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N°30 Pagine Marxiste - Maggio 2012
LE “RIFORME” DELL'IMPERIALISMO ITALIANO
editoriale

 


Era di “riforme” quella che stiamo vivendo. Nella pubblicistica e nella propaganda politica dei mass-media il “governo tecnico” di Mario Monti sembra incarnare quanto di più “progressista” possa esprimere questo paese.

Chi non “sta al passo” sembra confinato nel museo di una storia data ormai per morta e sepolta.
In realtà, ciò che questo governo “tecnico” - con puntelli bipartisan - è riuscito a fare è pur sempre dentro il solco della tradizione politica dell'imperialismo italiano.
Se la data di nascita del suddetto imperialismo è possibile collocarla a cavallo tra il XIX° ed il XX° secolo, è esattamente da quel periodo, coincidente col liberalismo di stampo giolittiano, che la grande borghesia appronta le prime forme politiche “ a base di massa piccolo borghese”.
Una tradizione che s'innesta nella storia patria e che si dipana, dentro dinamiche dialettiche di continuità e rottura, tra fascismo e democrazia.
Il succo di queste politiche può essere così tradotto: la classe operaia deve pagare due volte. Un tagliando per lo sfruttamento diretto del grande capitale. Un altro tagliando per quello diretto e indiretto della massa piccolo borghese, che supera in Italia, in lungo ed in largo, il peso sociale che essa ha negli altri imperialismi.
Se c'è un imperialismo dove meglio si è estrinsecato un “blocco sociale” reazionario di massa, attraverso ogni sintesi politica, questo è proprio l'imperialismo italiano. L'adesione di esso all'imperialismo europeo, invece di far “saltare” tale rapporto di classe, lo ha per certi versi non solo mantenuto, ma “esaltato”. Qui sta la forza del “controllo” e della viscosità degli attuali rapporti sociali, nonostante la crisi morda la carne viva di milioni di sfruttati. Qui sta però anche, per converso, la debolezza strutturale del nostro “imperialismo straccione”; cosa che lo “costringe” a rimanere comunque nel limbo delle relazioni internazionali tra potenze. A partire dai partner europei ...
Certo, il panorama delle “manovre” per affrontare il vortice dei “debiti pubblici” presenta un canovaccio internazionale  per molti aspetti fatto con la carta carbone: tagli occupazionali, tagli salariali, precarietà diffusa ed in espansione, demolizione della legislazione del lavoro, flessibilità selvaggia nei luoghi di lavoro, concorrenza tra occupati e tra essi ed i disoccupati, tagli alla spesa pubblica, aumento dei prezzi e della imposizione fiscale ...
Ma ciò che contraddistingue il versante italiano è la reiterabilità, la profondità strutturale, la frequenza degli affondi dei vari governi borghesi che si succedono. Tenendo conto che, Grecia, Portogallo ed Irlanda a parte, stiamo pur sempre parlando di un componente del G-8.
E qui corre l'obbligo di richiamare, seppur sommariamente, le vicende del governo Amato di inizio anni '90, che “salvò” la lira dal tracollo … o quelle dei governi Ciampi e Dini, che garantirono la “pace sociale” e dettero le prime picconate al sistema pensionistico; e che prepararono in qualche modo il terreno a Romano Prodi, dopo un breve interregno di Berlusconi, per l'approdo  europeo dell'imperialismo italiano.
Tutti “governi tecnici”, tutti “governi amici”… di quegli stessi squallidi partiti - o dei loro derivati - che oggi sostengono con tanta lena Mario Monti.
Le novità oggi sono sostanzialmente due, rispetto ad allora: il manifestarsi ed il permanere, nelle “vecchie” metropoli, di una crisi capitalista (ed in Italia di una stagnazione almeno ventennale); l'avvitarsi su se stessa di una crisi politica che rimette in discussione non solo equilibri parlamentari, ma gli stessi scenari istituzionali.
La recente ed esplosiva vicenda della Lega Nord, da questo punto di vista, è avvenimento sintomatico. Tutti i rivoluzionari hanno sempre denunciato il carattere intrinsecamente corruttivo del capitalismo, in tutte le sue forme e manifestazioni, in tutti i soggetti che, da qualunque sponda, ne sono gli esponenti. Non esiste una “classe politica” che sia più corrotta del mondo borghese di cui è espressione. Come è altresì accertato, per ciò che ci riguarda, che ogni “scandalo” è parte della lotta politica tra le varie frazioni della classe dominante.
Il “rimpasto” ai vertici della Lega, in cui viene addirittura coinvolto in prima persona il suo fondatore e famiglia, è sintomo di un profondo riposizionamento dell'asse politico che, per oltre un quindicennio, ha tenuto la barra dei settori trainanti della borghesia imperialista del Nord, quella proiettata direttamente nel cuore dell'Europa.
Sarebbe limitato vedere questa vicenda solo in ottica elettorale: di un ex alleato di Berlusconi che, ripassato dopo tanti anni il Rubicone (o per meglio dire, il Po), cerca ora di rifarsi il trucco dell'“opposizione” al governo delle “tasse” e dei “banchieri” ... e che per questo paga il prezzo.
Andando un po' più a fondo, non si può non vedere nelle convulsioni dei “padani” il tentativo della piccola e media borghesia nordista, e della finanza collegata, di “sganciarsi” dalle liberalizzazioni ventilate (e per ora abortite) del “governo dei    tecnici”. Il divincolarsi di questi strati, che sono la “pancia” degli equilibri borghesi, da ogni possibile ed imminente ulteriore “vincolo” europeo, che possa in qualche modo toccare privilegi corporativi ben radicati.
Ed avendo da molto tempo la Lega svolto un ruolo da trait d'union tra centralismo romano e federalismo nordista, lo scandalismo politico diventa arma del riposizionamento in tempi rapidi.
Più in generale, il “governo tecnico” pone problemi di “sostenibilità” parlamentare, di questo parlamento, agli input dei mercati e della finanza. Pone problemi pure istituzionali: se cioè le istituzioni nate nel secondo dopoguerra possano “tenere botta” alle dinamiche impetuose della lotta e della concorrenza imperialista mondiale.
In attesa che questo nodo gordiano venga sciolto, Monti & C. hanno sventagliato contro gli operai due manovre pesantissime: quella sulle pensioni ed ora quella sul mercato del lavoro.
Tra gli osanna dei “mercati”. La “lealtà” dei partiti borghesi. L'ipocrisia della chiesa. L'appoggio interessato del sindacalismo colluso.
Ma non basta. Ora, dopo raffiche di aumenti che colpiscono in primo luogo i lavoratori, compare in agenda un'altra “cura da cavallo” sul debito pubblico. Altro giro. Altra cassa per “uscire da una crisi” che, nel capitalismo,  per i proletari non ha vie d'uscita.
 
Alla classe non rimane che la lotta e l'organizzazione indipendente. Non è un desiderio di qualche sparuta minoranza. E' una impellente necessità di vita. O il protrarsi di convulsioni senza fondo, o la rinascita di organismi politici proletari nella lotta, per la lotta: al di fuori di ogni tatticismo auto conservativo, più o meno parlamentare, più o meno opportunista.
 
“Socialismo o barbarie”, diceva Rosa Luxemburg. Era l'imperativo di ieri. E' l'imperativo di oggi! 
 



 




Pubblicato su: 2012-05-02 (1241 letture)

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