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N29 Pagine Marxiste - Febbraio 2012
Capitale, profitti, salari negli USA dal 1929 a oggi
Caduta tendenziale del saggio di profitto?

Riportiamo uno studio di un compagno sulla questione della caduta del saggio di profitto. Le tesi che vi si sostengono non impegnano i Comunisti per l’Organizzazione di Classe, ma vogliono essere uno stimolo ad analizzare gli sviluppi concreti del capitalismo e le sue trasformazioni a livello mondiale, così come fecero i maestri del comunismo sulla base delle realtà dei loro tempi, e a confrontare le diverse analisi per giungere a una sintesi comune



Nel cercare di comprendere la natura e la dinamica della crisi attuale, alcuni autori  e gruppi che si richiamano al marxismo ritengono che essa manifesti l’acutizzazione (quando non il tonfo finale) della “caduta tendenziale del saggio di profitto”, esposta da Marx (o per essere più precisi da Engels, che redige il testo sulla base di appunti di Marx) nella Sezione Terza del Terzo Libro del Capitale. Se ciò corrispondesse a realtà se ne potrebbe dedurre che il capitalismo è ormai giunto a un punto in cui non riesce più ad uscire dalla sua crisi, alla sua volata, o per meglio dire picchiata finale, o perlomeno sarebbe entrato in una fase di crisi ricorrenti senza possibilità di stabilizzazione sociale.
I sostenitori di questa tesi vedono negli attacchi sempre più pesanti alle condizioni dei salariati e del proletariato in generale i colpi di coda di un sistema in decomposizione che cercherebbe così di procrastinare la propria morte. Non vi sarebbero più “spazi riformistici” né spazi rivendicativi sul piano economico. Questa posizione si collega spesso alla tesi dell’inutilità delle lotte per gli interessi immediati delle masse proletarie. In una situazione in cui il movimento operaio esprime una capacità di lotta, anche solo difensiva, molto bassa, questa tesi porta all’allontanamento e isolamento delle avanguardie dalle masse e all’incapacità di influenzarle in senso rivoluzionario.
Anziché cercare consolazione in presunte malattie incurabili del capitalismo, occorre che i comunisti analizzino le malattie del proprio movimento, curabili nella misura in cui non ci si illuda che il capitalismo lavori per noi, senza il bisogno di un’organizzazione comunista e di un paziente lavoro tra le masse proletarie a partire dai loro bisogni, ma senza limitarsi alle lotte immediate.
È per questo motivo politico che ritengo utile affrontare la questione della caduta del saggio di profitto. L’unico modo di affrontarlo seriamente – materialisticamente – non è fare un dogma di questa tesi del Capitale,  ma confrontarla con la montagna di fatti accumulatasi nei 120 anni successivi alla sua pubblicazione.
Fermo restando il compito di approfondire la natura della crisi attuale – senza però limitare l’analisi all’area europea, avendo il capitalismo una dimensione mondiale – ritengo che l’ipotesi della “caduta tendenziale” del saggio di profitto non abbia finora trovato conferma nella reale dinamica del capitalismo nell’ultimo secolo, anche se ciò non esclude possa trovare riscontro in futuro. Di conseguenza anche le lotte sociali e politiche nella crisi vanno viste in un’ottica diversa.

La “legge della caduta tendenziale del saggio di profitto”
La tesi di Marx è sostanzialmente questa: lo sviluppo tecnologico, che significa un uso crescente di macchine sempre più efficaci nella produzione, comporta un aumento della parte del capitale investita in stabilimenti, impianti, macchinari, materiali (capitale costante, C) rispetto alla parte investita in salari e stipendi (capitale variabile, V), ossia della “composizione organica” (C/V) del capitale. A fronte di questo investimento crescente, la capacità di produrre plusvalore (PV) aumenta entro limiti molto più ristretti. A parità di capitale investito diminuisce il numero di lavoratori che si possono sfruttare, ossia da cui estorcere plusvalore. Il saggio del profitto (PV/(C+V)) tende quindi a diminuire sempre più, fino a inceppare la spinta del capitale a riprodursi.
Più in dettaglio, l’argomentazione di Marx-Engels è la seguente. Dato che il progresso tecnico, ossia lo sviluppo delle forze produttive sviluppate dall’uomo per trasformare la natura, non ha un limite, anche l’aumento della composizione tecnica del capitale (ossia, quante macchine vengono azionate da un lavoratore salariato) non ha un limite, e quindi anche la crescita della composizione organica non ha “teoricamente” un limite. Ossia il rapporto C/V, il valore delle macchine in rapporto al salario degli operai che le fanno funzionare, cresce sempre più, occorre un investimento sempre più grande per poter estorcere il plusvalore da ciascun operaio (il plusvalore è valore prodotto ex novo dall’operaio che non ritorna all’operaio stesso sotto forma di salario, ma viene carpito dal capitalista sotto forma di profitto, e in parte finisce nelle mani di commercianti, banchieri, proprietari immobiliari e dello Stato).
Tuttavia il plusvalore PV ha un limite assoluto ben definito (quello che può essere creato nella giornata lavorativa sociale G meno la parte di essa V che riproduce i mezzi di sussistenza equivalenti al salario). Quindi se consideriamo il saggio di profitto (PV/(C+V) ossia il rapporto tra quanto si appropria la borghesia e quanto i capitalisti hanno investito, che è poi quello che interessa ai capitalisti: quale “rendimento” ha il capitale investito), il denominatore C+V continua ad aumentare perché C diventa sempre più grande in termini di ore o di giornate lavorative impiegate per produrre i mezzi di produzione, mentre il numeratore PV = G - V, anche se si riducesse il salario V a zero non potrebbe superare il limite della giornata lavorativa sociale (mettiamo il limite fisico di 12 ore al giorno per il numero dei salariati). Di conseguenza il saggio di profitto PV/(C+V) tende continuamente a diminuire all’aumentare di C (la “caduta tendenziale del saggio di profitto”). Con il saggio di profitto che è sempre più basso, anche l’accumulazione del capitale tende ad arrestarsi, perché il nuovo profitto è una parte sempre più piccola rispetto al capitale accumulato (anche se non diminuisce, anzi aumenta come massa), e perché un saggio di profitto vicino allo zero fa perdere ai capitalisti l’impulso a reinvestire. Quindi il capitalismo entra in una grave crisi.
A dire il vero Marx-Engels individuano delle “cause antagonistiche” che vanno nel senso contrario a questa “caduta tendenziale”: 1) l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro, con l’aumento della giornata lavorativa e la riduzione del salario – ma di questa possibilità abbiamo già tenuto conto ipotizzando le 12 ore al giorno; 2) la riduzione del salario al di sotto del suo valore – anche di questo abbiamo tenuto conto ipotizzando per assurdo che possa ridursi a zero; 3) la diminuzione di prezzo degli elementi di capitale costante – di cui diremo più avanti; 4) la sovrappopolazione relativa,  ossia l’aumento degli operai espulsi dall’industria che vengono impiegati in nuove attività dove la composizione organica è più bassa; 5) il commercio estero che permette di ridurre il costo sia dei mezzi di produzione che dei beni di consumo (vedi importazione di prodotti cinesi ecc.) riducendo quindi sia C che V, e aumentando PV; 6) lo sviluppo del capitale azionario che “si accontenta” dei dividendi e quindi non entra nella formazione del saggio generale del profitto, che altrimenti sarebbe ancora più basso (questo punto viene solo accennato nel Capitale).
Queste controtendenze secondo Marx ed Engels possono rallentare periodicamente, ma non arrestare o invertire, la “legge della caduta tendenziale del saggio di profitto”, che di conseguenza provoca crisi produttive e bancarie, distruzione di capitale e di forza lavoro di intensità crescenti, anche se non vi è una esplicita “teoria del crollo”.

L’andamento della composizione organica del capitale negli Stati Uniti dalla Grande Depressione a oggi
Noi siamo marxisti perché condividiamo la concezione generale,  monistica e materialistica di Marx, e il suo metodo dialettico, ma ciò non significa che accogliamo acriticamente ogni sua tesi come verità rivelata e indiscutibile. Anche la teoria de Il Capitale va verificata passo per passo a fronte degli sviluppi del capitale reale, perennemente mutevole e in perenne movimento – altrimenti non saremmo materialisti.
fig 1 Se la misura del marxiano saggio di profitto può presentare maggiori difficoltà, perché il plusvalore si divide in tanti rivoli, la tendenza della composizione organica del capitale può essere individuata più facilmente. E dai dati degli Stati Uniti, i più completi e quelli che coprono il periodo più lungo, si può verificare che nel corso di quasi un secolo non vi è stato il previsto aumento della composizione organica del capitale.
Un aumento della composizione organica dovrebbe infatti comportare un aumento sia del “capitale fisso” (= capitale investito totale – capitale fisico circolante) che del consumo annuo di capitale fisso, in rapporto sia al PIL che alla massa dei salari. Negli Stati Uniti questo non si è verificato. Questi rapporti sono rimasti sostanzialmente costanti, con oscillazioni cicliche, nel corso degli ultimi 80 anni (vedi le figure 1 e 2).
fig 2 Dai dati forniti dal Bureau of Economic Analysis abbiamo che nel 1929, primo anno per il quale sono disponibili i dati, il capitale fisso non residenziale1 (Cnr) era pari a 1,69 volte il PIL (2,84 volte se includiamo le abitazioni, che rappresentano “capitale investito” solo nella misura in cui sono date in affitto). Negli anni ’30 il rapporto Cnr/PIL aumenta (2,32 volte il PIL, nel 1934), non perché aumenti il capitale fisso, che invece diminuisce perché gli investimenti sono minori del suo consumo, ma perché il PIL diminuisce ancora di più. A fine anni ’30 il rapporto Cnr/PIL scende sotto 2 e con il boom della produzione bellica scende fino a 1,47 nel 1944, al di sotto del livello del 1929. Negli anni ’50 esso oscilla tra un minimo di 1,68 e un massimo di 1,87, negli anni ’60 tende a stabilizzarsi intorno a 1,70, negli anni ’70 ha un’impennata con la crisi “petrolifera” del 1974-75 quando raggiunge di nuovo quota 2,0, negli anni ’80 scende gradualmente fino a 1,74, negli anni ’90 tende a stabilizzarsi poco sopra 1,6, nel decennio 2000-2010 risale fino a quasi 1,9. Dato che l’aumento di questo indicatore in un singolo anno può essere sia l’effetto di un forte investimento, che di un calo o debole aumento del PIL, le medie decennali sono molto più significative.
tab 1
Questi dati confermano ciò che appare visibile dai grafici dei dati annuali: non esiste una chiara tendenza all’aumento del capitale fisso, né per unità di prodotto, né per unità di salario. I livelli massimi sono raggiunti nel primo decennio considerato, ma sono effetto della crisi (non causa della crisi, perché il dato del 1929 è su livelli storicamente bassi).

Come si conciliano questi dati con la teoria marxista?
Nessuno può negare che in questi 80 anni le forze produttive, anche negli USA, abbiano fatto enormi progressi, e la produttività del lavoro sia fortemente aumentata. Qualche dato al riguardo: tra il 1929 e il 2010 il PIL americano si è moltiplicato per 13,4 volte in termini reali (anche se il mutamento qualitativo della composizione rende queste stime solo indicative). Il numero degli occupati è aumentato di 3,4 volte. La produzione per occupato è quindi aumentata di circa 4 volte per la media dell’economia. La produzione di beni è aumentata di 19 volte, mentre l’occupazione nell’agricoltura è diminuita del 78%, quella nell’estrattivo è diminuita di 1/3, e nell’industria è aumentata del 9%: nella produzione di beni la produttività è quindi sicuramente aumentata di più di 20 volte, mentre minore è stato l’aumento della produttività nei servizi. Ciò è l’effetto dell’evoluzione dei mezzi di produzione, oltre che della maggiore formazione della forza lavoro.
Le nuove macchine e impianti produttivi hanno un “valore d’uso” (la capacità di trasformare la materia) enormemente aumentato. Tuttavia il loro “valore di scambio”, il valore espresso in denaro (che in ultima analisi è in proporzione del tempo di lavoro necessario per produrle) non è aumentato in rapporto alla produzione complessiva perché la produttività nella produzione di macchine è anch’essa aumentata enormemente (nel periodo considerato la produzione di beni durevoli è aumentata di ben 48 volte, gli addetti a questa produzione solo di un terzo: la produttività di 36 volte circa) e quindi con le stesse ore di lavoro con cui 80 anni fa si producevano mezzi di produzione per spremere il lavoro di un salariato al livello tecnico degli anni ’30 oggi si producono mezzi di produzione per spremere il lavoro di un salariato al livello tecnico degli anni 2000. In altri termini, il capitale necessario per estorcere a ogni lavoratore pluslavoro e plusvalore giorno dopo giorno non è significativamente aumentato nei decenni e ciò significa costanza del saggio del profitto, a parità di saggio dello sfruttamento.
Se all’inizio del secolo occorreva un capitale fisso pari a 1,7 milioni di dollari per ottenere un prodotto di 1 milione di dollari, nel 2010 occorre ancora un capitale fisso di pari valore; se nel 1929 il valore del capitale fisso era pari a  3,4 volte la massa dei salari e stipendi di un anno, e a 2,9 volte considerando il solo settore privato; nel 2010 ritroviamo il medesimo rapporto nel primo caso, che è sceso a 2,7 nel secondo (dopo anni in cui era stato ancora più basso).
In altri termini, quella che Marx-Engels definisce come terza controtendenza (“causa antagonistica”), ossia la “riduzione del prezzo degli elementi del capitale costante” nel corso degli ultimi 80 anni e negli Stati Uniti ha controbilanciato e reso inoperante la “tendenza”.

A questa controtendenza (che sarà da verificare se non abbia essa stessa la forza di una “legge” o se invece sia limitata ad alcuni cicli del capitalismo) ha contribuito negli ultimi decenni l’introduzione dell’elettronica e informatica in tutti i mezzi di produzione, con la riduzione delle parti meccaniche e delle quantità di acciaio, e la crescente automatizzazione e flessibilità dei processi produttivi resa possibile dalle nuove tecnologie.

Se un aumento pare esservi stato, è nel consumo annuo di capitale fisso: mentre nel 1929 questo risultava pari al 5,7% del capitale fisso, nel 2010 il dato era al 7,4%, ed è stato superiore al 7% in ogni anno degli ultimi 2 decenni. Ciò significa aumento della velocità di rotazione del capitale fisso, da 17,6 a 13,5 anni nel periodo, e aumento di quello che Marx chiamava “lavoro morto”2 rispetto al “lavoro vivo” all’interno del PIL (vedi Fig. 3). Esso tuttavia non entra nella determinazione del capitale fisso, perché una volta data la quantità del profitto quel che importa al capitalista è quanto “rende” il capitale investito totale, non il suo tasso di rotazione. Si tratta inoltre di un incremento modesto, che porta il “lavoro morto”2 intorno a 1/10 del lavoro vivo, ben lontano dalla preponderanza ipotizzata da chi ha proiettato la “caduta tendenziale” fino al punto da inceppare l’accumulazione del capitale, ed è comunque finora controbilanciata dall’aumentata velocità di rotazione del capitale per cui la massa del capitale fisso non è aumentata, anche se il suo “liquefarsi” nel prodotto si è accelerato.
Questi dati rappresentano la media generale delle attività private dei diversi settori produttivi. Da un punto di vista metodologico ciò è corretto, dato che il movimento dei capitali opera il livellamento del saggio di profitto tra i vari settori, sul livello del saggio medio o generale del profitto, per cui il saggio più basso dei settori a più elevata composizione organica si compensa con il saggio più alto dei settori a minore composizione organica. Questa media tuttavia è il risultato non solo delle diverse dinamiche all’interno dei diverse tipologie di capitale fisso e nei settori di impiego, ma delle diverse dinamiche tra i settori produttivi nel tempo.
Per comprendere più a fondo i processi che hanno prodotto la tendenza generale sopra indicata occorre perciò passare ad analizzare le varie componenti del capitale fisso e i diversi andamenti settoriali.
È da notare che il grosso del capitale fisso privato, l’83%, è costituito da “strutture”, sostanzialmente costruzioni (edifici, strade, ferrovie, ponti, dighe ecc.) e non da macchinari, e che le abitazioni costituiscono circa la metà del totale (in aumento di 6 punti tra il 1925 e il 1950, quota poi rimasta costante). La parte delle strutture abitative che è abitata dai proprietari cessa di operare come capitale, non essendo finalizzata a ottenere più denaro, una volta terminato di pagare il mutuo.
Le “strutture” non abitative hanno perso 9 punti nel periodo considerato (quasi tutti entro il 1950, per poi oscillare poco sopra il 30%), e all’interno di queste quelle industriali sono meno del 4%, contro il 6% di energia e comunicazioni e il 12,6% di uffici, negozi, ospedali ecc. Il grosso della perdita di peso delle strutture non abitative è dovuto alla forte caduta delle strutture di trasporto (essenzialmente ferrovie, dato che le strade, a proprietà pubblica, non sono incluse in questo conteggio).

tab 3
La quota delle attrezzature e software non residenziali, che comprende i macchinari, è aumentata di 6 punti tra il 1925 e il 1990 (19%), per poi perdere 3 punti negli ultimi 20 anni. Le attrezzature industriali hanno guadagnato oltre tre punti nei primi 35 anni, e ne hanno persi due negli ultimi 20 anni, scendendo al 5,2%, a vantaggio di attrezzature informatiche e software (anch’esso parte del capitale fisso) che con una crescita di 4 punti dal 1950 hanno ora un valore pari all’insieme di macchinari e attrezzature. I mezzi di trasporto hanno perso quattro punti, scendendo dal 6,8% del capitale fisso nel 1925 al 2,9% del 2010.
Già questi dati sono indicativi del fatto che la parte tecnologica del capitale fisso (le attrezzature e il software) costituisce una parte relativamente piccola rispetto alle strutture, anche se è una parte maggiore del capitale consumato, perché ha una vita utile molto più breve.

Questa composizione si riferisce inoltre a masse di capitali fortemente aumentate nel tempo. Come quantità fisiche (e non più valori), secondo le misurazioni del BEA, il capitale fisso privato è aumentato nel suo complesso di 8 volte negli 85 anni considerati; le strutture residenziali hanno seguito lo stesso passo, mentre le non residenziali sono cresciute “solo” di 5,2 volte (a fronte di un aumento della produzione di 13,4 volte, secondo le stime BEA). Le attrezzature sono aumentate di ben 20 volte (di 12 volte le attrezzature industriali, e di oltre 900 volte quelle informatiche, rispetto a una base iniziale quasi inesistente), i mezzi di trasporto di 4,3 volte (ma i camion di 17 volte, mentre i treni sono diminuiti), le macchine per l’edilizia sono aumentate di 23 volte, quelle agricole di 6 volte circa.
Questi dati ci danno un’idea della dimensione dell’aumento della capacità produttiva nei vari settori. A fronte di un aumento di 3,4 volte del numero dei lavoratori dipendenti, le attrezzature su cui lavorano sono aumentate come “massa” di circa 20 volte, un aumento di circa 6 volte procapite di questa componente della “composizione tecnica” del capitale, mentre le strutture non residenziali per addetto sono aumentate solo del 50% circa. All’interno delle “attrezzature” abbiamo un incremento di 12 volte per i macchinari industriali, la crescita enorme delle attrezzature informatiche, e una crescita moderata (per 4,3 volte) dei mezzi di trasporto (enorme per gli aerei, di 17 volte per i veicoli industriali, un raddoppio delle navi, un calo di un dieci per cento dei treni). Ripetiamo che questo riguarda le quantità fisiche (dimensioni, potenza, capacità. ecc.), mentre dal punto di vista del valore non si è verificato un aumento corrispondente della “composizione organica” dato che la produttività nella produzione di attrezzature e strutture è cresciuta parallelamente alla loro massa nel periodo.

Meno industria, più profitti

La distribuzione per settori ci fornisce ulteriori importanti elementi per la comprensione dei processi avvenuti.
I dati disponibili per questa disaggregazione dei valori partono solo dal secondo dopoguerra (tab. 4)
Distribuzione del capitale fisso per settori, USA, 1948-2010 (valori correnti, %)Possiamo notare che:
- il capitale fisso nell’agricoltura perde quasi i due terzi del suo peso del 1950; l’estrattivo scende dopo aver raggiunto il massimo nel 1980;
- le reti elettriche e idriche raddoppiano di peso, anche se vi è un calo dopo il massimo del 1990;
- le costruzioni dimezzano il loro peso nei primi 40 anni, ma hanno recuperato metà della perdita negli ultimi 20;
- l’industria manifatturiera perde complessivamente una dozzina di punti, un terzo del suo peso iniziale, con un declino accentuato negli ultimi 30 anni (sul declino della quota del manifatturiero vedi Pagine Marxiste n. 4, novembre 2004, Deindustrializzazione e struttura di classe);
- il commercio aumenta il proprio peso di 2,5 punti, e quasi 4 sul minimo del 1960; - il capitale fisso nei trasporti è quello che vede il declino maggiore (perde quasi 15 punti, i due terzi del suo peso). Ciò è in parte dovuto al declino relativo delle ferrovie mentre non compare in tabella l’aumento delle strade, che sono statali;
- il settore delle informazioni, che comprende editoria, TV e telecomunicazioni raddoppia il suo peso fino al 2000, ma nell’ultimo decennio perde due punti (probabile collegamento con lo sgonfiamento della bolla delle tlc);
- il settore finanza-assicurazioni ha la crescita più forte, dall’1,3% all’8,8%, un chiaro segnale dell’aumento del parassitismo con la finanziarizzazione;
- Fortissimo anche l’aumento dei servizi professionali e amministrativi, dal 2,1 all’8,7%, e della Sanità e servizi sociali (privati) che salgono dall’1% al 6%.
Ricordiamo che questi dati rappresentano la dotazione assoluta di capitale fisso, e non la produzione dei vari settori.
Se dividiamo questo capitale fisso per il costo del lavoro dei vari settori otteniamo una misura vicina alla composizione organica per settore (al capitale fisso occorrerebbe aggiungere il capitale circolante quali le scorte di magazzino per ottenere il capitale costante totale; in ogni caso, data la riduzione del capitale circolante con le tecniche just-in-time e la produzione flessibile, il capitale circolante per unità di prodotto è stato ridotto, e quindi la sua inclusione determinerebbe una riduzione nel tempo del rapporto C/V).

Nella Tab. 5 abbiamo calcolato le medie decennali della composizione organica per i settori per i quali vi è una discreta continuità di perimetro negli anni considerati (mancano i dati precedenti il 1948); per gli altri settori i dati non sono comparabili. Il costo del lavoro (pari a V) è stato calcolato sommando: retribuzioni prima delle imposte, contributi pagati dal lavoratore, contributi obbligatori pagati dal datore di lavoro per la Social Security, contributi pagati dal datore per i fondi pensione e le assicurazioni dei dipendenti.
La tabella 5 differisce dal grafico 2 in quanto confronta il capitale fisso con il costo del lavoro comprensivo dei contributi pagati dal datore di lavoro, e non con le retribuzioni lorde, e quindi è più vicina alla composizione organica del capitale. Essa mostra che tale composizione organica nel settore privato è aumentata di oltre il 20% tra gli anni ’50 e gli anni ’80, per poi tornare su livelli di poco superiori a quelli del dopoguerra. In alcuni settori la composizione organica è però più che raddoppiata: nell’estrattivo, nell’industria manifatturiera, nel commercio al dettaglio e nella finanza (in questi due settori è più che triplicata). È invece rimasta costante nelle costruzioni e diminuita nei trasporti e negli altri servizi.
È da notare che il settore a più alta composizione organica è l’agricoltura (più di 4), per il valore dei terreni oltre che delle strutture e delle macchine agricole, seguita dall’estrattivo (quasi 2) e dai trasporti (1,5).
La Figura 4 raffronta l’andamento del settore manifatturiero con quello di tutto il settore privato. Il manifatturiero, al di sotto della media fino a tutti gli anni ’80, la supera notevolmente a partire dagli anni ’90. Se l’economia si limitasse all’industria di trasformazione, la previsione di Marx sull’aumento della composizione organica troverebbe una significativa conferma (moltiplicazione per 2,5 in 60 anni, anche se in parte per l’effetto del ridimensionamento dell’industria leggera). Tuttavia il calo del peso del manifatturiero e l’aumento del peso di settori dei servizi a più bassa composizione organica hanno neutralizzato la tendenza dell’industria.


Il saggio di profitto americano non declina…
Per verificare l’andamento del saggio di profitto PV/(C+V) abbiamo calcolato una misura del plusvalore PV dalla tabella 1.12 del Bureau of Economic Analysis “Reddito Nazionale per tipo di reddito”, sottraendo al Reddito Nazionale le retribuzioni dei lavoratori dipendenti, inclusi i dipendenti pubblici e i contributi dei datori di lavoro. Il dato che ne risulta comprende quindi:
1) i redditi da proprietà;
2) i redditi da locazione;
3) gli utili delle società prima delle imposte;
4) gli interessi pagati;
5) le imposte sulla produzione e le importazioni meno i sussidi alle imprese.
Questa misura esclude le imposte sui redditi, sia personali che delle imprese: sottostima quindi la massa del plusvalore, che comprende anche tutta la quota assorbita dallo Stato tramite le imposte.
Occorrerebbe inoltre ascrivere al plusvalore anche quello che Marx chiama “guadagno di imprenditore”3 costituito dalle laute retribuzioni del top management, che nelle statistiche compaiono all’interno delle retribuzioni dei dipendenti, ma che rappresentano la remunerazione delle funzioni del capitale, non della forza lavoro e con importi anche di milioni di dollari annui nulla hanno a che vedere con i mezzi di sussistenza. Questa quota è fortemente aumentata negli ultimi 50 anni, con l’aumento del divario tra le retribuzioni dei top manager e i salari operai: il 5% delle retribuzioni più elevate, che rappresentano grosso modo il “guadagno dell’imprenditore” sfiora ora un quarto della massa dei salari.4 Se teniamo conto di questo fatto, la massa del plusvalore è maggiore di quanto appaia considerando “salario” tutte le retribuzioni, e in misura crescente nel tempo.
Nel calcolo del saggio di profitto PV/(C+V), abbiamo diviso il plusvalore così calcolato per il capitale fisso investito nel settore privato (C), mentre al posto di V abbiamo posto 1/24 della massa salariale annua: l’imprenditore non deve infatti anticipare tutto il salario annuo, ma solo la singola busta paga (abbiamo ipotizzato su base quindicinale, mediando tra i salari che negli USA sono pagati settimanalmente e gli stipendi, pagati mensilmente).
La Figura 5 descrive l’andamento del saggio di profitto per il settore privato, calcolato sia escludendo (1) che includendo (2) il guadagno dell’imprenditore sotto forma di retribuzione per lavoro dipendente (stimato sulla base dei dati rappresentati da Duménil, cit.).

Analizzando la prima versione (linea continua) si può notare la forte caduta del 1932, seguita da una notevole ripresa già negli anni ’30 e dal boom dei profitti di guerra che culmina nel 1944, ineguagliato nella storia. Per il capitale la guerra è un grande affare, non importa quanti milioni di morti … Per tutti gli anni ’50 e ’60 il saggio di profitto rimane sopra il 15%, per poi scendere sotto questo livello nel 1970, toccando il minimo dell’11,0% nel 1980.fig 5 Il tasso risale successivamente, fino a superare il 15% negli anni 1996-99, e negli anni ’2000 scende fino al minimo del 12,7% nel 2009, per risalire al 14,1% nel 2010. Complessivamente quindi, a parte la punta eccezionale dei profitti della Seconda Guerra Mondiale, vi è un calo dal 1965 al 1980, cui segue una lenta ripresa fino a fine anni ’90 e una lieve flessione nell’ultima crisi.
Se attribuiamo gli stipendi più alti al plusvalore (linea punteggiata) abbiamo un trend analogo, ma una maggiore ripresa dei valori dopo i minimi dei primi anni ’80, su livelli analoghi a quelli degli anni ’50 e ’60. In ogni caso si tratta di  andamenti ciclici tipici del capitalismo, che non possono essere visti come espressione di una tendenza storica al calo.
Ad analoghe conclusioni arriva Gérard Duménil nello scritto citato, che riporta su grafico diverse misurazioni del saggio di profitto USA (solo se togliamo anche i dividendi appare una tendenza al declino).

… declina la quota dei salari
Nella misura in cui è assicurata la subordinazione della forza lavoro al capitale nello sfruttamento, e allo Stato della borghesia (fino a fungere da carne da cannone nelle guerre) il capitalismo si è sempre mostrato in grado di superare le sua periodiche crisi, e può agevolmente superare anche un periodo di stagnazione locale della produzione, come quello in corso da quasi due decenni in Italia e che si è esteso a parte dell’Europa. Per esso l’importante è che la borghesia possa sempre disporre di una quota importante del plusvalore, per i propri consumi, per l’accumulazione, per alimentare lo Stato, strumento del proprio dominio. I due grafici che seguono mostrano che i lavoratori salariati non hanno visto aumentare, ma semmai diminuire, la quota del proprio prodotto che ritorna ad essi sotto forma di salari o di stipendi.

Nella Figura 6 la linea superiore indica il costo del lavoro (salari e stipendi  + contributi pagati dai datori di lavoro) in rapporto al Reddito Nazionale: vi è una crescita fino al 68,7% nel 1980, poi un calo di oltre cinque punti fino al 63,1% del 2010, in corrispondenza con l’indebolimento del movimento sindacale e il calo degli scioperi. La linea inferiore rappresenta la quota di salari e stipendi senza i contributi dei datori (ma con i contributi versati dai lavoratori): se escludiamo il welfare statale e aziendale (che è tutto da verificare che sia tornato ai lavoratori dipendenti sotto forma di prestazioni, e non sia finito in bolle speculative o in superprofitti del business sanitario) il calo inizia con gli anni ’70, ed è di ben 9 punti (dal 59,7% del 1970 al 50,7% del 2010).
La Figura 7 riporta la quota di retribuzioni e oneri sociali corretta per l’aumento della quota dei lavoratori dipendenti sul totale degli occupati: nel 1929 essi erano infatti il 77,4% degli occupati, mentre nel 2010 erano saliti al 92,4%. Il grafico è costruito come se i lavoratori dipendenti fossero stati il 77,4% in ogni anno. A parte gli anni ’30, in cui molti disoccupati tornarono al lavoro autonomo per sopravvivere, il calo della quota di reddito dei lavoratori dipendenti è impressionante. Ancora più forte è la caduta se si sottraggono i superstipendi degli alti dirigenti (linea tratteggiata).
Una parte decrescente del prodotto ritorna ai salariati sotto forma di salario, ossia è aumentato nel tempo il saggio di sfruttamento della forza lavoro. Se nel frattempo la quota dei lavoratori dipendenti sul totale degli occupati non fosse aumentata, la loro quota sul reddito prodotto sarebbe scesa dal 44,5% del 1929 al 29,1% del 2010.
Per la borghesia è tanta ricchezza in più e sarebbe tanta potenziale salute anche per il capitalismo, se esso non avesse altri guai dovuti alla sua natura caotica e non programmabile. È proprio la necessità di investire profittevolmente una massa crescente di profitti a determinare le attuali crisi che dalla finanza si sono propagate all’economia reale. Ma non vi è nulla di cui compiacersi nelle difficoltà della borghesia se il proletariato non è in grado di approfittarne per rovesciare il sistema che lo opprime.
Mentre la tendenza alla caduta del saggio di profitto non è dimostrata, l’aumento dello sfruttamento del lavoro salariato è infatti un fatto accertato.

L’analisi fin qui svolta riguarda gli Stati Uniti, la principale potenza capitalistica nell’ultimo secolo, e quindi ritengo siano dati rappresentativi del capitalismo nel suo complesso, come lo era l’Inghilterra al tempo di Marx. Tuttavia i dati europei, meno completi e disponibili su un minore arco di tempo, a un primo sommario esame danno risultati analoghi. D’altra parte non potrebbe che essere così, perché al di là delle oscillazioni congiunturali il saggio di profitto tende a livellarsi su scala mondiale, non solo all’interno di una nazione. Altra questione sarà analizzare se e come proprio questo livellamento determini il trasferimento di plusvalore dai paesi in sviluppo verso le metropoli, e in che misura l’espansione del capitalismo alle nuove aree abbia contribuito e contribuisca a tenere elevati i profitti nelle metropoli.

A mio parere di conseguenza i comunisti più che puntare le speranze su una malattia mortale del capitalismo (la caduta del saggio di profitto) devono puntare lo sguardo sulla debolezza dei salari in rapporto al valore prodotto, ossia al fatto accertato dell’aumento del saggio di sfruttamento, un fenomeno da collegare alla debolezza della lotta economica, espressa negli scioperi. I salari ristagnano non perché il capitalismo sia “con l’acqua alla gola”, ma perché il movimento operaio è disgregato, privo di organizzazione classista, incapace di difendersi dagli attacchi della borghesia. È dai bisogni immediati del proletariato che bisogna ripartire per far crescere il movimento di classe, senza con ciò cadere nell’atteggiamento economicista di ritenere che dalla lotta per il salario si arrivi automaticamente alla lotta per il potere. La soluzione non va vaticinata nella sfera di cristallo di ipotetiche leggi del capitale, ma va ricercata nell’organizzazione comunista e nella lotta politica per sottrarre il movimento proletario all’influenza della borghesia.

 



1.  Capitale fisso residenziale: abitazioni e attrezzature connesse; capitale fisso non residenziale: tutte le strutture, gli impianti, i macchinari e i mezzi di trasporto per le varie attività economiche non domestiche.



2.  Marx chiama “lavoro morto” il lavoro passato cristallizzato nei mezzi di produzione, che riversano il valore corrispondente al proprio consumo nel corso del processo di produzione; tale valore si aggiunge al valore creato ex-novo dal “lavoro vivo”, l’attività lavorativa del lavoratore, a formare il valore del nuovo prodotto.




ROBERTO LUZZI

Pubblicato su: 2012-02-06 (2695 letture)

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