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N°31 Pagine Marxiste - Settembre 2012
L’imperialismo ieri ed oggi



Il mondo è una cosa molto complicata e in continuo mutamento: 7 miliardi di persone (dai 3 miliardi di mezzo secolo fa), che si muovono nelle condizioni date per sopravvivere e possibilmente “vivere” una vita degna: chi lavora sotto padrone, chi in proprio, chi fa lavori saltuari, chi vive del lavoro altrui, chi fa la fame, poveri e ricchi… ; parlano lingue e dialetti diversi, hanno diverse visioni del mondo, religioni; centinaia di milioni di micro imprese, alcune decine di migliaia di grandi imprese, alcune centinaia di grandissime imprese… i prodotti del lavoro che si muovo da una parte all’altra del mondo, i capitali, che sono poi il legame tra le persone e i loro prodotti, che passano freneticamente di mano, e quando il meccanismo si inceppa è la crisi, che travolge la vita di centinaia di milioni; quasi duecento Stati con le loro leggi, apparati burocratici, carceri, polizie, eserciti, armamenti, che prima o poi sparano e mobilitano masse per i macelli…
 
Come comprendere i movimenti di questo magma sociale, come darsi delle chiavi di lettura scientifiche, così come la scienza della natura ci fornisce delle chiavi sempre più precise e approfondite per interpretare il mondo naturale e le sue “leggi”, anche se senza mai arrivare “in fondo” al tutto (ultima scoperta in ordine di tempo, il “bosone di Dio”).
 
Marx un secolo e mezzo fa, partendo dalla concezione materialistica del mondo e della storia sviluppata dalla rivoluzione francese, dai lavori dei classici inglesi dell’economia politica, utilizzando il metodo dialettico sviluppato dai filosofi tedeschi lavorò a comprendere struttura e funzionamento della società capitalistica in formazione, e ci ha lasciato Il Capitale. Scopre il “plusvalore” quale “particella-anima”, motore e fine del capitalismo, descrive le prime leggi di movimento del capitale in cui eroismo e abiezione spesso si mescolano.
 
Una generazione dopo la sua morte Lenin, nel fuoco della prima carneficina mondiale, scrive L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Niente di paragonabile a quel monumento che è Il capitale. Si tratta di un opuscolo, un “saggio popolare” mosso dall’urgenza di condurre una battaglia politica contro lo sciovinismo nazionalista e il pacifismo nel movimento operaio. Per di più è scritto perché potesse passare la censura zarista, e quindi non può parlare chiaro come vorrebbe.
“Imperialismo” è il termine con cui definisce quella specifica forma, o “fase” del sistema economico-sociale-politico capitalistico che ha prodotto la guerra mondiale e i suoi milioni di morti – e che produrrà la seconda guerra mondiale con le sue decine di milioni di morti, e tutte le altre decine di guerre regionali e locali. Marx non aveva utilizzato questo termine, ma era bastata la dinamica del capitalismo durante una generazione per ritenere che occorresse un concetto nuovo, l’individuazione di una fase nuova.
Esso permette a Lenin e ad altri esponenti rivoluzionari di precisare i concetti di internazionalismo, di opportunismo, socialsciovinismo, viene costruito su queste basi un movimento di opposizione rivoluzionaria alla guerra partendo da piccoli gruppi isolati nei vari paesi, con la parola d’ordine di trasformare la guerra imperialista in guerra civile, rivoluzione. La Russia è l’unico paese dove questa strategia avrà successo, anche se in condizioni particolari – rivoluzione avviata dalla borghesia ma portata fino in fondo dal proletariato / dal partito bolscevico; altrove, nonostante forti movimenti in Germania e in Italia, non succede.
Non è qui il luogo di affrontare perché non succede, e perché nella Russia isolata si affermerà la controrivoluzione…
 
Vogliamo qui confrontarci con quell’analisi di Lenin dopo quasi un secolo – ben 4 generazioni! - e verificare quanto il mondo sia ancora, all’inizio del XXI secolo, come Lenin lo osservava all’inizio del XX, non per fare un’analisi economica in sé, ma per valutare le conseguenze “strategiche” del cambiamento. Sarebbe strano se il mondo fosse lo stesso di cent’anni fa, come se quell’aggettivo “suprema” potesse aver dogmaticamente congelato questa realtà magmatica in continuo movimento.
 
Lenin parte dal Capitale di Marx. Ovunque nel testo la sua chiave di lettura è la società divisa in classi, il motore di questa società è la produzione del plusvalore, la chiave di lettura dell’imperialismo e della guerra è la lotta per la spartizione del plusvalore estratto al proletariato e agli strati semiproletari delle colonie.
Questo aspetto di fondo, che è poi il fondamento capitalistico dell’imperialismo, rimane ed è rafforzato dopo un secolo. Oggi il mondo è ormai tutto capitalistico, anche se in molti paesi vi è ancora un forte peso “demografico” della piccola produzione e buona parte della forza lavoro non ha rapporti formali di lavoro salariato - mentre un secolo fa la maggior parte della popolazione mondiale viveva ancora rapporti pre-capitalistici.
Nel VII capitolo del libro Lenin riassume l’analisi fatta sulla base dei lavori di molti autori, elencando i “cinque principali contrassegni” dell’imperialismo. Per valutare il cambiamento intervenuto, è utile vedere cosa è successo in un secolo a questi contrassegni.
 
1) “la concentrazione della produzione e del capitale”, a un punto tale da “creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica”.
Nel relativo capitolo Lenin cita dati sulla crescita della grande impresa in Germania (dipendenti di aziende >50 dip saliti dal 22% al 37% tra il 1882 e il 1907. Oggi si trova una percentuale superiore (41,7%) in aziende oltre i 250 addetti, che hanno il 66,4% del fatturato, il 57% degli investimenti fissi in beni materiali e il 54% del valore aggiunto. Le imprese dai 50 addetti in su hanno il 60% dei dipendenti e l’80% del fatturato.
La concentrazione del capitale è proseguita a livello mondiale in questo secolo (anche negli Stati Uniti, dove era già ai livelli massimi: nel 1988 il 45% dei lavoratori lavorava in imprese con più di 500 addetti e nel 2008 erano saliti al 50,6%, pari a 60 milioni di lavoratori). In questo quadro l’Italia rappresenta un’eccezione, con il solo 20% degli addetti in imprese con >250 addetti, contro media UE del 33% (anche oltre i 50: 33% in Italia contro il 50% della UE; negli USA non è rilevata la soglia dei 50 addetti, ma il 65% è in imprese sopra i 100 addetti). (1)
 
Lenin (con Hilferding. Il capitale finanziario, 1910) stabilisce un legame diretto concentrazione-monopolio, e nel carattere monopolistico della concentrazione individua una base materiale dell’imperialismo.
La creazione di cartelli e sindacati (fissazione dei prezzi e delle quantità prodotte), trust (unificazione di più imprese sotto un unico comando) e monopoli è un fenomeno che esplode alla fine dell’800 – primi anni del ‘900, nelle maggiori metropoli capitalistiche, per effetto della formazione di alcuni grandi gruppi che assorbono i concorrenti e trattano coi rivali per spartirsi il mercato.
Alcuni marxisti (come Bucharin in L’economia mondiale e l’imperialismo) hanno ritenuto che questa tendenza procedesse linearmente, arrivando alla formazione di uno o più “trust capitalistico statali” monopolisti sul proprio mercato interno, che si scontrano/accordano con i concorrenti esteri per il dominio/controllo del mercato mondiale (Bucharin riteneva che non si sarebbe arrivati all’unico trust mondiale, ipotizzato da Kautsky con il termine ultraimperialismo, perché prima ci sarebbe stata la rivoluzione).
Questo rafforzamento dei monopoli a scapito della concorrenza non è avvenuto, nonostante il progredire della concentrazione.
È oltremodo interessante osservare le classifiche Fortune dei primi 500 gruppi economici del mondo, un dato di cui Lenin non poteva disporre…
Da un confronto veloce tra i dati 1994 e quelli del 2011, appena pubblicati abbiamo che:
Dipendenti 1994 = 34 milioni 515 mila (i salariati di due Italie, una media di 69 mila per gruppo);
Dipendenti 2012 = 63 milioni 661mila, quasi raddoppiati in meno di 20 anni, media di 127 mila per gruppo.
Il loro fatturato nei 17 anni è passato da 10,2 trilioni di dollari a 29,5 trilioni di dollari, il doppio del PIL USA, un raddoppio anche se scontiamo un’inflazione di circa il 50% nel periodo; tale dato è salito dal 38% al 42% del PL mondiale (non si può tuttavia dire che 4 decimi della produzione mondiale sia nelle mani di 500 gruppi, perché bisogna detrarre il fatturato dei gruppi finanziari e i doppi conteggi quando un gruppo è fornitore di un altro, ma siamo verosimilmente tra un quarto e un terzo del prodotto mondiale). Nonostante l’economia mondiale sia enormemente cresciuta, i primi 500 gruppi vi hanno accresciuto il loro peso, che è enorme. Considerando solo i primi 500 in realtà si escludono moltissimi grandi gruppi, di notevole peso economico e politico (basti pensare che nel 2011 sono usciti dalla lista Fortune, perché superati da altri gruppi in ascesa, gruppi quali Acer, Alcatel-Lucent, Henkel, Motorola, Premafin, per limitarci ai più noti in Italia).
Le prime 500 nel 1994 avevano realizzato profitti per 281,8 MD, pari al 2,75% del fatturato e 8,7% del capitale proprio; nel 2011 profitti per 1630 MD, pari al 5,53% del fatturato (per il 2011 non viene fornito il dato del capitale proprio). Non solo il fatturato è raddoppiato in termini reali, ma i profitti sono quasi quadruplicati in termini reali e il saggio del profitto sul fatturato è raddoppiato a sua volta. Un’altra conferma che i profitti non sono affatto in caduta, anzi. Non è un esempio isolato, ma riguarda i primi 500 gruppi del mondo, il nucleo centrale del capitale mondiale.
Nel 1994 i profitti erano pari a e 8.164 dollari per dipendente, nel 2011 25.604 dollari per dipendente (si tratta degli utili al netto degli interessi pagati a banche e obbligazionisti, dopo pagate le tasse, quindi solo una parte del plusvalore estratto dai 63 milioni di lavoratori…). Ogni salariato ha prodotto molto più plusvalore, è aumentato lo sfruttamento.
Queste 500 imprese occupano il vertice della piramide della produzione e dello sfruttamento, alla cui base stanno decine di migliaia di imprese fornitrici medie e piccole, con centinaia di milioni di addetti. Ma le decisioni vengono prese da queste 500.
 
Quindi: il processo di concentrazione è andato avanti, enormemente. Le 500 “corazzate del capitale” che animano la politica imperialista degli Stati si sono rafforzate enormemente in un secolo. Ma diversamente da quanto osservato da Lenin, Bucharin ecc. a cavallo tra il XIX e il XX secolo, il processo di monopolizzazione non è proceduto in parallelo.
La tendenza al monopolio è stata controbilanciata da una serie di fattori:
1. l’apertura di sempre nuovi settori, dove inizialmente prevale la piccola impresa;
2. l’estensione del capitalismo a nuove aree, dove nascono nuove imprese in concorrenza tra loro;
3. la liberalizzazione del commercio internazionale (tariffe doganali medie scese dal 45% del dopoguerra a meno del 5% con i vari round GATT e WTO) che accentua la concorrenza a livello internazionale, vanificando la formazione di monopoli nazionali;
4. il prevalere del “liberismo imperialista” nelle scelte degli Stati: leggi antitrust (perché i settori non monopolizzati non vogliono pagare prezzi di monopolio), apertura alla concorrenza dei servizi a rete, come elettricità, gas, telefonia. Lo Stato come “capitalista collettivo” contrasta la tendenza al monopolio per accrescere la competitività internazionale del sistema (fenomeno mondiale di questi decenni, per ora non invertito dalla crisi).
 
1. Esempio: il settore auto. All’inizio del secolo in Italia più di 600 officine producevano auto. Con la concorrenza alcune si sono affermate, molte hanno chiuso, altre sono state assorbite dalle maggiori. Anni ’60: FIAT, Alfa Romeo (capitale statale), Lancia, Autobianchi. Protezionismo aveva tenuto fuori Ford. Poi (anche con aiuto Stato) FIAT assorbe tutti, e diventa unico produttore italiano (anche Ferrari, esclusa Lamborghini –Audi). Monopolio? No, con il MEC ha dovuto concorrere ad armi pari con francesi e tedeschi, con il WTO anche coi Jap e Coreani, presto i cinesi e indiani: sta perdendo quote sia su mercato italiano che europeo, è dovuta andare a produrre in Polonia e in Brasile, ha conquistato Chrysler, senza la quale forse ora avrebbe già dovuto arrendersi, ma ha perso i treni di Cina e India. Battaglie accanite sui prezzi (in fabbrica e sui mercati), per la sopravvivenza.
 
Il risultato è che oggi vi è più concentrazione ma anche più concorrenza che nel 1913 (e che nel 1950). D’altra parte Lenin stesso osserva come la concorrenza generi il monopolio, ma a sua volta questo genera la concorrenza… E il suo atteggiamento nei confronti dei monopoli è ambivalente – meglio, dialettico: afferma anche che “Il sistema dei monopoli è il passaggio del capitalismo a un ordinamento superiore nella economia” [128] (dall’anarchia del mercato all’organizzazione).
Non è detto che per la rivoluzione si dovrà ripassare dai monopoli… E comunque non è nel nostro potere di scegliere…
 
La tendenza al liberismo e al contrasto della formazione di monopoli continuerà anche in futuro? Nel dopoguerra è stata favorita dalla lunga espansione economica. Nel quarantennio pacifico precedente la Prima guerra mondiale (“ordine liberista”) il mondo era cresciuto al ritmo del 2.11%, ossia era aumentato di quasi 2,5 volte in 43 anni. Nel periodo 1913-50 la crescita è stata dell’1,85% annuo, raddoppiando. Nel periodo 1950-73, era d’oro, +4,9%, triplicando in 23 anni (il JAP distacca tutti, con un ritmo del 9 % e una crescita di 7,7 volte). Nel periodo 1973-2011 l’economia del mondo è cresciuta di 3,47 volte in 38 anni, al ritmo del 3,3% annuo: l’economia in espansione favorisce l’apertura dei mercati.
Nel periodo 1980-2011 i paesi avanzati sono cresciuti del 2.50%, i paesi emergenti del 4,15%, il mondo del 3,36% (2,8volte in 31 anni; gli emergenti hanno quadruplicato, la Cina è cresciuta di ben 19 volte al ritmo medio del 10% annuo).
Ora non possiamo sapere come evolverà il mercato mondiale nei prossimi decenni. Il nuovo secolo ha visto l’accentuarsi della divaricazione metropoli/paesi emergenti, e le metropoli hanno interesse a mantenere aperti i mercati emergenti per agganciarsi alla loro crescita (export mezzi produzione, import beni consumo, ma soprattutto export capitali). Ma non è detto che di fronte a grosse crisi generalizzate non si abbiano reazioni protezioniste, che porterebbero al rafforzarsi dei monopoli.
 
2. fusione del capitale bancario col capitale industriale, con formazione del capitale finanziario.
Questo “secondo contrassegno” dell’imperialismo è una tendenza che Lenin riprende da Hilferding (e da Hobson), e che riflette il modello europeo continentale di capitalismo, con ruolo prevalente delle banche nel finanziamento delle imprese. Nel capitalismo anglosassone prevale invece il ruolo della Borsa. Dopo la crisi degli anni ’30 ovunque era stata imposta la separazione del credito commerciale da quello a lungo termine (e quindi ridotta la “fusione banca-industria”), ma negli ultimi 20 anni vi è stato un allentamento dei vincoli,di cui si sta discutendo una parziale reintroduzione dopo la crisi iniziata nel 2008.
In molti paesi e settori dove la “fusione” era accentuata, soprattutto banche-imprese immobiliari, le banche hanno rischiato di essere travolte dalla crisi del mercato immobiliare e dei mutui “subprime”, e solo l’intervento dello Stato ha (finora) impedito crolli a catena.
Non è quindi detto che la fusione banca-industria sia la tendenza generale, mentre è indubbio che c’è stato negli ultimi 30 anni un enorme processo di “finanziarizzazione” dell’economia, con la formazione di intermediari anche non bancari (fondi, gestori, ecc.) per cui il ruolo della finanza è comunque e fortemente aumentato.
Abbiamo documentato su PM come il settore finanziario si sia accaparrato una quota crescente di plusvalore nell’ultimo ventennio: aumento del parassitismo imperialistico.
 
3. l’esportazione di capitale, che assume grande importanza rispetto all’esportazione di merci.
 
Nel 1914 lo stock di capitale investito nei paesi arretrati era quasi sestuplicato rispetto al 1870 in termini reali (da 4 a 19 miliardi di dollari correnti, dati di Angus Maddison in The World Economy, a Millennial Perspective). Tra il 1913 e il 1950 (con la crisi degli anni ’30 e la II guerra mondiale di mezzo) tali investimenti si ridussero a quasi un quarto in termini reali, ma nel 1973 erano cresciuti di 8 volte (superando il doppio del 1913) e nel 1998 di altre 6 volte (13 volte circa il livello del 1913, cui Lenin fa riferimento).
D’altra parte nell’ambiente liberoscambista del dopoguerra anche l’export di merci, sceso dal 7,9% al 5,5% del PIL tra il 1913 e il 1950, è salito fino al 17,2% nel 1998 e al 24% nel 2010.
Nell’ultimo ventennio
È quindi fortemente aumentata l’internazionalizzazione dell’economia mondiale in generale, agevolata anche dalla riduzione dei costi di trasporto.
Ma ci sono profonde differenze tra la situazione odierna e quella di 100 anni fa.
Allora l’Inghilterra, la potenza capitalisticamente più matura, era anche la potenza con le maggiori esportazioni di merci e di capitali; il surplus commerciale veniva investito all’estero, sia in modo produttivo che con prestiti e finanziamenti;
oggi la maggiore potenza capitalistica (USA) è anche il maggior paese debitore del mondo (anche se nella propria moneta, il che è un enorme vantaggio), e il paese con le maggiori riserve in valuta da investire all’estero è la Cina, divenuta il maggiore esportatore del mondo, che negli ultimi anni ha accumulato enormi attivi commerciali (3,5 trilioni di dollari in riserve valutarie). In teoria quindi la Cina può diventare il maggiore investitore internazionale, e già è il primo creditore degli Stati Uniti.
 
Sorge la domanda: la Cina è diventata un paese imperialista?
Se valutiamo la Cina sulla base di questi tre “contrassegni”, potremmo concludere che lo è divenuta. Nel 1994 aveva solo tre gruppi tra i primi 500, nel 2001 erano 11, nel 2011 73 con quasi 4 mila miliardi di fatturato (quasi il doppio del PIL italiano), al secondo posto dopo gli USA, con valori pari a circa la metà degli USA, sorpassando per la prima volta il Giappone (68 gruppi per 3,6 mila M$). Questi grandi gruppi cinesi hanno ormai raggiunto una loro “maturità imperialista”, con capacità di esportazione di capitali. Se ne esportano relativamente pochi è perché il mercato interno è enorme e in espansione, e offre più alti profitti. Si tratta in buona parte di gruppi a capitale statale, ma ciò non attenua, anzi potenzia la loro capacità di espansione sul mercato mondiale.
E nel settore bancario nel 2011 le banche cinesi sono di gran lunga in testa con il 29% dei profitti globali: la Cina è ormai una potenza finanziaria, con 4 delle prime 10 banche del mondo.
Negli investimenti esteri diretti è ancora un paese-destinazione (segue gli USA), ma negli ultimi 4 anni ha fatto investimenti all’estero più dell’Italia.
Con una visione schematica dovremmo quindi appiccicare l’etichetta “imperialista” anche alla Cina, e con lei al Brasile, poi al Messico e fra poco anche all’India…
 
Occorre però fare attenzione, perché la quantità si tramuta in qualità.
Nella sua prefazione del 1920 Lenin così sintetizza il concetto di imperialismo:
“Il presente libro dimostra come il capitalismo abbia espresso un pugno (meno di un decimo della popolazione mondiale e — a voler essere “prodighi” ed esagerando — sempre meno di un quinto) di Stati particolarmente ricchi e potenti che saccheggiano tutto il mondo mediante il semplice “taglio delle cedole”. L’esportazione dei capitali fa realizzare un lucro che si aggira annualmente sugli 8-10 miliardi di franchi, secondo i prezzi prebellici... Ora esso è senza dubbio incomparabilmente maggiore”.
Il dato fornito da Lenin è pari a circa un quinto del PIL della Francia del periodo, che a sua volta era circa un decimo del PIL EU+USA: quindi il “taglio delle cedole” sugli investimenti finanziari all’estero forniva sovrapprofitti pari a circa il 2% del PIL delle metropoli alla vigilia della Prima Guerra Mondiale imperialista (stime su dati Mitchell, European Historical Statistics 1750-1975).
 
Ora se inseriamo la Cina, e poi perché no l’India ecc. tra i paesi imperialisti non si tratta più di “un pugno di Stati” con un decimo della popolazione mondiale, ma superiamo largamente la metà della popolazione mondiale. È chiaro che se includiamo i “paesi emergenti” tra i paesi imperialisti, il concetto stesso di “imperialismo” cambia significato – e perde gran parte di quello attribuitogli da Lenin.
 
La soluzione non è nel negare la maturazione capitalistica di paesi come la Cina o il Brasile, come nei decenni passati hanno cercato di fare i teorici del sottosviluppismo.
Lenin riteneva che l’esportazione di capitali accelerasse lo sviluppo capitalistico nei paesi arretrati, pur con forme distruttive ed oppressive che erano da combattere; i sottosviluppisti come Gunder Frank, Arrighi, Immanuel ritenevano che l’imperialismo ostacolasse lo sviluppo nei paesi arretrati.
Lenin nel suo “Lo sviluppo del capitalismo in Russia” aveva dimostrato d’altra parte come il capitalismo cresce anche “dal basso”, attraverso il commercio, la vendita della forza lavoro contadina, la concentrazione e lo sviluppo “molecolare” (un cavallo, due cavalli, tre cavalli).
E sul versante opposto lo Stato può svolgere il ruolo di “accumulazione primitiva” e di concentrazione del capitale. Quanto lo sviluppo nei paesi emergenti sia dovuto alla decolonizzazione, quanto al ruolo dello Stato, quanto allo “sviluppo molecolare” dalla piccola produzione dev’essere oggetto di analisi, ma lo sviluppo capitalistico in corso è un fatto, e sta rapidamente mutando sia i rapporti sociali che i rapporti di forza economici e politici mondiali. Nei “paesi emergenti” stanno nascendo quelle stesse grandi concentrazioni di capitali che hanno nel loro DNA la conquista del mercato mondiale, e lo sfruttamento del proletariato mondiale (un esempio: l’uomo più ricco del mondo è un messicano, Carlos Slim).
 
Un gruppo cinese come la Sinopec, 5° gruppo mondiale e grossa più del doppio dell’ENI, primo gruppo italiano, 375 mila dipendenti, è presente in decine di paesi dove è in concorrenza con le sue rivali americane ed europee per accaparrarsi i giacimenti di tutto il mondo, utilizzando il governo cinese, corrompendo i funzionari locali e sfruttando manodopera cinese e locale.
Ma possiamo dire che la Cina a fianco di USA e potenze europee sfrutta il mondo? No, nel complesso è molto più ampio lo sfruttamento del proletariato cinese da parte del capitale statunitense, tedesco, giapponese, francese, italiano che non viceversa. Tuttavia alcuni gruppi cinesi stanno iniziando a sfruttare il proletariato del resto del mondo, soprattutto nel SE asiatico, in Africa e in America Latina, e il fenomeno si amplierà fortemente nei prossimi anni; già ora con i suoi 3,5 trilioni di dollari di riserve investiti nella finanza internazionale i rentier cinesi stanno diventando i maggiori rentier del mondo…
La borghesia cinese è quindi entrata a pieno titolo nei vertici dell’imperialismo, sia economici che politici (associata al G-8, animatrice del G-20), dove gioca ormai da pari a pari. Ma il proletariato cinese è sfruttato sia da questa borghesia, privata e di Stato, che dal capitale internazionale.
 
A livello mondiale l’aspetto fondamentale resta che il mondo è ora interamente capitalista, e che “bande” di gruppi capitalistici sono in concorrenza tra loro per estendere le proprie basi di sfruttamento, interne ed esterne ai confini nazionali, utilizzando anche tutti gli strumenti degli Stati, pacifici e violenti.
 
4. Il quarto contrassegno: “Il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si spartiscono il mondo” è una estensione internazionale del primo.
Certo ci sono anche oggi accordi di cartello tra grandi gruppi, che non possiamo sapere, perché sarebbero perseguiti dalle varie legislazioni nazionali e UE – quando se ne viene a conoscenza è in genere proprio quando un paese persegue questi accordi di cartello che penalizza le sue imprese, ma non direi sia un elemento caratterizzante il capitalismo odierno quanto lo era un secolo fa.
Il più noto cartello è l’OPEC, che deriva la sua forza dal carattere “naturalmente” monopolistico della rendita mineraria, ma non comprende le maggiori potenze imperialiste (anche se l’Arabia meriterebbe la qualifica di imperialista più di molti altri emergenti).
 
Infine il quinto contrassegno:
5) La compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze imperialistiche
Che dire di questo “contrassegno”?
Nel 1915 Lenin poteva colorare il mappamondo con i colori delle maggiori potenze, delle loro colonie e “semicolonie”: gran parte del mondo era accaparrata dalle potenze europee, con gli Stati Uniti che stavano prendendo nella propria sfera l’America Latina a scapito della Gran Bretagna, dopo le Filippine.
L’impero britannico, francese, russo, ottomano, olandese, tedesco, belga, italiano….
La Cina era spartita tra le varie potenze, ben poco restava fuori dalla spartizione.
 
Ma oggi?
Gli anni 1950-60 hanno visto un forte movimento di liberazione e decolonizzazione…
Oggi tutti gli Stati sono formalmente indipendenti, con qualche appendice coloniale incorporata nel centro…
Certo, è seguito il “neocolonialismo” che ha conservato un rapporto di dipendenza economica dalla metropoli (es. Africa francofona, Commonwealth, ecc.), ma man mano che questi paesi si sviluppano capitalisticamente aumenta la possibilità per le loro borghesie di giocare in proprio sul mercato mondiale.
La tendenza degli ultimi decenni è alla formazione di aggregazioni e alleanze regionali tra paesi:
UE, NAFTA, Asean, APEC, Mercosur, Patto Andino, SADCC, ECOWAS, Consiglio di Cooperazione del Golfo, ecc. Essi vanno dalla semplice area di libero scambio a tentativi di coordinare politiche economiche e politiche estere; per i PVS si tratta anche di tentativi di sottrarsi al rapporto di dipendenza dalle metropoli, o comunque di giocare sulle rivalità tra le metropoli (ASEAN+2).
Questo non significa che siano alla pari con le vecchie potenze imperialistiche.
La guerra contro l’Afghanistan e l’Iraq, e in parte quella di Siria lo dimostrano, anche se la vicenda irachena mostra anche che, nonostante l’assoluta sproporzione di forze tra Stati Uniti & alleati e l’Iraq, il costo di un dominio politico-militare su un paese ormai capitalisticamente sviluppato è altissimo (perché non si ha più a che fare con archi e frecce…). Gli USA hanno dovuto formare un’ampia coalizione, e alla fine le compagnie USA non hanno avuto la parte del leone nella spartizione del petrolio iracheno.
 
La questione va affrontata non sotto l’aspetto giuridico-politico, ma sotto quello sostanziale. Lenin vede la guerra come guerra per una nuova ripartizione del mondo tra gli Stati per conto dei grandi gruppi (monopolistici) che essi rappresentano (in Stato e Rivoluzione si soffermerà di più sul nesso finanza-Borsa-potere politico, con il concetto “democrazia migliore involucro” del capitalismo).
Anche oggi la lotta è lotta tra i grandi gruppi per la spartizione del mercato e delle risorse del mondo, e in questa lotta essi oltre agli strumenti economico-produttivi (la competitività dei prodotti) e a quelli finanziari (investimenti, prestiti) utilizzano gli Stati su cui hanno influenza.
Se un secolo fa la lotta era per accaparrare territori da sfruttare in maniera esclusiva, monopolisitica (imperi coloniali), oggi la lotta per i mercati è prevalentemente concorrenziale, ma la lotta per l’investimento ha maggiori connotati politici (si tratti della concessione per il pozzo di petrolio da esplorare e sfruttare o della fabbrica da impiantare). Qui si definiscono aree di influenza e alleanze, che vanno studiate (es.: la Cina è diventata il primo mercato per la VW non solo per le capacità tecnologiche e il credito delle banche tedesche, ma anche per una scelta politica cinese di stabilire un asse con la Germania – che militarmente non preoccupa – per controbilanciare sia USA che Jap). Sono aspetti che vanno studiati.
La forma della lotta imperialistica è profondamente mutata.
Continua ad esistere una gerarchia di Stati, che va vista sia sotto l’aspetto qualitativo che quantitativo. Se la Cina fosse frammentata in 56 stati come l’Africa, non si troverebbe nella posizione in cui è ora. Ma con lo sviluppo del capitalismo nei PVS la lotta è sempre più lotta tra gruppi per l’investimento = per il comando su settori del proletariato mondiale.
Rimane poi la lotta per la spartizione delle materie prime, che oggi assume pure la forma della lotta per l’investimento.
Nel 1980 i paesi avanzati avevano il 69% del prodotto mondiale, quelli emergenti il 31%. Nel 2011 il rapporto è diventato 51 / 49 %, e con il 2012 ci sarà il sorpasso.
La Cina è emersa al secondo posto superando tutte le altre potenze tranne gli USA; l’India sta pure scalando la graduatoria.
Lenin nell’articolo “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa” introduce un criterio importante di interpretazione della politica internazionale: “in regime capitalistico non è possibile altra base, altro principio di spartizione che la forza… E la forza cambia nel corso dello sviluppo economico. Dopo il 1871 la Germania si è rafforzata tre o quattro volte più rapidamente dell’Inghilterra e della Francia, il Giappone dieci volte più della Russia… In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico né delle singole aziende né dei singoli Stati… Per mettere alla prova la forza reale di uno Stato capitalistico non c’è altro mezzo che la guerra.”
Nel sistema degli Stati del 1914 la Germania tentò di ottenere una nuova spartizione delle colonie in base alla propria forza… idem nel 1939.
È certo che i grandi mutamenti dei rapporti di forza in corso si ripercuoteranno sul piano politico e militare. Il controllo sulle materie prime, specie energetiche, diventerà sempre più importante. Di questioni nazionali, etniche, religiose irrisolte su cui soffiare ce n’è a iosa.
Quali schieramenti e alleanze si formeranno è impossibile prevederlo, ma non necessariamente vecchie/nuove potenze.
La guerra resta all’ordine del giorno. Per ora è “periferica”, sul territorio dei paesi oggetto del contendere. Ma un domani, di fronte alla modifica dei rapporti di forze e all’impossibilità di trovare mediazioni nei vari vertici e consessi dell’imperialismo (ONU, G8, G20, ecc.) le grandi potenze potranno tornare a scontrarsi direttamente.
 
***
 
Imperialismo e rivoluzione
Fin qui l’analisi. Ma per noi l’analisi è utile solo se si traduce in atteggiamento politico.
Innanzitutto occorre sgomberare il campo da un malinteso che si sente spesso echeggiare a sinistra.
I comunisti non sono contro questo sistema perché imperialista.
I comunisti sono contro questo sistema perché capitalistico, perché basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sul profitto contrapposto al soddisfacimento dei bisogni umani, perché opprime il libero sviluppo dell’individualità, perché genera ineguaglianza….
In quanto comunisti siamo rivoluzionari, per il rovesciamento di questo sistema sociale mediante l’abbattimento dello Stato della borghesia, per l’abolizione del lavoro salariato, ecc., indipendentemente dalla proiezione esterna del capitale e del suo Stato.
Marx è comunista senza parlare di imperialismo.
Un certo “antimperialismo” pacifista si accontenterebbe della cessazione di ogni ingerenza negli affari di un altro paese, di ogni minaccia o azione militare, magari in una “Europa unita”.
Noi siamo contro queste proiezioni esterne perché sono la proiezione esterna del dominio e della repressione interna sul proletariato.
Noi non siamo contro il capitalismo solo quando fa la guerra, siamo contro il capitalismo perché capitalismo, che fa ogni giorno la sua guerra contro il proletariato in casa propria.
La forma imperialista assunta dal capitalismo aggiunge motivazioni (internazionaliste) ma anche complicazioni: i comunisti hanno dovuto appoggiare lotte di difesa nazionale contro aggressioni imperialiste anche se dirette dalla borghesia, per favorire la formazione di un terreno più favorevole per la lotta del proletariato. Ma quasi ovunque le borghesie hanno represso i comunisti prima che questi potessero organizzare la lotta dei lavoratori.
 
Rispetto al mondo di Lenin la novità più grande è che:
- il capitalismo si è affermato su tutta la linea, in tutti i paesi;
- non si pongono più problemi di appoggiare la borghesia nascente in rivoluzioni democratico-borghesi;
Si pongono tuttavia ancora questioni nazionali, etniche, ecc., rispetto alle quali i comunisti si oppongono ad ogni forma di oppressione e sostengono la libertà di autodeterminazione (ma non necessariamente la separazione della minoranza oppressa: scelta da fare caso per caso).
Di fronte a una guerra in generale i comunisti non sono per la pace e per la “lotta contro la guerra”, ma per la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile – ma su come lavorare in questa direzione non è possibile fornire formule precostituite. Un conto è essere in un paese oggetto della contesa (quale la Siria mentre scriviamo), un conto essere in uno dei paesi che intervengono.
 
Un problema di fondo, irrisolto in questo secolo seguito alla Rivoluzione d’Ottobre, è la lotta contro l’influenza di quello che Lenin chiamava “opportunismo”, “socialimperialismo”, “centrismo” all’interno del movimento dei lavoratori.
Lenin collega direttamente la forza dell’opportunismo ai sovrapprofitti imperialistici, di cui vengono concesse briciole all’”aristocrazia operaia”. Il fenomeno è da intendere non tanto nel senso che i lavoratori delle metropoli vivano dello sfruttamento degli operai cinesi, messicani, egiziani ecc. a bassi salari, ma nel senso che dati i sovrapprofitti ottenuti con il loro sfruttamento e con lo scambio ineguale le borghesie delle metropoli hanno potuto concedere ai propri salariati delle “briciole” per legarli ai propri carri. Anche i lavoratori delle metropoli sono sfruttati, cioè ricevono solo una piccola parte di ciò che producono, ma hanno salari molto più elevati, e possono acquistare beni di consumo a basso costo prodotti nei paesi emergenti.
 
La stasi dei salari in quasi tutte le metropoli negli ultimi decenni indica però che questo processo di “corruzione” sta incontrando difficoltà, dovute principalmente al fatto che con il loro sviluppo i paesi emergenti diventano concorrenti diretti delle metropoli, spostandosi su tecnologie più avanzate. Ciò comporta l’acuirsi della concorrenza e una spinta del capitale 1) alla compressione dei salari nelle metropoli (che si sente più forte in Italia, la metropoli più posizionata nei beni di consumo) e 2) al trasferimento di produzioni verso paesi a basso costo del lavoro (in corso da anni).
 
Ciò non significa che non ci siano più profitti per corrompere strati privilegiati, ma ci si può attendere un aumento delle azioni di resistenza nella classe, lotte sulle quali far leva perché si formi una nuova generazione di comunisti, senza però illudersi che la rivoluzione possa essere il risultato di un crescendo di queste lotte sul terreno economico.
Guerre, crisi, sconvolgimenti politici saranno le imprevedibili combinazioni di contraddizioni sulle quali potrà risorgere il movimento comunista.



(1) In Italia nell’industria non solo la concentrazione non è aumentata, ma è fortemente regredita negli ultimi 30-40 anni: nel 1971 nell’industria il 23,6% degli addetti lavorava in imprese con oltre 1.000 addetti. Nel 2001 tale percentuale era crollata al 9,8%. La quota delle imprese con oltre 250 addetti è scesa dal 36,8% del 1971 al Al contrario, gli addetti delle imprese con 1-6 addetti sono salite dal 14,6% al 23,6% del totale, quelle da 6 a 15 addetti dal 12,4% al 20,2%. Nel commercio vi è invece stato negli stessi anni una modesta concentrazione, ma su livelli molto inferiori all’industria. Occorre tener presente comunque che la situazione italiana rappresenta un’eccezione nel panorama internazionale, e che se al posto delle imprese si considerassero i gruppi di imprese sotto uno stesso controllo finanziario, la frammentazione si ridurrebbe notevolmente anche in Italia.




R.L.

Pubblicato su: 2012-10-02 (1157 letture)

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