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N30 Pagine Marxiste - Maggio 2012
Il peso crescente della crisi sui lavoratori

 


 Alla crisi iniziata nel 2008, in Italia non è seguita una vera ripresa, diversamente dal mondo extra-europeo e in parte della stessa Europa.

Anzi, da noi la crisi sta aggravandosi nei suoi riflessi sui lavoratori e le loro famiglie.
Sul fronte occupazionale, a prima vista i dati non appaiono catastrofici (Tab. 1, Fig. 1).
Come si può vedere in dettaglio nel grafico di Fig. 1, tra il 2004 e l’inizio del 2008 l’occupazione era aumentata di circa un milione di unità fino a circa 23 milioni e 500 mila; con la crisi è diminuita di un massimo di 700 mila a metà 2010, per poi risalire leggermente, ma nei primi mesi del 2012 è di nuovo in discesa.
La caduta attuale dell’occupazione è dell’ordine del 2,5%. Non un’ondata massiccia, ma uno stillicidio di licenziamenti, e soprattutto di “mancate conferme” di contratti a termine, la nuova formula ipocrita per non dire che si licenzia. Poi ci sono gli “esodati” ultracinquantenni, che sono stati licenziati con la promessa della pensione cui non hanno più diritto, grazie alla riforma Monti.
I lavoratori italiani hanno conosciuto altre crisi occupazionali di intensità anche superiore: tra il 1992 e il 1995 erano stati persi quasi 700 mila posti di lavoro su media annua (il grosso nell’edilizia e nei servizi).
Ma è prevedibile che la nuova recessione in corso provocherà ulteriori riduzioni. Inoltre questa crisi ha dei caratteri peculiari che ne aggravano le conseguenze sociali.
Se da un lato per le donne c’è stato addirittura un aumento, indicativo della forza del processo di femminilizzazione delle forze lavoro, per gli uomini il bilancio è pesante: -600 mila, pari a -4,2%, tornando ai livelli di 8 anni fa (Fig. 2). Dove l’unica fonte di reddito era l’uomo che ha perso il lavoro, siamo alla disperazione.
Inoltre questi dati contano i “morti”, non i “feriti” della crisi: le centinaia di migliaia che sono stati messi in cassa integrazione. Nei primi mesi del 2012 sono state autorizzate ore di cassa equivalenti a 600 mila lavoratori a tempo pieno, probabilmente quelle effettivamente erogate sono 400-500 mila, di cui metà in cassa straordinaria, ossia posti di lavoro che non torneranno più. Quindi i posti di lavoro realmente persi sono intorno agli 800 mila, anche se la cassa integrazione ne ritarda l’effetto,  in attesa che chi è lasciato a casa perda i collegamenti e la capacità di azione collettiva.
C’è un altro dato molto indicativo: nel IV trimestre 2011 gli occupati erano circa invariati (+18 mila) rispetto a fine 2010 (il calo è concentrato nell’edilizia: -150 mila pari all’8% in meno in un anno, mentre industria e servizi sono cresciuti di 92 e 125 mila unità rispettivamente), MA: gli occupati oltre i 55 anni erano aumentati di 164 mila, mentre gli under 35 erano diminuiti di 235 mila. I lavoratori anziani costretti a lavorare più a lungo dalle misure di Monti tengono i giovani fuori dal lavoro! E Monti-Fornero &C hanno spacciato le “riforme” di pensioni e mercato del lavoro come fatte per favorire i giovani togliendo i “privilegi” ai vecchi!
Inoltre il lavoro è sempre più precario: sempre da fine 2010 a fine 2011 i lavoratori a tempo pieno sono diminuiti di 148 mila, quelli part-time sono aumentati di 166 mila. I lavoratori permanenti a tempo pieno sono diminuiti di 71 mila, quelli a termine sono aumentati di 83 mila (di cui solo 31 mila a tempo pieno).
 
Disoccupazione crescente
L’altra faccia della medaglia la danno i dati della disoccupazione. La Fig. 3 mostra la drastica risalita della disoccupazione in due ondate, di cui la seconda è presumibilmente ancora in corso, dopo il riassorbimento a metà decennio. La disoccupazione maschile aumenta maggiormente di quella femminile, anche se il tasso di disoccupazione femminile è tuttora maggiore (10,8% sulle forze lavoro femminili, rispetto a 8,7 per i maschi). Nell’ultimo trimestre 2011 la disoccupazione totale era di 2 milioni 429 mila, con un tasso di disoccupazione del 9,6%; Nord 6,7%, Centro 9,2%, Sud 14,9%. Queste cifre sono destinate ad aumentare con la recessione in corso. I livelli attuali di disoccupazione sono tuttavia ancora inferiori a quelli degli anni ’80 e ’90 (vedi Fig. 4), perché inferiori sono le nuove leve demografiche che si affacciano sul mercato del lavoro, e più numerose quelle che lo abbandonano. Nel 2007 si era toccato un minimo storico nella disoccupazione con 1,5 milioni, dopo due decenni in cui essa era stata sopra i due milioni. Essa è rapidamente risalita fino ai 2.354 mila di febbraio 2012, con un aumento di 850 mila.
Due dati caratterizzano la disoccupazione italiana: i disoccupati di lunga durata (da più di 12 mesi) sono in aumento e superano il 50% del totale. Vi è quindi una grossa sacca di persone che questa società ha “buttato via”, emarginato, e che non hanno ormai più diritto a nessun sussidio di disoccupazione, se mai ne hanno avuto. Un esercito industriale di riserva cui il capitale non ha bisogno di attingere nella stagnazione italiana. Nel 2010 si è suicidato un disoccupato ogni giorno, punta dell’iceberg di una crescente disperazione sociale. Anche questo è il costo umano della crisi, anche questa è violenza che va messa sul conto della società capitalistica.
 
Giovani i più colpiti
Inoltre si aggrava il tasso di disoccupazione giovanile, salito al 32,6%. Un terzo dei giovani tra i 15 e i 24 anni cerca lavoro, ma non lo trova (24% al Nord e ben 45% al Sud).  A parte la Spagna e la Grecia, il dato italiano è il più alto tra le metropoli (Tab. 2) ed è endemico nella società italiana: dagli anni ’80 la disoccupazione giovanile non è mai scesa sotto il 20%, e solo tra il 2000 e il 2008 era scesa sotto il 25%. È anche un indice della disfunzione della scuola italiana, che non fornisce ai giovani una preparazione richiesta sul mercato del lavoro: dopo il parcheggio a scuola buona parte dei giovani trovano sbarrato il mercato del lavoro e finiscono per passare per una trafila di lavori saltuari che poco o nulla hanno a che fare con la preparazione scolastica ricevuta, e in cui sono ricattati, maltrattati, sottopagati. Una situazione molto diversa dalla Germania, dove il tasso di disoccupazione giovanile è dell’8,6% perché vi è un investimento anche delle aziende sulla formazione dei giovani.
La disfunzione specifica del sistema scolastico italiano aggiunge contraddizioni a quelle generali delle crisi capitalistiche, che possono essere una leva per portare i giovani ad aprire criticamente gli occhi sulla natura classista e iniqua di questa società, e a lottare per una società migliore.
Questo pesante situazione dei giovani non è finora esplosa in proteste generalizzate per un motivo principale: in Italia i giovani abbandonano tardi la famiglia di provenienza. Nel 2010 l’88,5% dei giovani tra i 15 e i 24 anni e il 41,6% di quelli tra i 25 e i 34 anni, più di tre milioni, vivevano ancora con i genitori (di cui 35% al Nord e 49% al Sud). Per i maschi tra 25 e 34 anni addirittura il 49,6% (57% al Sud). Rispetto al 1995 c’è un aumento di 6 punti, tutto concentrato al Sud. Secondo la Banca d’Italia circa 480 mila famiglie hanno sostenuto almeno un giovane che aveva perso il lavoro. La famiglia fa da ammortizzatore sociale, mantenendo i giovani, disoccupati o incapaci di rendersi indipendenti perché hanno lavori solo saltuari, ma al costo di un rapporto di dipendenza che si protrae in modo innaturale.
A questi dati va aggiunto il forte peso in Italia della popolazione che sarebbe disponibile a lavorare, ma che non cerca lavoro, perché scoraggiata dopo vane ricerche o perché mancano determinate condizioni (asili nido ecc.). Questa popolazione è pari a 2,9 milioni, l’11,6% della popolazione attiva, oltre 3 volte la media europea del 3,6%, e porta il totale delle persone disponibili a lavorare a circa 5 milioni.
 
Contro il peggioramento delle condizioni di vita
La crisi infine sta peggiorando le condizioni economiche dei proletari in termini di salari, potere d’acquisto, consumi, risparmi, sicurezza economica. Dato che l’Istat è piuttosto opaca nel rendere conto dei salari reali, citiamo da una fonte insospettabile, la Banca d’Italia: “Le conseguenze della recessione del 2008-09 sono state pesanti per i redditi delle famiglie italiane. Nel terzo trimestre dell’anno passato il loro reddito disponibile reale era di quasi il 6 per cento inferiore al massimo raggiunto prima della crisi, nella primavera del 2008; il calo è ancora più forte, circa il 7,5 per cento, se espresso in termini pro capite.
Durante la fase acuta della recessione, nel 2008-09, la caduta dei redditi familiari ha raggiunto in Italia il 4 per cento, a fronte di una riduzione del PIL del 6 per cento. Nella maggior parte degli altri paesi avanzati, il reddito disponibile lordo reale delle famiglie è invece cresciuto, nonostante la contrazione del prodotto. In Francia a un calo del PIL prossimo al 3 per cento si è associato un incremento delle entrate familiari di quasi il 2 per cento. In Germania e negli Stati Uniti il PIL si è ridotto del 4 per cento, ma i redditi delle famiglie sono saliti di circa mezzo punto percentuale. Nel Regno Unito e in Svezia la diminuzione del PIL ha superato il 5 per cento, ma il reddito delle famiglie è aumentato, rispettivamente, del 2 e del 5 per cento”.1
In altre parole: in Italia le famiglie italiane hanno avuto una perdita di reddito reale del 4% nel 2008-09, poi ancora del 2% nonostante la parziale ripresa dell’economia; l’intervento dello Stato ha pochissimo attutito l’impatto della crisi, rispetto agli altri paesi dove le famiglie non hanno subito perdite, e poi ha tolto altro reddito alle famiglie con le tasse. Al posto dello Stato redistributore, lo Stato rapinatore.
Le famiglie di lavoratori dipendenti a basso reddito sono quelle che più stanno soffrendo gli effetti della crisi: non avendo riserve sono costrette a ridurre i consumi e la qualità della vita. Tra queste le famiglie di immigrati, con redditi mediani pari al 56% delle famiglie di italiani, c’è la più alta percentuale a rischio di povertà: il 44%; ma anche tra i giovani fino a 34 anni il 24% risulta a rischio di povertà contro il 18% medio.
Con la crescente disoccupazione, il lavoro precario e part-time involontario, milioni di proletari si trovano senza salario o con un salario insufficiente a condurre una vita decente. Accanto alla rivendicazione di un recupero salariale per gli occupati, occorre organizzare la rivendicazione del salario minimo garantito per i lavoratori disoccupati e precari, che permetta loro una vita dignitosa.
Con la riforma del mercato del lavoro il governo intende introdurre l’ASPI, che secondo i progetti noti darebbe 720 euro circa per alcuni mesi a chi aveva un salario di 1200 euro, un sussidio da fame che esclude tra l’altro tutti i disoccupati di lunga durata, che ne hanno maggiormente bisogno, e i lavoratori precari che non sono riusciti a lavorare 12 mesi negli ultimi due anni, e sono tanti.
La rivendicazione del salario garantito può unificare i lavoratori dispersi nelle lotte contro i licenziamenti, disoccupati e precari. E può essere un momento di fronte unico per la difesa degli interessi proletari nella crisi, e per la lotta più generale per il comunismo.
 



 




Pubblicato su: 2012-05-02 (1106 letture)

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