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N31 Pagine Marxiste - Settembre 2012
Lavoro o non lavoro, un salario per vivere
editoriale



L’Italia resta nell’occhio del ciclone della crisi, che insiste sull’Europa, mentre nel resto del mondo si discute della velocità dell’espansione. Le grandi e medie imprese delle metropoli escono dai confini e si avvantaggiano, i lavoratori subiscono la concorrenza e vedono peggiorare le proprie condizioni.
Il vecchio continente arranca e rischia la lacerazione, tra un’area nordica agganciata alla ripresa mondiale con l’esportazione di macchine ed alte tecnologie, e un’area meridionale che risente maggiormente della concorrenza dei paesi emergenti e rischia di finire schiacciata sotto il carro dell’euro, sul quale aveva tentato di fare un viaggio gratis.
L’unione monetaria nei primi anni aveva permesso alle imprese e allo Stato italiani di ottenere denaro allo stesso costo dei tedeschi, ma proprio questo ha permesso di accumulare squilibri che sono esplosi al vento della crisi finanziaria. I capitali internazionali che vagano alla ricerca del miglior rendimento col minor rischio hanno valutato il rischio Italia fino a 6 punti più di quello tedesco, e ciò si traduce in costo del denaro più alto per le imprese italiane e per lo Stato (lo “spread” tra i rendimenti dei titoli pubblici italiani, spagnoli ecc. e quelli tedeschi).
I pesanti sacrifici imposti ai lavoratori, compreso il taglio alle pensioni e gli aumenti delle tasse non sono bastati a placare i “mercati”, che negli squilibri dell’euro hanno annusato la possibilità di grossi guadagni speculativi. Per oltre un anno è continuato il braccio di ferro tra Stati europei sui “rimedi”. La Germania ha detto nein agli eurobond con cui gli italiani, spagnoli ecc. chiedevano di finanziarsi con la garanzia tedesca. I tedeschi non avevano fretta perché la crisi del Sud Europa garantiva loro un bassissimo costo del denaro.
Il compromesso raggiunto si basa su due punti principali: la BCE potrà acquistare senza limiti titoli pubblici (con scadenze fino a tre anni) dei paesi in difficoltà, se si sottoporranno alla disciplina del “fondo salva-stati” ESM, ossia della UE; l’ESM potrà ricapitalizzare le banche in difficoltà quando la vigilanza sulle banche europee passerà da organismi nazionali alla BCE (2013-14). La Corte Costituzionale tedesca ha posto il limite di 190 miliardi di euro al contributo tedesco al fondo salvastati.
Non sappiamo se le misure concordate basteranno a dissuadere la speculazione internazionale dal puntare sulla disintegrazione dell'area euro e ad evitare il dissesto di alcune grandi banche europee.
Di certo i 209 miliardi già spesi dalla BCE per acquisti di titoli pubblici italiani e spagnoli, e gli oltre 1000 miliardi di finanziamenti al tasso agevolato dell’1% alle banche non sono risorse che piovono dal cielo e saranno pagati, in ultima analisi, dai lavoratori europei, con l'inflazione o con le tasse. Intanto nel mese d'agosto è passato in sordina il salvataggio da 3,4 miliardi del Monte dei Paschi: non ci sono risorse per pensioni, disoccupati, scuola, sanità, ma ci sono per le banche...
 
Oltre un anno di braccio di ferro tra Stati europei ha mostrato che essi sanno che solo con una più stretta integrazione anche politica possono consolidare e rendere irreversibile l'unione monetaria, ma ha anche mostrato le forti resistenze alla centralizzazione e il prevalere in ciascuno del calcolo dell'interesse nazionale. ESM e sorveglianza BCE sulle banche è tutto quanto sono stati capaci di mettere insieme sotto la pressione della crisi. Tasse, spesa, difesa restano di stretta competenza nazionale, come gran parte della politica estera.
D'altra parte l'unione statale federale non garantisce dai mali insiti nel sistema capitalistico. USA docet. La sorveglianza federale sulle banche non ha evitato i dissesti bancari, il ruolo della Fed come prestatore di ultima istanza ha impedito l'avvitamento verso il basso, ma non garantisce il rilancio dell'economia USA.
Negli Stati Uniti la Fed sta immettendo ogni mese 85 miliardi di dollari sul mercato, con acquisti di titoli del Tesoro e titoli garantiti da ipoteca, nel tentativo di rinvigorire una ripresa anemica, con alta disoccupazione. Denaro che va in tasca ai detentori di questi titoli, alimentando un nuovo boom delle Borse e forse preparando una nuova bolla immobiliare, ma non è detto che riesca a rilanciare l’occupazione.
 
In Italia lo spread ossia l’alto costo del denaro si è aggiunto alle debolezze strutturali italiane – soprattutto la piccolissima dimensione delle aziende, con una produttività stagnante – avviando un forte ridimensionamento dell’industria. Nel secondo trimestre 2012 la produzione industriale è stata inferiore del 22,5% al massimo pre-crisi, quella dell’edilizia è diminuita di un terzo. Diminuiscono gli occupati a tempo pieno e indeterminato, aumentano quelli part-time e a termine, aumentano i lavoratori anziani a causa dell’aumento dell’età pensionabile, e questo aggrava la disoccupazione dei giovani, arrivata al 35%.
I consumi calano come mai nel dopoguerra: si tiene l’auto vecchia, si viaggia meno, si risparmia sull’abbigliamento, il ristorante, anche il cibo. Per chi già arrancava, è un ulteriore giro di vite. La cosiddetta "Famiglia Welfare" italiana, oggetto dei dibattiti sociologici sui "figli bamboccioni", non potrà comunque fare miracoli...
 
Il processo contraddittorio e al contempo centralizzato dell'unificazione europea ha da anni delle pesanti ricadute sulle condizioni del proletariato europeo e italiano.
Agiscono fattori non solamente “ciclici” dell'economia capitalistica, ma pure fenomeni di centralizzazione politica che penetrano senza freni nella quotidianità della nostra classe.
Tanto per non andare troppo a ritroso, è ormai evidente a tutti la frequenza sempre più ravvicinata di manovre finanziarie da parte dei vari governi (di cui quello “tecnico” di Mario Monti è la massima espressione), originate in ultima istanza dai dettati dei cosiddetti “Mercati Globali”.
Il che si traduce in: aumento della disoccupazione e della precarietà; demolizione di ogni residua tutela lavorativa e sociale; tassazione feroce di beni di consumo e servizi; repressione di ogni reazione operaia che non si allinei, insieme alla parcellizzazione delle lotte ed alla loro settorializzazione aziendalistica ad opera dei sindacati collaborazionisti e dei loro referenti politico- istituzionali.
I recenti casi dell'ILVA, dell'ALCOA e della FIAT parlano per tutti.
 
All'Ilva siamo di fronte ad un tentativo, vile quanto stucchevole, di contrapporre la “salute” al lavoro”, utilizzando la prima per liquidare il secondo. Dentro un quadro siffatto, i confederali fanno il gioco dei tre cantoni (chi è con la magistratura, chi con Riva, chi col governo, chi con due dei tre ecc.), in un canovaccio ipotetico di accompagnamento alla chiusura. Manca una sola cosa, la più importante: il protagonismo operaio indipendente. E' uno dei tanti casi evidenti di come il profitto sia contro il lavoratore, dentro e fuori dal luogo di produzione. La concorrenza mette l'operaio di fronte ad un dilemma di per sé assurdo, perché sarebbe assolutamente possibile produrre acciaio senza provocare tumori: dovrebbero solo sparire i padroni ed il sistema che li alimenta. Nell'immediato, l'unica lotta sostenibile sarebbe collegarsi alle altre realtà “concorrenziali”, per difendere ovunque salario e salute. Partendo da un dato: lavoro o non lavoro, i proletari devono poter vivere.
 Lo stesso dicasi dell'Alcoa, con l'unica differenza che qui si cerca di dilazionare la fine della fabbrica illudendo i lavoratori su presunti “acquirenti”, quando il motivo scatenante della procedura verso la chiusura della multinazionale è il venir meno dei sussidi per la produzione dell'alluminio. Nessun “padrone buono” potrà risollevare le sorti di un migliaio di operai, gettati in strada da quella “competizione” verso la quale si prostrano tutti quelli che dicono di rappresentarli. I potenziali acquirenti fanno leva sulla lotta degli operai diretta alla conservazione del posto, per ottenere condizioni di favore dal governo. Ma in gioco sono sia le condizioni di lavoro e di salario che porranno i potenziali acquirenti, sia i livelli occupazionali che questi potranno garantire.
 Ed infine la Fiat, o per meglio dire la tanto strombazzata “Fabbrica Italia”, in nome della quale politici di tutte le sponde e sindacalisti venduti avevano sostenuto a piene mani lo smantellamento delle leggi del lavoro e dei contratti collettivi attuato dal “Piano Marchionne”. E sancito dalla Triplice nel giugno 2011 con Confindustria e Sacconi. Ora non ce n'è più. E' il Mercato signori! Un mercato che, pur in forte calo nelle aree “mature”, vede i concorrenti Fiat (ad es. la Volkswagen) mangiarsi le poche fette di torta rimaste, mettendo fuorigioco la multinazionale italo-americana di Torino (per quanto ancora?). La promessa “occupazione buona”, fatta con maestranze “subalterne e produttive”, viene travolta dai primi stormir di vento... Tra lo “stupore” dei venditori di fumo e gli ipocriti appelli verso una “responsabilità nazionale” che è solo bolsa ideologia.
 
Noi non ci accodiamo alle campagne sulla difesa di un'economia nazionale che, nel migliore dei casi, è solo fumo negli occhi. Il capitalismo è un sistema di sfruttamento internazionale che produce una classe, il proletariato, la quale solo superando i confini della “nazione” può veramente avanzare, ed alzare il livello della lotta di classe ad una minima dignità politica. Il che significa, oggi, impostare e condurre, nelle metropoli, lotte di resistenza che abbiano collegamento tra di esse, ed obiettivi unificanti. Per difendere l'esistenza stessa della nostra classe, occupata o no che sia, e, più in generale per difendere il suo diritto ad esistere...per ribaltare il capitalismo!
 
Un capitalismo che non sta a guardare. Che sostiene le “libere forze di mercato”, aiutandole però puntualmente con un interventismo politico dello Stato che non è mai venuto meno.
Non solo coi corpi repressivi, rafforzati in quantità e qualità, ma sopratutto, per ora, col lavorìo ai fianchi verso i lavoratori da parte degli apparati politici e sindacali. Stanno preparando un nuovo accordo per la “crescita” avente al centro la produttività. Su questo Monti ha chiamato al tavolo di trattativa le solite “Parti Sociali”, chiedendo loro di “fare di più” per far fruttare le “riforme” messe in campo dal suo governo.
Dal momento che i padroni (vedi Marchionne) fanno ciò che vogliono, si tratterebbe di intensificare lo sfruttamento operaio. Tradotto marxisticamente: aumentare il plusvalore relativo, dopo che quello assoluto (più ore di lavoro per addetto, pagate di meno) è da tempo “sotto cura”.
A questo proposito, il ministro Passera, investito direttamente a predisporre lo spartito della trattativa, ha ventilato la possibilità di ...detassazione dei premi aziendali a fronte di accordo.
Un tentativo, goffo e maldestro, avallato dai confederali, di riprodurre “gerarchie salariali aziendali”, legate alla produttività.
Una produttività media manifatturiera italiana (dati del CNEL- Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro) che è passata dal “primato” degli anni '70, al fanalino di coda europeo (dal 6,5% annuo di allora allo 0,4% del primo decennio del '2000).
 
Ma il problema non sono gli operai, attaccati a 360° per strappare un qualche margine di profitto in più. Il problema è la bassa produttività media dell'intero sistema, zavorrato da una piccola impresa tre volte più numerosa dei diretti concorrenti europei. Il problema è il forte peso del parassitismo.
Sono aspetti, questi, che non vanno riformisticamente ricondotti ad un “riscatto dell'economia nazionale”. Che, lo ripetiamo, non esiste. Esistono invece interessi internazionali dei grandi gruppi borghesi, che fanno leva sul proprio Stato nazionale per affermarsi. Ma questo è altro discorso.
Casomai, per i rivoluzionari, si tratta di utilizzare questi squilibri “nazionali” per usarli contro la propria borghesia. La vera questione non è trovare ricette per “uscire dalla crisi”, ma per uscire dal capitalismo!
 
Parlavamo prima di ciò che veramente manca: il protagonismo proletario. Organizzato, diretto, proiettato verso obiettivi di difesa unificanti (come il salario minimo garantito, la riduzione d'orario a parità di salario, l'abolizione di tutte le leggi precarizzanti). Sono obiettivi parziali lo sappiamo, ma che potrebbero, se veramente praticati e non declamati, mettere il dito sul nervo scoperto di una borghesia che è proiettata nello scaricare la crisi sempre e solo addosso agli operai. Visti gli attuali rapporti tra le classi, questa lotta, intaccando il sistema di redistribuzione del plusvalore, ridurrebbe le stesse disponibilità di un recupero riformista.
 
Creando così le premesse per una l'influenza politica sulla classe da parte dei rivoluzionari, nel concreto delle dinamiche sociali.
 
Per questo noi siamo per spingere verso una lotta unificante e generalizzata di tutto il proletariato, appoggiandosi su Comitati Autoconvocati di Lotta e sui Coordinamenti delle varie vertenze esistenti.
 







Pubblicato su: 2012-10-01 (1142 letture)

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