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N31 Pagine Marxiste - Settembre 2012
MARX ED IL PARTITO
parte I



Etimologicamente dire “partito” significa “prendere parte”, schierarsi da una parte, collocarsi politicamente in modo dichiarato. E' con la rivoluzione francese che questo “prendere parte” assume i caratteri dei moderni partiti politici, caratterizzati da un programma preciso, da un'ideologia, da un'organizzazione interna, da delle metodologie di lotta.
Questa eredità della più grande rivoluzione politica borghese della storia si è trasmessa nel movimento operaio.
Marx ed Engels, ma prima di loro tutti i più grandi pensatori del socialismo moderno, sono passati dallo studio approfondito della storia, anche politica, della rivoluzione francese.
Non sempre tale approccio ha prodotto risultati positivi. Vedremo come ad esempio lo stesso Lenin, il marxista che di più e meglio ha sviluppato la concezione rivoluzionaria del partito, sia stato più volte accusato dai suoi critici. pur collocati nel campo rivoluzionario, di “giacobinismo”.
Possiamo e dobbiamo però rivendicare senza timore l'assoluta necessità di lotta per il partito rivoluzionario. Lotta che deve essere fatta subito, perché il livello dello scontro di classe impone più di ieri che il proletariato si dia una testa pensante, in grado cioè di analizzare e di intervenire, qui ed ora, nelle complesse contraddizioni del capitalismo internazionale.
Certo, il problema sorge immediatamente dopo aver formulato ed accettato come valido questo assunto. Perché poi bisogna vedere che cosa s'intende per “partito”, come va costruito, come funziona, come lo si colloca nel rapporto con la sua classe di riferimento: il proletariato appunto.
Che esso non sia però una “mania” di certo comunismo marxista, ma uno strumento imprescindibile di lotta per il socialismo, lo si evince anche dal fatto che alcune correnti dello stesso anarchismo, pur polemiche con la visione “centralista” di Marx, ma sopratutto di Lenin, hanno dovuto riconoscere l'importanza storica di un partito rivoluzionario di classe.
Dobbiamo dunque avere la maturità di parlare del partito in termini al contempo critici e propositivi.
Per far ciò, non si può prescindere dalla storia. E' a partire da essa che possiamo provarci a tracciare i connotati con cui i partiti politici del proletariato si affacciano nella lotta di classe, e ne diventano protagonisti.
Noi qui nell'Occidente europeo abbiamo sperimentato partiti rivoluzionari d'impronta quasi totalmente marxista e leninista. E da questo noi non possiamo prescindere se vogliamo fare un ragionamento serio. Fino a che il movimento reale s' incarichi di ribaltare questi canoni di riferimento, producendo gruppi dirigenti in grado di affermare altre tendenze.
Dobbiamo dunque studiare questa storia, seppur per sommi capi, per riallacciare le fila di un discorso che non può prescinderne.
 
GLI ANNI DELL' EMIGRAZIONE

Partiamo allora col dire che Marx ha elaborato una teoria-prassi di partito. Sicuramente non in modo compiuto e sistematico, ma significativo. Sul campo. Così come per il tema della lotta politica e dello Stato.
Dobbiamo smetterla di rivolgersi solamente al Marx della “Critica dell'economia politica” o de “Il Capitale”. Questi sono sicuramente i fondamenti senza i quali oggi noi non saremmo qui in queste vesti. Ma Karl Marx, insieme a Friderich Engels non dimentichiamolo, scrive già dal 1848 il famoso, epocale, “Manifesto del partito comunista”.
Non “dei comunisti”, ma “del partito comunista”. Dunque già a quell'epoca, che vede lo scoppio in Europa delle rivoluzioni democratico-borghesi, la ricerca di Marx era indirizzata.
Marx “scopre” il partito perché c'è la rivoluzione? Falso. La ricerca è datata almeno dal 1844; da quando egli diviene comunista, conoscendo nell'emigrazione a Parigi, a Bruxelles, a Londra, il fior fiore dei “partiti operai” già allora esistenti, collegati alle varie scuole di pensiero e di lotta che il proletariato stava partorendo: i proudhoniani, i cabetisti, i babuvisti, i blanquisti, i cartisti... e poi Weitling, Weydemeyer, Wolff... per non parlare delle correnti utopiste (Owen, Fourier, Saint Simon).
Un crogiolo socialista e comunista già in essere, verso il quale Marx avrà un'unica “pretesa”: ricondurlo. alla scoperta di una concezione scientifica della politica e della lotta politica, per fondare su un solido piedistallo la battaglia per l'emancipazione del proletariato.
Dovremo soffermarci un pò su come Marx arriva al comunismo ed alla necessità del partito.
Innanzitutto egli spazza via ogni illusione di “aiuto dall'alto” propria degli utopisti. Cioè “l'appello al principe” affinché “l'Autorità” s'incarichi di lenire le sofferenze operaie, avendo nel contempo gli stessi operai dimostrato la “superiorità” del lavoro liberamente associato con esperienze comuniste “alternative”, tanto per usare un termine oggi in voga.
Non dissimile per procedimento deduttivo è pure la concezione dei congiurati neobabuvisti, il cui programma d'azione sostituisce l'eroe individuale degli utopisti con una società segreta di iniziati; e la dittatura dell'uomo della provvidenza con quella del “direttore rivoluzionario”, nato dalla cospirazione. La massa è vista solo come “forza di complemento”. L'influsso diretto del giacobinismo è qui evidente, e Marx lo combatte in quanto tale. In fondo, esso è ancora espressione della debolezza del movimento operaio come classe indipendente.
Marx mette a fuoco la necessità di un partito proletario indipendente DOPO aver maturato la convinzione storico-materialistica che l'autoliberazione rivoluzionaria del proletariato nasce dalla sua condizione di classe: nella misura in cui esso non è proprietario e non è trascinato dalla libera concorrenza, esso è politicamente pronto a sfuggire all'alienazione politica borghese ed ai suoi miti. Dunque la sua rivoluzione non sarà una semplice “sostituzione” di un potere con un altro, una “riforma sociale” guidata dall'alto, una palingenesi nelle mani di qualche “Messia”. E neppure un “colpo di mano” di qualche “ardimentosa avanguardia” che “farà per il popolo”, o uno “svuotamento” dall'interno del sistema sociale capitalistico attraverso forme di “economia alternativa”. Nulla di tutto questo.
La rivoluzione proletaria è la prima trasformazione cosciente della storia umana; è il primo passo nel regno della libertà. Dunque il partito rivoluzionario deve poter interpretare e DIRIGERE questo movimento “in avanti” che la classe storicamente esprime.
Con una importante precisazione: non sono le masse operaie che MECCANICAMENTE danno il “là” al partito.
Il partito ovviamente, nella sua formazione e nel suo sviluppo, per non dire nella sua forma, non può prescinderne, pena il suo scadimento a livello di setta. Ma l'impulso originario, il lavoro pianificato secondo ipotesi politiche, l'addestramento alla lotta tattica e strategica, le modalità e le tempistiche del lavoro organizzato tra le masse avvengono SEPARATAMENTE (non a prescindere, ma separatamente, dentro ambiti e logiche proprie) dagli alti e bassi del movimento delle masse. Se così non fosse, non ci sarebbe bisogno di alcun partito! O, per meglio dire, esso potrebbe tranquillamente ridursi a “gruppi intellettuali di iniziati” che comunicano tra di loro la “vera scienza”, lasciando alle masse il violento scardinamento, per motu proprio, dell'ordine costituito... Questo è invece proprio ciò che Marx combatte dentro le prime formazioni politiche socialiste e comuniste con le quali si trova a contatto.
Vediamo dunque come la concezione del partito in Marx derivi dalla concezione del processo rivoluzionario della classe STORICAMENTE INTESO. Sì perché se coscienza è autocoscienza, quest'ultima, per essere tale, non può prescindere dal momento della direzione e dell'autodisciplina organizzate. A meno che non ci si nasconda dietro al dito dell' “autosufficienza spontanea” delle masse.
Tale “separazione” tra comunisti e classe sarà alla fine anch'essa storicamente superata, ma dentro un processo dialettico che deve maturare nella prassi rivoluzionaria.
Già dal 1847 è ormai assodato in Marx ed Engels (F. Engels: “Prefazione all'edizione tedesca del 1890 de “Il Manifesto dei comunisti”- Opere Complete, VI, pp. 673-4) che: “ ...socialismo significava movimento borghese, comunismo un movimento operaio... e poiché fin da allora noi eravamo decisamente d'avviso che l'emancipazione degli operai deve essere opera della classe operaia stessa, è chiaro che non potevamo rimanere un istante in dubbio su quale dei due nomi dovessimo scegliere.”
Il punto di partenza è dunque non il socialismo “borghese”, ma gruppi e tendenze operaie. Il comunismo “materialistico” del francese Dèzamy rappresenta il tentativo di superare la contrapposizione tra il babuvismo cospiratore e la “propaganda pacifica” di Cabet, e per questo suscita il grande interesse di Marx.
Sono il dottor G. Maurer e il dottor Ewerbeck a introdurre Marx nella “Lega dei Giusti” (fondata nel 1836), di cui erano i principali dirigenti a Parigi. Organizzazione politica a prevalente componente operaio-artigiana, composta in gran parte da emigrati tedeschi. Essa è ancora troppo ancorata alle concezioni blanquiste. In questo ambiente è il sarto artigiano tedesco Wilhem Weitling a fare da ponte tra il socialismo utopistico di Fourier o Cabet e il comunismo proletario (che non si limita più alla “equa distribuzione dei beni”, ma lotta per la loro comunanza).
I punti cardine sono. 1) lo status quo ha insito in sé le cause della propria distruzione rivoluzionaria; 2) il progresso è possibile solo attraverso la rivoluzione; 3) la rivoluzione dovrebbe essere sociale e non politica, perché basata sugli interessi delle masse.
 Non dimentichiamo che non esiste ancora una concezione di “politica indipendente” del proletariato...la coscienza è vista comunque ancora come portato di un “insegnamento” delle masse, e non come portato materialistico fondato sulla prassi. Dunque anche Weitling non si discosta fondamentalmente, nelle indicazioni politico-pratiche dagli utopisti e dal “neocristianesimo” di Lamennais, Cabet, Saint-Simon.
Diversa prospettiva apre il discorso che Mar. instaura col cartismo inglese, nelle sue componenti di “sinistra”: Harney e Jones (luglio-agosto 1845, quando egli soggiorna per la prima volta a Londra). Ne “L'ideologia tedesca” egli cita più volte questo esempio concreto di movimento operaio di massa. E vi evidenzia “una sorda ostilità che esplode alla minima occasione, e ogni volta con raddoppiata violenza”, annotati da Eugène Buret.
Qui forse per la prima volta, il cartismo esprime con forza dirompente, a colpi di scioperi, insurrezioni, separazione col radicalismo borghese, le potenzialità del moderno proletariato di fabbrica.
Engels (“La situazione della classe operaia in Inghilterra”) auspica a breve “la fusione del socialismo con il cartismo, la riproduzione del comunismo francese in modi inglesi”.
Altro evento di basilare importanza per la formulazione della natura ed i compiti del partito comunista è la rivolta dei tessitori slesiani del 1844. Esso dimostra la potenzialità rivoluzionaria del proletariato, cosa che il movimento cartista tendeva a “confinare” in duri conflitti di lavoro, lasciando alle “riforme” il compito di legiferare a favore degli operai. Tra l'altro, dalla Slesia le rivolte (represse nel sangue dall'esercito) si estendono in Boemia, a Praga, a Berlino.
Da qui Marx ne trae la conclusione irreversibile della necessità della lotta politica per fare la rivoluzione.
Essa viene però così formulata:
“ La rivoluzione in generale- il rovesciamento del potere esistente e la dissoluzione dei vecchi rapporti- è un atto politico. Senza rivoluzione però il socialismo non si può attuare. Esso ha bisogno di questo atto politico nella misura in cui ha bisogno della DISTRUZIONE e della DISSOLUZIONE. Ma non appena abbia inizio la sua attività organizzativa, non appena emergono il proprio fine, la sua anima, allora il socialismo si scrolla di dosso il rivestimento POLITICO.. (K. Marx: Glosse critiche in margine all'articolo: “Il re di Prussia e la riforma sociale. Di un prussiano”, in Vorwarts, n.63, 7/01/1844 e n.64, 10/08/1844- Opere Complete, III, pp. 218-9)
Teniamo presente questa nota perché ci aprirà uno squarcio nel discorso dello Stato proletario post rivoluzionario, ricollegandoci al Lenin di “Stato e rivoluzione”; il quale però non si appoggerà a tale considerazione di Marx, infarcita di troppi elementi “libertari”.
Quello che ora interessa è piuttosto sviluppare il conseguente collegamento tra rivoluzione, lotta politica e costruzione dello strumento partito per attuarla.
Nelle famose “Tesi su Feuerbach” (1844) le polemiche filosofiche hanno un evidente impatto politico-pratico. Sono cioè dirette a che cosa vuol dire “cambiare il mondo”, dunque all'attività inscindibile teorico-pratica.
La teoria è prassi rivoluzionaria. La pratica è pregna di significato teorico. Il partito allora è il livello superiore di combinazione e di sintesi fra teoria e prassi. Non per “superiorità naturale”, ma per necessità storicamente determinata di una classe rivoluzionaria, che seleziona nelle sue fila le soggettività attive, le quali non “attendono il momento”, ma iniziano a muoversi non appena s'impadroniscono delle coordinate necessarie all'azione politica e strategica, dentro la dinamica internazionale di classe che si determina.
Escludendo nel Marx de “L'ideologia tedesca”, dove egli ha già maturato la sua scelta comunista materialista, ogni afflato d'interiorità “spiritualista”, come si può altrimenti interpretare l'affermazione che: “Nell'attività rivoluzionaria il mutamento di se stessi coincide col mutamento delle circostanze”, se non come una decisa virata verso la costituzione di un partito indipendente del proletariato, fondato su basi scientifiche?
Chi sono i “se stessi”, se non i comunisti? E la “coincidenza” è qui intesa storicamente, nel senso che l'affermazione del partito comunista è legata ad un certo stadio di sviluppo del capitalismo e del proletariato. In caso contrario la dialettica marxista si ridurrebbe a banale meccanicismo.
“L'ideologia tedesca”, nota Michael Lowy (“Il giovane Marx” Massari Editore-200) é il primo testo di Marx in cui viene usata l'espressione “partito comunista”, nelle sue varie diramazioni sparse per l'Europa.
Dal 1846 Marx ed Engels, chiariti a sé stessi le loro idee, “si pongono al lavoro” (F. Engels: “Per la storia della Lega dei comunisti”- Opere Complete, XI, pp.639-40). Senza pensare affatto “...di sussurrare i nuovi risultati scientifici in grossi volumi esclusivamente al mondo dei “dotti”. (Ibidem)
Lo scopo? Un partito comunista teoricamente coerente, che superi la logica delle sette. Una sintesi tra le società segrete francesi ed il movimento di massa inglese.
 
NEL VIVO DELLA LOTTA DI CLASSE
 
Il primo tentativo è il “Comitato di corrispondenza comunista” (Bruxelles, febbraio 1846), nato per stabilire un contatto tra comunisti europei e recuperare la dispersione dei comunisti tedeschi (sopratutto intellettuali e artigiani). Il “Comitato” serve tra l'altro a riannodare i rapporti con “La Lega dei Giusti”, coi “sinistri” cartisti (G.J. Harney), con Ewerbech in Francia. Rottura col “comunismo artigianale” di Weitling e con Kriege, arroccati su una nuova forma di “utopismo neocristiano” e su un fideismo verso le “masse” che sconfina nel ritenere “comunista” il programma di distribuzione delle terre della “National Reform Association” americana.
C'è grande considerazione per il cartismo, mentre si attacca duramente il proudhonismo. La “Lega dei Giusti” è da par suo ancorata ad una visione da “società segreta”, seppur da Parigi interessi il contributo di Ewerbeck, che si era battuto contro Weitling, ma che doveva ora fronteggiare Proudhon (che rifiuta l'azione rivoluzionaria). Proudhon é uno dei primi esponenti dell'anarchismo, nella forma di un “mutualismo” basato sulla coniugazione tra “giustizia” (=appropriazione di tutto il prodotto del lavoro da parte del piccolo produttore indipendente ed associato) e “reciprocità”. Un rapporto sociale che farebbe a meno dello Stato e della “politica”, intesa come espressione dell'autorità e del centralismo.
Riporta Lowy (op.cit.):
“Uno dei compiti essenziali, per Marx ed il Comitato di Bruxelles, è proprio quello di aiutare il comunismo tedesco a superare questo stato informe di semplice corrente di idee...per diventare un'organizzazione strutturata e attiva.”
Come? Raggruppando le associazioni sparse per il paese, farle agire, e riunirle successivamente in un congresso nazionale. Non meno essenziale diventa anche la messa a punto di un rapporto regolare con le correnti socialiste di Francia ed Inghilterra, che siano espressioni reali del movimento operaio. Dà frutti sopratutto il versante rivoluzionario del cartismo, diretto da George Julian Harney e da Ernest Jones (1846-47). Anche se essi “esitano” nel proponimento di formare una vera e propria struttura organizzata, un partito. Dirà Harney:
“ Noi rifiutiamo l'idea dell'organizzazione di un partito qualsiasi a fianco di quelli già esistenti in Inghilterra. Non vogliamo far loro concorrenza, ma aiutare tutti coloro che si sono organizzati per la realizzazione della libertà popolare.” (T.A. Rothstein: Chartisme et Trade-Unionisme).
Essendo il cartismo di per sé già un “partito democratico operaio a base di massa”, non era in effetti facile scegliere a cuor leggero di scindersi da esso senza aver elaborato nulla di più “avanzato”. E per Marx stesso, in quella fase, la lotta democratica coincide con la lotta comunista.
Dal canto suo la “Lega dei Giusti”, trasferitasi a Londra, cerca di coniugare il comunismo francese col cartismo, e sostituisce il motto: “Tutti gli uomini sono fratelli”, col marxiano: “Proletari di tutti i paesi unitevi!”. Da tutti questi tentativi nasce (novembre 1847) la “Lega dei Comunisti”, il cui Statuto, elaborato in prima persona da Marx ed Engels, supera tutto il vago “umanismo” e “democraticismo” delle organizzazioni precedenti, dichiarando che:
la borghesia va abbattuta ed il proletariato deve stabilire il suo dominio, per una società senza classi;
l'organizzazione è proiettata verso l'internazionalismo, superando così il “germanismo” d'origine;
ogni aspetto cospirativo è eliminato, a favore della propaganda pubblica;
l'organo centrale di direzione è elettivo e risponde alla base, operando in modo trasparente, delegando al Congresso le decisioni politiche e disciplinari vincolanti per tutta l'organizzazione.
 Abbiamo così un primo “partito marxista” in nuce, nato come abbiamo visto da un parto travagliato, ma assolutamente necessario per poter costituire un passo in avanti concreto, ancorato alla nascita ed alla diffusione del comunismo scientifico, oltreché del movimento reale. Un movimento reale che esprimeva una composizione sociale d'avanguardia così suddivisa: tra i 65 membri della Lega (1847-1852- dati di M. Lowy, op. cit.), troviamo 33 intellettuali e membri di libere professioni, e 32 artigiani e operai.
Il partito nasce in un determinato ambiente sociale, ma non è vera l'equazione operaista che fa coincidere la condizione sociale operaia con l'acquisizione della coscienza comunista, nella lotta.
Non c'è coincidenza meccanica. Non c'è parallelismo che abbia una validità storica. C'è un “circuito virtuoso” tra classe e coscienza di classe, nella lotta, che di per sé dà forza e linfa vitale al comunismo. Lo spinge in avanti, ne accelera le dinamiche, ne mette a fuoco la prospettiva. Ma, rappresentando la lotta per il comunismo il futuro dell'umanità intera, l'adesione ad esso avviene per molti canali, attraverso forme multiple che possono attirare militanti di ogni condizione e provenienza. Ecco allora l'importanza di lavorare politicamente a più mani, senza trascurare nessun canale d'intervento, attivando un vero e proprio “lavoro di massa”, senza “chiudersi” in situazioni o settori d'intervento “particolari”, come se solo da lì fosse possibile attingere energie di classe.
Quello che nella Germania del 1842-'43, di fronte alla capitolazione della borghesia, porta alla crisi di ampi settori intellettuali liberali o neohegeliani, potrebbe prodursi oggi di fronte allo smantellamento del Welfare e di strati di lavoro ad esso collegato.
Questo abbozzo di “partito marxista” (in cui il proletariato di fabbrica vero e proprio ha scarso ruolo), preparerà l'esperienza della Associazione Internazionale dei Lavoratori, o prima Internazionale che dir si voglia. E lo farà mettendo fine per sempre al settarismo e. al filosofeggiare umanistico della piccola borghesia.
Il partito che Marx prepara è avanguardia, strumento, orientamento di classe: dove i tre termini non si elidono a vicenda, ma si integrano nella visione strategica del “Manifesto”.
Marx giunge a questa sintesi dopo aver studiato a fondo le “coalizioni operaie”, come coalizioni “naturali” della classe, che tendono ad assumere un ruolo PERMANENTE, in quanto pure contemporaneo alla lotta politica.
E qui il cartismo ritorna con prepotenza al centro dell'attenzione:
“Se il primo scopo della resistenza era solo il mantenimento dei salari...le coalizioni, dapprima isolate, si costituiscono in gruppi e, di fronte al capitale sempre unito, il mantenimento dell'associazione diviene per gli operai più necessario ancora di quello del salario...In questa lotta- vera guerra civile – si riuniscono e si sviluppano tutti gli elementi necessari ad una battaglia imminente. Una volta giunta a questo punto, l'associazione acquista un carattere politico.” (K. Marx: “Miseria della filosofia”- Opere Complete, VI, p. 223).
 
CLASSE "PER SE' "
 
Siamo alla formulazione della famosa “classe per sé”: che NON E' GIA', MA PREFIGURA IL PARTITO POLITICO.
Le prime esperienze di queste coalizioni si estrinsecheranno nelle Trade Unions, nei sindacati, che avranno il loro decorso storico. Ma che, se da un lato essi saranno terreno fertile d'intervento dei comunisti nelle lotte rivendicative, non risolveranno mai di per sé la questione della costituzione del partito. A meno di ritenere quest'ultimo cosa superflua o dannosa; come sosterrà ad esempio il sindacalismo rivoluzionario, ancorato nella “formula magica” dello sciopero generale insurrezionale.
Arriviamo così alla definizione lapidaria del “Manifesto”, secondo la quale “ ...ogni lotta di classe è lotta politica... organizzazione dei proletari in classe E QUINDI in partito politico.” (K. Marx-F. Engels: “Manifesto del partito comunista”- Opere Complete, VI, pp.494-5)
La classe dunque si esprime in quanto tale solo nel suo partito politico? Storicamente sì. La coalizione “economica”, anche la più radicale non svellerà mai i rapporti sociali borghesi, perché la classe dominante, male che le vada, troverà sempre risorse sufficienti per superare crisi anche profonde, e per riprendersi poi ciò che ha dovuto concedere nel momento di “pericolo”. Analizzate quanto volete il corso delle crisi del capitale e delle rivoluzioni proletarie: non troverete mai che la borghesia soccomba per “impossibilità economica” di sopravvivere.
Questa è una favola che certamente consola e tiene in piedi teorie anche le più bislacche, ma che non fa avanzare di un millimetro l'organizzazione politica di classe.
Eppoi: se la lotta di classe “è lotta politica”, la lotta “economica” non è lotta di classe?
Certo che lo è. Marx ed Engels intendono solo affermare, da comunisti, che non bisogna mai fermarsi agli aspetti “immediati” dello scontro tra operai e padroni, ma spingere oltre lo scontro, investendo il rapporto politico con tutte le classi e lo Stato; perché E' SOLO LI' che l'operaio assume su di sé la coscienza del superamento del capitalismo, del suo essere “classe generale”.
Ed ecco allora meglio disvelate altre due affermazioni molto famose del “Manifesto”, che sono state oggetto di interpretazioni infinite:
“ I comunisti non costituiscono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai...”
“ In pratica, dunque, i comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, quella che sempre sping. avanti; dal punto di vista della teoria, essi hanno il vantaggio sulla restante massa del proletariato pel fatto che conoscono le condizioni, l'andamento e i risultati generali del movimento proletario.”
Perché i comunisti non sono “un partito particolare”? Perché in quel momento sono parte di un più grande e variegato “partito operaio” rappresentato dalla sinistra cartista, dai comunisti tedeschi emigrati in America (la National Reform Association), da comunisti francesi, scandinavi, ungheresi, svizzeri, polacchi. E' una scelta “tattica”, per rendere più omogenee le correnti comuniste allora esistenti, che già si stavano mettendo sul terreno dell'associazionismo con un programma comune e sul terreno del lavoro di massa. E su questo i comunisti si distinguono per determinazione nella lotta e chiarezza di prospettive. Non perché gli altri “partiti operai” vadano in direzione diversa rispetto al perseguimento della conquista del potere politico della classe lavoratrice; bensì perché i comunisti “marxisti” si muovono ormai con sicurezza nel campo della scienza sociale e politica.
Il “Manifesto” racchiude in sé il poderoso lavoro di maturazione comunista-scientifica da parte di Marx e di Engels, mentre apre nel contempo una prospettiva rivoluzionaria materialistico-dialettica fino allora sconosciuta.
Infatti, poco oltre i passi su citati, si precisa meglio ciò che distingue i comunisti:
“ I comunisti... fanno valere quegli interessi comuni dell'intero proletariato che sono indipendenti dalla nazionalità; d'altro lato per il fatto che, nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l'interesse del movimento complessivo” (op. cit.)
Il non essere “particolari” vuol dire non essere settari, non inventarsi “società ideali” alle quali pretendere di vincolare il movimento reale della classe. Vuol dire ribadire l'universalità del proletariato, della quale il partito si fa interprete ed elemento catalizzatore nella lotta politica per l'abbattimento della borghesia.
Del 1850 è l'“Indirizzo del Comitato centrale alla Lega”, in cui è espresso il concetto della “rivoluzione in permanenza”; e cioè il passaggio dalla rivoluzione democratica a quella socialista. I comunisti non devono più stare “a fianco” della borghesia democratica, ma mettersi risolutamente alla testa della rivoluzione borghese per SPINGERLA oltre. Vedete come il partito si configura man mano che vanno meglio delineandosi, nella dinamica delle lotte di classe, i contorni di una strategia.
Ne l' “Indirizzo” viene ribadito l'obbiettivo della “presa del potere da parte del proletariato” come processo di “autoemancipazione operaia”, diretto dal partito:
“...gli operai e sopratutto la Lega devono adoperarsi per costituire... un'organizzazione indipendente, segreta e pubblica, del partito operaio, e per fare di ogni comunità della Lega il punto centrale e il nocciolo di associazioni operaie, nelle quali gli interessi e le posizioni del proletariato siano discussi indipendentemente da influenze borghesi.” (K. Marx: “Indirizzo del Comitato centrale alla Lega del marzo 1850”- Opere Complete, X, p.287)
E continua: istituire “propri governi rivoluzionari operai”, per “sorvegliare e minacciare” i democratico-borghesi; formazione immediata di una “guardia operaia armata e organizzata” agli ordini degli organismi di potere proletari.
La rivoluzione tedesca del 1848-'50, poi sconfitta, preluderà nella maturazione di una precisa teoria comunista da applicare nelle rivoluzioni: quelle che, partendo dalla Comune di Parigi, si proietteranno lungo il XX° secolo.
Il prevalere della controrivoluzione lungo tutto il ventennio che va dal 1850 al 1870 mette Marx nelle condizioni di approfondire ciò che sta accadendo e di costruire l'edificio (mai completato) de “Il Capitale”.
Non per questo egli rinuncia alla lotta politica, anzi. Per certi aspetti ne è incentivato, perché egli non vede mai una derivazione meccanica tra ciclo e partito. Opere come “ Il 18 Brumaio” o “Le lotte di classe in Francia”, sono capisaldi di come la politica comunista, afferrato saldamente l'anello della strategia e del collegamento con la lotta delle classi, in tutte le sue sfaccettature, anche ideologiche, può e debba trovare comunque gli spazi per penetrare tra gli operai.
 
CONTRO IL "SOCIALISMO DI STATO"
 
Significativa, a questo proposito, è la polemica che Marx conduce contro Lassalle, sostenitore del “socialismo dall'alto”, o per essere più schietti, del “socialismo di Stato”. Siamo tra il 1862 ed il 1864. Lassalle, chiamato a dirigere l'Associazione generale degli operai tedeschi, sostiene la “creazione di cooperative di produzione con l'aiuto dello Stato”, come preludio all'avvento del socialismo. A tal fine, instaura trattative col cancelliere Bismarck per scambiare voti con l'intervento legislativo sociale dello Stato prussiano. E l'Associazione si adegua: diventa “cosa propria” di Lassalle, ultracentralizzata e dispotica. Il “socialismo di Stato” chiama il “Partito-Stato”!
Marx attacca a più riprese la “monarchia socialista” di Lassalle, ribadendo che lo scopo del partito comunista è l'autoemancipazione dei lavoratori (“...la classe operaia o é rivoluzionaria o é niente.” Lettera di Marx a Schweitzer, 13/02/1865). Concetto, questo, ripreso e meglio elaborato nella “Critica al Programma di Gotha” (1875), dove Marx scrive:
“Invece che da un processo di trasformazione rivoluzionaria della società, “l'organizzazione socialista del lavoro complessivo”, “nasce” dall'aiuto statale a cooperative di produzione che lo Stato, non l'operaio, “chiama in vita”.
E' degno della fantasia di Lassalle che si possa costruire con l'ausilio dello Stato una nuova società, come si costruisce una nuova ferrovia!”
Intanto, nel 1864, si era costituita l'Associazione Internazionale dei Lavoratori. Marx, ribadendo nel “ Preambolo” agli “Statuti” lo scopo del partito mondiale (“autoemancipazione operaia ad opera degli stessi operai”), vuol dare il colpo decisivo a quelle che ritiene le nuove “sette reazionarie”: i proudhoniani mutualisti francesi, i lassalliani tedeschi, l'Alleanza della democrazia socialista di Bakunin. Esse sono ben dentro l'AIL, e non vanno affatto identificate con delle “minoranze”. Il settarismo può avere largo seguito. Può essere pure un fenomeno che muove larghi strati di adepti. Settario è l'approccio verso la classe. E' il contenuto politico delle proposte che si avanzano verso di essa. La mentalità settaria:
“...trova la propria ragione di essere in un'epoca in cui il proletariato non è ancora abbastanza sviluppato per agire come classe” (N.B.: oggi potremmo dire:” ...è stato troppo ricacciato indietro per agire come classe”). Dei pensatori singoli fanno la critica degli antagonismi sociali e ne propongono delle soluzioni FANTASIOSE che la massa degli operai non può che accettare (N.B.: oggi neppure questo...), diffondere e mettere in pratica. Per la loro stessa natura, le sette formate da questi iniziatori sono astensioniste, estranee a qualunque azione reale, alla politica, agli scioperi, alle coalizioni, in una parola a qualunque movimento collettivo...di fronte alle organizzazioni fantasiose e antagoniste delle sette, l'Internazionale è l'organizzazione reale e militante delle classi proletarie di tutti i paesi, legate le une alle altre dalla lotta comune contro i capitalisti, i proprietari terrieri e il loro potere organizzato nello Stato.” (K. Marx: “Le pretese scissioni nell'Internazionale”- 1872, Opere Complete, XLIV, pp.441-2)
Il coronamento politico-pratico di tutta questa elaborazione e impegno da parte di Marx ed Engels sarà la Comune di Parigi (marzo-maggio 1871), dove “sono gli operai a dirigere”! (K. Marx: “La guerra civile in Francia”). Essa è la prova vivente che, tra l'altro, non basta “conquistare”, ma bisogna SPEZZARE la “macchina militare e burocratica dello Stato” (lettera di Marx a Kugelmann 12/04/1871).
Acquisizione di partito, acquisizione dell'AIL, che però scatenerà forti polemiche tra marxisti e libertari, fino alla espulsione di quest'ultimi ed alla fine virtuale dell'AIL stessa. Le altre correnti si erano nel frattempo dissolte per conto proprio, pur lasciando in eredità “semi” di quel settarismo... convertitosi successivamente in opportunismo.
 
IL PRIMO PARTITO MONDIALE
 
L'AIL nasce il 28 settembre del 1864 a Londra, raccogliendo tutte le correnti del movimento operaio e della sinistra europea, fino a Mazzini. Politicamente per Marx è un passo indietro rispetto alla “Lega dei comunisti”; ma l'occasione di riunire in un'unica Associazione tutte le correnti operaie è troppo importante, se non altro come tribuna e come tentativo di allargare il movimento reale alle concezioni del comunismo scientifico.
“ Le discussioni sui progetti degli Statuti, alcune lettere e lo stesso “Indirizzo inaugurale” mostrano che Marx, accettando di partecipare al meetin. (della fondazione) e di collaborare alla stesura degli Statuti, rispondeva all'esigenza di unire i movimenti operai “sparsi” nei vari paesi, ma proponeva prima di tutto la necessità che i gruppi unificassero l'analisi della società capitalistica e indicava alla classe operaia una strategia globale, pur non imponendo ai singoli moviment. un tipo particolare di organizzazione interna.” (Angiolina Arru: “Classe e partito nella prima internazionale”- De Donato, 1972)
Si tratta di favorire, attraverso la lotta comune e le discussioni ai Congressi “...la lenta costruzione di una teoria COMUNE al movimento operaio” (op. cit.). I “pochi principi generali” di cui parla lo stesso Marx nel “Rapport du Conseil Central” del 1864.
Al cooperativismo francese ed al sindacalismo inglese vengono riconosciuti due meriti: il primo nel dimostrare, con le cooperative, che il capitalismo PUO' essere superato (N.B.: nulla a che vedere con le cooperative di oggi!!!); il secondo nel preparare il proletariato, con la guerriglia continua contro il capitale, alla partecipazione al movimento politico emancipatore. Da qui in poi però, tali correnti non sono in grado di esprimere nulla che vada in avanti.
Dal 1866 infatti, quando l'AIL si metterà alla testa di lotte proletarie concrete (come quella dei bronzieri parigini), lo scontro con proudhoniani e lassalliani sull'importanza degli scioperi si farà palese. Il passo successivo, che investirà l'anarchismo, sarà la polemica sulla lotta sociale che “non deve diventare lotta politica”.
Nel luglio del 1871, appena dopo la fine sanguinosa della Comune di Parigi, si tiene a Londra una “Conferenza organizzativa” dell'AIL, che diventa nei fatti occasione di un serrato confronto politico con le correnti anarchiche.
Il proudhoniano Delahaye, comunardo, membro del Consiglio Generale ed il libertario spagnolo Lorenzo, del Consiglio Federale, presentano un progetto che dice:
“Sarà formata per ciascun corpo di mestieri una federazione internazionale di tutti i gruppi isolati e federati geograficamente. Scopo di questa federazione: 1) decentralizzazione amministrativa, creazione della vera comune dell'avvenire; 2) unità d'azione per assicurare il successo degli scioperi; 3) come mezzo di propaganda formazione di sezioni dell'Associazione Internazionale.” (A. Arru, op. cit.)
Secondo questa versione, l'AIL è considerata principalmente come strumento della lotta economica, mentre la politica è “propaganda”, affidata alle sezioni “ideologiche”. L'organizzazione operaia viene divisa “qualitativamente”, puntando sull'arma degli scioperi come soluzione alla emancipazione sociale dei lavoratori.
Replica Marx che l'internazionalismo, se rimane confinato sul solo piano della “resistenza”, peggio ancora se di “mestiere”, è impossibile.
E la lotta si sposta sul terreno della “politica”; dove gli anarchici interpretano questa come parlamentarismo.
Mentre per Marx essa consiste nell'intervento per rovesciare il dominio della borghesia. Intervento multiforme, continuo, che non si affida a nessun gesto “eclatante”, che raccoglie le forze per colpire a fondo la borghesia nel momento e nel modo più opportuno, attraverso l'organizzazione politica del proletariato. Per una classe rivoluzionaria non può esserci lotta “economica” che neghi quella politica. E non c'è lotta politica che si rifiuti di usare “tutti i mezzi che essa ha a disposizione”. Conquista del potere politico; emancipazione sociale inseparabile da quella politica. partito politico operaio distinto, opposto a tutti gli altri, come condizione indispensabile per l'abolizione delle classi … Marx richiama i principii contenuti negli Statuti e formulati nei precedenti congressi.
 
SEPARAZIONE DALL' ANARCHISMO
 
Bakunin aveva fondato nell'ottobre del 1868, a Ginevra, “L'Alleanza della Democrazia Socialista”, dove essa si assume il compito “dello studio e dell'elaborazione teorica”.
Già col congresso di Chaux-de-Fonds (aprile 1870) la divisione tra “autoritari” e “libertari” si era formalizzata. investendo la concezione dell'organizzazione del movimento operaio.
All'organizzazione per mestieri guidata politicamente da “sette segrete di fedeli”, che si “astiene” dalla lotta politica alla luce del sole, che vuole abolire di colpo ogni Stato, in quanto “borghese” per definizione, concezione propria di Bakunin e dei suoi seguaci, i marxisti contrappongono la lotta aperta del proletariato sul terreno politico, per uno Stato rivoluzionario “transitorio” in grado di spezzare la resistenza della borghesia e preparare l'avvento del socialismo. Fiumi d'inchiostro sono stati versati su queste cose, ed ancora lo saranno.
Ci basti riportare l'episodio dell'insurrezione di Lione, avvenuta dopo la sconfitta francese di Sedan (settembre '71).
Questo il resoconto di Marx ed Engels per le sezioni dell'AIL (ripreso da A. Arru, op. cit.):
“Sopraggiunse l'insurrezione di Lione. Bakinin accorse e, appoggiandosi ad Albert Richard, Gaspard Blanc e Bastelica, si installò, il 28 settembre, nel municipio, dove si ASTENNE dal sorvegliare gli accessi, come da un atto politico. Ne fu cacciato pietosamente da poche guardie nazionali nello stesso momento in cui, dopo un parto laborioso, il suo decreto sull'abolizione dello Stato vedeva finalmente la luce.”
La “transizione” dello Stato-Comune è così spiegata da Marx:
“ Tale è la Comune, FORMA POLITICA DELL' EMANCIPAZIONE SOCIALE, della liberazione del lavoro... Così come l'apparato dello Stato e il parlamentarismo NON COSTITUISCONO la vera vita delle classi dominanti, ma non sono altro che gli organismi generali della loro dominazione, le garanzie politiche, le forme e le espressioni del vecchio ordine di cose; alla stessa maniera la Comune non è il movimento sociale della classe operaia, e, di conseguenza, il movimento rigeneratore di tutta l'umanità, ma solamente IL MEZZO ORGANICO della sua azione. La Comune non sopprime le lotte di classe, attraverso le quali la classe operaia si sforza di abolir. tutte le classi, e, per conseguenza, ogni dominazione di classe, ma essa crea l'ambiente razionale nel quale questa lotta di classe può passare attraverso le sue differenti fasi nella maniera più razionale e umana.” (K. Marx: “La guerra civile in Francia”)
In poche righe sono espressi due importanti postulati marxisti sulla lotta politica e sulla concezione dello “Stato di transizione”. Inoltre, si entra meglio nel merito di cosa veramente Marx intenda quando usa l'espressione (tirata un po' da tutte le parti) secondo cui: “l'emancipazione della classe operaia deve essere opera della classe operaia stessa.. Scissa dal momento politico, partitico e statuale tale formulazione può essere usata, come in effetti poi lo è, da movimentismi e spontaneismi di ogni tipo...
“La suppression de l'Etat- dirà Marx a Bebel- tu puoi tradurre “abolition ou suppression de l'Etat de classe”. (lettere a A. Bebel, W. Liebknecht, K. Kautsky, 1870-'76)
Prendendosela più direttamente con il Comitato Federale del Giura, Marx espone ancora più dettagliatamente la sua concezione della lotta politica e partitica:
“Per fare della classe operaia la vera rappresentante degli interessi nuovi dell'umanità bisogna che la sua organizzazione sia guidata dalla idea destinata a trionfare. Far emergere quest'idea dai bisogni della nostra epoca... far penetrare quest'idea in seno alle nostre organizzazioni operaie...bisogna formare in seno alle nostre popolazioni operaie una vera scuola socialista rivoluzionaria...”. Contrariamente agli anarchici che, col loro spirito settario, permettono “ ...a una minoranza, contrapposta alla massa operaia, di trasformarsi in GERARCHIA DELLA SCIENZA OCCULTA. Così che non facendo partecipare la classe operaia alla elaborazione, ma convertendo le sezioni in scuole, essi presero la classe come materia bruta, come caos, ecc.” (K. Marx-F. Engels: “Critica dell'anarchismo”- Einaudi, 1972)
Centralismo sì-Centralismo no: è un falso problema che Bakunin & C buttano in mezzo all'AIL per rifiutare la lotta politica e rinchiudersi in uno sterile astensionismo settario e inconcludente, che attende “l'evento” come gli utopisti attendevano “il principe illuminato”. Il sistema di direzione centralistico è invece, molto più semplicemente, uno strumento organizzativo di partito, e come tale va considerato, né più né meno. L'importante é che esso non sia mai scisso dall'attività complessiva del partito e dalla responsabilità individuale del militante, dentro un rapporto dialettico con gli organismi dirigenti.
Non a caso, riesplode nell'AIL la polemica con le correnti blanquiste, le quali annunciano a loro volta, dopo l'esclusione degli anarchici, l'uscita dall' Internazionale. Le motivazioni sono l'identificazione che i blanquisti fanno dell'AIL con un Consiglio Generale, inteso come “un'organizzazione insurrezionale permanente del proletariato...formata dagli elementi più energici … INIZIATRICE di ogni movimento economico. Politico ...” (A. Arru, op. cit.)
“Il partito - commenta la stessa Arru - è dunque visto qui non come momento di unificazione della lotta economica con quella politica, ma come organizzazione “tecnica” che permette la realizzazione d. un'iniziativa insurrezionale decisa da un comitato.” (op. cit.)
 
Questi dissensi, resisi più acuti dalla necessità assoluta di dare un indirizzo univoco ed internazionale ad un movimento operaio in espansione, portano alla fine dell'AIL, dopo il suo spostamento negli USA (1876).
La prima grande esperienza di organizzazione politica rivoluzionaria del movimento operaio moderno viene così a concludersi. Il percorso è stato lungo e tortuoso, con alti e bassi, e la sua fine sembra non lasciare nulla che abbia una certa prospettiva.
Ma il lavoro CONCRETO di chiarificazione teorica e politica è stato enorme. Il socialismo utopistico è lasciato, in tutte le sue sfaccettature, alla critica della storia. Il mutualismo ed il tradeunionismo non possono essere più confusi col comunismo rivoluzionario. La distinzione e la separazione con le correnti libertarie è netta. Dal punto di vista pratico, però, "sfondando" solo in Germania, il marxismo sarà non di meno sottoposto a nuove ed impegnative prove.







G.G.

Pubblicato su: 2012-10-02 (1430 letture)

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