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N30 Pagine Marxiste - Maggio 2012
Mutamento sociale, crisi e lotte operaie in Italia

 Nel corso di due generazioni le forze lavoro italiane si sono spostate massicciamente dall’agricoltura ai servizi, si sono femminilizzate, sono più istruite e meno giovani; solo in piccola misura sono passate dal lavoro autonomo a quello dipendente. Rimane un forte peso della piccola borghesia, parzialmente eroso nell’ultimo decennio, che condiziona economia e politica in Italia.

Mentre perdeva la capacità di lottare, il lavoro salariato ha perso più di quanto avesse conquistato nelle lotte degli anni ’60 e ’70. Solo la lotta, non le ricette borghesi di politica economica, liberiste o stataliste, potranno far uscire i lavoratori dal pantano in cui si dibattono ormai da vent’anni.

 


 Le tre manovre nel 2011 dei governi Berlusconi e Monti e la nuova “riforma del mercato del lavoro” rappresentano altrettanti attacchi alle condizioni dei lavoratori salariati, già colpiti dagli effetti della crisi. Le risposte dei sindacati ufficiali rientrano in un gioco delle parti con governo e organizzazioni datoriali. Manca una risposta spontanea dei lavoratori.

A che punto siamo del ciclo capitalistico? Quali prospettive per le condizioni di vita dei lavoratori? E per il movimento operaio? E la prospettiva del comunismo?
Per orientarsi di fronte a queste domande, come quando ci si trova in territorio sconosciuto, occorre allargare lo sguardo. Non disponendo della sfera di cristallo per vedere direttamente il futuro che ci sta davanti (e che dipenderà anche da noi), lo possiamo allargare sui lati, analizzando ciò che avviene nel mondo e si ripercuote in Italia, come abbiamo cercato di fare in molti numeri di questo giornale, e anche guardare indietro, al percorso che ci ha portato all’oggi.
Il criterio base che adottiamo è quello marxista, che parte dalla divisione della società in classi e frazioni di classe, e che vede il motore e la ragione di vita della società capitalistica nello sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale, per appropriarsi del plusvalore prodotto dai lavoratori salariati, ossia di una parte consistente del prodotto sociale. Ma questo plusvalore non viene tutto accaparrato dallo sfruttatore diretto, dal capitalista - “datore” (si dovrebbe dire “prenditore”!) di lavoro del settore produttivo. Una parte la cede al commerciante che mette in circolazione le merci prodotte, una parte al banchiere e ai proprietari del denaro che l’imprenditore chiede in prestito, un’altra parte ancora al proprietario immobiliare sotto forma di rendita (affitto); un’ultima parte, e la più grande, va allo Stato che per assicurare il dominio del capitale sul lavoro e contendere il mercato mondiale agli altri capitalisti necessita di un enorme apparato burocratico e di uomini in armi, e succhia quindi una grossa quota della ricchezza creata ogni anno dai lavoratori.
La borghesia, unita nello sfruttamento dei salariati, è divisa in frazioni nella spartizione del bottino e nella suddivisione del costo di mantenimento del suo Stato: industriali, commercianti, banchieri, proprietari immobiliari, e poi c’è la lotta tra i grandi e piccoli borghesi, e tra i diversi settori e gruppi con diversi interessi. Gran parte della politica parlamentare si spiega con questi scontri di interessi, anche se non ne sono l’espressione meccanica. Solo conoscendo la struttura economico-sociale è possibile capire la sovrastruttura politica, come la chiamava Marx: il parlamento, i governi, i partiti, la magistratura, le amministrazioni regionali e locali.
“Per diventare socialdemocratico [termine che allora significava ‘comunista’… - ndr], l’operaio deve avere una chiara visione della natura economica, della fisionomia politica e sociale del grande proprietario fondiario e del prete, dell’alto funzionario e del contadino, dello studente e del vagabondo, conoscerne i lati forti e quelli deboli, saper discernere il significato delle formule e dei sofismi di ogni genere con i quali ogni classe e ogni strato sociale maschera i propri appetiti egoistici e la propria vera "sostanza", saper distinguere quali interessi le leggi e le istituzioni rappresentano, e come li rappresentano” scrive Lenin nel Che fare? (1902) per spronare i compagni a condurre “denunce politiche”. Le cronache quotidiane ci forniscono materiale inesauribile per condurre le nostre denunce politiche, che occorre saper collocare nel quadro dei rapporti tra le classi. Iniziamo con questo articolo un’analisi di alcuni aspetti del mutamento sociale in Italia negli ultimi decenni, per dare un contributo in questa direzione.
 
Espansione, terziarizzazione e proletarizzazione della forza lavoro
Pur nella povertà delle statistiche che offre, l’ISTAT ha redatto serie storiche di dati a partire dal 1970 o dal 1977, aggiornate mentre scriviamo al 2009-10. Non sono le serie storiche degli Stati Uniti che partono dal 1929 (o dal 1947), ma 40 anni sono un periodo abbastanza lungo per inquadrare i processi che hanno portato alla situazione attuale, e che cercheremo di integrare con dati precedenti e con i dati congiunturali più recenti.
È importante ragionare su dati oggettivi, quantificabili, per non lasciarsi trascinare da valutazioni soggettive – spesso dai propri desideri – ingigantendo singoli episodi e trascurando fenomeni di massa.
Un primo dato fondamentale sono le forze lavoro.
Dalla Tab. 1 abbiamo che in un cinquantennio gli occupati in Italia sono aumentati di quasi 2,4 milioni di unità (da 20,5 a 22,9 milioni), e di oltre 3,3 milioni negli ultimi 40 anni, essendoci stata una riduzione di 938 mila negli anni ’60, dovuta alla riduzione di 2,85 milioni nell’agricoltura a fronte di un aumento di 769 mila nell’industria e 1 milione 144 mila nei servizi.
In totale nei 50 anni gli occupati nell’agricoltura sono diminuiti di quasi 5,6 milioni, quelli dell’industria di 413 mila, mentre i servizi sono aumentati di ben 8 milioni 375 mila.
L’industria aumenta negli anni ’60, resta stazionaria negli anni ’70, ha una contrazione di oltre 900 mila negli anni ’80, e riduzioni minori negli anni ’90 (-131 mila) e nel primo decennio del 2000 (-203 mila). I servizi aumentano in ogni decennio, ma con ritmo accelerato negli anni ’80 (quasi 2,6 milioni).
E’ una dinamica tipica di tutti i “paesi industrializzati”: esodo agricolo e urbanizzazione, passaggio all’industria e poi crescita dei servizi e parziale contrazione dell’industria.
All’interno di questa dinamica, i lavoratori indipendenti si riducono di 2,8 milioni, quelli dipendenti aumentano di 5,2 milioni, passando dal 58,3% al 74,8% degli occupati: è un processo di proletarizzazione, che ha luogo soprattutto nell’agricoltura, dove i dipendenti diminuiscono meno dei coltivatori diretti, salendo da un quarto a quasi la metà degli addetti, e nei servizi, dove i dipendenti salgono dal 65% al 75%, un incremento che avviene tuttavia solo nel primo e nell’ultimo decennio: tra il 1970 e il 2000 vi è stata espansione, ma nessuna concentrazione nei servizi, dove solo nell’ultimo decennio vi è stato un calo degli autonomi (-150 mila sia tra il 2004 e il 2005, anni di espansione, che tra il 2008 e il 2009, anno di crisi). Nell’industria c’è invece addirittura un calo della quota dei lavoratori dipendenti, a causa della riduzione della dimensione media delle imprese (decentramento produttivo). L’ultimo decennio, inclusi gli anni della crisi, ha visto una ripresa del processo di aumento del lavoro dipendente, dal 71,9% del 2001 al 75,1% del 2011 (a fine anno 75,7% secondo i dati provvisori).
Negli ultimi 33 anni la proletarizzazione è avvenuta tutta sul lato femminile: mentre la quota di lavoro dipendente per i maschi è addirittura scesa dal 72% al 70%, per le femmine è aumentata dal 71% all’81%. I lavoratori dipendenti maschi sono diminuiti di 440 mila unità a 9,6 milioni, le lavoratrici dipendenti sono aumentate di quasi 3,2 milioni, a 7,5 milioni, pari al 44% dei 17 milioni di salariati. Sul totale degli occupati la percentuale delle donne è salita dal 30% al 40% circa, in coincidenza con la crescita dei servizi (mentre nell’industria e nell’agricoltura la quota femminile è diminuita).
 
Il forte peso della piccola borghesia
Il processo di proletarizzazione, parallelo a quello di concentrazione del capitale (spariscono le piccole aziende individuali, familiari, artigianali, si affermano le grandi imprese capitalistiche), è stato frenato in Italia da una legislazione protezionistica della piccola borghesia che risale all’epoca fascista (leggi corporative) e che è stata conservata e sviluppata dai governi del dopoguerra, sia a guida DC che di centro-sinistra, essendosi subito arenato il tentativo del governo Prodi-Bersani di liberalizzazione dei servizi. Per questa ragione l’Italia ha una quota di lavoro dipendente nettamente inferiore alle altre metropoli,  e una quota più che doppia di piccola borghesia e lavoro autonomo.
Come si vede dalla Tabella 2, tra gli Stati europei l’Italia a fine 2011 è terz’ultima davanti solo a Romania e Grecia per quota di lavoratori dipendenti sul totale, con il 76,7%.
Secondo le statistiche Eurostat (Tab. 2), i lavoratori indipendenti, inclusi i familiari “coadiuvanti” sono in Italia il 23,3% degli occupati contro il 16,4% della Spagna (dove la proletarizzazione è stata molto più accelerata dopo la caduta del franchismo), il 13,8% della Gran Bretagna, l’11,4% della Francia e il 10,7% della Germania. Nonostante la riduzione nell’ultimo decennio la piccola borghesia in Italia pesa più del doppio che in Francia e Germania. Essa va divisa in “lavoratori autonomi”, che non hanno dipendenti, e quindi non sfruttano lavoratori salariati, e sono il 15,8% (più del doppio che in Francia e Germania), e gli imprenditori con dipendenti, che sono il 6,1% contro il 4,4 - 4,5% di Germania e Francia, e il 2,5% della Gran Bretagna, dove la concentrazione delle imprese capitalistiche è più elevata.
La Tab. 3 mostra i settori dove la piccola borghesia italiana è più numerosa (il numero degli indipendenti equivale a quello delle imprese). Tenendo conto che l’Italia ha meno occupati di Francia e Gran Bretagna e poco più di metà della Germania, essa ha un numero di artigiani e di commercianti triplo della Gran Bretagna e superiore alla somma di Francia e Germania ed è in testa per numero di professionisti (più di Francia e GB insieme), albergatori e ristoratori, agenti immobiliari. Solo nelle imprese edili e di trasporto è superata dalla Gran Bretagna, dove in questi settori con le liberalizzazioni thatcheriane è prevalso il decentramento e il subappalto. Questa caratterizzazione piccolo-borghe-se dell’Italia ha una notevole rilevanza sociale, economica e politica. Per il grande capitale, ossia i grandi gruppi dell’industria e dei servizi e le banche e gli altri centri finanziari, l’estensione della piccola borghesia in Italia non è solo fonte di inefficienza e maggiori costi del sistema, ma è anche un limite alla propria espansione, un mercato ad esso negato da steccati legislativi e politici, nel quale vorrebbe espandersi, come il grande capitale americano o britannico.
 
Liberalizzazioni arenate
Il governo Monti, espressione del grande capitale e partito lancia in resta con le “liberalizzazioni” dei servizi, si è arenato contro il muro di gomma parlamentare della piccola borghesia delle professioni (e le piazzate degli autonomi, a partire dai tassisti e padroncini di camion, oltre alla minaccia di 9 giorni consecutivi di sciopero da parte degli avvocati).
Le liberalizzazioni sostenute da Monti avevano tre scopi principali: 1) abolire i prezzi di cartello, fissati dagli ordini e associazioni professionali (dal prezzo della tazzina di caffè alla tariffa del dentista o dell’avvocato) per introdurre la concorrenza nel settore; 2) abolire le barriere all’entrata, come le licenze per i taxi o per le farmacie; 3) aprire questi settori al grande capitale, finora escluso dagli studi professionali dalle leggi corporative che vietano la forma della società per azioni (solo società di persone, professionisti che vi lavorano).
Sul fronte delle pensioni, degli aumenti delle tasse, del “mercato del lavoro” Monti ha sfondato contro i lavoratori dipendenti, con i sindacati confederali che hanno organizzato proteste di facciata, e i sindacati di base che hanno dimostrato tutta la loro divisione e impotenza. Invece sui punti 2) e 3) delle liberalizzazioni Monti ha ceduto a compromessi che garantiscono la piccola borghesia dalla concorrenza del grande capitale. Per gli studi professionali a esempio è stato posto il limite pari a un terzo del capitale per i “soci di capitale” che non vi lavorano. Quindi un grande gruppo non può costituire con capitali accumulati altrove uno studio in cui assumere centinaia di avvocati, architetti o ingegneri, come avviene negli Stati Uniti.
 
I comunisti e la piccola borghesia
162 anni più tardi, deve ancora concludersi in Italia il processo lucidamente descritto da Marx nel Manifesto: “La borghesia ha spogliato della loro aureola le professioni, che fino allora erano considerate onorevoli e degne di rispetto. Essa ha fatto del medico, del giurista, del prete, del poeta, dello scienziato i suoi salariati”. I comunisti combattono la grande borghesia, ma dalla parte del proletariato, non della piccola borghesia. Scrive ancora Marx: “Di tutte le classi che oggi sono contrapposte alla borghesia solo il proletariato costituisce una classe realmente rivoluzionaria. Le altre classi si corrompono e periscono sotto l’azione della grande industria, mentre il proletariato resta il più genuino prodotto di essa.
I ceti medi, ossia il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l’artigiano, il contadino, tutti coloro combattono la borghesia sì, ma per salvare dalla rovina la loro esistenza di ceti medi. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. E sono per di più reazionari, perché si provano a far girare indietro la ruota della storia. E se sono rivoluzionari diventano tali in vista della loro prossima caduta nella massa del proletariato; e cioè non difendono i loro interessi presenti, ma i loro interessi futuri, ossia abbandonano il loro proprio punto di vista per mettersi in quello del proletariato.”
Per questo non confondiamo le mobilitazioni di lavoratori autonomi e piccola borghesia a difesa delle loro protezioni con le lotte – purtroppo sporadiche – dei lavoratori salariati per le proprie condizioni di lavoro e di vita. Il nostro non è un giudizio di valore sulle persone. Vi sono ad esempio molti artigiani, agricoltori, professionisti che svolgono con grande dedizione e professionalità il loro lavoro, e che non sono per nulla assimilabili a una classe di parassiti. E certamente il lavoratore autonomo costretto a chiudere l’attività attraversa sofferenze personali simili a quelle del lavoratore salariato licenziato; tuttavia solo quando sarà costretto a vendere la propria forza lavoro per un salario la sua lotta potrà essere coerentemente anticapitalistica.
I fatti di cronaca di questa crisi vedono piccoli imprenditori in rovina associati nel suicidio a proletari disoccupati. La nostra solidarietà umana va ad entrambi, e la morte di tutti loro grida vendetta contro questo sistema spietato, in cui le “leggi del mercato” passano come carri armati sopra le speranze e i corpi di chi non regge la concorrenza. Ma solo il proletariato, nella misura in cui nella lotta per difendere i propri interessi immediati impara a lottare per quelli storici, per rovesciare questa società, nella misura in cui si organizza per la lotta per sopprimere la divisione della società in classi, la scissione lavoro salariato/capitale, nella misura in cui lotta per il comunismo rappresenta l’alternativa e il futuro di questa società. La lotta del lavoratore autonomo o del piccolo imprenditore per conservare la propria azienda è invece inevitabilmente conservatrice.
Un fronte di questa lotta è l’evasione fiscale. Secondo il Rapporto “Economia non osservata e flussi finanziari” dell’omonimo Gruppo di lavoro istituito dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, lavoratori autonomi e imprenditori evadono le imposte per quasi il 60% del loro reddito. Questo significa che i lavoratori dipendenti pagano una parte sproporzionata per il mantenimento dello Stato borghese. Il grande capitale a sua volta calcola che se si eliminasse l’evasione fiscale si potrebbero ridurre le imposte sulle grandi imprese e sul lavoro dipendente - e quindi ridurre il costo del lavoro a parità di salario netto. Per questo Confindustria fa campagna contro l’evasione fiscale, denunciata come “concorrenza sleale”. Ma per gli strati inferiori del lavoro autonomo l’evasione è condizione di sopravvivenza e forti misure anti-evasione porterebbe molti a livelli di reddito inferiori al lavoro dipendente, costringendoli a chiudere bottega.
Il processo di penetrazione e concentrazione del capitale, che manda in rovina strati di piccola borghesia, trasformando il bottegaio in commesso di supermercato, l’artigiano in operaio, l’ingegnere, l’avvocato da professionista a impiegato, oggettivamente allarga le fila del proletariato e lo concentra, aumentandone le possibilità di organizzazione e lotta.
D’altra parte non pare che nel suo insieme la piccola borghesia sia sull’orlo della miseria. Sulla base delle indagini della Banca d’Italia sui “Bilanci delle famiglie italiane” risulta che negli ultimi 20 anni è aumentato il divario tra i redditi dei lavoratori indipendenti e quelli dei lavoratori dipendenti: dal 1991 al 2010 i lavoratori indipendenti hanno aumentato il loro reddito del 15,7% (anche se vi è stata una flessione rispetto al 2006), mentre i lavoratori dipendenti solo del 3,3%, con un calo del 3,5% tra il 2006 e il 2010 (vedi Fig. 1)
Mentre il 62% delle famiglie con capofamiglia operaio si colloca nei primi 5 decili di reddito (sotto i 27 mila euro), il 64,7% delle famiglie dei lavoratori indipendenti si colloca sopra tale soglia, e il 58,6% delle famiglie di imprenditori e liberi professionisti sono nel nono e decimo decile (sopra i 45,3 mila euro).
 
Più studenti, più pensionati …
Altre dinamiche sociali sono individuabili analizzando i tassi di attività e di occupazione/ disoccupazione nei decenni. Se consideriamo la “percentuale della popolazione attiva sul totale della popolazione” abbiamo un calo continuo, di censimento in censimento, dal 59,5% del 1861 al 34,8% del 1971, nonostante la riduzione della popolazione da 0 a 14 anni (34% nel 1861, 14,2% nel 2001), che è stato solo in parte “compensata” dall’aumento della popolazione dai 65 anni in su (dal 4,3% al 18,7%). Ciò è dovuto soprattutto al fatto che nella famiglia contadina (generalmente patriarcale) la moglie e i figli partecipavano all’attività agricola familiare, mentre con l’urbanizzazione e la proletarizzazione nella maggior parte dei casi in un primo tempo la donna diviene “casalinga”.
Nel 1861 il 69,7% della popolazione attiva lavorava in agricoltura; nel 1951 questa quota era scesa al 42%, nel 2011 a meno del 4%. Il grosso dell’esodo agricolo avviene nel ventennio 1951-1971, con il 25% della popolazione attiva che lascia l’agricoltura, e proprio per questo è intorno al 1970 che troviamo il livello più basso di attività delle donne con il 27,6% degli occupati, ossia 38 donne che lavorano ogni 100 uomini. Nel 1972 l’occupazione femminile tocca il minimo con 5,2 milioni, 1,2 milioni meno che nel 1959; nei decenni successivi aumenterà di 4 milioni.
 
Se osserviamo la Tab. 4, vediamo che nonostante questo aumento del tasso di attività femminile, sia il tasso di attività che il tasso di occupazione (ossia il rapporto tra occupati e popolazione dai 15 anni in avanti) sono diminuiti di qualche punto tra il 1977 e il 2010, perché ha prevalso il calo dell’attività di giovani, anziani e uomini in generale. Se consideriamo il tasso di occupazione:
- i giovani tra i 15 e i 24 anni che lavorano sono scesi dal 33,8% al 20,5% (maschi 24,4%, femmine 16,6%), con il grosso del calo avvenuto nell’ultimo decennio. All’inizio degli anni ’80 i giovani che lavoravano superavano i 3 milioni; nel 2000 erano poco più di 2 milioni; nel 2010 1milione 243 mila. Tra le cause di questo crollo: aumento della scolarizzazione, calo delle leve demografiche e, per l’ultimo decennio, aumento della disoccupazione; in parte la stessa scolarizzazione può essere vista anch’essa come “sacca di disoccupazione”, cui seguirà, quando seguirà, un lavoro dequalificato rispetto allo studio;
- gli anziani ultra-65enni che lavorano sono più che dimezzati (dal 7,7 al 3,1%) per effetto delle conquiste pensionistiche, ormai demolite dai governi di ogni colore. Se nel 2010 solo 5,7 uomini e 1,3 donne su 100 lavoravano dopo i 65 anni, la loro quota salirà rapidamente nei prossimi anni sopra i livelli di 30 anni fa, a seguito della mazzata finale della riforma pensionistica Monti-Fornero, che costringerà molti a lavorare anche fino a 71 o 72 anni. L’obiettivo non è solo quello di risparmiare sulla spesa pensionistica, ma anche di permettere al capitale di attingere più lavoro dalla stessa base demografica, e aumentare di molto il plusvalore estratto (i profitti realizzati), così come avviene con l’aumento del tasso di attività femminile. Un “piccolo problema”: questo potrà verificarsi, solo se nel contempo aumenterà il numero complessivo degli occupati, altrimenti l’aumento degli anziani costretti a lavorare sarà semplicemente compensato dall’aumento dei giovani disoccupati (che è quello che sta già avvenendo nella crisi attuale). Solo una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro potrebbe ridurre la disoccupazione nelle attuali condizioni di stagnazione.
 
… più donne lavoratrici
- Per le età intermedie vi è un forte calo del tasso di attività degli uomini (dall’88 al 76%), dovuto soprattutto ai pensionamenti anticipati e d’anzianità, praticamente destinati a sparire nei prossimi anni, e un forte aumento, dal 32,7% al 51,4%, per le donne: è la “rivoluzione femminile”, peraltro ancora alquanto timida in rapporto agli altri paesi industrializzati, come indica il confronto europeo (Tab. 5). Occorre però effettuare anche un confronto interno: nel IV trimestre 2011 il tasso di occupazione femminile era pari al 57% al Nord, al 51,1% al Centro e 31,5% al Sud: il Nord è vicino alla Francia, il Sud poco sopra la Turchia.
L’alto tasso di partecipazione femminile al lavoro fuori casa (in gran parte salariato), se da un lato è un fattore di autonomia (anche se solo economica) della donna, dall’altro è un fattore di competitività per il sistema capitalistico, che eleva così la quantità di forza lavoro che può essere messa in produzione all’interno di una popolazione data. Ad esempio la Gran Bretagna, con soli due milioni di abitanti più dell’Italia, ha più di 5 milioni di occupati più dell’Italia.
Lavoro femminile significa anche un numero maggiore di famiglie plurireddito, e quindi è un fattore di stabilizzazione sociale, perché aumenta il reddito familiare e procapite a parità di salario individuale. L’Italia è ancora molto arretrata in questo processo di “salarializzazione” delle donne, nonostante sia tra i paesi con la più bassa natalità, e si può ritenere che questo processo continuerà nei prossimi anni. Questo fenomeno ha l’effetto di attutire l’impatto della crisi per le famiglie in cui anche la donna ha un reddito.
 
La stagione delle lotte e dei miglioramenti …
Passiamo ad analizzare l’andamento dei salari negli ultimi decenni.
Nella Figura 2 abbiamo riportato il reddito lordo pro capite dei lavoratori dipendenti (inclusi i contributi previdenziali anche dei datori e imposte dirette), per il periodo 1970-2009, calcolato in termini reali (deflazionato per l’indice del costo della vita per operai e impiegati). La curva misura grosso modo l’andamento del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti.
Dal grafico risulta netta la divisione in due periodi: fino al 1991 ogni anno vede un aumento salariale, dopo il 1991 non ci sono praticamente più aumenti, e se si tenesse conto dell’aumento delle tasse sui salari avremmo probabilmente una riduzione.
Questo andamento è simile a quello del prodotto interno lordo, che coi primi anni ’90 ha praticamente cessato di crescere in Italia, diversamente che nel resto d’Europa (e del mondo). Ma può essere messo in relazione anche con un’altra dinamica, quella delle lotte operaie. Si raffronti la curva della Figura 2 con quelle, per gli anni corrispondenti, della Figura 3, che rappresenta gli scioperi dal 1949 al 2009. Le due curve hanno andamenti opposti. Fin quando ci sono scioperi, i salari aumentano.
 
… e la stagione della passività e dei peggioramenti
Quando, con gli anni ’90, subentra una calma piatta nelle lotte, inferiori anche agli anni ’50, gli aumenti cessano e negli ultimi anni di crisi sono seguite riduzioni dei salari.
Gran parte della storia salariale italiana sta qui, nella “pace sociale” imperante negli ultimi 20 anni, cui corrisponde il ristagno dei salari in parallelo al peggioramento della normativa in termini di precarietà, pensioni, malattia, diritti. Accordi interconfederali, contratti di categoria, aziendali, leggi dei governi d’ogni colore (compreso il referendum abrogativo della scala mobile - 1985), sentenze della magistratura: in assenza di una forte mobilitazione operaia su tutti i fronti è avanzata anno dopo anno la controffensiva padronale. Mentre dalla fine della guerra per 45 anni ogni lavoratore ha visto migliorare la propria condizione, e le nuove generazioni avevano la prospettiva di stare meglio dei loro genitori, negli ultimi 20 anni la prospettiva è di peggioramento, ed i giovani lavoratori stanno peggio dei loro genitori, sia in termini di precarietà che di salario.
Solo la ripresa della lotta di classe su scala generalizzata può invertire la tendenza.
 
Una riprova si ha se osserviamo la ripartizione del reddito prodotto tra lavoro dipendente da una parte e capitale e lavoro autonomo dall’altra (Figura 4).
La linea continua sottile rappresenta la quota di reddito lordo che va ai redditi da capitale (profitto, interesse, rendita e relative imposte) e ai redditi misti (di piccola borghesia e lavoratori in proprio, che uniscono reddito di lavoro a reddito di capitale). Questa quota, che nel 1970 è intorno al 45%, si riduce negli anni successivi per effetto delle lotte operaie. Ma gli anni ’70 sono gli unici in cui la quota della borghesia grande e piccola è sotto il 45%. Con il rifluire delle lotte essa risale sopra questa soglia. La leggera flessione degli ultimi anni è da attribuire in gran parte alla riduzione del numero dei lavoratori indipendenti. La linea tratteggiata rappresenta invece la quota dei lavoratori dipendenti. Essa raggiunge il 50% del reddito negli anni ’70, a seguito delle forti lotte per aumenti salariali. Negli anni ’80, con l’indebolimento delle lotte, scende fino al 45%; negli anni ’90, con la stasi delle lotte per il salario, scende fino al minimo storico del 40% nei primi anni del 2000. Si noti che la corrispondente misura per gli Stati Uniti è intorno al 65% … La parziale ripresa nello scorso decennio è in gran parte dovuta all’aumento del lavoro dipendente sul totale degli occupati. Se correggiamo il dato per tenere conto del processo di proletarizzazione (ossia calcoliamo la quota di reddito del lavoro dipendente se esso fosse rimasto al 67,9% degli occupati, come nel 1970), otteniamo la linea spessa, che nel 2009 era ancora sotto il livello del 40%, meno che negli anni ’60. Questo significa: aumento del tasso di sfruttamento, con più ricchezza che va al capitale, e aumento delle disuguaglianze sociali, un fenomeno ormai universalmente riconosciuto.
In un prossimo articolo cercheremo di indagare sul perché di questa stasi delle lotte e arretramento delle condizioni dei lavoratori.
 
Una ricetta: la lotta
Intorno al capezzale dell’economia italiana molti medici-politici-economisti-preti danno le loro ricette. Ancora più flessibilità sul mercato del lavoro, flessibilità in entrata, flessibilità in uscita, privatizzazioni, più spesa per bucare montagne e stendere strisce d’asfalto, ricusazione del debito pubblico, ri-statalizzazione delle banche … L’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi chiede “solidarietà tra le generazioni”: “chiedere alla generazione dei padri di rinegoziare qualche diritto acquisito e sacrosanto e alle generazioni dei figli maggiore responsabilità nel farsi carico della generazione delle madri e dei padri a proposito del loro futuro, della loro anzianità …”: tradotto in termini espliciti: i lavoratori anziani rinuncino a quelle conquiste che non gli sono ancora state tolte, anche se “sacrosante” e i figli, oltre ad accettare condizioni peggiori, si sobbarchino anche il mantenimento dei genitori, dato che avranno una pensione insufficiente. Una ricetta per la rinuncia senza lotta, a tutto vantaggio della borghesia.
Noi non abbiamo ricette per l’economia capitalistica, perché lavoriamo per ribaltarla e aprire il campo a forme superiori, comuniste di organizzazione sociale. Abbiamo una ricetta per la nostra classe: la lotta.
I dati presentati mostrano che, nonostante la crisi che ha ridotto di qualche punto la grandezza della “torta” prodotta annualmente, vi sono ampi margini per azioni rivendicative da parte dei lavoratori salariati per modificare a loro favore questa ripartizione. La borghesia da quarant’anni conduce la sua “lotta di classe” imponendo tramite i governi e la collaborazione sindacale sacrifici sempre più pesanti ai lavoratori, sostenendo che “non ci sono margini” per concessioni. I lavoratori e i comunisti per primi non devono cadere in questa trappola. In ogni situazione è sempre la lotta che decide della ripartizione tra lavoro salariato e capitale, tra le diverse frazioni della borghesia grande e piccola, e quanto ciascuna classe cede allo Stato. Oggi i “margini” sono gli stessi che c’erano a fine anni ’60, quando sono esplose le lotte dell’“autunno caldo”, anche se modificare la ripartizione dei redditi in una situazione di stagnazione richiede uno scontro molto più duro che in una situazione di crescita (le conquiste operaie comportano una perdita per altre classi). Solo se i lavoratori riprendono a lottare per migliorare le proprie condizioni possono imparare che “solo la lotta paga”, che non è nella delega elettorale che devono cercare la soluzione alle ingiustizie sociali.
Solo la ripresa della lotta di classe può invertire le tendenze avverse ai lavoratori che si sono affermate negli ultimi decenni e riavvicinarli a una prospettiva rivoluzionaria. Ma per questo non servono appelli altisonanti, occorre rimboccarsi le maniche, lavorare per unire i  comunisti rivoluzionari, per organizzare i lavoratori perché si attrezzino per una nuova stagione di lotte.
 
 



 




RL

Pubblicato su: 2012-05-02 (1309 letture)

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