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N°29 Pagine Marxiste - Febbraio 2012
LA “BANDA DEL MATESE” E L'INSURREZIONISMO ANARCHICO
Correnti rivoluzionarie nella storia del movimento operaio italiano



Il 5 aprile del 1877 - poco meno di 135 anni fa - un gruppo armato di socialisti anarchici, guidati da Carlo Cafiero, Errico Malatesta e Pietro Ceccarelli, dava l'assalto al massiccio del Matese (sull'Appennino Campano), per spingere i contadini alla “sollevazione sociale”.
Sei giorni dopo, il “colpo di mano” era stroncato dalle truppe inviate dal governo a reprimere gli insorti.
L'episodio non va letto come un'azione “estemporanea” condotta da un gruppo isolato di anarchici, seppur di primo piano. No. L'azione del Matese è il terminale di una nutrita serie di “spallate” al potere borghese dello Stato italiano da poco costituito, è lo “sbocco naturale” di un insurrezionismo anarchico che era penetrato non poco nelle carni delle classi oppresse della penisola. Ricordiamo che l'anarchismo era maggioritario dentro la Sezione italiana dell'AIL (Associazione Internazionale dei Lavoratori, o Prima Internazionale), e lo era diventato in virtù di una lotta serrata condotta contro le correnti democratiche mazziniane, egemoni delle prime “Società Operaie” o di “Mutuo Soccorso”.
Lo spartiacque è la Comune di Parigi (marzo 1871). Mazzini prende le distanze dall'“ateismo” e dal comunismo rivoluzionario dei comunardi. Nel dicembre 1871 prende corpo il movimento del Fascio Operaio romagnolo, che l'anno successivo aderisce all'AIL.
A monte ci sono stati i deliberati del Congresso di Sonvillier (12 novembre 1871), in cui gli anarchici ripudiano la soluzione marxista della “conquista del potere politico da parte del proletariato”. Si dichiara, in alternativa, che l'insurrezione deve mirare all'abolizione dello Stato e del capitalismo. Per gli anarchici la genesi di ogni malattia sociale sta nella “Autorità” (con la “A” maiuscola!); per cui anche il capitalismo, che ne è una derivazione storica, può essere abbattuto solo abolendo lo Stato nell'atto stesso dell'insurrezione.

La stampa internazionalista italiana si schiera con Bakunin, leader dell'anarchismo e fondatore sia dell'organizzazione segreta “Alleanza internazionale della democrazia socialista” (1868, costituita da federazioni autonome contro il “centralismo” di Marx) sia, in Italia, della “Fratellanza Fiorentina” nonché del “Comitato Centrale (sic!) della Fratellanza internazionale” (Napoli). I veri centri operativi di questo coacervo associazionista sono nel Mezzogiorno d'Italia, dove emergono le figure di Giuseppe Fanelli, Saverio Friscia, Alberto Tucci, Carlo Gambuzzi, tutti liberi professionisti.
Lo stesso Gambuzzi, insieme al sarto Stefano Caporosso, dà vita, in opposizione allo scioglimento del “Comitato nazionale dell'Alleanza”, decretato dall'AIL, al primo giornale anarchico italiano: “Eguaglianza”, diretto dall'ex sacerdote Michelangelo Statuti.

Inutile dire che la polizia picchia duro. Scioglie non solo la stampa, ma ogni associazione delle classi oppresse che abbia il più vago sentore di “sovversione”.
I moti dei lavoratori della terra (giornalieri, braccianti, piccoli contadini), mai cessati in pratica dalla spedizione di Garibaldi in Sicilia, fanno emergere, nell'isola ma anche in Campania, una seconda generazione di militanti (Carlo Cafiero, Carmelo Paladino, Errico Malatesta), di estrazione borghese-agraria, che si rivolta contro le sempre più stridenti ingiustizie sociali. Molti di questi militanti caratterizzeranno l'anarchismo italiano come un mix di millenarismo sociale e di “rigenerazione” degli ideali democratici risorgimentali.
Il 18 febbraio 1872, a Ravenna, viene indetto un primo meeting internazionale romagnolo, che si conclude con la “Dichiarazione degli internazionalisti della bassa Romagna ai loro fratelli operai”. L'internazionalismo prende i connotati della lotta per la “libertà” e del ripudio dell'autoritarismo e del militarismo. 

La Comune di Parigi segna anche il dissidio, che risulterà incolmabile, tra marxisti ed anarchici. Bakunin, a differenza di Marx, coglie nei contadini diseredati e senza terra, e non nel proletariato di fabbrica, la forza motrice della rivoluzione. Alla marxista “conquista dello Stato” attraverso la lotta politica rivoluzionaria, egli oppone la cancellazione di ogni forma statuale. Alla socializzazione dei mezzi di produzione ed alla pianificazione centralizzata, la libera federazione di comuni autogestiti.
L'Italia, con la Spagna, diviene pertanto lo scenario operativo prediletto dell'anarchismo bakuniniano.
Vengono così costituite le seguenti associazioni: a Torino (Carlo Terzaghi) la “Federazione Operaia”; a Bologna (Erminio Pescatori) il “Fascio Operaio”, fulcro dell'Internazionale anarchista in Emilia Romagna, cui aderisce anche Andrea Costa. Il distacco formale tra mazziniani ed anarchici avviene all'XI° Congresso delle società operaie (Roma 1871). È in questa occasione che Cafiero, assieme a Guglielmo de Montel della Fratellanza artigiana di Livorno, bolla il mazzinianesimo di “anti-operaismo” e “anti-umanitarismo”. Da lì in poi si diffondono circoli e sezioni degli “internazionali” (così venivano definiti) in Toscana, Romagna e Marche.

La separazione col marxismo si consuma nel settembre del 1872, col Congresso di Saint-Imier), in Svizzera, dove gli “antiautoritari” fanno prevalere le loro istanze federaliste, in sintonia con il radicato localismo ed anticentralismo della frazionata realtà italiana, ancora fortemente segnata da rapporti sociali agricoli pre-moderni e da forme di produzione artigianali.

Il 4 agosto 1872, nella sede del “Fascio Operaio” di Rimini, nasce la “Federazione delle sezioni italiane dell'Internazionale”. Presidente è Carlo Cafiero. Su 21 sezioni presenti - di cui 9 romagnole - appena 3 vengono dal Sud (due dal napoletano, una dalla Sicilia). È il segno di un mutamento generazionale, che vede emergere una maggiore attenzione al diretto coinvolgimento delle masse contadine verso gli enunciati degli “internazionali”. Tra l'altro, il pur debole movimento operaio degli anni '70, ancora pre-industriale (tessili a parte, si hanno agitazioni dei “fornaciai di calce”, dei “cavatori di sabbia”, degli “edili”, dei “cavatori di zolfo”, dei “lavoranti di sedie”), pone comunque all'ordine del giorno la necessità per questo variegato “partito anarchico” di mettersi alla testa di movimenti concreti. Tra il 1874 ed il 1877 si diffondono lotte di massa nelle campagne, che scatenano repressioni durissime e che vedono falcidiate le file della Federazione. Ma più che gli scioperi intesi come “scuola di guerra”, l'anarchismo è orientato a privilegiare i tentativi insurrezionali. Lo scollamento tra l'“apprendistato” della lotta economica e quella politica (ridotta a una “comunione agricola” che le masse non percepiscono), fa del “credo” socialista-anarchico un atto di pura propaganda il quale, pur raccogliendo adepti, non sedimenta come organizzazione antagonista, tale da mettersi alla testa di lotte di ampio respiro.

Ecco allora la scelta (II Congresso della Federazione-Bologna marzo 1873) di gettarsi sulla “propaganda clamorosa, solenne della insurrezione e delle barricate”. 

Il paese è ora attraversato da agitazioni contro il carovita e da numerosi scioperi, per nulla collegati tra loro. Per Costa e Cafiero sono i prodromi di una rivoluzione sociale. L'insurrezione sarebbe dovuta scoppiare a Bologna nell'agosto del 1874, dove è giunto lo stesso Bakunin, per poi estendersi nelle campagne pugliesi e siciliane ed acquistare una dimensione nazionale. Ma la polizia, messa sull'avviso, arresta tutti i cospiratori. Malatesta, guida il tentativo in Puglia, ma viene a sua volta arrestato.
Il fallimento non piega però l'attivismo anarchico, che riparte, per certi versi più forte di prima, dalla Romagna e dall'Emilia, in cui si costituiscono le Federazioni provinciali, seguite da quella della Toscana. Poi da quelle campane e pugliesi.
 Cominciano però a staccarsi dal “giro” libertario il siciliano Salvatore Napolitano (direttore de “Il povero”) e sopratutto il milanese “Circolo di studi economico-sociali”, gravitante attorno al giornale “la Plebe” di Lodi. Il passaggio successivo è il Congresso della Federazione dell'Alta Italia, tenutosi a Milano nel febbraio del 1877, dove comunque è ancora maggioritaria la componente libertaria.
Così ci si getta in un nuovo tentativo insurrezionale, appunto nel Matese, individuando in questa zona (all'incrocio tra quattro province: (Campobasso, Isernia, Benevento e Caserta) il possibile epicentro di una guerriglia contadina.
A Lentino viene occupato, da una trentina di insorti armati, il municipio e dichiarato decaduto il re Vittorio Emanuele II. Vengono bruciati i catasti, i ruoli delle imposte e distrutti i contatori per rilevare l'imposta sul macinato. La terra è proclamata “bene comune” di tutti quelli che la lavorano. Lo stesso avviene a Gallo, un altro paese limitrofo. Ma i contadini non insorgono. La “propaganda del fatto”, anche quando questa si attua, mostra ancora una volta di essere una pia illusione. Gli insorti, catturati, si fanno 15 mesi di carcere prima di essere amnistiati per la successione al trono di Umberto I.
L'anarchismo continuerà ancora ad essere l'unica espressione italiana della lotta delle classi oppresse, e ad infondere in esse avversione ad oltranza allo Stato borghese e solidarietà internazionalista. Ma da questo episodio del Matese inizierà un declino politico che aprirà la strada al socialismo di stampo “marxista”. Le virgolette sono d'obbligo perché in realtà si tratterà della nascita di un partito appiattito sul gradualismo, il cooperativismo, l'evoluzionismo positivista.
Ma questa è altra storia.
Il movimento operaio italiano, dunque, nasce su delle basi genuinamente rivoluzionarie, che fanno leva su “sani” istinti di rivolta contro l'ordine sociale, ma che non riescono a fornire ad esso quella maturità politica, organizzativa, analitica in grado di affrontare la classe dominante con strumenti adeguati.
Semplicistica l'analisi dello sfruttamento e delle dinamiche tra le classi. Sbagliato il rapporto tra dominio economico e politico, così come pure quello tra Stato e classi oppresse. Sfasata l'individuazione delle forze motrici della rivoluzione nei contadini diseredati, nei piccolo borghesi declassati e nei “briganti”... Perdente la negazione della lotta politica e della lotta per il partito politico rivoluzionario. Assurda la strada del “gesto” insurrezionale.
Sappiamo che questi sono stati errori di “crescita” del movimento operaio. Come sappiamo anche che il “possesso” dei requisiti necessari a dare base concreta alla lotta rivoluzionaria non sono “di per sé” garanzia contro fallimenti e degenerazioni.
Ma il futuro della lotta per l'organizzazione dei comunisti non può prescindere dal riprendere queste pagine della nostra storia per superare tutte le incrostazioni che essa, in qualche risvolto, può sempre riproporre.








G. G.

Pubblicato su: 2012-02-06 (1062 letture)

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