi europei. Anche dopo la fine del colonialismo anglo-britannico, nonostante le incursioni frequenti da parte di Stati Uniti e Russia, l’Africa è rimasta a lungo luogo privilegiato di investimento e interscambio per i capitali europei.

Oggi lo spazio africano, complice anche la crisi, è un luogo affollato in cui si gioca una partita multipolare complessa, di cui sono vittima le popolazioni, ma i cui vincitori sono ancora tutti da definire. L’invio il 5 dicembre 2013 di truppe francesi nella Repubblica Centrafricana (CAR in inglese) non è solo uno dei tanti interventi della Francia per mantenere un saldo controllo sulle sue ex colonie, ma una puntata del feroce scontro in atto, fra i Brics (in primis Cina e Sudafrica, ma anche Russia, India, Brasile) da un lato e dall’altro Francia e Usa, con la collaborazione del gendarme africano per eccellenza, l’Uganda, ma anche dei governi di Ciad, Sudan, Congo.

 


Gli interventi francesi in Africa
 
Si contano almeno 50 interventi francesi in Africa dalla decolonizzazione e, attualmente, i due terzi delle forze di intervento francesi operano in Africa. In passato la Francia è intervenuta contrapponendosi agli Usa e all’Urss/Russia. Dal 2000 la Cina è intervenuta in molti paesi africani, offrendo capitali e tecnologia. Dal 2006-7 alla Cina si sono affiancati gli altri paesi BRICS. La crisi internazionale ha acuito la concorrenza fra aspiranti sfruttatori. Gli Usa hanno reagito creando nel 2008 l’AFRICOM, un comando militare specifico per difendere i propri “interessi strategici nazionali”. Si sono create le premesse per una convergenza di interessi franco-statunitensi. L’esempio più lampante è stato l’intervento in Libia nel 2011, che è stato in primis una guerra per estromettere Cina e Russia, ridimensionare l’Eni, balcanizzare la Libia per ridurre la rendita di posizione del clan Gheddafi. Il risultato non voluto è stato una sorta di “effetto Afghanistan” nell’Africa centrale, il che ha costretto la Francia a intervenire in Mali a salvaguardia dei suoi interessi in Niger e in Algeria nel marzo 2013.
 
Oggi come in passato, il pretesto per gli interventi è la salvaguardia degli europei o della popolazione civile, la necessità di frapporsi fra i contendenti di turno; nel caso dell’operazione “Sangaris” in Centrafrica, fortemente voluta da Hollande, si doveva metter fine alle violenze delle frange impazzite di Seleka contro i civili (vedi riquadro 1). In realtà si è intervenuti quando queste violenze hanno minacciato gli investimenti francesi, a partire dall’uranio. Sangaris serve a definire quale spazio verrà lasciato alla Francia dall’aumento della pressione da parte della Cina e delle borghesie emergenti africane, (il presidente del Sudafrica, Zuma, teorizza apertamente: “soluzioni africane per problemi africani”). Usa e Francia puntano a un contenimento della Cina e degli altri Brics con mezzi militari, non essendo sufficienti quelli economici.
 

Riquadro 1 - Il disastro del Centro Africa

Nel periodo coloniale (1885-1960) il Centrafrica, assieme a Ciad, Gabon e Congo francese era parte dell’Africa Equatoriale francese (AEF). Come denuncia Lutte Ouvrière sul numero 157 di Lutte de classe, fu sottoposto a un sistematico saccheggio a vantaggio di una quarantina di società francesi che commerciavano il caucciù e l’avorio. Nessun tipo di infrastruttura fu creata per raggiungere i porti e le merci erano trasportate a spalla da indigeni cui non veniva garantito nemmeno il cibo. Il supersfruttamento della popolazione, cui era imposto lavoro forzato e corvée fece sì che fra il 1900 e il 1920 la popolazione passò da 15 a 3 milioni di abitanti! La popolazione fu nuovamente decimata per la costruzione fra il 1921 e il 1934 della ferrovia Congo-Oceano.

Nel 1958 De Gaulle pilotò una decolonizzazione “controllata” che aveva lo scopo di garantire la presa francese sulle risorse del paese anche dopo l’indipendenza, grazie anche alla permanenza delle truppe francesi. L’interesse allora era rivolto a oro e diamanti. Poi sono venuti la logistica e il trasporto fluviale controllati da Bolloré, il gruppo Castel per lo zucchero e la distribuzione delle bevande gassate, Total per lo stoccaggio e la distribuzione dei prodotti petroliferi, la CFAO (Compagnie française de l’Afrique occidentale) per la fornitura di automobili e buon ultima Orange, presente dal 2007. Oggi la Francia è soprattutto interessata allo sfruttamento dell’uranio delle miniere di Bakouma, controllate da Areva, la multinazionale francese che, unica al mondo, è in grado di gestire l’intero ciclo del nucleare. Oltre all’uranio e ai diamanti, il paese possiede rame, minerali di ferro, manganese, grafite e gas.

Ecco perché non c’è stato governo dittatoriale, per quanto feroce e corrotto, che non abbia avuto l’appoggio della Francia (a partire da quello di Jean Bedel Bokassa 1965-1979, poi spodestato dai francesi che imposero David Dacko, sostituito sempre con colpo di Stato dal generale André Kolingha dal 1981 al 1993 e infine François Bozizé dal 2003 al 2013).

Le risorse del paese hanno fatto la fortuna degli investitori esteri e della cricca di parassiti sanguinari al potere dall’indipendenza, ma non certo della popolazione. Nella classifica mondiale dell’ISU (indice di sviluppo umano) su 177 paesi il Centrafrica è al 171esimo posto. Il PIL pro capite è di 480 $, l’11% della popolazione fra i 15 e i 49 anni è sieropositivo e non può accedere a nessun tipo di cura; malaria e lebbra mietono numerose vittime. La mortalità infantile è altissima. La speranza di vita è meno di 40 anni. Il 52% della popolazione è analfabeta. L’unico introito è spesso una agricoltura di sussistenza o la vendita di prodotti agricoli.

I governi dittatoriali che si sono susseguiti in Centrafrica hanno sperperato le entrate del paese in spese futili, destinate ad arricchire piccole consorterie e lasciando la popolazione in preda alla fame e alle malattie. I continui colpi di Stato, le ribellioni e le repressioni conseguenti hanno creato una situazione di violenza costante (case bruciate, villaggi razziati, torture e assassini non perseguiti, fino alla terribile pratica dei bambini-soldato. Spesso il dittatore di turno minacciato da ribelli si è rivolto a truppe dei paesi circostanti per essere difeso, truppe che sono vissute rapinando la popolazione civile. L’uomo comune non può contare su nessuna forma di difesa o sicurezza da parte dello Stato. La parentesi “democratica fra il 1993 e il 2003, con la serie dei governi guidati da Ange-Félix Patassé non è stata meno turbolenta e sanguinosa. La divisione della popolazione in 80 gruppi etnici principali complica ulteriormente il quadro.

 

Fra il 2008 e il 2013 intorno a uranio, diamanti e centrali idroelettriche si ingaggia una furiosa battaglia di influenza fra Cina, Sudafrica e Francia. Il governo Bozizé assediato dai debiti concede vantaggi ora agli uni ora agli altri, ma soprattutto chiede protezione al Sudafrica, che manda 400 soldati in Centrafrica, dove stazionano già 500 uomini del Ciad. Ciad e Sudan appoggiano nel 2012 i Seleka, una coalizione eterogenea di diversi gruppi etnici e politici, prevalentemente mussulmani, che da nord, prendono il controllo progressivamente del paese. Nel dicembre 2012 la Francia manda 150 paracadutisti a Bangui, ufficialmente per proteggere i 1200 residenti francesi. I Seleka conquistano Bangui nel marzo 2013, impongono con l’aiuto dei francesi il nuovo premier Djotodia. Costui non governa in realtà e il paese si spacca in enclave controllate dalle fazioni Seleka, che ingaggiano uno scontro interno per spartirsi il patrimonio dello Stato, fazioni cristiane di autodifesa (anti-balaka), le truppe francesi, contingenti militari del Ciad e del Sudan, ma anche truppe congolesi, che garantiscono funzioni di polizia nelle varie città del Sud e nella capitale e sempre a sud truppe ugandesi, che agiscono in collaborazione con un centinaio di “addestratori” americani, ufficialmente presenti per difendere le loro basi militari nel confinante Niger. Il caos.

Africa nuovo Eldorado
A creare nuovo interesse verso l’Africa sono intervenuti fattori demografici, energetici, l’andamento del PIL e quindi degli investimenti. Ai tempi della caduta del muro di Berlino la massa degli investimenti europei e statunitensi si spostò dall’Africa all’Est Europa. Per un ventennio l’Africa è stata il fanalino di coda del mondo. Oggi si assiste all’andamento contrario. Dal 2006 il PIL africano è cresciuto costantemente al di sopra del PIL mondiale. Tra i 10 Paesi che sono cresciuti di più nel 2013 sette sono africani. Se il Nord Africa è in una fase di rallentamento e difficoltà, l’Africa subsahariana sta decollando (cfr. Studio della Goldmann Sachs). Il tasso di urbanizzazione è fra i più alti nel mondo e comporta l’accelerazione dell'edilizia, dei servizi sanitari, trasporti, commercio e credito. Nel 2012 gli investimenti diretti nel mondo sono calati del 18%; in Africa subsahariana sono aumentati del 5% (dati Unctad). Per sfruttarne petrolio e minerali ma anche per farne il granaio del mondo. L'Africa oggi ospita il 60% delle terre coltivabili non sfruttate (nel solo Sudan ci sono 80 milioni di ettari di terre incolte). Se un tempo il colonialismo affamava gli africani per le piantagioni di caffè, cacao, te ecc., oggi gli investimenti puntano a passare da una agricoltura di auto-sussistenza alla produzione di prodotti di largo consumo per i mercati urbani, ma anche allo sfruttamento dei sottoprodotti agricoli per le bioenergie. In questa corsa alla terra, in cui la mancanza di leggi di tutela delle proprietà di villaggio favorisce l’opera di rapina, ci sono gli europei (ad es. Germania, Svizzera, Portogallo), ma anche l’India, la Cina e le monarchie del Golfo. Se oggi solo il 12% del commercio africano è fra paesi africani, a causa del deplorevole stato delle infrastrutture, l’affare di domani per tutti gli investitori stranieri è la costruzione di ferrovie, autostrade canali che colleghino le risorse ai porti. Un ultimo dato significativo è quello demografico: l’età media africana è di 19,7 anni, contro i 32 dei BRICS e i 40,1 dell’Europa; inoltre stando alle previsioni dell’ONU, l’attuale miliardo di persone dovrebbe crescere a un ritmo del 2,2% annuo fino al 2020, raggiungendo i 2 miliardi entro il 2050. Questo significa che circa un quarto della forza lavoro presente sul mercato globale sarà africana e un ottavo sarà cinese.
 
L’Africa e i BRICS
Già deporre il presidente Bozizé nel marzo 2013 è stata, da parte francese, una vera e propria provocazione perché in contemporanea con il quinto vertice dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che il 27-28 marzo 2013 si svolgeva a Durban, in Sudafrica. Qui il nuovo leader cinese Xi Jinping, ha riproposto la Cina come partner privilegiato dei paesi africani, ma anche una più stretta alleanza dei 5 paesi per “sfondare” la consolidata influenza europea e statunitense e per spostare dalla propria parte la borghesia africana. Una sfida non da poco visto che (cfr. Rapporto 2013 di Bankitalia), le multinazionali dei Brics pesano per il 15% del totale dello stock di Investimenti Esteri diretti (FDI) in Africa e per il 25% dei flussi FDI degli ultimi anni e i loro investimenti nel settore estrattivo africano rappresentano il 26% del totale. Molto si giocherà in termini di capacità di fornire capitali (e la Cina ha certamente un significativo surplus finanziario a disposizione), ma conteranno ovviamente le connessioni politiche sedimentate nel lungo periodo e la capacità di veloce reazione militare.
 
Già dal 2000 la Cina ha individuato nell’Africa la sua riserva di materie prime, un’area fondamentale per il rifornimento energetico, ma anche per la cosiddetta “food security”, oltre al rifornimento del legname. Nel 2012 la Cina era il primo partner commerciale con 85,3 miliardi di $ di export in Africa, per il 40% manufatti ad alto valore aggiunto, e 113,2 miliardi di import, principalmente materie prime, petrolio, legname, alimentari. Di qui gli stretti rapporti nell’ordine con la R.D. del Congo, col Sudan del Nord e del Sud, con Nigeria, Uganda e Sudafrica, in tutto con 50 paesi africani. La Cina è anche il quarto investitore, lo stock dei suoi investimenti diretti raggiunge nel 2012 i 21,3 miliardi di $. Il 31,6% nel settore minerario (oro, diamanti, uranio, ferro), il 16,4% nell’edilizia (le cosiddette “città fantasma” ad es. in Angola dove il governo ha garantito alle imprese cinesi l’appalto del 70% dei lavori pubblici), il 19,5% nel settore finanziario (prestiti alle PMI africane, aiuti umanitari, progetti di sviluppo, ma anche prestiti agevolati per mega infrastrutture come l’autostrada Addis Abeba – Adama in Etiopia o il porto di Cribi in Camerun), il 15,3% nell’industria e nelle telecomunicazioni. La Cina indirizza in Africa parte della sua sovrappopolazione giovanile disoccupata: ad oggi sono 750 mila i cinesi che vi risiedono in pianta stabile, più di un milione se si considera anche la manodopera temporanea. (Xinhua 29 ag. ’13). Per garantirsi rapporti stabili con la futura classe media africana (quei 106 milioni di africani che hanno un reddito annuale di almeno 5 mila dollari secondo la Banca Mondiale), sono stati creati istituti di cultura (gli Istituti Confucio) per la migliore conoscenza reciproca e una attiva propaganda pro “modello” cinese contrapposto al decadente modello occidentale. Gli occidentali non stanno certo a guardare e agitano il “pericolo giallo”.1
Si parla poco ma è molto significativa anche la presenza dell’India, che dal 2008 ha iniziato ad affrancarsi dai rifornimenti petroliferi del Medio Oriente rivolgendosi all’Africa (Sudan, Libia, Egitto, Costa d’Avorio e Nigeria). In prospettiva l’India si propone come il paese che potrebbe raffinare e reimportare il petrolio africano ai minori costi (possiede 17 raffinerie statali e 2 private, tra cui quella della Reliance Industries Limited in Gujarat, una delle più grandi sul pianeta). A differenza della Cina e del Brasile che schierano la grandi società statali, l’India schiera aziende private. L’India è diventato in breve il sesto partner commerciale dell’Africa e punta a investimenti in settori diversi da quelli in cui si impegna la Cina: il turismo, l’informatica, il tessile, i servizi finanziari, i prodotti farmaceutici (in particolare produzione di farmaci generici e antiretrovirali) servizi e macchinari per il settore sanitario, quindi servizi e merci aventi un elevato valore tecnologico e ingegneristico. Per ora i partner privilegiati sono Nigeria e Sudafrica. Nella sua penetrazione in Africa, l’India è avvantaggiata dalla presenza di africani di origine indiana presenti da generazioni, i cosiddetti PIO (People of Indian Origin), circa 3 milioni di persone. Le comunità più numerose sono in Sudafrica e in Africa orientale, ma anche in Nigeria e in Tanzania.
Nonostante la Russia abbia una tradizionale presenza in Africa fin dagli anni ’50, questa presenza è stata più politica e militare che economica; ancor oggi la Russia vende armi in Africa (copre una quota dell’11% dell’acquisto complessivo di armi nel continente), propone la costruzione di centrali nucleari (in Sudafrica). L’interscambio commerciale della Russia con l’Africa è in crescita ma pesa per meno di un ventesimo rispetto a quello cinese.
Un peso maggiore sia come partner commerciale che come investitore è stato acquisito dal Brasile, che preferisce intervenire nelle ex colonie portoghesi con cui ha in comune la lingua e utilizza come elemento di propaganda la presenza nel paese di 90 milioni di ex schiavi africani. Il Brasile è ben visto perché a differenza dei cinesi utilizza quasi esclusivamente manodopera locale, cui riserva un trattamento mediamente decoroso.
 
Il risveglio africano del Giappone
Non solo Usa ed Europei sono preoccupati dalla presenza della Cina e degli altri paesi Brics, anche il Giappone che sta reagendo per ora diplomaticamente. In gennaio 2014 il primo ministro Shinzo Abe ha incontrato i leader dell’Unione Africana in Etiopia promettendo 320 milioni di dollari in aiuti e 2 miliardi in prestiti. Il Giappone è presente in Sud Sudan con 400 militari entro le forze di interposizione Onu e vuole poter intervenire a fianco di Usa e Cina nella soluzione politica della crisi sudanese. Accompagnato da 50 imprenditori Abe ha visitato anche Costa d’Avorio e Mozambico. Nello stesso periodo Abe si è recato a Parigi per creare con i francesi una collaborazione militare nel campo degli elicotteri di ultima generazione, sottomarini a propulsione e droni sottomarini. Il Giappone ha contribuito con 735 milioni di $ alla spedizione francese in Mali. E ha garantito assistenza finanziaria anche per l’intervento in Centrafrica. Analoga visita Abe non ha fatto alla Merkel in Germania.
 
Francia, Germania, Usa e il bengodi dell’Africa centro-orientale
Il Centrafrica è anche l’ennesimo test sullo stato dei rapporti franco-tedeschi. La Germania ha sempre impedito che fosse utilizzata in Africa la brigata franco-tedesca creata ai tempi dell’intesa Kohl-Mitterand, e ha (famosa la frase del ministro Volker Rühe nel 1994: “L’Eurokorp non è un Afrikacorp”) totalmente snobbato la proposta di Union- Mediterranée portata avanti da Sarkozy. Di qui la decisione francese nell’ottobre 2013 di ritirarsi dalla brigata franco tedesca, ufficialmente per ragioni economiche, in realtà per riavere mano libera nei suoi interventi unilaterali in Africa.
Ma la Francia deve comunque fare i conti con i costi politici ed economici di questi interventi.
Mentre nel caso del Mali c’era appoggio cinese ed europeo, basato sulla necessità di proteggere gli investimenti in Algeria, in Centrafrica, nonostante il mandato Onu la Francia è per ora affiancata dall’ottobre 2013 dal solo MISCA, il contingente panafricano che è spaccato al suo interno: i Ciadiani sono pro Seleka e le truppe del Burundi pro anti-balaka. Le richieste di aiuto all’Europa si sono tradotte in tiepide reazioni da parte dei grandi paesi e nella promessa di un migliaio di uomini, operativi solo fra 3-6 mesi e con comando indipendente.2
Ovviamente la Germania ha una sua indipendente penetrazione in Africa, principalmente in Sudafrica dove sono istallate le principali case automobilistiche tedesche, ma anche in Kenya, Angola, Nigeria, mercati piuttosto importanti per i macchinari tedeschi, in Tanzania dove si sta cominciando a utilizzare ampi appezzamenti per la produzione di bio-carburanti. In particolare la Germania sta investendo in Africa Orientale. E qui gli interessi Usa collidono con quelli cinesi, ma anche con quelli tedeschi. I tedeschi sono preoccupati per un possibile intervento diretto Usa non solo in Centrafrica, ma anche in Congo e in Sud Sudan.
Gli Usa hanno lasciato finora volentieri alla Francia il ruolo di gendarme in Africa occidentale e centrale; ma hanno coordinato coi francesi la loro opera di propaganda per preparare l’opinione pubblica internazionale e nazionale agli interventi. Ma di recente l’interesse strategico del Centrafrica è aumentato, dato che confina con Sud Sudan e Rep. Dem. del Congo, a due passi dall’Uganda, al centro di un forziere naturale, il Grand Rift, ricco di minerali rari e strategici, ma anche una delle maggiori riserve inesplorate di gas e petrolio. Per i grandi gruppi petroliferi una risorsa ma anche il rischio di un surplus che abbassi i prezzi, per cui è loro interesse alimentare tensioni etniche e instabilità politica per estromettere concorrenti, come quelle cinesi, che non rispetterebbero la logica del “cartello petrolifero”. Ma India e Cina hanno troppo fame di petrolio per il loro sviluppo per aspettare. Per questo da più di 5 anni il Congo e in genere la regione dei Grandi laghi è al centro di una sanguinosa guerra, da qualcuno definita “la prima guerra mondiale dell’Africa”, in cui si stima siano morte dai 2 ai 5 milioni di persone (a seconda se si calcolano le morti per fame, sottonutrizione, mancanza di cure mediche ecc.).
Sangaris e Centrafrica, esempio dei guasti del capitalismo
Stante il caos creato dallo scontro fra predatori grandi e piccoli in Centrafrica, l’invio di nuove truppe francesi il 5 dicembre diventa “inevitabile”. Ma non rende più tranquilla la situazione. Dopo le dimissioni forzate di Djotodia il 12 gennaio e l’interim di Alexandre-Ferdinand Nguendet, viene nominata premier Catherine Samba-Panza, senza potere alcuno.
Come conferma l’esperienza di tutti gli interventi “umanitari”, la situazione dei civili, per il cui salvataggio si pretende di intervenire, precipita. Un milione di persone (più o meno un quinto della popolazione) hanno abbandonato le loro case, per sfuggire alle violenze delle bande rivali. Intorno alla capitale Bangui si formano 50 campi profughi, senza servizi igienici e nessuna garanzia di rifornimento idrico, con 400 mila persone. Scuole e uffici pubblici sono chiusi, lo Stato non esiste più (NYT, 17 genn. ’13). Il Telegraph (11 genn.) parla di casi di cannibalismo nelle campagne Le truppe francesi possono a malapena mettere in sicurezza l’aeroporto. Da subito è evidente che le difficoltà sono state sottovalutate; in cambio l’aperta simpatia dimostrata dai francesi per le bande «anti-balaka» («anti-machete») bande armate che reclutano soprattutto in ambienti cristiani, alimenta inevitabilmente lo scontro inter-religioso (i Seleka sono prevalentemente mussulmani). Iniziano i linciaggi dei mussulmani, mentre i francesi assistono indifferenti.
Amnesty International e Medecins Sans Frontières parlano apertamente di genocidio.
 
Gli avvenimenti recenti ci confermano che si sta aprendo in Africa una guerra di tutti contro tutti, in cui le alleanze sono fluide nella logica multipolare che ormai regge le guerre locali.
Ma confermano anche che nel regime capitalistico le ricchezze di un paese lungi dal tradursi in beneficio per le sue popolazioni, come buon senso vorrebbe, sono una iattura perché attirano torme di sciacalli in veste più o meno umanitaria. Il Congo ex Zaire, forziere di ogni minerale, ha il PIL pro capite più basso del mondo. Non è ancora stato fatto il bilancio dei morti per cause belliche, per fame e malnutrizione che questo scontro ha comportato negli ultimi decenni. Ma siamo certi che è sanguinoso. Nel Nord Africa la Primavera araba ha dato il segnale che i giovani non sopportano più tiranni e i loro clan. Lo sviluppo e lo scontro interimperialistico porterà inevitabilmente al risveglio del giovane proletariato dell’Africa nera.
 
 



1. La stampa europea (da che pulpito viene la predica!), non manca di sottolineare che l’intervento cinese rischia di spazzare via il poco di industria che l’Africa possiede (questo fenomeno è evidente in Sudafrica cfr. Working Paper Number 102, Università del Capo luglio 2013) e in Senegal si sono formati gruppi di opposizione di commercianti contro i tessuti cinesi troppo a buon mercato. Inoltre gli imprenditori cinesi impongono rapporti di supersfruttamento alla manodopera, orari prolungati, senza alcuna misura di sicurezza; Amnesty International denuncia soprattutto la situazione nelle miniere e ha registrato casi in cui gli imprenditori cinesi sparano agli operai in sciopero. Molto dettagliate le accuse di inquinamento, distruzione sistematica dell’ambiente (…più o meno come la Shell), deportazione senza risarcimento degli abitanti dei villaggi ed esproprio delle loro terra. Infine i cinesi danno per scontata una certa spesa per le bustarelle e corrompono in modo spregiudicato funzionari statali, polizia e giudici per garantirsi contratti e facilitazioni A dimostrazione che i giovani capitalismi non sono meno rapaci e immorali di quelli vecchi.

 


2. Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e Romania manderanno una cinquantina di soldati ciascuno. Italia e Spagna non parteciperanno. La GB garantisce appoggio logistico, ma non soldati. L’aiuto tedesco sarà finanziario e logistico (trasporto truppe) e in più il governo tedesco si offre di mettere in sicurezza l’aeroporto di Bamako in Mali. Soldati niente. (Figaro, 20 gennaio 13) Ma si aumenterà il numero di istruttori militari già presenti per addestrare le truppe africane del Misca (una via garantita per trattare vendite di armi ai paesi coinvolti) e si doterà l’esercito del Mali di abiti, calzature e camion (Libération, 18 gennaio).




AM

Pubblicato su: 2014-03-24 (1311 letture)

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