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N31 Pagine Marxiste - Settembre 2012
Il capitale non ha nazione. Il proletariato ancor meno



La vicenda FIAT riflette in nuce la situazione italiana e mondiale. Alla General Motors si soleva affermare che ciò che è bene per GM è bene per gli USA; tradotto in italiano, gli Agnelli dicevano che ciò che è bene per FIAT è bene per l’Italia.1 Marchionne dice: non più. L’economia è globalizzata, ma sviluppo e crisi si distribuiscono in modo ineguale tra le varie aree. Il capitale si ridistribuisce verso le aree in espansione, mentre si riduce il peso dei vecchi mercati. I destini delle multinazionali, grandi ma anche medie si divaricano da quelli dei paesi in cui sono cresciute. La FIAT reagisce alla crisi europea partecipando al boom dell’auto negli USA e in Sudamerica. Il mercato cinese dell’auto ha superato quello americano, e Volkswagen vende più auto (e realizza profitti molto più alti) in Cina che in Germania.
L’Italia rimane nell’occhio del ciclone della crisi in un’Europa stagnante, mentre il resto del mondo rallenta, ma con velocità ancora sostenuta. Il barometro dell’Italia segna crisi e tempesta, mentre altrove si preoccupano che il sole dell’espansione non tramonti troppo presto.
 
Tabella 1
Incrementi del PIL per decennio e dopo la crisi
1980-90
1990-00
2000-10
2007-11
2011-12, Q2
Mondo
38,7
36,9
42,8
11,7
 
Economie avanzate
38,1
32,0
17,4
1,1
 
Area Euro
nd
21,2
12,1
-0,7
 
Unione Europea
25,7
24,6
16,3
-0,2
 
Ec. emergenti e in sviluppo
39,9
46,4
83,7
24,5
 
Europa Orientale
23,4
24,6
45,3
9,4
 
Asia in sviluppo
91,1
103,4
125,9
36,5
 
America Latina e Caraibi
16,2
38,3
39,0
13,8
 
Medio Oriente e Nordafrica
25,4
45,4
62,7
16,7
 
Africa Sub-Sahariana
26,7
25,7
74,6
20,2
 
Canada
32,0
33,3
20,4
3,5
2,5
USA
37,6
39,7
16,7
0,8
2,3
Francia
27,1
21,2
11,7
0,2
0,3
Germania
25,5
20,7
9,5
2,1
1,0
Italia
26,8
17,1
3,8
-4,5
-2,6
Regno Unito
30,7
29,8
18,1
-2,8
-0,5
Giappone
57,3
11,9
7,7
-3,1
3,2
Russia (1992-)
 
-17,3
59,9
5,6
4,0
Bangladesh
43,8
61,3
77,3
26,6
 
Cina
143,1
169,8
170,9
44,5
7,6
India
72,1
71,9
105,4
34,3
5,5
Indonesia
70,2
47,4
66,5
25,4
6,4
Pakistan
82,1
54,2
59,5
12,1
4,2
Tailandia
113,8
54,0
52,8
8,0
4,2
Vietnam
77,0
107,4
101,6
26,6
5,9
Iran
41,9
44,1
68,2
12,9
 
Brasile
16,6
27,9
42,6
15,8
0,5
Messico
20,3
41,7
17,2
4,1
4,1
Egitto
65,9
53,2
61,8
20,0
5,2
Angola
20,0
13,4
192,0
24,6
 
Rep. Dem. Congo
7,0
-43,8
61,4
24,9
 
Etiopia
20,9
32,9
121,6
42,1
 
Nigeria
26,7
20,3
134,4
31,2
 
Sudafrica
16,2
19,8
41,2
8,3
 
Fonte: Elaborazione su dati FMI.
Per il Q2 (secondo trimestre) 2012, incremento su Q2 2011, dati Economist

La tabella 1, che riprende i dati degli ultimi 3 decenni, fornisce un quadro di questa situazione.
Solo l’Europa non ha ancora recuperato le perdite della crisi (vedi periodo 2007-2011 e secondo trimestre 2011-2012), e nel 2012 è tornata in recessione, trascinata dal Sud, con l’Italia nella posizione peggiore tra i maggiori paesi, con una perdita di altri 2 punti e mezzo di PIL nel 2012. Gli USA hanno di poco superato i livelli pre-crisi, con una debole espansione, mentre le economie emergenti e in sviluppo già nel 2011 erano cresciute del 24,5%, ossia a un ritmo medio del 6% annuo, rispetto a prima della crisi. Praticamente la crisi non l’hanno vista, anche se risentono della caduta delle importazioni europee. Al loro interno, l’Asia è cresciuta a un ritmo superiore (36,5%), seguita da Africa, Medio Oriente, America Latina.
Nelle vecchie metropoli gli Stati, impossibilitati ad usare la spesa pubblica perché già troppo indebitati, ricorrono alle banche centrali per far ripartire le attività economiche. La Fed ha lanciato tre campagne di “quantative easing”, con massicci acquisti di titoli pubblici (attualmente 45 miliardi di dollari (M$) al mese), cui si sono aggiunti da settembre 2012 40 M$ al mese di acquisti di titoli garantiti da ipoteca. Le iniezioni di ricostituente dureranno finché l’occupazione non si sia stabilmente ripresa. Al tempo stesso i tassi a breve sono fissati vicino allo zero. La BCE a sua volta ha offerto alle banche europee oltre mille miliardi di euro (più di metà del PIL italiano) all’1%, ha acquistato oltre 200 miliardi di titoli di Stato italiani e spagnoli per sorreggerne il corso e ridurne la differenza coi Bund tedeschi, e ora è pronta ad acquistare quantità illimitate di titoli di Stato dell’area euro con scadenza fino a tre anni per sostenere gli Stati che ne faranno richiesta sottoponendosi alle condizioni del fondo salvastati, ossia della Commissione UE. Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone potrebbero adottare simili misure espansive.
Si tratta di droghe monetarie che nella prima fase della crisi hanno evitato il tracollo di banche, assicurazioni e altri istituti finanziari, e ora dovrebbero stimolare la riattivazione del circuito economico a partire dal credito. Ma come per tutti gli apprendisti stregoni, anche questa finanza creativa delle banche centrali rischia di suscitare dinamiche non volute che poi sarà difficile domare.
La domanda di consumi nelle metropoli è schiacciata dal calo degli occupati. Negli USA nel 2008 e 2009 i lavoratori dipendenti sono diminuiti di 8,6 milioni di unità; nei tre anni di debole ripresa fino ad agosto 2012 sono aumentati di meno di 4 milioni, con un saldo complessivo ancora negativo per 4,7 milioni; in Europa nel 2011 c’erano 4,7 milioni di occupati in meno rispetto al 2008. Secondo Confcommercio nei primi 6 mesi 2012 in Italia gli acquisti di “beni e servizi per la mobilità” (auto, benzina, trasporti pubblici) sono diminuiti del 15% circa come quantità e del 4,7% come valore (la differenza è dovuta al forte aumento di prezzo dei carburanti), nel secondo trimestre i consumi di abbigliamento sono diminuiti del 7,2%, quelli di beni alimentari del 4,5%…
Con consumi stagnanti o in calo anche gli investimenti sono rinviati, quindi dei fiumi di denaro versati dalle banche centrali nelle tasche dei possessori di titoli, banche comprese, ben poco va a finanziare investimenti interni, mentre una parte si dirige verso le Borse, che infatti vedono un nuovo boom che negli USA ha recuperato tutte le perdite della crisi, e verso i mercati emergenti, che offrono rendimenti più elevati.
Questi flussi di dollari ed euro che chiedono di essere cambiati in renminbi cinesi, in real brasiliani, in pesos messicani, zloty polacchi ecc. fanno rivalutare queste monete minacciando la competitività delle esportazioni di questi paesi, che possono rispondere riducendo a loro volta i tassi e avviando una guerra di svalutazioni competitive. E possono al contempo alimentare nuove bolle speculative, come già fece la politica di bassi tassi di Greenspan, che dopo aver favorito a formazione delle bolle dei paesi emergenti, esplose con la crisi asiatica del 1998, alimentò le bolle della Borsa e dei mutui subprime, che innescarono la crisi del 2008.
Il tentativo di dare una spinta alle economie delle vecchie metropoli potrebbe generare controspinte di portata imprevedibile.
Lo sviluppo ineguale del capitalismo sta inoltre producendo mutamenti nei rapporti di forze tra le potenze con una velocità senza precedenti. Le ricadute politiche non tarderanno a venire.
 
Tabella 2 - Quote % del PIL mondiale calcolate a parità di potere d'acquisto
 
1980
1990
2000
2010
USA
24,6
24,7
23,5
19,5
UE
31,3
28,5
24,9
20,4
Giappone
8,8
10,1
7,7
5,9
Cina
2,2
3,9
7,1
13,6
India
2,5
3,2
3,7
5,5
Economie avanzate
69,0
69,2
62,8
52,1
Ec. emergenti e in sviluppo
31,0
30,8
37,2
47,9
Europa Orientale
nd
nd
3,3
3,4
Asia in sviluppo
7,9
11,0
15,2
24,1
America Latina e Caraibi
11,4
9,5
8,9
8,6
Medio Oriente e Nordafrica
5,1
4,4
4,3
5,1
Africa Sub-Sahariana
2,6
2,4
2,0
2,4
Fonte: elaboraz. su dati FMI

Dalla tabella 2 si può notare la rapida ascesa nell’ultimo ventennio, ma soprattutto nell’ultimo decennio, dei paesi “emergenti e in sviluppo”, che secondo le stime FMI nel 2012 sono arrivati al 49,9% del prodotto mondiale a parità di potere d’acquisto (ppa) e quindi nel 2013 supereranno le “economie avanzate”. Spicca la crescita dell’Asia emergente, e in particolare della Cina a scapito dell’Europa, che ha perso ben 10 punti nel periodo, degli Stati Uniti (meno 5 punti, quasi tutti nell’ultimo decennio), e del Giappone2. Nel 1980 l’economia cinese era un quarto di quella giapponese a ppa; nel 2000 era quasi pari, nel 2010 era più del doppio, e l’ha superata anche ai cambi correnti. Certo dentro quei dati assoluti ci sono qualità e quantità pro-capite ben differenti; il prodotto e reddito pro capite cinese è ancora circa un quinto di quello giapponese. Ma è il fatto di avere una capacità produttiva doppia di che permette oggi alla Cina di fare la voce grossa contro il Giappone nel contenzioso sulle isole Senkaku/Diaoyu, mettendo alla prova il rapporto USA-Giappone e alimentando il nazionalismo interno.
I rapporti di forza in rapido mutamento porteranno nuove tensioni politiche e possibili scontri militari, aumentando la mobilità degli schieramenti.
E non è un caso che la Cina abbia favorito le auto tedesche ed americane rispetto a quelle giapponesi (nel 2011 Volkswagen e General Motors (con la partecipata Wuling) hanno avuto entrambe una quota del 31-32% del mercato cinese con circa 5,7-5,8 milioni di veicoli, più di quanti ne abbiano venduti in Germania e negli Stati Uniti (nel 2011 in Cina sono stati venduti 18,3 milioni di autoveicoli, contro i 12,8 milioni degli USA, anche se come valore il mercato USA è ancora il più grande). FIAT ha sostanzialmente perso il treno dell'Asia.
L’esempio dell’auto mostra quanto affermavamo all’inizio: il destino dei grandi gruppi internazionalizzati si scinde da quello delle economie in cui si sono formati. La crisi europea, la stentata ripresa americana non significano che i gruppi economici con base in queste aree in declino ne subiscano le sorti. L’espansione nei mercati emergenti permette al capitale di accumularsi e realizzare elevati profitti anche quando il paese in cui ha “sede” ristagna.
Le prospettive degli operai FIAT sono di cassa integrazione e licenziamenti anche se FIAT Chrysler realizza buoni profitti negli USA e in Sudamerica. Il capitale travalica i confini nazionali e usa gli Stati per i propri interessi (mentre scriviamo Marchionne sta per chiedere a Monti e Passera incentivi per l'auto, come quelli concessi dal Brasile). I lavoratori devono scindere i propri interessi di classe da quelli aziendali e nazionali, collegarsi internazionalmente con i loro compagni degli altri paesi, per impedire al capitale di peggiorare le loro condizioni mettendoli in concorrenza al ribasso tra loro.
 




1.  Questo è il punto di vista borghese, della classe oggi dominante. Il punto di vista proletario scinde l’interesse dei lavoratori da quello della classe che li sfrutta. Per anni la FIAT è andata bene, ma gli operai FIAT hanno continuato a passarsela male. Per anni l’Italia è “andata bene”, sulle spalle dei lavoratori. I lavoratori non hanno interessi nazionali o aziendali da difendere.


2.  Le metropoli conservano un peso maggiore se il PIL è calcolato ai cambi correnti (65,7% del Prodotto Mondiale Lordo nel 2010), ma con la rivalutazione delle monete dei paesi emergenti, nell’ultimo decennio questi hanno avuto una ascesa più veloce secondo questo indicatore, dal 20,3% nel 2000 al 34,2% nel 2010 (37,7% stimato per il 2012)




R.L.

Pubblicato su: 2012-10-02 (1043 letture)

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