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N30 Pagine Marxiste - Maggio 2012
Resurrezione proletaria!
Una volta la denuncia serviva a svegliare gli operai adesso serve ad addormentarli



La “denuncia” cosiddetta sociale e di costume contro ingiustizie e caste conosce oggi un suo momento di fulgore, proprio in un non casuale connubio con il bombardamento antioperaio in corso.
Questa “denuncia” si avvale degli strumenti più disparati, dalla campagna giornalistica, al passaggio mediatico, alla pastorale cattolica.
Se da una parte questo tipo di “denunce” sono compatibili al miglioramento delle “storture di sistema”, dall’altro scippano dalle mani degli sfruttati un’arma storica, la spuntano, la rendono superflua, scontata, inservibile a dare la “scossa”, ad incendiare la prateria insieme agli animi ed ai corpi.
L’attuale riformismo di sistema, anzi, si copre e si legittima dietro la lotta contro le disparità e per l’“equità”, di cui la “denuncia” di stato è il prodromo.
Tra la ristrutturazione tecnocapitalista e le false “lotte contro le caste” la classe operaia è narcotizzata, espropriata anche di un suo proprio primo strumento di agitazione e lotta di classe.
Al massimo, è ridotta a fare il tifo per la chiesa, per Di Pietro, per Grillo, per la Lega, per Rizzo e Stella, per Giordano, per Santoro, per Lerner, per Gabbianelli, per Formigli, per Il Fatto, per Bagnasco …..
Questo tipo di “denunce”, nel far finta di “scoprire” e “svelare” segreti ultraconosciuti da qualsiasi lavoratore, produce un tendenziale esautoramento del ruolo della denuncia sociale, trasformandola in un gigantesco lavaggio di coscienza dell’intera “società civile”.
Ma c’è qualcosa che distingue la nostra denuncia agitatoria da quella consolatrice di s. madre chiesa e di tutti i suoi fedeli: il fatto di non essere un dato unico.
La nostra denuncia non rimane fine a se stessa, non è un esercizio di spettacolarizzazione dell’ingiustizia e della sofferenza.
La nostra denuncia serve a produrre un riconoscimento di classe, un’organizzazione di classe, una rivoluzione di classe.
La nostra denuncia ha gravi conseguenze per questa società, al contrario di quelle che oggi vanno per la maggiore, che tendono a conservarla, a difenderla.
    
Il loro dio lo fanno resuscitare ogni anno
Il nostro Marx lo vogliono seppellire per sempre
 

La green economy colora l’uscita capitalista dalla crisi, la sobria tecnoglasnost all’italiana, la stagione della trasparenza vaticana.

Contro la teologia dell liberazione dal Marxismo!
 
La chiesa cattolica, nel suo processo storico di adeguamento al movimento della struttura capitalista, scopre oggi, in rapporto all’ideologia dominante della “regolazione di mercato”, quella della “trasparenza” della sua finanza e dei suoi uomini.
La materialità dello spostamento nel baricentro del reclutamento e della formazione di preti e suore, come della massa di “credenti” ad Est, in Africa e nel Sudamerica, sta determinando un’aspra lotta tra le lobby legate alla vecchia gestione romanocentralista e quelle nuove mondialiste, ormai depurate dalle mitologie della “teologia della liberazione”.
L’ultimo concistoro è stato teatro di questa lotta, risolta in un nuovo equilibrio volto a confermare la linea unitariamente inaugurata con le ultime due nomine di papi stranieri: dare più spazio e più potere al resto del mondo lontano dal soglio di Pietro.
Il ridimensionamento della curia romana nello scacchiere cattolico mondiale (28.000 sacerdoti oggi rispetto ai 68.000 dei primi del ’900 ) viene accelerato dal peso che gli scandali finanziari e gli abusi sessuali hanno avuto negli ultimi anni soprattutto nell’area euroamericana; scandali e abusi “passati” mediaticamente nelle masse e che per questo necessitavano e necessitano una risposta generale ed operativa che segni un nuovo inizio “trasparente e plurale”.
La risposta vaticana alle mutazioni storiche, ed in particolare alle due accelerazioni dopo la caduta del muro di Berlino e l’attuale crisi di riequilibrio mondiale, ha attraversato il pensiero e l’opera del movimentista Woytila e del suo ideologo e successore Ratzinger.
Il “colpo al comunismo” non è gli è bastato.
Saldamente ancorata al carro europeo, l’intera organizzazione ecclesiale “non ha avuto paura” di rimettersi complessivamente in discussione su compiti e prospettive nel “nuovo mondo” della scristianizzazione occidentale.
Se da un lato l’Ovest ridiventa terreno di “missione” e conquista con l’imposizione dei “principi non contestabili”, dall’altro all’Est ed al Sud del mondo si regola definitivamente il conto con la “teologia della liberazione” con una operazione mista di censura e riappropriazione terminologica (vedasi papa boys-pacifismo-presenza attiva nel movimento indignato).
In questo doppio gioco si inserisce l’ultimo viaggio di Benedetto XVI° in Messico ed a Cuba, durante il quale, forse animato dall’entusiasmo di regolare definitivamente il conto con il comunismo e completare l’opera del suo predecessore in Polonia ed in tutto l’Est europeo, ha detto testualmente: “Oggi è un tempo in cui l’ideologia marxista, come concepita, non risponde più alla realtà e se non si può costruire un nuovo tipo di società, occorre trovare nuovi modelli, con pazienza, in modo costruttivo”.
È la stessa pazienza e costruttività che ha portato il vaticano allo scambio tra l’appoggio o la “coesistenza pacifica” a tutti i mandarini sudamericani con lo spazio di movimento e predicazione delle chiese cattoliche locali.
La pazienza sembra essere però finita, se mai c’è stata, con il marxismo, e con la nuova società, al posto della quale si preferiscono i nuovi modelli targati comunque capitalismo, magari “regolato, sociale” e verniciato di verde!
Peccato per i papi di tutte le epoche, che hanno visto il tramonto di molti modelli sociali, soppiantati da nuove società.
È vero che l’organizzazione della chiesa cattolica, come del resto di altre confessioni religiose, hanno resistito alle trasformazioni ed ai passaggi d’epoca, ma è vero anche che questo particolare modello sociale capitalistico sta contribuendo potentemente alla secolarizzazione sociale, alla inutilità di dio e dei paradisi virtuali.
Il resto lo farà il proletariato, ed a poco serviranno le preghiere di preti e mullah.
Il loro regno non è infinito, non durerà in eterno.







P.A.

Pubblicato su: 2012-07-03 (1057 letture)

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