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N31 Pagine Marxiste - Settembre 2012
Appunti sul movimento operaio siriano



I governi baathisti della dinastia Assad, come del resto quelli egiziani da Nasser in poi, hanno sistematicamente represso ogni manifestazione autonoma del proletariato siriano, la cui voce è rimasta finora assente anche nella guerra civile in corso. Eppure anche in Siria il proletariato costituisce la maggioranza della popolazione, e ad esso soprattutto deve essere rivolta l'attenzione dei rivoluzionari. Di seguito riportiamo una serie di notizie tratte dallo scritto Labor in Syria: The Emergence of New Identities in The Social History of Labor in the Middle East, WestviewPress, 1996.

La caduta dell'impero ottomano e la colonizzazione francese tra le due guerre accelerarono la disgregazione della tradizionale produzione artigianale siriana, separandola dai suoi mercati di sbocco e sottoponendola alla concorrenza dell'industria europea. Secondo più fonti, tra il 1910 e il 1930 il numero di telai si ridusse dell'80%, e il numero degli artigiani si sarebbe dimezzato tra il 1913 e il 1937. Negli anni '30 vi fu una prima debole industrializzazione: 306 fabbriche moderne, ma di ridotte dimensioni nel 1934, con meno di 6 mila addetti complessivi secondo uno studio ILO dell'epoca.
È con la Seconda Guerra Mondiale che avviene il decollo industriale siriano, sia perché tagliò le vie di rifornimento dall'esterno, sia perché la presenza di truppe straniere accrebbe il mercato interno. Il primo decennio dopo l'indipendenza vide la costituzione di grandi società per azioni, con i capitali accumulati durante la guerra, e lo sviluppo di un'industria tessile e alimentare.
In questi primi decenni la crescita di una classe operaia industriale non compensò tuttavia la scomparsa del numeroso artigianato tradizionale. L'insieme degli addetti a produzioni manifatturiere, sia tradizionali che moderne, diminuì da 309 mila nel 1913 a 203 mila nel 1937. Tra il 1937 e il 1957 i lavoratori delle industrie tradizionali quasi scomparvero, diminuendo da 170 a 30 mila, mentre i lavoratori dell'industria moderna aumentarono da 33 mila a 70 mila.
 
Anche nei settori tradizionali tuttavia i rapporti sociali erano evidentemente mutati in senso capitalistico, dato che, dopo un primo sciopero dei lavoratori delle ferrovie nel 1908, gli scioperi divennero più frequenti dalla metà degli anni '20, dopo la rivolta siriana del 1925. Tra i primi sindacati ad essere costituiti fu quello dei lavoratori delle maglierie nel 1925. Il suo leader, Subhi al-Khatib, riformista moderato, diverrà presidente della prima confederazione dei sindacati, costituita nel 1939. Altri sindacati costituiti tra gli anni '20 e '30 erano invece diretti da rivoluzionari, tra cui i sindacati dei tipografi, delle società idriche, elettriche e del petrolio, che stabilirono rapporti di collaborazione con l'Internazionale Rossa dei sindacati.
Nella seconda metà degli anni '20 vennero organizzati i primi scioperi, soprattutto per la difesa del salario, nel tessile, nelle ferrovie e tramvie, tra i tipografi e i lavoratori del tabacco, ma fu negli anni '30 che si verificarono i primi scioperi importanti, contro le conseguenze della Depressione. Se in settori come le calzature, già sviluppato capitalisticamente con grandi imprese (il gruppo cecoslovacco Bata a Beirut, allora ancora parte della Siria) gli scioperi erano prevalentemente per il salario, nel tessile nel 1932 vi fu una grande manifestazione di 50 mila davanti all'Alto commissario ad Aleppo, contro la concorrenza dei tessili giapponesi – una manifestazione evidentemente favorita dagli imprenditori del settore.
Nel 1936, sull'onda del Fronte Popolare francese (la Siria era sotto protettorato francese) si costituirono federazioni sindacali nelle principali città (Damasco, Aleppo e Homs) la cui unione portò nel 1939 alla costituzione della Confederazione Generale dei Sindacati. Tra le principali rivendicazioni: l'abolizione della legge sul lavoro del 1935 e il varo di una legge che garantisse i diritti dei lavoratori, migliori salari, le otto ore di lavoro, la restrizione del diritto di licenziare senza preavviso. Il 29 maggio 1938 era stato organizzato uno sciopero generale. La nuova legge sul lavoro venne infine varata nel 1948, dopo il raggiungimento dell'indipendenza e molti scioperi e manifestazioni, Essa sanciva il diritto di sciopero, un salario minimo, le otto ore di lavoro, una giornata settimanale di riposo e delle ferie annuali, indennità in caso di licenziamento, infortunio, malattia professionale, anche se la legge venne applicata per intero solo dopo l'unione con l'Egitto del 1958.
Dopo l'indipendenza (1946) le imprese che erano state sotto il controllo dello stato francese vennero nazionalizzate (società idriche, elettriche, ferroviarie). Al tempo stesso, con l'indipendenza la borghesia siriana non aveva più bisogno dell'appoggio del proletariato e costituì le proprie organizzazioni datoriali per contrastare i sindacati operai. La formazione di sindacati era rigidamente regolamentata dallo Stato, e ostacolata soprattutto nelle grandi imprese, anche con il licenziamento degli attivisti operai, tanto che l'attività sindacale si sviluppò inizialmente soprattutto nelle medie imprese. Nei primi anni '50 vi furono numerosi scioperi in diversi settori e città, contro i licenziamenti e per ferie annue. Nel 1954 con uno sciopero di 50 giorni gli operai delle tessiture meccaniche conquistarono aumenti salariali e livelli salariali uniformi.
Nella misura in cui i sindacati erano divenuti importanti organizzazioni di massa, essi divennero terreno di lotta politica, tra Fratelli Musulmani, comunisti (filo-russi) e baathisti. Nel 1957 al-Khatib, membro di un partito socialista cooperativo con caratterizzazione islamica, venne estromesso dalla presidenza della Confederazione Generale da una coalizione di comunisti e baathisti, che stabilì rapporti con la Federazione mondiale dei sindacati di osservanza moscovita.
Ma con l'unione Siria-Egitto del 1958 (durata tre anni) i comunisti vennero messi fuori legge ed espulsi dai sindacati, vennero proibiti gli scioperi, la dirigenza sindacale venne messa sotto il controllo del Ministero del Lavoro, gli attivisti sindacali vennero duramente repressi.
Al tempo stesso il governo varava (1959) una serie di decreti che miravano ad ottenere il sostegno degli operai, con la regolamentazione dell'orario di lavoro, della retribuzione degli straordinari, la limitazione del lavoro delle donne, la garanzia della maternità, la fissazione delle ferie a due-tre settimane, e veniva istituita l'indennità di malattia e infortunio, la copertura pensionistica.
Nel 1961 un golpe di militari ruppe l'unione con l'Egitto. Dopo una fase iniziale di liberalizzazione politica i comunisti vennero nuovamente estromessi dai sindacati, che vennero di nuovo assoggettati al controllo del governo baathista, che mantenne il divieto di sciopero.
La riforma agraria del 1959, con la redistribuzione delle terre ai contadini, aveva aumentato i lavoratori indipendenti, riducendo i salariati, ma già negli anni '70 molti contadini si proletarizzarono e i lavoratori salariati aumentarono dal 43% al 60% degli attivi. I salariati di industria e costruzioni raddoppiarono da 258 mila a 543 mila anche se molti mantennero il loro legame con la terra. Le nazionalizzazioni portarono un terzo dei lavoratori dell'industria e il 46% dei salariati sotto il controllo statale entro il 1970, anno in cui Assad prese il potere. Da allora si accrebbe i dualismo tra un settore statale, composto da grandi imprese, spesso con assunzioni clientelari, e un settore privato in cui prevale il lavoro nero. Soprattutto con l'ascesa al potere di Assad i sindacati vennero ridotti a cinghie di trasmissione del partito Baath, con elezioni dei rappresentanti su lista unica, e funzione di stimolo alla produzione, gestione dei servizi sociali e partecipazione all'amministrazione aziendale. Nel settore pubblico l'iscrizione al sindacato divenne di fatto obbligatoria, mentre la sindacalizzazione nel settore privato rimase bassa. Nelle imprese controllate dall'esercito i sindacati non erano ammessi.
Il quadro che emerge è quello di una classe operaia siriana fortemente repressa e posta sotto il rigido controllo dello Stato nei suoi settori più concentrati. Le liberalizzazioni degli ultimi anni hanno rafforzato il settore privato sotto il controllo dei membri del regime, e con ogni probabilità hanno intensificato lo sfruttamento anche nelle grandi imprese, mantenendo auna forte repressione da parte dell'apparato statale. La guerra civile in corso apre spazi alla crescita di un movimento autonomo del proletariato, col quale i comunisti devono cercare di collegarsi.
 







Pubblicato su: 2012-10-02 (1065 letture)

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