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N32 Pagine Marxiste - Febbraio 2013
Viva il Cochi
Romano Cocchi seminarista, organizzatore sovversivo nel Bergamasco, comunista



Sono passati più di novant’anni da quando Romano Cocchi, il “Cochi”, organizzava instancabile il proletariato nel Bergamasco. Nonostante l’opera di rimozione portata avanti da pipini e pciisti, il suo ricordo nel Bergamasco si è tramandato sino ad oggi ed è ancor vivo. Ma chi era Romano Cocchi?
 
Romano Cocchi nasce ad Anzola dell'Emilia, un paesotto ad una decina di km. da Bologna, il 6 marzo 1893. La sua è una famiglia contadina; il padre è un bracciante, la madre, massaia, accudisce undici figli, cui impartisce un’educazione rigidamente religiosa.
Quando Romano è ancora bambino i Cocchi si trasferiscono a pochi km,. a San Giovanni in Persiceto; la vivace intelligenza di Romano non sfugge al Parroco di Castagnolo, che si adopera perché possa studiare in Seminario a Bologna, mentre l’arciprete di Persiceto lo spinge a conseguire il diploma di Ginnasio. In Seminario Romano non terminerà gli studi, interrotti a causa di un innamoramento. In quel periodo trova vari impieghi: avventizio nelle Ferrovie, commesso alla fabbrica di liquori Buton, impiegato al «Resto del Carlino». Nel frattempo muove i primi passi nell’attività politica e sindacale. Il suo primo impegno si concretizza in un gruppo cattolico cesenate che fa riferimento a «L’Azione»; lo abbandona nel 1914 a causa delle prese di posizione interventiste: il Cocchi al contrario, è un antimilitarista convinto; in tal senso si mette in cerca di un movimento cristiano per la pace, trovandolo in quel di Torino. Ma in quei giorni, mentre si trova al suo paese, Persiceto, avviene un incontro che segnerà la sua attività futura: quello con Guido Miglioli, deputato del PPI. Il ventunenne Romano assume l’incarico di segretario del deputato cattolico. Si trasferisce dapprima a Soresina, nel cremonese, dove si fa le ossa come organizzatore e propagandista; nelle campagne della Bassa Lombarda sta prendendo piede la corrente radicale del sindacalismo bianco, di cui Miglioli è uno dei massimi esponenti.
Organizzatore, propagandista ma anche giornalista. I suoi articoli verranno citati ed elogiati da Gramsci, nei quaderni dal carcere.
Per il suo antimilitarismo nel 1917 finisce in carcere per tre mesi.
Il fascismo nascente cremonese lo individua da subito come bersaglio, e subisce una bastonatura dagli squadristi di Farinacci. All’inizio del 1919 deve cambiare aria, e raggiunge Bergamo. Inizia da quel momento il periodo più entusiasmante ed esaltante dell’attività di Romano, destinato a rimanere nella memoria di classe tramandata di madre in figlia. Il Cocchi diviene il “Cochi”.
Cocchi arriva in una Bergamo dove lo sfruttamento nelle fabbriche e nelle campagne è al massimo, dove i bimbi lavorano fino a 12 ore in filanda, dove la paga è due lire al giorno per gli uomini: le donne guadagnano la metà, il corrispondente di un kg. di pane.
Il Cochi trova dimora ad Alzano e si mette subito all’opera. Il territorio brucia: sono in agitazione contadini, tessili, muratori, fornaciai, cartai, scalpellini, cerai, bottonieri, minatori, ferrovieri, barcaioli di Tavernola, cavatori. Inizia una lunga serie di scioperi con l’obiettivo di rivendicare migliori salari e condizioni di lavoro. La vertenza dei tessili porta al fermo della Honegger di Albino, della Beltracchini di Gazzaniga, del linificio di Villa d’Almè, della Legler di Ponte San Pietro, della Crespi. È un successo ed i padroni cedono. A Roma viene siglato l’accordo, 33% di aumenti e pagamento delle giornate di sciopero, il più grande sciopero di sempre diretto dai cattolici.
Il Cochi all’organizzazione delle lotte affianca un’intensissima opera di educazione. L’euforia della lotta coinvolge tutte le categorie, sono in agitazione persino i sacristi … Gran parte della manodopera nelle filande bergamasche è femminile, particolarmente sensibile alla propaganda religiosa, come ci ricordavano i nostri vecchi compagni: e chi meglio di uno come il Cocchi, che ha studiato in seminario e conosce profondamente la cultura cattolica, può trovare le parole giuste per far divampare nelle donne operaie il fuoco della rivolta e della coscienza di classe?
Si chiamava Romano Cocchi il giovane attivista che, negli anni Venti alle industrie tessili "Bellora" e "Dell'Acqua", insegnava agli operai a lottare per una maggiore dignità personale, per la loro emancipazione sociale e politica. Mia madre era una di quelle operaie e imparò da lui a non avere paura, a non avere paura di reagire allo sfruttamento padronale e a non temere l'opinione comune che del padrone la voleva succube e sottomessa.2
Cochi organizzatore, Cochi sovversivo: le notizie dei successi delle lotte da lui organizzate cominciano a diffondersi tra il proletariato bergamasco. Dove c’è un focolaio di rivolta, là c’è il Cochi. Diventa in breve tempo un capo, un mito, una leggenda. Si narra che in una filanda fuori città dove si trova a dirigere uno sciopero giungano le guardie regie per arrestarlo. Allora gli operai lo chiudono in una cassa, inchiodano il coperchio, e fanno uscire la cassa … con lui dentro.
Una delle canzoni cantate dalle operaie bergamasche recita così:
 
Bassate la superbia carabinier reali
Altrimenti noi cocchiani alzeremo ancora le mani
Va là va là va là la camorra la finirà
Se non ci conoscete guardateci negli occhi
Noi siamo le ardite, ma di Romano Cocchi
Bim bim bom ed al rombo del cannon
La nostra società l’è una delle più forti
Chi tocca una cocchiana è in pericolo di morte
Bim bim bom ed al rombo del cannon
Se non benediranno nostra bandiera bianca
Col sudor di noi cocchiane ma la faremo santa
Bim bim bom ed al rombo del cannon.3
 
L’azione radicale portata avanti da Cocchi sta creando una grande contraddizione. Cocchi è un estremista, ma un estremista bianco, che aderisce al PPI, il partito cattolico radicatissimo a Bergamo, il partito della pace sociale, e le contraddizioni non tardano ad emergere.
La gerarchia cattolica è in allarme e corre ai ripari. La base cattolica bergamasca è spaccata, ci sono parroci in linea con le gerarchie che dal pulpito arrivano a dire che gli aumenti salariali ottenuti grazie al Cocchi sono “soldi del diavolo”; ma i poveri sono tutti col Cochi. Il Vescovo Luigi Maria Marelli alla fine interviene e lo fa espellere dal sindacato bianco, la Confederazione Italiana dei Lavoratori. Il Cochi risponde fondando a Bergamo un sindacato dissidente, l’Unione del Lavoro, ed il giornale «Bandiera Bianca». Intensifica scioperi ed agitazioni nelle filande, nelle campagne e tra i cementieri; ottiene significativi risultati fino al raddoppio del salario giornaliero.
All’interno del PPI, cui è ancora iscritto, organizza i Gruppi di Avanguardia, il cui obiettivo è l’espropriazione della terra e la redistribuzione ai contadini. Dopo continui richiami rimasti inascoltati e le crescenti pressioni del padronato bergamasco arriva, inevitabile, anche l’espulsione dal partito; tra coloro che premono per il provvedimento di espulsione vi sono Giovanni Gronchi e Benedetto XV.
Cocchi fonda il Partito Cristiano del Lavoro; si presenta alle elezioni politiche del 1921 non ottenendo alcun seggio, ma a Bergamo città i voti sono quasi ottomila!
Continua a diffondere dappertutto il suo programma: terra ai contadini e fabbriche agli operai. Ricordava l’ultracentenaria Daria Bacis di Crespi d’Adda:
“venne a Capriate San Gervasio intorno al ’25 [certamente prima, ndr] per tenere un comizio: trovò ad accoglierlo un sacco di gente che gridava “Viva il Cocchi”. Continuava a ripetere questo slogan: le terre ai contadini, le fabbriche agli operai. Grazie alle sue sollecitazioni la paga aumentò di mille lire”.4
Anche chi scrive queste righe ha potuto ascoltare in famiglia una testimonianza sul Cochi. Tra gli zii di secondo grado c’erano dieci fratelli di Crespi d’Adda (era comune a molte famiglie della zona la prole numerosa); uno di questi intorno al 1920 era stato arrestato e rinchiuso nel carcere militare di Gaeta in quanto disertore del Regio Esercito; gli altri erano quasi tutti operai del cotonificio che dava il nome al paese. Ebbene, grazie alle “sollecitazioni” (così le chiamava la Daria) del Cochi, venne ottenuto un significativo aumento di salario, il che permise di recapitare regolarmente un gruzzolo più che dignitoso anche al fratello detenuto. È senz’altro vero che, se molti di quei giovani bergamaschi, cresciuti in un ambiente cattolicissimo, successivamente aderirono al socialismo, fu proprio grazie al fatto di aver conosciuto il Cochi.
Giampiero Valoti5 scrive che su vecchi muri del bergamasco si possono vedere ancor oggi scritte inneggianti al Cochi, che gli sono state dedicate canzoni popolari, che la sua memoria è bandita dalle fonti ufficiali in quanto colpevole di aver fatto esplodere il conflitto tra dottrina sociale della Chiesa, i privilegi dell’imprenditoria cattolica e le disastrose condizioni dei lavoratori cattolici. Girava il detto: “L’anima a Dio, il corpo a Cocchi”.
 
Nel 1922 ha fine l’esaltante esperienza bergamasca del Cochi.
“Scomparve all'improvviso, si disse che i fascisti lo avessero ucciso e deportato, ma il suo insegnamento rimase in quelle valli dove era tanto difficile reagire alle ingiustizie. E mia madre insegnò a me il valore delle lotte operaie che aveva appreso da lui. Imparai a non temere le ribellioni e la sommossa, gli scioperi e l'arroganza dei padroni. Appresi il valore delle azioni sindacali e dell'unità e della coesione dei lavoratori”.6
La fine dell’esaltante esperienza bergamasca, accompagnata da numerose aggressioni ad opera dei fascisti locali, va di pari passo col suo progressivo avvicinamento al PCdI, cui finisce per aderire. Vi entra coi “terzini”, nel 1924, e nello scontro interno al partito si trova nel fronte opposto alla sinistra di Bordiga. Dopo aver diretto a Milano il giornale dei contadini «Il Seme», diventa segretario personale di Gramsci, e redattore de «L’Unità». Arrestato nella retata del 1925, due anni dopo il Tribunale Speciale lo condanna a 12 anni di reclusione per propaganda sovversiva tendente all'insurrezione e incitamento all'odio di classe". Liberato, fugge e ripara in Francia, poi in Belgio e Svizzera, dove dirige il Soccorso Rosso.
È proprio nel corso della sua esperienza svizzera che abbiamo già avuto modo di citarlo in uno dei nostri quaderni, come redattore di «Falce e Martello».7 Si tratta di una nota “negativa” della sua esperienza politica. Al pari dell’altra nota “negativa” (il suo schierarsi col centro gramsciano che combatteva la sinistra di Bordiga per liquidarla), non va per nulla censurata: una storia bella ed esaltante di militanza esemplare come quella di Cocchi è fatta anche di zone d’ombra. E «Falce e Martello», il giornale degli esuli del PCI in Ticino e nella Confederazione diretto da Cocchi, è allineato del tutto alla linea centrista e filosovietica-stalinista del PCI.
Membro dell’Ufficio politico del partito comunista svizzero, viene scoperto ed arrestato a Lugano il 23 febbraio 1933; scatta il provvedimento di espulsione. Costretto anche a lasciare la Svizzera, Cocchi ritorna in Francia, poi a Londra (dove incontra Luigi Sturzo) e Spagna (1937).
Ma l’inquadramento nel PCI per un militante come Cocchi è durato sin troppo. La rottura avviene nel 1939, quando Cocchi si schiera contro il patto Ribbentrop-Molotov. Viene espulso. Denigrato, emarginato, rimosso. Nella migliore tradizione criminale stalinista.
Cocchi rimane in Francia, dove non rinuncia a combattere; è nel maquis, contro nazisti e collaborazionisti. Viene catturato il 27 dicembre 1943 e deportato nel lager di Buchenwald. Resisterà tre mesi in condizioni terribili, poi fame e freddo avranno il sopravvento.
Romano Cocchi muore a Buchenwald il 28 marzo 1944.
Ma non muore la sua straordinaria vicenda politica, sindacale ed umana.
Lo ricordiamo come vanno ricordati i militanti rivoluzionari, non come icone rese inoffensive dai traditori riformisti, ma come esempio per le generazioni future.
 
 



NOTE


 1. In Paolo Balbarini, «Il Borgorotondo», marzo 2012


2. Testimonianza di un’operaia delle filande di Leffe, in «Eco di Bergamo», 8 marzo 2012


3. In Paolo Balbarini, «Il Borgorotondo», marzo 2012


4. Adda-news.blogspot.it


5. Giampiero Valoti, Il ribelle bianco. Romano Cocchi e le agitazioni dei lavoratori nel Bergamasco (1919-1922), Quaderni dell’Archivio della cultura di base 37/38, 2008 


6. Testimonianza di un’operaia delle filande di Leffe, in «Eco di Bergamo», 8 marzo 2012


7. «Falce e Martello», diretto da Cocchi, pubblicò un attacco di un anarco-individualista varesino verso un suo compagno, accusato di delazione. Accusa poi rivelatasi priva di fondamento. Vedi il nostro quaderno Cronache Rivoluzionarie in Provincia di Varese.


 




ALESSANDRO PELLEGATTA

Pubblicato su: 2013-02-20 (2224 letture)

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