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N30 Pagine Marxiste - Maggio 2012
Nuova presidenza Confindustria, stessa politica antioperaia

 


 Si avvia a conclusione il percorso di costituzione della nuova dirigenza di Confindustria, con la approvazione, da parte della Giunta (187 membri), della squadra e del programma del Presidente designato Giorgio Squinzi. La partita si è aperta con 3 concorrenti,  poi Andrea Riello, ex presidente di Confindustria Veneto, si  è ritirato. Sono rimasti in corsa Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi; al primo round, il 22 marzo, Squinzi ha riportato una risicata vittoria (93 voti contro 82 per Bombassei, 12 assenti illustri fra cui Paolo Scaroni (ENI) Marco Tronchetti Provera (Pirelli), Giampiero Pesenti). Al secondo round hanno votato solo in 145, 102 per Squinzi, mentre Bombassei è riuscito a raccogliere 22 voti contrari e comunque 21 si sono astenuti (quindi un terzo degli aventi diritto non si è espresso). Lo sconfitto non ha deposto le armi nonostante il lavorio diplomatico del vincitore. Una presidenza quindi debole, una spaccatura non ricucita a livello nazionale, l'evidente effetto di una crisi che incalza il salotto buono della borghesia industriale, ma anche il risultato lungo di una evoluzione territoriale e settoriale, che si riflettono in nuovi equilibri e nuovi nomi al vertice.

  Confindustria dichiara oggi 149.300 imprese associate, con 5 milioni e 517 mila dipendenti; la regione comunque di maggior peso si conferma la Lombardia con 15 mila imprese (10%) e 750 mila dipendenti (14%), ma Piemonte e Liguria organizzano insieme 6 mila imprese (5,3%) con 382 mila dipendenti (7%), mentre avanza il Veneto con 12 mila imprese (8%) e 350 mila addetti (6,3%), Toscana ed Emilia Romagna insieme hanno tante imprese come il Veneto, ma 450 mila dipendenti (8,1%). Il Lazio ha il 3,4% delle aziende e il 5,5% dei dipendenti.
I dati riguardano le aziende  organizzate a livello territoriale, escludono quelle che aderiscono come membri di associazioni settoriali. Comunque spiegano perché i due duellanti siano entrambi lombardi, la sconfitta di fatto del blocco piemontese (Marchionne anche se uscito clamorosamente da Confindustria, e Montezemolo si erano espressi per Bombassei),  il peso di Unindustria, di Emilia Romagna e Toscana, ma anche del Sud (Sicilia in particolare) nella scelta di Squinzi, il ruolo di ago della bilancia svolto da Confindustria Veneto, prima tutta per Bombassei, poi spostatasi in gran parte, il 19 aprile su Squinzi. Il Veneto anche nella crisi ha continuato a macinare profitti e  vuole pesare di più negli equilibri e nelle scelte nazionali. Un Veneto Confindustriale il cui presidente Andrea Tomat è famoso per la sua proposta per ridurre il deficit del bilancio: “gli operai lavorino gratis 5 giorni all'anno … non se ne accorgerebbe nessuno”; i cui membri sono delusi dal governo Berlusconi perché non ha diminuito le tasse, né realizzato il federalismo; che lamentano le difficoltà di ottenere finanziamenti dalle banche per le piccole imprese e i ritardi nello sviluppo delle infrastrutture, in particolare ferroviarie, ad es. la TAV transpadana, nel Nord-Est rispetto a quanto realizzato al Sud, ad es. la Napoli-Bari. Un Sud d'altra parte strangolato dai ritardi nei pagamenti da parte dello Stato e dalla stretta nei contributi dello Stato.
Squinzi, oltre che mediare coi veneti,  ha dovuto accettare fra i suoi vice Aldo Bonomi, bresciano, fedele di Bombassei e rappresentante del Nord manifatturiero di medie dimensioni e operante in settori di nicchia (rubinetterie) ma a livello planetario, le cui esigenze Squinzi dovrà coniugare con quelle dei suoi grandi elettori:  i grandi gruppi delle ex partecipazioni statali Eni (il cui leader Scaroni ha vantato di essere il suo kingmaker), Enel (Conti è nella squadra di vicepresidenti), Poste, Trenitalia (nemica giurata del progetto  di treno ad alta velocità Italo, varato da Montezemolo, Della Valle e Bombassei), Telecom … (“colossi  dipendenti da commesse pubbliche e spesso condizionate dalla politica estera ... soggetti monopolisti o quasi nell'età della concorrenza, fornitori strategici di milioni di clienti piccoli e grandi.”).
Non ha votato per lui la dirigenza Finmeccanica, ottava posizione nella classifica mondiale dei maggiori produttori di armi, passivo di 2,3 miliardi (per le troppe bustarelle elargite?), un progetto di concentrazione nel core business armi e aerospaziale, con dismissione degli asset civili (trasporti ed energia), che richiede una diretta trattativa con lo Stato. La bufera che sta investendo l’AD Orsi come ricaduta del tornado con cui la magistratura ha investito la Lega Nord potrebbe rimescolare le carte.
Squinzi ha dovuto accettare anche una Commissione per la riforma di Confindustria, presieduta da Pesenti: il sindacato degli imprenditori è una “elefantiaca e autoreferenziale”, nonché costosa macchina burocratica (6 mila dipendenti, costi di gestione 580 milioni di € l'anno). Bombassei ha rivendicato per gli imprenditori che operano a livello internazionale  servizi centralizzati ed efficienti, che  costino meno. Basta con le passerelle e i convegni inutili, perché “si devono presidiare i mercati, aiutare le PMI a crescere, formare i manager, accedere alla ricerca, innovare i prodotti, rispecializzarsi, concentrarsi o mettersi in rete”. Questo non è possibile con una organizzazione a livello provinciale, si deve aggregare a livello regionale o di filiera di settore. Gli fa eco un grande elettore di Squinzi, Maccaferri (bisogna prendere atto dell’importanza delle Regioni sul piano della legiferazione e su quello dei processi autorizzativi; inoltre le risorse distribuite dalle Regioni sono un terzo di quelle nazionali e c’è una disparità nell’efficienza con cui queste risorse vengono amministrate). Qualcosa del genere ha già realizzato Unindustria Lazio, che riunisce 4 province su 5 del Lazio (esclusa Latina), con 4 mila aziende e 250 mila addetti, nonostante in Lazio prevalga il terziario. Il suo presidente,  Aurelio Regina, grande elettore di Squinzi, ha dato unità al coacervo industriale romano portandolo per la prima volta ad essere determinante nelle scelte del 22 marzo, come lo è stata Assolombarda (Milano e Lodi) con le sue  6 mila aziende e i  312 mila addetti, grazie anche all'impegno di Felice Confalonieri (Mediaset).
Bombassei è un sostenitore della contrattazione decentrata (“legare produttività e redditività ai contratti aziendali”) ma comunque ritiene che  “le relazioni sindacali contano meno di prima”. Fuorviante comunque  la contrapposizione di Squinzi “colomba” e Bombassei  “falco” nelle relazioni sindacali; Squinzi non considera determinante abolire l'articolo 18 e si vanta di aver firmato, come presidente di Federchimica dal 1997 al 2008,  6 contratti con tutti i sindacati al tavolo, senza un'ora di sciopero, ottenendo concessioni di tutto rispetto. In realtà entrambi puntano, magari con modalità di comunicazione diversa, alla deregolamentazione e al maggiore sfruttamento dei lavoratori.
Il programma di Squinzi prevede  di “combattere la prepotenza della finanza” per ridare “piena centralità” a industria e manifatturiero; meno tasse per imprenditori e lavoratori; credito agevolato per le imprese, più spesa per le  infrastrutture, meno burocrazia e più semplificazione nell'attivare le imprese,  più ricerca, più attenzione alle scuole tecniche, minori costi dell'energia.
Uno sguardo alla sua squadra mostra molti nomi nuovi e non solo per ragioni anagrafiche. Sono tutti esponenti di imprese fortemente internazionalizzate, come del resto sono lo stesso Squinzi, la cui Mapei (chimica) ha 59 stabilimenti produttivi, 9 in Italia e 50 nel resto del mondo, mentre la Brembo di Bombassei (freni per auto) realizza il suo fatturato per il 90% all'estero. E' evidente il peso del Centro-Sud (con Lo Bello e Montante fiore all'occhiello per la loro lotta alla mafia), accanto a Lombardia e Veneto, ma anche il peso del settore energia e della chimica, accanto ai settori tradizionali (moda, tessile, industria alimentare).
Più chiara la configurazione territoriale dei due schieramenti:
Squinzi ha goduto dell'appoggio di un asse trasversale che va da Milano (Confalonieri ha in mano Assolombarda), all'Emilia Romagna (Gaetano Maccaferri) a Roma dove si è speso per lui il presidente di Unindustria, Aurelio Regina, che in un primo tempo era stato dato lui stesso per candidato) fino al Sud di Comitato mezzogiorno, sconfiggendo la Fiat (e Montezemolo oltre che Marchionne). Al Sud Bombassei ha raccimolato 6 voti, mentre la Sicilia (con Lo Bello e Montante) era tutta per Squinzi, come buona parte della Campania grazie a Vincenzo Boccia di Piccola Industria.
Per Bombassei ha fatto campagna il Corriere della Sera, la Fiat e la Pigna a Torino, ma non  Federmeccanica; a Brescia era con Bombassei il presidente dell`Associazione industriali, Dellera, ma non  Pasini, presidente di Federacciai; con lui anche  il presidente di Unindustra Treviso Alessandro Vardanega,  Andrea Bolla, presidente Confindustria Verona, Andrea Tomat, presidente Confindustria Veneto. Ma sono rimasti non schierati Gianmarco Moratti, Giorgio Fossa e  Paolo Zegna. Decisamente pro Squinzi Mario Moretti Polegato (calzature Geox),  Renzo Rosso, legato ad Emma Marcegaglia, ma anche Alessandro Benetton e tutto il sistema moda.
 Qualcuno ha sintetizzato così il peso dei due schieramenti: Squinzi ha portato a casa più adesioni, ma chi vota per Bombassei rappresenta il 65% del PIL e il grosso delle aree esportatrici, senza contare che il Veneto è l'unica area industriale che nel 2011 non ha mostrato recessione
Anche la più grossa Associazione padronale sente così il bisogno di riposizionarsi e ridefinire i suoi rapporti interni, non tanto per contrasti fondamentali tra le sue cordate in relazione ad opzioni diverse di politica internazionale, e neppure di politica industriale. Quanto per la "sensibilità" (che ha importanti precedenti storici) verso gli equilibri politici borghesi e gli eventuali mutamenti istituzionali che ne potrebbero derivare. Al "particolarismo" di Bombassei (appiattito sul business dell'export lombardo - e bergamasco in particolare - nonché sull' intreccio con cordate di malaffare in odore di cadute giudiziarie), viene preferito il rilancio "a tutto campo" di Squinzi, in grado di calamitare ampi settori di piccola e media imprenditoria "spiazzati" dalla crisi finanziaria e dall'incipiente crisi politica. Settori non marginali: numericamente, ma soprattutto tecnologicamente. Ad alta composizione organica di capitale. Settori in cui, più che l'articolo 18 e le "relazioni sindacali" (che gestiscono in proprio ed al meglio), interessa l'abbattimento della fiscalità, il credito agevolato, la messa a punto di canali preferenziali di mercato interni ed esterni. Il Consorzio di aziende che sta fortemente potenziando la ricerca proprio in casa Bombassei (al Kilometro Rosso di Stezzano), composto da almeno venti grandi gruppi internazionali, parte dei quali ha fatto la fronda al patron della Brembo in occasione del rinnovo dei vertici di Confindustria, dimostra ancora una volta il "gap" tra la veloce spregiudicatezza degli organismi padronali e la farraginosità del centralismo politico romano.
Per chi è abituato a leggere tutto in chiave politichese, e ha visto Squinzi colomba-centro sinistra vs Bombassei falco-cenro-destra poniamo il rebus: come mai Mediaset-Berlusconi ha sostenuto Squinzi e Carlo De Benedetti padrone di Repubblica e padrino del PD era tra i fautori di Bombassei? La risposta è semplice: i padroni si fanno i loro interessi, e usano la politica borghese. Per i lavoratori una lezione: conquistare l’indipendenza dalla politica borghese costruendo l’organizzazione comunista di classe.
 






AM

Pubblicato su: 2012-05-02 (1127 letture)

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