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N35 Pagine Marxiste - Marzo 2014
UN FRONTE UNICO DI CLASSE PER UNA POLITICA DI CLASSE
Editoriale



La crisi capitalistica ancora in corso - che “ufficialmente” entra nel suo ottavo anno
 - presenta dei tratti a prima vista paradossali e ambivalenti.
Da un lato abbiamo l'emergere dei tratti tipici di una sovrapproduzione di merci e capitali (nelle “vecchie metropoli, ma per certi aspetti - soprattutto finanziari - anche nei paesi “emergenti”). Dall'altro lato si osserva un aumento della produzione mondiale del plusvalore di una estensione mai vista, che fa da contrappeso alla prima tendenza, e sposta il “baricentro” della espansione nei cosiddetti “BRICS”.
Potremmo dire con una battuta: “È il capitalismo bellezza!” È il modo estremamente contraddittorio, ineguale e squilibrato - attraverso cui “sopravvive” l'attuale sistema antagonistico tra capitale e lavoro - che mette impietosamente alla luce questi “paradossi”, sulla pelle di circa un miliardo e mezzo di proletari.
In mille modi: coi licenziamenti come col supersfruttamento; con l'abbattimento dei livelli salariali come con la precarizzazione del lavoro; con le blandizie della democrazia borghese come col manganello di Stato.
Ne sanno qualcosa i proletari bosniaci, che proprio in questi giorni hanno “osato” ribellarsi alla “legge ed ordine” del proprio capitalismo, parte del sistema imperialistico europeo, soggetto - vent'anni or sono - di una “nuova spartizione” proprio in quell'area. E pure qui in Italia, nonostante il “movimento reale” sia lontano mille miglia da manifestazioni di queste dimensioni, i piccoli “avamposti” proletari che “osano” sfidare la devastante “tranquillità” di una crisi profonda e piena di incognite, vengono a loro volta sottoposti ad una “repressione preventiva” di stampo fascista.
La situazione internazionale, d'altro canto, aggiunge elementi di ulteriore instabilità al quadro economico dal momento che non riesce a produrre “egemonie reali” di alcuna potenza, o blocco di potenze, in grado di prendere il posto del declinante predominio imperialistico statunitense. Lo dimostra l’Unione Europea, stretta tra la morsa disgregativa e il tentativo di costruzione di un blocco imperialistico europeo; o la potenza cinese, sicuramente ascendente ma frenata da tutte le sue contraddizioni politiche, economiche e sociali.
L'Unione Europea è la “casa comune dei capitalisti” e non dei “popoli”. La sua natura reazionaria conferma come non si possa parlare di nessuna riforma sociale di questa unione di predatori. Né tantomeno sostenere che l'alternativa per i lavoratori può consistere nel ritorno alle monete nazionali o unioni monetarie mediterranee: il problema è la natura sociale, dunque di classe, del sovrano; non certo la forma o la dimensione geografica attraverso cui questa sovranità si esprime: sia essa monetaria, nazionale o di altro genere. Il recente referendum svizzero sulla “quota immigrazione” (in un paese non aderente all’U.E. ed all'euro) ci dimostra che nessun maquillage “centralistico” o “federato” può sopprimere la dinamica degli interessi borghesi, in questo caso arroccati su un protezionismo a sfondo “populista”.
 
I comunisti conseguenti queste cose le hanno sempre analizzate e denunciate. Si tratta ora, però, di porci con la massima onestà e coerenza il problema urgente e non differibile di valutare l'impatto della crisi sulle condizioni della nostra classe e di valutarne attentamente le conseguenze, le manifestazioni, i varchi che essa può aprire per il nostro intervento strategico. E questo va fatto non “a prescindere”, ma “mettendo nel conto” - come arricchimento collettivo - la pur diversificata analisi scientifica sulla “natura” della crisi, che non deve comunque essere ripetizione stantia di stralci dei “testi sacri”, o una loro “forzatura” precostituita dentro schemi aprioristici. Troppo spesso nella storia del movimento operaio, anche recente, energie di classe - neppure secondarie - sono state imbrigliate o rese nulle “dall'attesa del tempo mitico” di un “crollismo” che non trova riscontro nei fatti. “Attesa” non tanto e non solo verso catastrofi che ci “avrebbero fatto il lavoro” (che è il massimo della puerilità), quanto attendismo rispetto alla definizione del lavoro da svolgere per riannodare la tela di quadri, attivisti, simpatizzanti atta a costruire le basi del partito rivoluzionario. Nel vivo delle lotte, e non nei “Comitati di Predestinati”...
Il partito rivoluzionario non è questione di mera “volontà”. Se siamo marxisti, è imprescindibile il doveroso ragionamento delle condizioni sociali e politiche nelle quali esso può sorgere, senza costituire l'ennesimo “idolo” di cartapesta.
Questo però non ci esime, anzi ci obbliga, a raccogliere ed organizzare al massimo grado tutte le energie comuniste già presenti sul campo che possono essere sempre, in ogni luogo e condizione, indirizzate verso la costruzione del partito.
La sola volontà non basta. Ma senza volontà organizzata si rimane degli eterni millantatori di cose al di fuori della nostra portata, che ci scappano continuamente di mano.
Se la sinistra rivoluzionaria – e precisamente quella che non si accontenta delle scorciatoie autoreferenziali – non supera definitivamente questo dilemma, ben difficilmente le lotte (seppur parziali e limitate) nelle quali essa è in qualche modo protagonista, potranno produrre qualcosa di valido dal punto di vista politico.
 
Studio della condizione operaia intesa nel senso più largo del termine significa dunque apprendistato sul campo, oltre al doveroso tirocinio analitico dal punto di vista teorico. E non solo sugli effetti della crisi nella condizione puramente “materiale” della classe, ma pure sui risvolti politici e psicologici, sulle reazioni che essa manifesta come partecipazione, protagonismo diretto, spinta all’autorganizzazione, continuità, radicalità delle forme di lotta ecc.
Occorre poi l’esercizio politico continuo per comprendere come il proletariato si colloca rispetto a tutte le altre classi, alle frazioni di esse, alle istituzioni statali, in tutte le loro addentature; per non dire rispetto alle ideologie dominanti...
 
È la classica riproposizione del “Che Fare?” di Lenin, in cui - dopo aver pure preso atto che il rivoluzionario russo non è stato l'unico a proporre questo schema d'intervento dei comunisti - non si può non coglierne oggi tutta l'attualità: facendo pure la “tara” a qualsiasi forzatura sul “rivoluzionario di professione”, e sul meccanismo della “coscienza portata dall'esterno” (che va debitamente intesa dall’“esterno” del rapporto operaio - padrone).
 
Se in molte parti del mondo - in cui la proletarizzazione marcia ad alti ritmi - una “nuova” classe operaia si fa largo con impeto sul proscenio dello scontro sociale (esempi recenti: Egitto, Turchia, Brasile, Corea del Sud, Cambogia, Indonesia, per non dire della “sconosciuta” Cina...), nella “vecchia” Europa la reazione degli sfruttati tarda in ampiezza e profondità. Si producono qui e là delle resistenze di lavoratori messi di fronte allo spettro della disoccupazione (una disoccupazione quasi sempre senza ritorno), ma esse non travalicano quasi mai i limiti dell'aziendalismo.
È illusorio e fuorviante credere e far credere che questo atteggiamento - sociale, politico, ideologico - derivi solamente dall'azione perniciosa del nemico di classe: i padroni che sfruttano e ricattano, le istituzioni che reprimono, gli opportunisti che ingannano. Non che queste cose ovviamente non pesino. Pesano, eccome. Ma dobbiamo avere la lucidità di “andare in profondità” nell'analisi sociale e non fermarci alle sue manifestazioni diciamo così “esteriori”...
 
Che le classi dominanti facciano - e bene - il loro sporco mestiere è storia vecchia quanto il mondo. Si tratta di capire perché - qui ed ora - questo loro agire non scateni una reazione “uguale e contraria” della classe sfruttata. E perché tutto questo sia particolarmente evidente proprio nelle “vecchie” metropoli.
 
Noi riteniamo che al fondo di questa sostanziale passività sociale e subalternità politica del proletariato stiano motivazioni plurime, che trovano le loro radici nel trentennio che abbiamo alle spalle. Esso ha prodotto in fin dei conti - nel mondo del lavoro - una “terziarizzazione” legata al capitale finanziario, al commercio ed ai servizi che ha “sconvolto” il tradizionale bacino manifatturiero della forza lavoro, senza ridurre nel frattempo il livello di concentrazione delle imprese, e senza riuscire ad abbattere il clientelismo legato alla spesa pubblica. A questi fenomeni vanno aggiunti quelli della “patrimonializzazione” di strati salariati negli anni '70 e '80, la denatalità, la frammentazione della famiglia.
Ne è derivata una lunga “stasi” a-conflittuale che - mischiata alla ristrutturazione sociale tipica di una metropoli imperialista qual è l'Italia - ha sostanzialmente svilito ogni tradizione e trasmissione che avesse un richiamo (seppur vago) alla politica ed alla pratica di un movimento operaio indipendente.
Non c'entra nulla una presunta “scomparsa” della classe operaia, su cui in troppi hanno speculato per costruirci le loro porcherie. C'entra piuttosto il prevalere di una dinamica di classe di cui i comunisti non sono stati in grado di interpretare correttamente i mutamenti di figure professionali, di comportamenti sociali, di collocazione produttiva, territoriale e relazionale dello stesso proletariato.
Su questa “discontinuità” plurigenerazionale i partiti borghesi, i sindacati di Stato, le chiese, la pubblicità ecc. hanno svolto da par loro un ruolo di disgregazione e di esaltazione dell'individualismo (ognuno con la sua peculiarità); reso possibile anche da una crisi profonda della politica borghese, la quale - paradossalmente ma non troppo - invece di “spingere” le masse verso altre convinzioni, le ha in qualche modo ancora di più “atomizzate” nel loro “particulare”.
Noi comunisti stiamo pagando duramente questo ritardo e questo scollamento con la nostra classe di riferimento. E lo sta pagando a maggior ragione quest'ultima, incapace di fronteggiare l'attacco forsennato dei padroni e del loro Stato. Anche sugli aspetti più elementari di pura sopravvivenza. Non si delinea un quadro di “miseria di massa” di tipo nordafricano, ma sicuramente - e lo constatiamo tutti i giorni - un considerevole peggioramento delle condizioni generali del proletariato italiano (ed europeo).
Questo è il terreno della nostra azione di comunisti. Dobbiamo trovare le energie per “entrare” nelle dinamiche sociali (ed inevitabilmente politiche) che la crisi sta continuamente generando. Entrarci sapendo in partenza su quali tendenze stiamo operando, su quali contraddizioni è più opportuno intervenire: come e per cosa.
Non è l’ennesima teorizzazione di un partitino autoreferenziale che crede di essere l'ombelico del mondo, ma la realistica constatazione che - pur con forze molto esigue - si può e si deve giungere ad incidere sulla realtà, per far emergere quella che Marx definiva nel proletariato “la classe PER SÈ”.
Incidere come? Collegandosi a dei processi reali che investono questa classe: con la lotta per la garanzia del salario, per la riappropriazione di spazi vitali come la casa, contro il caro-vita, il caro-bollette, il caro-ambiente (miliardi di euro buttati via nella speculazione che uccidono migliaia di cittadini: di miseria, e tumore).
Si tratta di far lievitare questi fronti di lotta, seppur siano ancora patrimonio di sparse minoranze, per collegarli ai movimenti di resistenza operaia ovunque essi si producano, facendoli così uscire dall'isolamento, dall'aziendalismo e dalla “morte per asfissia” verso cui li portano i sacerdoti del capitale.
L'attuale e puntuale riproposizione dell'ennesima “crisi politica” italiana fornisce ulteriori elementi per una agitazione di massa su cosa sia la democrazia borghese. Il “fenomeno” Renzi, sfociato nell'ennesimo governo extraparlamentare - ripropone in maniera esponenziale tutto l'armamentario cialtronesco attraverso cui l'imperialismo italiano ha cercato - coi “colpi di mano” - la soluzione ai suoi irrisolti problemi di fondo.
Facendo la tara alla “scaltrezza” del personaggio (che pure esiste), non possiamo non rilevare che le questioni di fondo dei grandi gruppi capitalistici che lo sostengono si sostanziano in una “accelerazione” su: riduzione del cuneo fiscale per le imprese, sulla flessibilizzazione ulteriore del lavoro, sulla riforma del sistema politico e dello Stato.
Per fare ciò esse sono disposte a “riciclare” in qualche modo un truffatore ex senatore, permettendogli di fare da “sponda” ad un rampante a lui molto simile, seppur sul versante PD. Matteo Renzi avrebbe in più, rispetto a Berlusconi, il vantaggio di rappresentare meglio l'interesse generale del grande capitale, in barba alla ridicola coreografia del cosiddetto “parlamento sovrano”. Anche se, c'è da dire che i giochi sono tutt'altro che fatti, permanendo uno squilibrio endemico del sistema politico che deve fronteggiare “veti incrociati” di ogni tipo.
 
Resta comunque il fatto che questo nuovo governo, cerca di “accontentare” un po' tutte le frazioni e tendenze del grande capitale (Pier Carlo Padoan all'Economia, linea europeista; Federica Guidi allo Sviluppo Economico, linea Confindustriale; Giuliano Poletti al Lavoro - Welfare, linea delle Cooperative), mantenendo un equilibrio quanto mai precario col NCD uscito dalla parentesi “lettiana” (Alfano agli Interni, ma non vice-premier), e spendendo direttamente sul terreno della politica internazionale giovani “quadri” del PD: nelle figure di Roberta Pirotta alla Difesa e Federica Mogherini agli Esteri. Con tutte le incognite del caso. Non ultima anche quella relativa alla “spartizione” di Expo 2015 tra il riconfermato ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi (NCD, cattolicissimo affarista per conto di “Comunione e Liberazione”) e quello dell’Agricoltura Maurizio Martina (anch'egli proveniente dalle file del PD, sottosegretario nel governo Letta).
 
La denuncia puntuale e la mobilitazione contro queste manifestazioni del dominio borghese non sono affatto cose secondarie nella lotta dei proletari e nell'acquisizione di una coscienza di classe, di per sé inconciliabili con il “nuovismo” di personaggi legati mani e piedi alla stessa logica del profitto, che opprime ogni giorno milioni di lavoratori e di disoccupati.
 
Si pone come obbiettivo inderogabile allora la creazione e l’organizzazione di un fronte unico dal basso di operai, precari, disoccupati, giovani senza alcun avvenire, in un mondo capitalistico che ormai non può più soddisfare le più elementari esigenze di sopravvivenza del genere umano. Il futuro è nella rivoluzione comunista! 
 







Pubblicato su: 2014-03-24 (1174 letture)

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