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N33 Pagine Marxiste - Giugno 2013
Ricordando un internazionalista: Danilo Mannucci

Riceviamo dalla Francia, e più che volentieri pubblichiamo questo ricordo di Danilo Mannucci, instancabile combattente della causa proletaria, militante della CGL rossa e del Partito Comunista Internazionalista, inviatoci dal figlio Giuseppe


Nessuno, o quasi, oggi si ricorda del livornese (ma anche salernitano e francese) Danilo Mannucci, eppure è stato uno degli incorrotti che hanno pagato duramente il loro antagonismo nei confronti del fascismo e dello stalinismo, dedicando la propria esistenza alla lotta di classe e alla libertà dei popoli oppressi.
Nella sua scelta di attivo militante del movimento operaio, ha percorso tutte le agitate acque dell’organizzazione della sinistra nel mare burrascoso del Novecento.
Nato a Livorno nel 1899, figlio di Anna Peruzzi e Gastone Mannucci, detto “Libeccino”, segue ben presto le orme del padre, schedato come “repubblicano intransigente” in quanto dirigente dell’associazionismo mazziniano e anticlericale.
Danilo Mannucci – come lui stesso rievoca in un’autobiografia scritta nel 1944 di prossima pubblicazione – s’iscrive alla gioventù socialista alla fine del 1915, ma è dopo essere stato chiamato alle armi e aver partecipato alla prima guerra mondiale, che realmente ha inizio la sua vita politica. Congedato nel 1920, nel 1921 aderisce al neonato Partito comunista d’Italia ed è tra gli organizzatori del battaglione degli Arditi del popolo di Livorno, assumendo il comando di una compagnia e facendo parte del direttorio segreto. E’ quindi protagonista di parecchie azioni contro elementi fascisti locali, ma deve lasciare «a malincuore» il movimento in obbedienza alle ingiunzioni del partito. Dopo numerosi fermi e arresti da parte della polizia, all’inizio del 1923, è denunciato assieme ad altri sovversivi per complotto contro la sicurezza dello Stato. Assolto per tale imputazione, dopo tre mesi di detenzione, è ancora oggetto di aggressioni e arresti, tanto che il 1° maggio 1923, con l’aiuto di compagni liguri, decide di varcare clandestinamente la frontiera per cercare asilo politico in Francia. Stabilitosi in Provenza, continua la sua militanza comunista ed è caposquadra nelle Centurie proletarie “Luigi Gadda” a Marsiglia, ma è attivo soprattutto in ambito sindacale come dirigente della CGTU, dirigendo le agitazioni dei lavoratori delle miniere di carbone e, in particolare, gli scioperi nel bacino carbonifero del Rodano. Dopo il grande sciopero a cui partecipano ottomila lavoratori per circa 50 giorni nel 1935, nel gennaio dell’anno seguente il gabinetto Laval decide la sua espulsione dalla Francia come “indesiderabile”, accompagnandolo alla frontiera e consegnandolo alla polizia fascista.
Trasferito nel carcere di Livorno, dopo tre mesi di reclusione, viene rimesso in libertà vigilata e sottoposto per due anni alla misura dell’ammonizione. Pur vigilato continuamente giorno e notte, Mannucci continua il suo impegno politico e sindacale, trasmettendo alla stampa comunista in Francia resoconti in codice sulla situazione in Italia. Denunziato al Tribunale speciale per tale attività clandestina, il 24 giugno 1936 è assegnato al confino di polizia per la durata di 5 anni, prima presso Amantea, in Calabria, quindi nelle isole di Ponza e Ventotene. Alla scadenza dei 5 anni, in quanto “elemento ancora pericoloso”, il suo confino viene confermato per altri due anni con “soggiorni” alle isole Tremiti, a Pisticci (Mt) e a Baronissi (Sa).
Tornato in libertà dopo la caduta del fascismo, nel settembre del 1943 presta la sua opera per l’organizzazione prima dei Comitati antifascista prima e successivamente del Partito comunista, ma anche in ambito sindacale: infatti, dal 21 dicembre 1943 è il primo segretario della risorta Camera del lavoro di Salerno.
A causa della sua intransigenza di classe nonché per il dissenso sia nei confronti della linea togliattiana del Pci (“svolta di Salerno”) che nei confronti della politica di Stalin (a partire dal patto commerciale firmato con Hitler per la spartizione della Polonia), nell’estate del 1944 Danilo Mannucci è espulso dal partito per “deviazionismo”, in un clima di calunnia, senza alcuna parvenza di istruttoria o di processo, tanto da fargli commentare, amaramente: “…ed abbiamo tanto lottato per la libertà!?”. 
Assieme a Mannucci vengono espulsi anche l’avvocato Ippolito Ceriello (amico di Amadeo Bordiga), il libertario Ettore Bielli ed altri, coi quali si costituisce “la Frazione di sinistra dei comunisti e socialisti italiani” di Salerno, aderente al Partito Comunista Internazionalista, avendo stretti rapporti anche con il movimento anarchico salernitano e siciliano (nel marzo 1945 la polizia lo ritiene in relazione con “l’attività insurrezionale di Paolo Schicchi”). Lo stesso Danilo invierà articoli ad «Umanità Nova» firmati “spiritus asper”.
Ma la situazione politica ed economica italiana, sempre più compromessa, lo induce ad un nuovo esilio. Tornato in Francia nel 1949, muore a Marsiglia nel 1971, testimone e protagonista di primo piano di oltre mezzo secolo di storia proletaria.
 
 
 







Giuseppe Mannucci

Pubblicato su: 2013-06-20 (2506 letture)

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