Moduli
· Home
· Abbonati al giornale
· Archivio
· insiemecontroilrazzismo
· Volantini

Chi Online
In questo momento ci sono, 0 Visitatori(e) e 0 Utenti(e) nel sito.

Languages


English French Italian

N31 Pagine Marxiste - Settembre 2012
Il sanguinoso stallo siriano


In Siria la protesta sociale contro un regime affaristico, corrotto e oppressore è stata inglobata dalle potenze regionali (Turchia e Arabia in primis) e dalle grandi potenze imperialiste europee e USA in una opposizione, che armano e foraggiano per i loro obiettivi di influenza nell’area contro l’Iran, la Russia (vecchio patron degli Assad), e la Cina, la cui ascesa nell’area vecchie e nuove potenze cercano di contenere.

Mentre il proletariato è mobilitato su basi etnico-confessionali come carne da cannone dalle frazioni della borghesia locale, sono assenti, drammaticamente, una organizzazione, una lotta e una voce autonoma del proletariato siriano, risultato del retaggio nefasto del partito comunista siriano, asservito all’URSS e agli Assad.

Solo la ripresa di una organizzazione indipendente e rivoluzionaria del proletariato potrà liberare i popoli del Medio Oriente da oppressione e massacri senza fine.


Man mano che il conflitto militare si inasprisce (ormai coinvolge direttamente almeno un milione e mezzo di siriani) aumentano gli episodi di violenza gratuita contro civili; l’Onu ha salomonicamente condannato per crimini contro l’umanità sia l’esercito governativo (e le sue milizie filo Assad, dette chabiha), sia i ribelli, elencando per gli uni “assassini illegali, attacchi indiscriminati alla popolazione civile, stupri” e per gli altri “assassini, esecuzioni senza processo, torture” (Figarò 15 agosto). Accanto al crescente numero di morti (25 mila secondo l’OSDH, di più secondo altri) cresce l’emergenza umanitaria: almeno due milioni di siriani hanno accesso molto saltuario al cibo e alle cure mediche, per non parlare della scuola e di altri servizi meno essenziali. Almeno un milione di persone hanno lasciato le proprie case per spostarsi in aree del paese non toccate da scontri armati, una quota crescente lascia il paese.
La battaglia di Aleppo, un tempo fiorente centro commerciale, ha messo in ginocchio il sistema di rifornimenti e ormai dovunque mancano benzina e gas per cucinare, l’esportazione è crollata ai minimi termini. Nonostante il disastro economico tuttavia l’esercito tiene, non solo a livello di ufficiali (che essendo Alawiti difendono con il regime anche la loro sopravvivenza fisica), ma anche per quanto riguarda la truppa, nelle cui file ci sono diserzioni, ma non massicce (Figaro 13 ag). Assad controlla ancora totalmente l’aviazione, i servizi segreti e la guardia presidenziale. Non è facile invece valutare quanta parte del territorio controlli, l’opposizione sostiene che non sia più del 30%, mentre l’esercito non controlla più tre delle sue frontiere (quella turca, quella irachena e quella giordana). Il governo può mettere in campo artiglieria pesante, blindati, elicotteri e aerei. Ma soprattutto gioca a suo favore l’ inconsistenza politica e organizzativa dell’opposizione.
L’opposizione all’estero vede due gruppi prevalenti (uno a Berlino e uno a Istambul) completamente scollegati dal paese reale (Faz 12 agosto), non contano nulla se non come foglia di fico di un eventuale intervento straniero. Il Consiglio Nazionale Siriano, creato a imitazione di quello libico, è paralizzato dagli scontri interni. L’opposizione interna è frammentata in almeno 200 gruppi, che agiscono militarmente ognuno per conto loro. E non è riuscita a guadagnarsi fiducia e credibilità presso la popolazione, soprattutto urbana, preoccupata per le massicce distruzioni, il numero dei morti, ma anche per le esecuzioni sommarie cui i ribelli vittoriosi si sono abbandonati. Nonostante il netto peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori (il 61% dei quali nel 2010 guadagnava meno di 190€ al mese), nella rivolta le lotte operaie non sono l’elemento trainante, gli scioperi sono stati sporadici, non hanno espresso piattaforme con contenuti di classe, non esisteva e non è nato un sindacato indipendente dal regime (Jonathan Maunder, The Syrian Crucible, in International Socialism 135, estate 2012). I gruppi di opposizione hanno carattere locale, si caratterizzano lungo linee etnico religiose e data la loro debolezza anche militare, subiscono facilmente l’influenza dei paesi confinanti interessati a giocare un ruolo nell’evolversi della situazione siriana e delle grandi potenze.
Gli schieramenti internazionali
E’ perfino banale sottolineare che nonostante più paesi scalpitino per un “intervento umanitario” contro la Siria secondo il modello applicato in Libia, finora il solido appoggio ad Assad fornito da Cina e Russia nel Consiglio di sicurezza, ha impedito che l’Onu offrisse la foglia di fico. Cina e Russia sono decise a bloccare anche qualsiasi ipotesi di no fly zone, non solo per le ripercussioni possibili in tutta l’area medio orientale, ma perché i due paesi sono fra quelli che hanno fatto maggiormente le spese del conflitto libico (imprese e operai rimpatriati, investimenti e contratti perduti).
Francesi e inglesi scalpitano invece per l’intervento; Fabius, ministro degli esteri francese agita il solito spauracchio delle armi chimiche di distruzione di massa, la classica “bandiera per una moderna crociata”, già sperimentata per l’Iraq 2003; Sempre Fabius nella prima metà di agosto ha fatto un giro di consultazioni in Giordania, Libano e Turchia per trovare adepti. Francia e Gran Bretagna hanno stanziato fondi per armare i ribelli. Anche la Germania si muove: a Berlino il 28 agosto, col finanziamento della Fondazione SWP si è tenuta una conferenza dell’opposizione siriana, con 45 delegazioni, fra cui anche rappresentanti del Libero Esercito Siriano, quelli che l’ ONU accusa di massacri indiscriminati (GFP 12 agosto) e una significativa presenza della Fratellanza Mussulmana siriana. Ma il governo tedesco è spaccato fra pro e contro l’intervento.
Negli Usa si è in piena campagna elettorale e i repubblicani tentano contro Obama la carta del riarmo e di una politica estera più “muscolosa”. Ma a livello trasversale è in atto una riflessione sui costi economici di un ennesimo intervento militare, sproporzionati ai vantaggi derivanti, come sperimentato in Irak e Afghanistan (difficoltà ad esercitare un reale controllo del territorio, scarsa influenza sull’accaparramento di contratti), mentre la partita libica è tutt’ora incerta. In campo democratico comunque Hillary Clinton è dichiaratamente favorevole alla no-fly zone, mentre Obama ha diffidato verbalmente Assad, ma è improbabile che prenda iniziative nell’imminenza delle elezioni.
 
Le iniziative delle medie potenze regionali e il rischio contagio
Nell’estate è diventata più evidente l’iniziativa delle medie potenze regionali. La Turchia, l’Arabia Saudita e gli altri petro-Stati del Golfo sono i più accesi fautori del rovesciamento di Assad, sostenuto invece dall’Iran.
Fallita la mediazione ONU tentata da Kofi Annan, sostituito dal mediatore algerino Lakhdar Brahimi, la Siria è stata espulsa dalla Lega araba ed è stata esclusa anche dalla Organizzazione della Cooperazione islamica, il cui summit, ospitato dalla Arabia Saudita (16 agosto) si è trasformato in un palcoscenico simbolico in cui il contrasto Iran-Arabia è stato recitato in modo contenuto. In precedenza un asse turco-saudita favorevole alla no fly zone fronteggiava l’Iran, decisamente schierato a fianco della Siria, con consistenti aiuti economici e militari, e un governo iracheno prudentemente filo-Assad. La partita si è complicata perché è rientrato nel gioco l’Egitto di Morsi. Al summit del Movimento dei non-allineati tenuto a fine agosto a Teheran Morsi si è pronunciato per la solidarietà con il popolo siriano oppresso dal regime, ma si è anche pronunciato per un piano di intervento dei paesi islamici. L’Egitto in pratica potrebbe essere favorevole, in alternativa a una no-fly zone, in cui la parte del leone toccherebbe all’aviazione dei paesi occidentali (con al massimo l’intervento del Qatar) all’invio di un contingente di pace, coordinato da Lakhdar Brahimi su iniziativa di un gruppo di contatto comprendente Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Iran. Sottintesa la disponibilità dell’Egitto a mandare i propri militari. In questo modo Morsi acquisirebbe statura internazionale e si porrebbe come possibile mediatore fra gli Usa da una parte, Russia e Cina dall’altra. La Turchia, assente a Teheran, ha reagito con irritazione, ma Iran e Arabia non hanno escluso a priori la cosa.
Ciò che le medie potenze regionali vogliono è pesare sui destini della Siria e quindi, attraverso il finanziamento e l’armamento di frazioni dell’opposizione siriana determinare chi saranno i leader di domani, ma anche la relazione fra la maggioranza sunnita e le minoranze, perché nessun paese dell’area è immune dal rischio rappresentato dalle minoranze e dalle loro rivendicazioni.
Secondo il ministro della difesa americano, Panetta, anche l’Iran sta formando una milizia sciita per appoggiare l’esercito siriano.(Figaro 15 agosto), mentre le varie fazioni libanesi pur senza dichiararlo, armerebbero rispettivamente squadre alawite e bande sunnite in lotta fra loro. (Victor Kosev su AT 25 ag). Secondo l’intelligence tedesca BND, i paesi del Golfo, (Emirati Qatar Arabia saudita) hanno favorito la penetrazione in Siria di nuclei di quei mercenari islamici formatisi in Afghanistan e nella guerra cecena, ben pagati, ben armati e ben addestrati. I due paesi tuttavia che sono intervenuti più pesantemente sono Turchia e Kurdistan iracheno.
La Turchia si è mossa per prima, dichiaratamente a favore della caduta del regime siriano, ha individuato come interlocutore politico e futura leadership del paese i Fratelli Mussulmani che dominano il Syrian National Council, contemporaneamente ha accolto gli ufficiali transfughi dalla Siria, creato santuari per quello che oggi è conosciuto come Libero Esercito Siriano. La Turchia ha accolto anche molti profughi, che sono diventati il pretesto per chiedere la creazione in territorio siriano di una “zona tampone”, da rendere sicura con una operazione di no-fly zone e che avrebbe dovuto essere una sorta di protettorato turco. Una proposta che (secondo dichiarazioni del consigliere della Casa Bianca, Vali Nasr) ben si inseriva in un piano israelo-americano di una balcanizzazione della Siria, che andava divisa in 4 aree: i curdi nel nord, i drusi a sud, gli alawiti a nord-ovest e la maggioranza sunnita a sud-est.
 
Ma mentre la Turchia armava i siriani sunniti, le autorità curde del nord Iraq (KRG) accoglievano selettivamente solo i curdi siriani, cui hanno concesso lo status di rifugiati (con documenti e assistenza umanitaria). Molti di questi siriani curdi sono stati organizzati dalle autorità ospitanti in squadre armate e addestrate (da Irin News luglio 2012), che nel giugno 2012 (dopo un accordo firmato a Erbil che metteva pace fra le varie correnti), hanno preso di fatto il controllo della zona siriana al confine con la Turchia, cioè la zona abitata da curdi. Assad infatti ha ritirato da lì le sue truppe, forse per concentrarsi nelle città o forse per caricare una bomba ad orologeria per il nemico Erdogan. Infatti ne potrebbe nascere un Kurdistan siriano, collegato territorialmente con l’enclave curda in Iraq, con un forte potere di attrazione nei confronti dei confinanti curdi della Turchia, fra i quali il PKK ha ripreso l’iniziativa politica, in particolare nella provincia di Hakkari, dopo che il governo Erdogan è venuto meno alle promesse verso i curdi.
Un vero boomerang per il governo turco (probabilmente orchestrato con la complicità del governo centrale iracheno e di quello iraniano). Cui si aggiungono, a maggior difficoltà per il governo turco, le tensioni nella provincia di Hatay, una area abitata da mezzo milione di arabi alawiti, ceduta nel 1939 dalla Francia alla Turchia, e in cui il governo ha concentrato la maggior parte dei profughi siriani sunniti. Ne sono derivati veri scontri armati fra profughi siriani e abitanti; il pretesto è stato che gli alawiti non rispettano il ramadan, ma la realtà è che i profughi hanno messo in ginocchio il fiorente e assai redditizio turismo della zona. Una situazione che ha risvegliato le rivendicazioni di un’altra consistente minoranza, quella degli Aleviti, un’altra variante dell’islam sciita, che sono in maggioranza turchi e diffusi in tutto il paese; forse 12 forse 15 milioni di persone che non godono, di fatto, di diritti politici e civili, svolgono, come i curdi, i lavori più umili, sono stati in passato (nel 1978, 1993, 1995) oggetto di feroci attacchi da parte della destra turca e che oggi sulla loro stampa magnificano la politica di Assad tollerante con le minoranze, assecondati da quegli uomini d’affari che nella Siria di Assad investivano e commerciavano.(Edam Istambul 15 ag)
Un esempio di come, nel sistema capitalistico, i più raffinati disegni geopolitici dialetticamente si possano trasformare in autogol, in cui le contraddizioni sociali esplodono mettendo allo scoperto quello che le ideologie tenevano a freno. Lo strumento può essere un film anti-Maometto, magari concepito dentro le logiche della campagna elettorale Usa, ma impugnato dai movimenti islamici con esiti imprevedibili per le strategie statunitensi in Asia e mondo arabo.







A.M.

Pubblicato su: 2012-10-02 (1005 letture)

[ Indietro ]

 


You can syndicate our news using the file backend.php

   Get Firefox!