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N35 Pagine Marxiste - Marzo 2014
I lavoratori immigrati nelle battaglie delle borghesie europee


Dal primo gennaio 2014 anche i romeni e i bulgari possono liberamente accedere al mercato del lavoro di Gran Bretagna e Germania. Questo fatto ha rinfocolato lo scontro sul tema immigrazione in questi paesi, e nella Unione Europea, e di riflesso anche in Svizzera, con il referendum per porre dei limiti quantitativi al numero di immigrati, frontalieri inclusi.

Gli schieramenti sono uniformi tra i vari paesi: il capitale industriale e finanziario è favorevole alle porte aperte, i partiti “populisti” che rappresentano settori di piccola borghesia ma trovano spesso un seguito anche negli strati inferiori del proletariato, sono per una drastica limitazione dell’immigrazione, se non per la cacciata di parte degli immigrati, accusati di concorrenza sleale e di ‘rubare il lavoro’ agli italiani.

Noi comunisti siamo per la libera circolazione della forza lavoro, ma per motivi opposti a quelli del grande capitale. Non per ridurre i salari, ma per unire i lavoratori di tutte le nazionalità, per combattere lo spirito nazionale e potenzialmente socialimperialista, legato alla difesa di una posizione di privilegio relativo che poggia sullo sfruttamento di milioni di lavoratori in altre parti del globo.

I proletari immigrati, cacciati dalle guerre, dalla miseria, dalla disoccupazione; depredati da organizzazioni criminali lungo il loro viaggio di speranza, vittime di stragi in mare, deportati nei lager dei CIE; privi di diritti di fronte allo Stato, sotto-pagati e supersfruttati nei luoghi di lavoro sono usati come capro espiatorio su cui costruire il consenso elettorale nelle battaglie tra le frazioni delle borghesie europee. Ma al di là di questo scontro interborghese, la propaganda anti- mmigrati rientra in una strategia, che unifica tutte le frazioni della borghesia, volta ad ostacolare la solidarietà di classe tra il proletariato nativo e quello immigrato, una saldatura che rafforzerebbe l’unico vero antagonista delle borghesie nazionali e dello stesso imperialismo europeo.

D’altra parte le lotte nella logistica ci mostrano un proletariato immigrato che dà lezione al proletariato autoctono su come difendere i propri diritti contro la dilagante tracotanza padronale.

 


Campagna elettorale europea contro i migranti
 
Con largo anticipo è iniziata nella UE la caccia dei partiti a voti e seggi per le elezioni del prossimo maggio del Parlamento europeo. Da una parte i sostenitori del rafforzamento della UE, dall’altra gli euroscettici/eurocritici. La questione degli immigrati è uno dei principali terreni di contesa del consenso, su cui manovrano anche i populisti di “sinistra” nostrani come Grillo.
La sua nuova incursione nei temi di propaganda tipici della destra italiana si colloca nella più ampia campagna populista contro i migranti nella UE, avviata la scorsa primavera e rinfocolata in autunno, che ha come tema centrale l’inasprimento dei criteri per il loro ingresso nel mercato del lavoro dell’Unione e la restrizione dei diritti al welfare statale, sanità e case popolari.
Con il NO all’abolizione del reato di immigrazione clandestina, anche contro l’emendamento proposto da una fetta dei suoi luogotenenti che “democraticamente” aveva ottenuto l’approvazione sul suo blog, Grillo ha cercato di recuperare il calo di popolarità registrato dai sondaggi facendo l’occhiolino alla base del populismo di destra, Lega in primis.
È la rincorsa di alcuni governi e partiti alle posizioni anti-europee, nazionaliste, populiste e xenofobe di numerosi partiti e movimenti europei - tra i quali in GB l’United Kingdom Independence Party (UKIP), in Francia il Front National, in Olanda il Partito della Libertà (PVV), in Austria l’FPÖ, in Germania AfD. Si teme che tali partiti - rinvigoriti in diverse elezioni nazionali a seguito della misure di austerità imposte con la crisi dell’euro e della diffusa insoddisfazione per l’unificazione europea - possano raddoppiare il loro consenso nelle prossime europee al 15% o secondo altri sondaggi al 25 - 30% rendendo più instabile il parlamento di Bruxelles. La fine, il 1° gennaio 2014, delle restrizioni di ingresso di bulgari e rumeni nel mercato del lavoro di nove paesi dell’euro (Austria, Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Lussemburgo, Malta e Olanda, Spagna) è servita come occasione per rianimare la campagna xenofoba.
La disputa sull’immigrazione vede dunque da una parte una borghesia apertamente reazionaria e più legata ai mercati nazionali, dall’altra una borghesia più internazionalizzata e “progressista”. Sembrerebbe che la forza lavoro immigrata sia, paradossalmente, difesa dalla grande borghesia, con posizioni meno ideologiche, più riformiste e persino egualitarie.
In realtà il grande capitale europeo, allarmato dalle scelte populiste anti-immigrati preannunciate da alcuni governi, le ha sconfessate pubblicamente: per esso si tratta di mantenere a disposizione una massa maggiore di forza lavoro, flessibile e ricattabile, per estrarne il maggior plusvalore possibile, unica e insostituibile linfa vitale del modo di produzione capitalistico, e grazie ad esso competere con i paesi emergenti.
In realtà la tesi che gli immigrati rubino i posti di lavoro agli italiani è doppiamente falsa: primo perché gran parte dei lavori umili, sporchi e pesanti accettati dagli immigrati sono snobbati dagli italiani (anche se negli ultimi anni, con la crisi, molti disoccupati italiani sarebbero disposti a fare qualsiasi lavoro). Secondo e più importante, perché gli immigrati coprono il buco demografico degli italiani, senza di loro crollerebbe la domanda di ogni genere di prodotto e servizio, dalle case ai mobili alle auto, alla telefonia all’alimentare, tessile ecc. e i servizi (scuola in primis), e quindi essi “creano” i posti di lavoro per i quali si offrono, senza gli immigrati l’Italia si starebbe avvitando molto più a precipizio nella crisi.
Inoltre proprio la piccola borghesia che soffia con più forza nelle trombe xenofobe è proprio quella che ha bisogno di tenere gli immigrati in clandestinità per poterli tenere schiacciati senza diritti e sfruttarli in nero.
 
 
La Gran Bretagna prima della classe
 
Lo scorso ottobre il governo britannico ha varato - ultima di una serie di misure prese nel tentativo di tenere sotto controllo l’immigrazione - una nuova legge contro gli immigrati irregolari. Gran parte di essi sono arrivati legalmente in GB e poi hanno perso il diritto rimanere. Il nuovo provvedimento, che obbliga locatori e medici a controllare se i loro inquilini e pazienti immigrati sono illegali, rende per essi più difficoltoso ottenere un conto corrente bancario e patenti di guida, punisce severamente i matrimoni di convenienza. La legge è stata appoggiata dai Laburisti, che hanno proposto emendamenti per renderla più rigida, e che competono con il governo nel sollecitare sentimenti anti-immigrati; l’ex ministro laburista agli Interni, Straw, ha definito “errore madornale” del governo labourista quando nel 2004 non pose restrizioni agli immigrati dell’Est Europa.
Ma, come negli altri paesi dove gli immigrati sono costretti a vivere in clandestinità, anche in Gran Bretagna, la legge inciderà poco sul numero di “sans papier”, renderà però più difficile la loro vita.
Chi ha trovato un lavoro è costretto ad accettare un salario basso e in nero, alcuni riescono a procurarsi, pagandole, le tessere della previdenza sociale; non avendo i requisiti per affitti regolari, spesso prendono in subaffitto l’abitazione tramite internet, pagando ovviamente una tangente.
A novembre poi, in un’intervista al Financial Times, il primo ministro britannico Cameron ha lanciato una serie di attacchi contro gli immigrati. Ha annunciato che per essi, dal 1° gennaio 2014 saranno irrigiditi i criteri di accesso al welfare, e ne sarà limitato il godimento: se disoccupati nessun diritto per i primi tre mesi (regola già in vigore in Germania), ne possono poi usufruire per un massimo di sei mesi; se dopo nove mesi non hanno trovato lavoro verranno espulsi. Nominando esplicitamente rumeni e bulgari Cameron ha aggiunto che saranno espulsi i cittadini UE che chiedono l’elemosina o dormono all’aperto, e potranno essere riammessi solo un anno dopo. All’ondata di indignazione sollevata, ha risposto che anche Germania, Olanda ed Austria condividono le sue posizioni. Infatti, ad aprile in una lettera congiunta, i quattro paesi avevano denunciato i costi di welfare sostenuti per i migranti e chiesto alla Commissione UE di porvi rimedio. Anche nel trattato di coalizione del nuovo governo tedesco (SPD-CDU/CSU) sono stati inseriti, su pressione dei Cristiano-sociali, diversi passaggi anti-immigrati in sintonia con le posizioni prese da Cameron: occorre modificare la legislazione nazionale ed europea per ridurre gli incentivi all’emigrazione finalizzata al godimento del welfare; si intende mantenere la libertà di circolazione nella UE, e di conseguenza è necessario combattere l’abuso del diritto a prestazioni sociali.
Da parte sua Bruxelles ha accolto, varando una clausola d’emergenza, le richieste di diversi paesi di poter sospendere per un periodo limitato di sei mesi la libertà di circolazione senza visti per i cittadini non comunitari di determinati paesi (Balcani in particolare); la Commissione UE ha inoltre prorogato a data indeterminata l’entrata nello spazio Schengen di Romania e Bulgaria, ma ha rispedito al mittente la richiesta di sostegno ai governi nazionali nella lotta contro i supposti “abusi” da parte degli immigrati del diritto al welfare, sussidi di disoccupazione in primis. Il commissario alle questioni sociali, László Andor,1 ha dichiarato che il problema viene ingigantito, la quota dei migranti disoccupati che beneficia di queste prestazioni è sotto il 5% nella maggior parte dei paesi; la commissaria agli Interni Cecilia Malmström, ha invitato i paesi membri a provvedere da soli a risolvere i problema. Uno studio del Centre for European Policy Studies aveva stabilito a settembre che, di per sé, le prestazioni sociali non attirano i migranti UE.
Il grande capitale ha risposto, in modo diretto tramite le associazioni padronali - come la Confindustria tedesca (BDI), britannica (CBI), francese (MEDEF) - e indirettamente tramite grandi testate giornalistiche. La sintesi della replica è: l’Europa sta invecchiando, l’economia europea ha bisogno di nuova forza lavoro, soprattutto giovane e altamente qualificata;
La forza lavoro immigrata è indispensabile per la vecchia Europa dal punto di vista demografico. Senza di essa la popolazione europea stagnerebbe, in alcuni paesi diminuirebbe, e avrebbe una quota più alta di anziani a cui provvedere.2 Il flusso di immigrati da paesi esterni all’area ha contato per l’80% dell’aumento complessivo della popolazione UE,3 dato dalla somma di 200mila nuovi nati e di 900mila dovuti alla immigrazione netta (1,7 milioni nel 2011).
 
Inoltre, sostiene la grande borghesia europea, la spesa sostenuta dallo Stato per gli immigrati è in generale inferiore a quanto da esso incassato a vario titolo in imposte e contributi. A corroborare queste tesi ci sono gli studi di tutta una serie di agenzie statistiche europee ed internazionali, appartenenti a istituzioni o a gruppi privati.4
Su questa linea si è schierato il britannico Economist. Ricordando che la GB fu tra i fautori dell’adesione di Romania e Bulgaria alla UE, rileva che la popolazione del paese (52 milioni complessivi) non è diminuita solo grazie agli immigrati, che dai 4,8 milioni del 1995 sono arrivati a 13,4 milioni nel 2011, e si prevede saranno un ¼ della popolazione totale nel 2015. Il giornale respinge la conclusione della commissione ufficiale Migration Advisory Committee, secondo cui gli immigrati fanno deprimere i salari ed aumentare la disoccupazione. Solo i salariati inglesi a bassa qualifica possono trovarsi a competere con immigrati provenienti da paesi esterni alla UE. Sono semmai le nuove tecnologie un fattore rilevante per l’abbassamento dei loro salari, avendo esse ridotto la domanda di forza lavoro a bassa qualifica. Ricorda inoltre che ¾ dei immigrati europei sono occupati, un tasso di occupazione più alto di quello degli inglesi.
Il giornale tedesco Welt riportando un sondaggio, titola «I manager non vedono alcun pericolo nell’immigrazione. Mentre la politica discute sull’afflusso dall’Est Europa, l’economia ha già deciso. I timori sono esagerati. La Germania riuscirà a sostenere gli immigrati, e ne trarrà profitto.»
Il direttore dell’Istituto per l’Economia Tedesca (IW), di parte datoriale, Hüther, ammonisce i politici a non mettere a rischio con una campagna dettata dal calcolo politico gli effetti positivi dell’immigrazione, conseguiti negli scorsi anni grazie ad una cultura dell’accoglienza.
Inoltre non è detto che la manna continui, che anche in futuro arriveranno in Germania così tanti lavoratori da questi paesi, dove sta mutando la struttura demografica, si prevede diminuisca la disoccupazione e di conseguenza aumentino i salari.
 
Nel 2012 erano 15,2 milioni i lavoratori stranieri nella UE, pari al 7% degli occupati complessivi; di questi migranti quasi il 57%, (8,6 milioni) provenivano da paesi non UE, e 6,6 milioni (43,2%) da altri paesi UE, aumentati questi ultimi del 6,5% rispetto al 2010, con picchi nei paesi con un tasso di disoccupazione relativamente basso, +96,2% in Austria e +89,2% in Germania; per l’opposto motivo il flusso è invece calato del 54% in Spagna e del 14,9% in Italia. (Eurostat)
Gli Stati UE orientali e centrali restano i principali paesi di origine di coloro che si spostano all’interno dell’Unione.
La crisi ha rallentato ma non fermato i flussi di immigrazione economica e, a causa dei persistenti conflitti, dai paesi mediorientali a quelli che si affacciano sul Mediterraneo ma anche nell’Africa subsahariana, aumenta il flusso di persone in fuga da guerre e carestie. UNHCR stima che oggi nella UE ci siano oltre 1,3 milioni di rifugiati e richiedenti asilo, con una tendenza in crescita negli ultimi anni.
 
Tra l’inizio della crisi, nel 2008, e il 2012, il numero di europei a rischio di povertà o di esclusione sociale è salito di 8,7 milioni (Croazia esclusa), raggiungendo una percentuale del 25,1% della popolazione UE-28 nel 2012. Secondo la Commissione Europea, circa 50 milioni di persone in età lavorativa hanno vissuto con un reddito inferiore al 60% del reddito equivalente mediano nazionale, 30,4 milioni di persone tra i 18 e i 59 anni hanno vissuto in un nucleo familiare privo di occupazione.
 
Il caso tedesco
 
Secondo uno studio di dell’Istituto per l’Economia Tedesca (IW), gli immigrati, compresi quelli di Romania e Bulgaria, avvantaggiano sia lo Stato che l’economia. Essi versano nelle casse previdenziali e delle amministrazioni di Stato, Land e comuni più di quanto ne ricevano. Versa contributi alle casse pensioni e sanità il 41,9% dei migranti, contro il 35,5% dei nati in Germania. Inoltre essendo mediamente più giovani dei tedeschi, gli immigrati fanno da controtendenza all’invecchiamento, che pesa sulle casse pensionistiche e sanitarie; 1/3 degli immigrati in Germania nel decennio 1999-2009 aveva meno di 30 anni, e solo il 4% più di 65 anni, cioè in età di pensione; ogni giovane 15-19enne costa mediamente alla previdenza sanitaria meno di €2000/anno, mentre un 65-84enne costa mediamente €6000. Per quanto riguarda le prestazioni di welfare, essi ne ricevono in proporzione molto meno dei cittadini tedeschi; per il sussidio di disoccupazione (Arbeitslosengeld II) la proporzione è all’incirca uguale.
Quella immigrata è una forza lavoro mediamente più qualificata della popolazione indigena: è laureato il 29% dei nuovi immigrati adulti (circa il 25% tra gli immigrati rumeni e bulgari), contro circa il 19% dei tedeschi. Un immigrato su dieci ha una laurea in matematica, informatica, scienze naturali e tecnologia (l’8% tra rumeni e bulgari) – i cosiddetti MINT, contro il 6% dei cittadini tedeschi. Oltre a ciò il costo della loro formazione è stato sostenuto dai paesi d’origine. Hüther: «L’immigrazione è uno strumento efficace ed importante per alleviare la carenza di lavoratori qualificati nei prossimi 15 anni»; le imprese tedesche calcolano che occorreranno loro circa 100.000 salariati altamente qualificati l’anno, mentre si prevede che, per motivi demografici, entro il 2030 la forza lavoro tedesca qualificata diminuirà di 2,3 milioni di unità equivalenti a tempo pieno. L’AD di “Iniziativa MINT, costruire il Futuro” della Confindustria tedesca e dell’Associazione dei datori di lavoro tedeschi: “La Germania non ha materie prime, il nostro capitale è la forza lavoro specializzata. Le competenze MINT hanno difeso la Germania dalle conseguenze della crisi economica internazionale e da quella del debito”. Per questo la Germania ha introdotto un sistema che facilita la permanenza di immigrati ad alta qualifica, le cosiddette Blue Cards, tessere introdotte nel 2012, per avere la quale i lavoratori stranieri, provenienti da paesi non UE, devono dimostrare di avere un posto di lavoro di almeno €46 600 annue lorde, per i posti di ingegneri e medici bastano €36 200.
 
L’Italia “all’avanguardia nel peggio”
 
Confrontando i dati tedeschi e inglesi con la situazione italiana, si verifica quanto più generoso fosse in passato il welfare di questi paesi nei confronti dei loro cittadini e degli stranieri, ma anche come Cameron e Merkel vogliano oggi togliere agli stranieri quello che in Italia non hanno mai avuto.
Forse per questo i vari rapporti ISMU ci informano che l’Italia, rispetto agli altri paesi, attira i lavoratori meno qualificati e istruiti del resto d’Europa, ma, nonostante questo, il livello di istruzione medio degli stranieri è più alto di quello della forza lavoro italiana fra i 15 e i 64 anni. Va da sé che l’Italia del “piccolo e bello” non sa che farsene delle alte qualifiche, sono “sovraistruiti” (un eufemismo per sottoccupati) il 19,4% dei lavoratori italiani e il 41,1% degli stranieri in Italia, mentre molti giovani laureati e diplomati italiani emigrano (68 mila nel 2012).
Secondo il 19° rapporto Ismu al 1° gennaio 2013 gli stranieri in Italia erano 4 milioni e 900 mila, il 6% in più dell’anno precedente, in conseguenza di nascite (80 mila) ricongiungimenti (81 mila), mentre gli arrivi per lavoro sono dimezzati (- 67 mila) e circa 200 mila hanno lasciato l’Italia, in gran parte per l’impossibilità di trovare un lavoro nella crisi. Anche gli irregolari si non dimezzati (sarebbero circa 294 mila, cioè il 6%). La crisi è stata molto più efficace dei leghisti nel ridurre clandestini e immigrati in genere: se non c’è lavoro, gli immigrati non arrivano, se ne vanno dove possono trovare lavoro. Del resto è noto che al di là delle sparate propagandistiche, lo scopo delle politiche restrittive italiane, primo fra tutti il reato di clandestinità, non è mai stato quello di ridurre il numero degli immigrati, ma di renderli ricattabili, mansueti e poco costosi: il salario medio annuo di un immigrato extracomunitario ammontava nel 2005 al 50% e nel 2011 al 75% della retribuzione media di un italiano. Respingendoli nel lavoro sommerso, a volte in condizione semi-schiavistica, nel lavoro precario e temporaneo, i salariati stranieri sono un serbatoio flessibile a cui attingere quando serve e da allontanare quando non servono più. Infatti la disoccupazione fra gli stranieri è più alta che non fra gli italiani. E più alta è anche l’incidenza degli infortuni (15,9% del totale), la cui riduzione in valori assoluti è dovuta più al calo delle ore lavorate conseguente alla crisi che ad un aumento della prevenzione (senza parlare dei cosiddetti “infortuni invisibili”, perché non denunciati: 164mila in tutto secondo l’Inail.
Se l’Italia spende per gli immigrati non lo fa per integrarli o accoglierli ma nelle politiche di contrasto all’irregolarità o di gestione dei flussi. Fra il 2005 e il 2011 è stato speso oltre 1 miliardo di euro per creare i CIE.
In Italia come altrove lo straniero è un contributore netto. Nel 2011 l’attivo di bilancio tra gli introiti dello Stato riconducibili agli immigrati (€13,3MD) e le uscite per essi sostenute (€11,9MD) è stato di 1,4 miliardi. Inoltre, se si parla dei lavoratori regolari, contribuiscono per oltre il 12% del PIL pur essendo il 7,5% della popolazione residente (e il 10% degli occupati).
 
Nonostante i benefici economici evidenti portati dai lavoratori migranti all’economia italiana, di fronte ai richiami della Commissione UE per le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere coloro che sono sfuggiti alla tragedia in mare, la politica sull’immigrazione del governo Letta è stata quella di scaricare le responsabilità della gestione dei flussi migratori dal Maghreb sulla UE, e di chiedere il rafforzamento dei dispositivi di controllo, come Eurosur e Frontex, definiti le “mani sporche della UE” da organizzazioni umanitarie come Human Right Watch: rendere i controlli più rigidi non fa altro che modificare le rotte migratorie, allungandole e rendendole spesso più pericolose.
E tuttavia sempre più spesso le campagne xenofobe trovano eco fra i lavoratori italiani.
Un fenomeno agevolato dalla crisi. È su questo terreno che si deve ingaggiare una lotta per strappare questi lavoratori alla nefasta propaganda borghese, quella xenofoba, ma anche a quella pseudo accogliente del grande capitale, che da un lato “incoraggia” l’immigrato, dall’altro lo bastona se cerca di alzare la testa.
Queste lotte sono le nostre lotte perché qualsiasi battaglia che elevi le condizioni degli strati più sfruttati alza anche il livello per tutti gli altri.
 




NOTE


1.  Il commissario europeo all’occupazione, László Andor: Ci sono già tre milioni di bulgari e rumeni che vivono in altri paesi UE, e non è verosimile che aumentino molto a seguito della fine delle restrizioni


2.  Ad inizio 2012 la UE aveva 503,7 milioni di abitanti (505,7 milioni, ad inizio 2013), di cui 20,7 milioni, il 4,1%, erano immigrati.


3.  Nel 2013 rispetto al 2012 c’è stato un incremento complessivo del 2,2‰, quello naturale vi ha contribuito solo per lo 0,4‰ e la migrazione netta per l’1,7‰. In cifre assolute, sono immigrati nella UE 1,3 milioni nel 2012 e 1,1 milioni nel 2013.


4.  Eurostat, IOM, OCSE, UNHCR, UNAR, IDOS, ISTAT, Migration Advisory Committee, centri studi di banche, associazioni imprenditoriali, centri demoscopici, etc.,


5. 232 milioni, che giungono quasi ad un miliardo se si considerano anche le migrazioni interne, con un aumento di 57 milioni negli ultimi 13 anni. Dati Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, Rapporto Mondiale sulle Migrazioni 2013


 





GL

Pubblicato su: 2014-03-24 (1209 letture)

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