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N29 Pagine Marxiste - Febbraio 2012
Partito e organizzazioni di massa
DI ORHAN DILBER (KZ)

Nell’ambito di un confronto internazionalista, il 28 dicembre scorso si è tenuto a Milano un incontro in cui il compagno Orhan Dilber ha presentato la concezione del partito rivoluzionario secondo l’organizzazione comunista turca Köz. Su nostra richiesta, ci ha inviato un primo articolo in francese, di cui riportiamo la traduzione in italiano, quale spunto per una discussione sul tema dell’organizzazione comunista anche in Italia. Orhan vive a Parigi in quanto rifugiato politico turco, è portavoce del Collettivo dei sans papiers turchi e curdi dell’area parigina e membro della Presidenza della Federazione dei collettivi dei sans papiers in Francia.



[…] I metodi e la concezione del lavoro tra le masse, come pure nelle organizzazioni di massa, sono diversi a seconda della concezione del partito, anche se c’è concordanza sull’obiettivo finale.
Più precisamente, se si considera il partito [rivoluzionario] come il rappresentante della classe operaia stessa, si arriva ad una determinata concezione dei rapporti partito/masse. Si giunge ad una concezione del tutto diversa partendo dalla concezione di un partito esclusivamente formato da militanti rivoluzionari di professione, che intende distinguersi nettamente dalle masse, compresa la massa della classe operaia. Essendo la concezione leninista del partito completamente diversa dalla concezione tradizionale della Seconda Internazionale, ne deriva una concezione dei rapporti partito/masse completamente diversa. Questo problema si collega perciò direttamente ai punti principali del dibattito tra menscevichi e bolscevichi.
Per coloro che pensano che il partito rappresenti la classe operaia
il problema dei rapporti del partito con le masse non si pone neppure in quanto tale
Certamente, anche solo per poter parlare dei rapporti tra il partito e le masse occorre innanzitutto ammettere una distinzione, o una separazione tra questi due elementi.
Il modello del partito nella Seconda Internazionale era quello di un partito rappresentante per definizione la classe operaia. Si riteneva perciò naturale che le organizzazione operaie di massa, come i sindacati, le cooperative etc., fossero in un modo o nell’altro, legate al partito, e le si pensava come ad esso subordinate. Il modello per eccellenza era visto perciò nell’organizzazione del movimento socialdemocratico tedesco.
Secondo tale modello, si chiedeva agli operai di aderire alle organizzazioni di massa, o direttamente al partito. Il rapporto del partito con le organizzazioni di massa - considerate appunto da questo modello come legate e subordinate al partito - tende ad essere ridotto ad un problema di gestione, di amministrazione. E questo contribuisce alla burocratizzazione della struttura del partito e di quella delle organizzazioni di massa.
Non è solo una deduzione teorica, esistono diversi esempi concreti che dimostrano come i rapporti del partito con le organizzazioni di massa seguano questo modello, al tempo della Seconda Internazionale, in seguito e fino ad oggi.
L’esperienza italiana in particolare non fa eccezione, è anzi uno degli esempi più eclatanti della subordinazione delle organizzazioni di massa al partito, per formare la cosiddetta classe operaia in quanto tale.
Opportunismo e riformismo sono il risultato di una ben definita relazione del partito con le organizzazioni di massa
Non si deve però credere che in questo modello il partito sia, in un certo senso, onnipotente, in grado di imporre la linea di condotta alle organizzazioni di massa. Generalmente si verifica anzi il contrario: il partito è spesso costretto a seguire la linea di condotta più o meno imposta dalle organizzazioni di massa, che hanno un peso considerevole nella struttura del partito, anche quando non tutti gli aderenti di queste organizzazioni sono direttamente membri del partito.
Perciò, questo modello serve piuttosto ad adeguare il partito alle linea politica imposta dalle organizzazioni di massa. Come Lenin ha dimostrato nella sua analisi dell’aristocrazia operaia nell’epoca dell’imperialismo, questo tipo di rapporto spiega anche l’orientamento opportunista, social-sciovinista e socialimperialista dei principali partiti della Seconda Internazionale. Questa analisi ci permette anche di comprendere i fondamenti dell’orientamento riformista e revisionista dei principali partiti europei, all’epoca come in seguito.
Le masse proletarie non sono spontaneamente rivoluzionarie
Coloro che pensano che la classe operaia sia spontaneamente rivoluzionaria, o rivoluzionaria in sé, ragionano al rovescio: credono che per combattere il riformismo e l’opportunismo basti aprire le porte alle masse. O, come Rosa Luxemburg, attendere la fase finale allorché le masse insorgeranno per rovesciare il nemico di classe, assieme ai suoi lacchè in seno al movimento. Sappiamo come l’esperienza di Rosa Luxemburg stessa abbia tragicamente smentito questa ipotesi.
Le masse proletarie non sono spontaneamente rivoluzionarie; innanzitutto non lo sono per natura e in permanenza. E questo perché esse sono sottoposte al controllo dell’ideologia dominante, anche quando si ribellano e scendono in lotta. Inoltre, le loro condizioni sociali, con lo stato di schiavitù salariata cui sono sottoposte, impediscono loro di acquisire spontaneamente una coscienza di classe, rivoluzionaria e comunista. Quando si ribellano però, sono più aperte all’intervento dei rivoluzionari e dei comunisti, soprattutto nei periodi rivoluzionari. Esse sono anche relativamente più capaci e disposte a comprendere nel corso delle lotte di rivendicazioni parziali o corporative. Ma non arrivano mai spontaneamente ad una coscienza di classe rivoluzionaria. Perché vi giungano occorre un lavoro sistematico e continuo dei comunisti tra le masse proletarie, ed in seno alle organizzazioni di massa proletarie.
Per lo stesso motivo occorre costruire un partito rivoluzionario che si distingua dalle masse e che al contempo conduca un lavoro tra le masse proletarie.
Il modello di Lenin elaborato nel periodo dell’Iskra e al Secondo congresso del Posdr
Questo ragionamento riassume anche le linee guida del dibattito che conduce al dibattito tra menscevichi e bolscevichi nel Secondo Congresso del Partito Socialdemocratico di Russia. In questo congresso gli iskristi dapprima combattono tutti assieme economisti e spontaneisti, in seguito ci sarà una scissione nel corso del dibattito sullo statuto del partito. Il punto di rottura fu appunto la concezione del partito. Lenin espone la sua nuova concezione del partito rivoluzionario, che verrà respinta dalla maggioranza del congresso, nel dibattito contro Martov sullo statuto del partito.
Nondimeno, la nuova concezione del partito proposta da Lenin era strettamente collegata al contenuto e all’essenza dei dibattiti precedenti, in cui tra gli iskristi non erano sorte divergenze.
Certo, la nuova concezione del partito limitato ai rivoluzionari di professione era strettamente collegata alla lotta contro l’economicismo e contro il codismo (tendenza a lasciarsi trainare alla coda del movimento spontaneo delle masse); o contro la tendenza a «sottomettersi allo spontaneismo» predominante presso gli economicisti e i populisti.
Questa nuova concezione definiva il partito rivoluzionario non come classe operaia in quanto tale, ma come sua avanguardia che si distingueva in modo vigile e pertinace dalla classe operaia stessa, dalle altre organizzazioni politiche, come pure dalle organizzazioni di massa. Questa opera di delimitazione del partito doveva essere costante per garantire in permanenza al partito il suo carattere di avanguardia. Questo partito chiudeva perciò le sue porte alle masse, ma anche agli individui che non assicuravano una presenza attiva e permanente in una delle organizzazioni del partito.
Fu soprattutto su questo punto che di fatto si impose la scissione tra menscevichi e bolscevichi. La scissione si è prodotta su un tema che era sembrato solo un dettaglio del dibattito. E questo perché la concezione di Lenin veniva ridotta dai suoi avversari ad una formula che portava all’esclusione dei veterani del movimento, come Axelrod o Zasulich, etc., motivo per cui l’originalità di questa concezione non fu affatto compresa né dagli uni né dagli altri.
Già subito dopo il congresso si poté prevedere che questa differenza di posizioni si sarebbe riflessa in una divergenza sulla strategia per la presa del potere e sul ruolo della socialdemocrazia nella rivoluzione che appariva imminente.
D’altra parte la polemica su “Le due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica” preannunciava già che la controversia sugli statuti sarebbe inevitabilmente sfociata in una divergenza sul ruolo del partito nella rivoluzione, come è stato dimostrato dall’esperienza della rivoluzione del 1905.
L’esperienza del 1905: un altro aspetto dei rapporti del partito con le organizzazioni di massa
La rivoluzione ha anche portato alla luce le differenti interpretazioni dei rapporti del partito con le organizzazioni di massa all’interno degli stessi bolscevichi. Soprattutto sul rapporto del partito con il soviet che era una nuova forma di organizzazione di massa del proletariato. Lo testimonia la polemica di Lenin con alcuni dirigenti del partito in Russia, in particolare con Bogdanov.
Lenin insisteva sull’obbligo per i bolscevichi di essere presenti nel soviet, mentre Bogdanov insisteva che il soviet seguisse le direttive del partito. Questa errata posizione era, di fatto, espressione della visione del partito che incarna la classe operaia. Rifletteva cioè un’interpretazione sostituzionista del modello di partito rappresentante della classe operaia in quanto tale.
Opposta a questa tendenza era la posizione di Trotsky, che era stato eletto presidente del soviet senza dubbio per le sue particolari qualità, ma soprattutto perché non apparteneva ad alcun partito. Nella sua valutazione di questa esperienza, Trotsky dirà che «il soviet aveva superato tutti i partiti» e che questo soviet aveva dimostrato nella pratica che l’auto-organizzazione delle masse rappresentava veramente la classe operaia. Se la si guarda da vicino, questa definizione non è altro che la definizione del partito rappresentante della classe operaia in quanto tale, e cioè la posizione tradizionale della Seconda Internazionale. Si può certamente osservare che questa posizione è anche un’interpretazione più o meno corretta della concezione del partito presentata da Marx stesso in alcuni suoi scritti. È vero. Ma è proprio per questo che si parla di concezione leninista del partito, per distinguerla da quella di Marx.
Questa concezione è stata condivisa per molto tempo, esattamente fino ai suoi ultimi giorni, da Rosa Luxemburg. Benché fosse stata tra i primi ad apprezzare l’importanza del soviet nella rivoluzione, era anch’essa schiava di questa visione tradizionale del partito. Ciò risulta particolarmente evidente quando sconsiglia ai suoi compagni olandesi, come Roland-Horst, che volevano abbandonare l’internazionale «perché era divenuta un’organizzazione marcia». «Lasciare il partito sarebbe abbandonare la classe operaia» diceva. Anch’essa aveva in mente l’idea del partito come classe operaia in quanto tale.
La critica del blaquismo
D’altra parte Rosa Luxemburg fu tra i primi a criticare la nuova concezione di Lenin, accusandola di essere “blanquista”. Non era del tutto falso, in un certo senso aveva ragione. D’altra parte neppure Lenin stesso lo negava in assoluto.
Se richiamiamo gli elogi ch’egli fece all’organizzazione dei pionieri del movimento rivoluzionario in Russia, notiamo che egli sostiene, senza alcuna remora, la necessità di creare un’organizzazione come la Narodnaya Volya, e perfino migliore di essa! L’organizzazione dei narodiniki [i populisti russi] non era che un modello ispirato all’esperienza blanquista, essa stessa eredità dei primi rivoluzionari proletari, i seguaci di Babeuf. Questo modello era stato importato in Russia da Piotr Tkatchev per dar vita al movimento chiamato dei narodniki.
D’altra parte la prima organizzazione di cui fecero parte Marx ed Engels fu quella che stava dietro al “Manifesto del Partito Comunista”, la “Lega dei Comunisti”, anch’essa ispirata dall’esperienza organizzativa blanquista, e non da quella dei lassalliani che creò il modello di partito proprio della Seconda Internazionale.
Rosa Luxemburg aveva dunque ragione a vedere nel modello di Lenin questa eredità “blanquista”, tranne per il fatto che lo criticava in nome della tradizione marxista. Ma cosa si deve intendere per tradizione marxista se non i riferimenti del Manifesto che critica molto severamente tutte le correnti dell’epoca, tranne il blanquismo? La corrente cioè che rappresentava la corrente rivoluzionaria ispiratrice del modello del primo partito comunista che pubblicò il Manifesto stesso.
Il partito dei rivoluzionari di professione e i soviet come suprema organizzazione di massa del proletariato
C’è un’altra corrispondenza tra blanquisti e bolscevichi. Dietro la vittoria della Comune di Parigi, accettata come prima esperienza di dittatura del proletariato, c’è il ruolo determinante dei blanquisti. Il ruolo cioè dell’organizzazione rivoluzionaria che, mettendo decisamente fine al potere della municipalità parigina, ha aperto la strada alla presa del potere (a Parigi) per opera esclusiva della Comune.
I bolscevichi faranno ancora meglio con l’azione del 7 novembre 1917 che pone fine al dualismo dei poteri e che apre la strada al potere esclusivo dei soviet.
È perciò interessante riflettere sul rapporto tra l’organizzazione dei rivoluzionari di professione (disprezzata per le sue similitudini con il modello blanquista) e il potere dei soviet (o della Comune) che rappresentano «la forma politica finalmente scoperta» della dittatura del proletariato. Non bisogna dimenticare che, per coloro che concepiscono il partito come incarnazione della classe operaia, la presa del potere per opera del proletariato significava presa del potere da parte del partito in nome del proletariato.
Questo tipo di relazione deriva dal fatto che il partito, che si distingue dalle masse e dalle organizzazioni delle masse, è per sua natura “condannato” a condurre un lavoro sistematico e permanente in seno alle masse e in seno a organizzazioni di massa, per acquisire un’influenza su di esse e essere in grado di mantenere tale influenza fino ai momenti decisivi della lotta delle classi. È inoltre necessario continuare questo lavoro per creare un rapporto di fiducia con le masse, che non saranno mai direttamente sottoposte al comando diretto del partito, come invece sognano certi burocrati che pretendono di essere rivoluzionari.
È chiaro che secondo il modello di partito della Seconda Internazionale che pretende di incarnare la classe operaia stessa, la presa del potere non può essere che la presa del potere per opera del partito. Anche se spesso coloro che seguono questa tradizione si spaventano quando si tratta concretamente di prendere il potere, soprattutto di assumersi la responsabilità di una vera rivoluzione. Sappiamo da numerose esperienze storiche che in questi momenti di svolta della storia, costoro si servono piuttosto della loro autorità per impedire la rivoluzione e acquietare le masse che sono più o meno sotto il loro controllo.
Ci sono tuttavia seguaci della stessa tradizione, chiamati centristi, che non hanno paura della rivoluzione. Ed è per questo che per questi seguaci della tradizione della II Internazionale, a cominciare dal loro “pontefice massimo” Kautsky, i soviet o organizzazioni simili sono strumenti utili per l’insurrezione, ma non possono e non devono assumere l’esercizio del potere; questo ruolo deve rimanere nelle mani del partito del proletariato. Non è a caso che “Stato e Rivoluzione”, dove viene condannata questa posizione di Kautsky, è stato scritto da colui che ha introdotto il concetto di partito di rivoluzionari di professione.
La distinzione del partito rivoluzionario dalle masse del proletariato ha quindi come conseguenza (purtroppo non inevitabile) la concezione della dittatura del proletariato esercitata dagli organismi di massa rappresentati da soviet o consigli. Il mantenimento del carattere di avanguardia di questo partito, che deve distinguersi dagli organi del potere come anche dalle altre organizzazioni di massa, sarà sempre indispensabile per porre termine al periodo di transizione, in cui la dittatura del proletariato si estinguerà, per aprire la strada alla società senza classi in cui non esisterà alcuna forma di Stato.
Il periodo di preparazione del partito costituto da rivoluzionari di professione
Questa concezione di partito richiede anche una specifica elaborazione di un lavoro sistematico e permanente all’interno delle masse e delle organizzazioni di massa. Molto ricca, istruttiva e significativa al riguardo è l’esperienza dei bolscevichi durante il periodo di reazione seguito alla repressione della rivoluzione del 1905.
D’altra parte quando si dice che «la rivoluzione del 1905 fu la prova generale di quella del 1917» bisogna intenderlo in questo modo, comprendendovi l’esperienza dei 12 anni che separano queste due rivoluzioni. Sono 12 anni in cui i bolscevichi lavorarono in diverse forme di organizzazioni di massa con numerosi strumenti diversi.
La vera preparazione della rivoluzione del 1917 avvenne proprio (come spiega Lenin nel libro “La malattia infantile del comunismo”) nel corso di questo periodo in cui i militanti bolscevichi furono formati e forgiati nel lavoro tra le masse, in cui appresero mezzi e metodi di lavoro tra le masse, i mezzi per convincere e orientare le masse, senza avere un rapporto gerarchico, ma senza mai perdere il collegamento diretto con le masse.
Questa esperienza fu dunque fondamentale per divenire il primo partito che ha diretto le masse proletarie, senza doverle iscrivere al partito per assicurare la direzione della rivoluzione verso la presa del potere da parte dei soviet.
Il periodo di preparazione di un partito di avanguardia, secondo il modello bolscevico, richiede anche un metodo di lavoro specifico tra le masse e nelle organizzazioni di massa, metodo che deve essere dedotto da questa esperienza dei bolscevichi. È per questo che esso deve essere del tutto diverso dalle esperienze di un partito che intende organizzare masse operaie in seno al partito, il che significa anche giustapposizione delle organizzazioni di massa a questo partito.
Le modalità di lavoro nelle organizzazioni di massa nel periodo preparatorio saranno trattate in un altro articolo che sarà pubblicato su un prossimo numero. In un terzo articolo saranno trattati i problemi riguardanti il rapporto del partito con le organizzazioni di massa, che si pongono al partito di rivoluzionari di professione dopo la presa del potere.







Pubblicato su: 2012-02-06 (1298 letture)

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