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N29 Pagine Marxiste - Febbraio 2012
Larea mediorientale gravida di crescenti conflitti per la definizione di nuove aree di influenza

Ritiro militare statunitense dall’Irak, minacce di “intervento umanitario” diretto o indiretto in Siria, accompagnamento americano dell’indipendenza del Sud Sudan ricco di petrolio nel suo distacco dal Nord, sanzioni Usa contro l’Iran, gestione della Libia post-bellica: sono tutti capitoli di un veloce mutamento delle relazioni internazionali che ha uno dei suoi epicentri in Medio Oriente e come oggetto la conquista di mercati e di risorse energetiche in una situazione di crisi internazionale, ma anche di prezzi del petrolio e del gas alle stelle. Venti di guerra che si mescolano a rivolte sociali e in cui i vecchi imperialismi e le nuove potenze usano cinicamente lo strumento degli scontri interetnici e interreligiosi per realizzare i propri fini.



I COSTI UMANI E MATERIALI DELLA GUERRA IN IRAK
Il 18 dicembre gli ultimi 40 mila soldati Usa hanno formalmente lasciato il territorio iracheno, lontano dai riflettori e in modo volutamente non enfatizzato.
Nove anni di guerra hanno prodotto fra gli iracheni 2-3,5 milioni di esuli (2,8 milioni nel 2010 secondo i dati del Ministero dell’Interno), 113 962 morti (un milione secondo l’organizzazione californiana Project Censored) e un numero non censito di invalidi, vedove costrette alla prostituzione, migliaia di persone private delle loro case e delle loro proprietà in conseguenza di episodi di pulizia etnica. Incalcolabili le conseguenze sanitarie a breve e lunga scadenza dell’uso di uranio arricchito sul suolo iracheno. Nelle truppe di invasione sono morti 4487 soldati Usa e 318 di altre nazioni, 32 mila i feriti gravi. Il governo Usa ha speso più di mille miliardi di $ in spese militari dirette.

GLI USA LASCIANO UN PAESE IMPOVERITO E DIVISO
Secondo l’FMI gli Usa lascerebbero un paese più prospero (il PIL pro capite sarebbe passato dai 518 $ del 2003, frutto anche di 10 anni di embargo, ai 3 306 del 2011. Le entrate da export petrolifero sono maggiori. Molte società straniere investono e accettano di pagare ricche bustarelle in cambio della possibilità di fare affari in Irak: società turche sono presenti nell’edilizia, gli italiani a Bassora nei servizi all’industria petrolifera, gli iraniani gestiscono una catena di hotel a Najaf per i pellegrini. I critici controbattono che l’Irak ricava di più dal suo petrolio a causa dei prezzi alle stelle, ma la produzione è crollata a 1,8 milioni di barili al giorno e non è possibile aumentarla causa le infrastrutture obsolete (occorrono 200 miliardi di $ di investimenti nei prossimi 6 anni secondo il ministro dell’energia Hussain al-Shahristani per renderle efficienti – cfr. Irak Business News, 16 nov. ’11). I due governi al Maliki hanno fatto poco o nulla nel campo della ricostruzione e dei servizi per la popolazione. Solo le famiglie con un componente che lavora per lo Stato vivono decentemente. La fornitura di energia elettrica non supera il 50% della domanda. Fortemente denunciata anche la discriminazione di molte minoranze, come yadzidi, assiri, ecc. nell’accesso ai servizi scolastici e sanitari. La malnutrizione dei bambini è piuttosto diffusa (4,2% mortalità infantile). In cambio anche la corruzione dei politici e dei funzionari è molto alta.
Nonostante le assicurazioni del premier al Maliki che il governo iracheno è in grado di garantire la sicurezza da solo, il 22 dicembre una dozzina di auto bombe esplose a Bagdad hanno provocato 60 morti e 200 feriti.
Difficile definirne la paternità: gli Usa per creare caos e mantenere la possibilità di un ritorno militare? I sauditi per creare difficoltà a un governo filo-iraniano? I sunniti per rivendicare la loro autonomia?

Gli avvenimenti recenti confermano la fragilità dell’impianto statale irakeno e la costante dei contrasti etnico religiosi. La Costituzione del 2005 che avrebbe dovuto definire un equilibrio nella distribuzione delle risorse petrolifere fra governi regionali e governo federale è rimasta lettera morta, come la legge federale di applicazione preparata nel 2007. I proventi da petrolio, che nel 2009 costituivano il 95% delle entrate da export e coprivano il 65% del budget federale, sono ancora saldamente in mano al governo centrale. La Exxon Mobil che ha firmato un contratto con il governo curdo se lo è visto sconfessare dal governo di Bagdad. Lo status della regione di Kirkuk è ancora oggetto di contenzioso fra sciiti, sunniti e curdi. I sunniti da sempre caldeggiano una soluzione federalista per la spartizione del territorio e delle risorse petrolifere; chiedono per Salahadeen, Diyala, Anbar, una amministrazione e un governo autonomi sul modello del Kurdistan. E mordono il freno. Denunciano le ambizioni dittatoriali del premier Nuri al Maliki, sciita: oltre che primo ministro, ha nelle sue mani anche il ministero dell’Interno, la Difesa e la Giustizia e il pieno controllo degli apparati di sicurezza; inoltre negli ultimi mesi il governo ha proposto varie leggi che restringono pesantemente le libertà politiche e sociali. Un influente membro sunnita del governo, Saleh al-Mutlaq, ha denunciato gli arresti e le torture arbitrarie a danno di sunniti e infine ha tacciato al Maliki di essere una marionetta dell’Iran.
L’indomani del ritiro delle truppe americane dall’Iraq al Maliki ha emanato un ordine di cattura per il vicepresidente Tariq al-Hashemi, anche lui sunnita, accusato di essere il mandante di fatto delle bombe che negli ultimi due anni hanno ucciso centinaia di sciiti. Al Maliki è a capo di un governo di unità nazionale che si regge sul faticoso compromesso stipulato con Al Iraqyia che ha raccolto voti sia dai sunniti che dagli sciiti;1 di suo alle elezioni del marzo 2010 al Maliki ha conquistato solo 89 dei 325 seggi del parlamento.
L’IRAK TERRENO DI SCONTRO DELLE POTENZE REGIONALI
 La tribù sunnita considerata più rappresentativa è quella dei Dulayim, stanziati nella regione di Anbar, lungo i confini con l’Arabia saudita; già nerbo della fanteria dell’esercito di Saddam, anima dell’insurrezione anti-Usa del 2006-08, poi principale controparte nelle trattative durante la strategia del “surge” lanciata da Petraeus nel 2010. Oggi sono generosamente finanziati da Arabia Saudita e Qatar, per controbilanciare la vera o presunta influenza dell’Iran sugli sciiti iracheni. (AT, 6 genn. ’12 e Islam Times, 29 dic. ’11). Dal canto suo il vicepresidente al Hashemi si è rifugiato attualmente in Kurdistan e il presidente curdo Masoud Barzani ha rifiutato di consegnarlo alle autorità di Bagdad, con l’approvazione della Turchia, mentre Jalal Talabani, attualmente presidente dell’Iraq gli ha offerto ospitalità a Sulaimaniya. Al Maliki ha accusato la Turchia di interferenze negli affari interni iracheni e di voler trasformare il Kurdistan in un protettorato turco spartendo con curdi e turcomanni i proventi del petrolio. I dirigenti curdi sono in grande tensione. Da un lato interpretano la presenza della ExxonMobil come una garanzia che gli Usa li proteggeranno, dall’altro sono spaccati nell’atteggiamento da tenere rispetto alla Turchia (Middle East in Focus, 12 dic. ’11). Nel silenzio complice della stampa internazionale, infatti, da mesi l’aviazione e l’esercito turchi bombardano le zone di confine col Kurdistan iracheno, col beneplacito del governo iraniano, massacrando spesso i civili accusati di fornire santuari ai ribelli del PKK. (The Guardian 29 dic. ’11)
Una riedizione della guerra civile irachena, interessatamente prevista dai guru statunitensi, si collocherebbe in un contesto di frontale contrapposizione fra Iran e Arabia Saudita, ma con l’intervento di Kuwait, Qatar e Emirati, con la Turchia a controbilanciare il blocco arabo nella bilancia di potenza. Il ritiro Usa dall’Irak viene letto da tutti questi paesi come una sconfitta che mette in pericolo gli equilibri pregressi e crea le condizioni di una accresciuta influenza iraniana in Irak e Siria. Questo vale soprattutto per la Turchia, che vede a rischio il proprio confine sud (potenziale creazione di un Kurdistan indipendente che funzioni da coagulo per le rivendicazioni curde in tutti i paesi mediorientali) ma anche i propri affari. L’Irak è per la Turchia la porta per il suo commercio in Medio Oriente soprattutto da quando le strade siriane non sono più sicure, oltre che un partner commerciale di primo piano (nel 2010 la Turchia copre il 24,2% dell’import iracheno totale, seguita dalla Siria col 18,6% e dalla Cina col 14,4%. Gli Usa sono solo al 4° posto. Il petrolio, principale voce dell’export iracheno, va invece per il 24,3% agli Usa, per il 16,7% all’India, per il 12,1% alla Cina, per l’8,2% alla Corea, per il 6,9% all’Italia e per il 6,6% al Giappone. Dati CIA World Factbook).

IL RITIRO USA: SCONFITTA O RIPOSIZIONAMENTO?
Uno scontro regionale per l’influenza sull’Irak potrebbe avere effetti dirompenti sull’intera area mediorientale, si afferma negli ambienti Usa favorevoli a mantenervi un contingente militare, temendo che il ritiro delle truppe Usa sia interpretato come una sconfitta. Se quella Usa fosse stata una guerra solo per mettere le mani sul petrolio iracheno indubbiamente sarebbe una sonora sconfitta in termini di assegnazioni di pozzi da sfruttare. Pozzi che sono stati accaparrati da compagnie europee, cinesi, indonesiane brasiliane … ma il cui sfruttamento è di là da venire, vista l’instabilità del paese e vista l’ultima trovata di al Maliki di concedere a nuove compagnie il diritto di sfruttare il gas contenuto in giacimenti petroliferi già aggiudicati ad altri consorzi, con una conseguente e interminabile guerra legale che va a cominciare (da Equilibri, 2 genn. ’12).
Anche nei termini di controllare la bilancia di potenza in Medio Oriente il ritiro segna una mezza sconfitta. I costi economici hanno consigliato il ritiro. Ma gli Usa conservano 8 mila soldati in Kurdistan; a Bagdad resta una ambasciata a dir poco pletorica, con 17 mila presenze fra diplomatici, “consiglieri militari” e … contractor; voci ufficiose parlano della probabile assunzione nel 2012 di 5 500 mercenari, della vecchia Blackwater, che si è rifatta una verginità col nuovo nome di Academy. Per quanto riguarda invece l’influenza sulle fonti di approvvigionamento di energia da parte dei paesi asiatici, in primis la Cina (vedi PM n. 0), lo scontro si è semplicemente spostato in Africa, non solo con la guerra di Libia (vedi PM n. 28), ma anche col primo invio di un contingente militare in Uganda e soprattutto con la nascita, nell’estate 2011, del Sud Sudan, fortemente voluta dal governo Usa, foriero di possibili interventi a sostegno del nuovo traballante regime africano.
LA SIRIA NEL MIRINO
Continua la rivolta siriana che ha prodotto 5 mila morti fra i ribelli e 2000 fra i soldati fedeli ad Assad. Non è ininfluente che il governo al Maliki sia stato recentemente, assieme all’Iran e a Hezbollah, uno dei pochi ad offrire aiuto finanziario a Bashir Assad di Siria. Hillary Clinton ha però definito il Syrian National Council, l’opposizione in esilio ospitata a Istanbul, come “il legittimo rappresentante del popolo siriano”. Al Jazeera fornisce una costante “vetrina” agli insorti (nell’autunno Wadah Khanfar, responsabile di Al Jazeera da 8 anni, è stato costretto alle dimissioni dopo la denuncia dei numerosi falsi utilizzati nei filmati di violenze e repressione in Libia e Siria. Economist, 24 sett. ’11).

Anche la Siria con la sua complessità etnico religiosa si presta a un disegno di spartizione. Con un possibile reciproco “contagio” fra Siria e Irak, contigui territorialmente e le cui frontiere, frutto delle spartizioni coloniali, sono state artificialmente definite all’indomani della 1a guerra mondiale.
La Siria, chiusa temporaneamente la partita libica e ritiratisi gli americani dall’Irak, sta diventando il teatro privilegiato dello scontro fra potenze, di un tentativo neanche tanto mascherato di rovesciarne il governo anche se in maniera soft (nessun proclama Nato per una “guerra umanitaria”, nessuna foglia di fico da parte della Lega araba). Una strategia, osserva su Stratfor George Friedman, più conveniente di un attacco aperto, anche se l’arma vincente non può che essere un intervento di intelligence per indebolire la fedeltà dell’esercito siriano verso Assad. In questo modo si rende meno sfacciata la violazione della sovranità di uno Stato arabo (dopo la Libia), e si riducono i costi. Cinicamente osserva Asia Times che nei prossimi mesi la Libia pagherà con gli interessi i suoi “liberatori”, la Siria non potrebbe, il poco petrolio che ha basta appena ai suoi bisogni interni!
 La Siria è oggi assediata da tre lati: Giordania, Libano e Turchia.
Dalla frontiera turca verso la provincia siriana di Idbil, sono iniziati gli attacchi del Free Syrian Army,2 composto da circa 6 mila disertori dell’esercito siriano, rimpolpato da militari sauditi, libici (600 agli ordini del comandante militare di Tripoli Abdelkarim Belhaj secondo il quotidiano egiziano Ray al Arabi), del Qatar e degli Emirati (Foglio, 4 dic. ’11- Islam Times, 1 genn. ’11)
Armi e oppositori filtrano anche dal confine libanese, provenienti dalla città di Tripoli.
Infine buona parte delle truppe Usa già in Irak sono acquartierate nella base aerea di al-Mafraq in Giordania, presso il confine siriano, vicino alla città di Dara, uno degli epicentri dell’opposizione al regime di Assad. (WSWS, 23 dic. ’11)
Queste azioni hanno l’aperto appoggio oltre che degli Usa, di Francia e Gran Bretagna, che si sono assunte l’onere di addestrare militarmente i ribelli. Anche l’Italia, secondo la stampa fedele ad Assad, porta armi in Libano col pretesto di assistere i profughi (circa 10 mila civili siriani sono sfollati parte in Turchia, parte in Libano e Giordania).
Il governo siriano ha il dichiarato appoggio del governo di al Maliki e dell’Iran, che minaccia di armare 4500 mujaheddin dell’Esercito del Mahdi dell’iracheno Moqtada al Sadr. Di rincalzo, ai primi di dicembre la Russia invia a Latakia (porto siriano) l’incrociatore portaerei russo “Kuznetov” e l’unità antisommergibile “Ciabanenko”, un chiaro messaggio di deterrenza, soprattutto nei confronti della Turchia. La Russia ha forti interessi in Siria: miliardi di dollari di armi vendute, base navale a Tartus.
Oltre alla più dura repressione verso gli insorti, compreso l’uso dei cecchini dai tetti, il regime di Assad gioca la carta curda: lascia rientrare in Siria Mohammed Saleh Muslim, leader del Partito dell’Unione democratica (PYD), equivalente siriano del PKK dei curdi di Turchia e anch’esso proibito in Turchia. Il PYD non ha motivo di simpatia per il governo siriano, ma pensa di approfittare della crisi per creare una zona autonoma curda in Siria. Altri curdi invece solidarizzano cogli arabi siriani nell’opposizione al governo. Assad denuncia anche gli accordi commerciali con la Turchia.
In questo quadro le forze che raccolgono le proteste reali e l’opposizione sociale dei siriani (vedi PM n. 28, pp.15-19) vengono oscurate fra le dichiarazioni proterve di un regime che si affida solo alla repressione e una propaganda a  regia esterna che mira principalmente a giustificare un eventuale intervento militare su modello libico.

INEDITE ALLEANZE
Sulla stampa turca è evidente dal dibattito in corso la tensione fra le frazioni borghesi in relazione alle scelte di politica estera e alle loro conseguenze. Fin dal primo momento del delinearsi della crisi siriana il governo turco, a differenza che nel caso della Libia, ha deciso da subito di essere nel gruppo dei paesi che si sono schierati contro il regime di Bashar Assad. Questo nonostante le buone relazioni finora intrattenute con quel governo, almeno dal 1999, dopo la firma del trattato di Adana, e nonostante l’importanza dei legami economici sia con la Siria che con lo stesso Iran, nemico ultimo da “contenere” nell’ottica turca o saudita. Turchia e Iran sono naturali concorrenti su tutto il mercato mediorientale dato il loro peso demografico e il buon livello di sviluppo industriale. Che ne fanno due forti esportatori di manufatti. La Turchia ha però anche una significativa integrazione economica con lo stesso Iran, messa a rischio attualmente dalla svolta diplomatica rispetto alla crisi siriana e che secondo gli esperti economici non sarebbe compensata da più intensi rapporti con l’Arabia Saudita (Today’s Zaman, 25 dic. ’11). Lo schieramento nella crisi siriana sospinge infatti inevitabilmente la Turchia in un fronte comune con l’Arabia saudita, un potenziale partner economico, ma anche un potenziale rivale nella bilancia di potenza, essendo in pieno boom economico e armato fino ai denti. Lo schieramento turco in Siria mette in discussione anche gli stretti rapporti economici con la Russia di Putin.

Frontale e aperto invece lo scontro fra Iran e Arabia Saudita (terzo incomodo il Qatar, che persegue una sua indipendente politica di piccola potenza sussidiaria). Entrambi i paesi conoscono una crisi di leadership (per lo scontro Amedinejiad-Khatami l’Iran, per la difficile successione gerontocratica in Arabia) e un momento di grande prosperità economica grazie ai profitti da petrolio. I sauditi non sono mai stati così forti all’interno dell’Opec e della Lega araba. Il loro PIL è cresciuto del 6,9% nel 2011, la bilancia commerciale segna un surplus di 149,3 MD$. Il 31 dicembre ogni saudita ha ricevuto una ricca gratifica natalizia, parziale redistribuzione della rendita della casa reale, e il governo ha varato un programma di avviamento al lavoro per 700 mila giovani (di cui 140 mila donne), la costruzione di 700 fra scuole e università, di 17 grandi poli sanitari, numerosi centri sportivi e 500 mila case per giovani coppie. In cantiere anche la costruzione di giganteschi poli industriali da far invidia all’Urss dei piani quinquennali. E naturalmente l’acquisto di … 84 F15 (contribuendo a salvare posti di lavoro negli Usa). La rendita petrolifera, pagata con il plusvalore estratto al proletariato in tutto il mondo, va ad alimentare il parassitismo ma anche l’industrializzazione dei paesi petroliferi, con la formazione di un nuovo proletariato. Analoghi programmi sono in corso negli Emirati e in Qatar. L’intervento in Bahrain e negli affari del Sud Yemen hanno dato ai sauditi nuova statura politica fra i paesi del Golfo e ne ha accresciuto gli appetiti.
Più complessa la situazione dell’Iran, che possiede accanto alle ingenti risorse petrolifere un complesso industriale di tutto rispetto, reso recentemente più efficiente da un ampio programma di privatizzazioni, ma che richiede investimenti e mercati, messi fortemente in discussione dall’inasprimento delle sanzioni da parte di Usa, Germania ecc. (cfr. Foreign Policy, 30 lugl. ’11). I dati della Banca Mondiale descrivono un paese che rispetto ai partner regionali ha conosciuto un forte progresso in termini di servizi sociali, in particolare istruzione e assistenza sanitaria, di riduzione del gap negli standard di vita fra città e campagna, di forte e costante aumento della produzione industriale. Come per il Giappone del 1940 tutto questo potrebbe essere messo in discussione da sanzioni che fossero efficaci, come negli intendimenti Usa. Il 31 dicembre Obama ha indurito le sanzioni con il National Defense Authorization Act, che su Asia Times Pepe Escobar ha definito una “dichiarazione di guerra economica” e Robert Haddick, su Foreign Policy, l’anticamera di una nuova Pearl Harbour. Infatti l’Iran minaccia di bloccare lo stretto di Hormuz3 e mostra i muscoli nel Golfo Persico con una esercitazione navale di 10 giorni, mossa per ora propagandistica, ma che potrebbe avere un seguito concreto se gli effetti delle sanzioni fossero il totale strangolamento economico (Stratfor, 23 dic. ’11). Queste sanzioni non possono essere subite impunemente dall’Iran perché metterebbero in discussione gli investimenti (fra il 2008-10 mentre in tutto il mondo gli investimenti esteri diretti sono calati, in Iran sono passati da 1,6 a 3,6MD$, cioè +139% - dati Unctad). A rischio anche l’export verso Europa e paesi asiatici (il 30% del quale è costituito da prodotti non legati al petrolio), le transazioni bancarie e finanziarie ecc. Già oggi gli immigrati iraniani in alcuni paesi occidentali si trovano a non poter inviare o ricevere denaro dall’Iran e a non poter chiedere documenti alla propria ambasciata. Sulle sanzioni, ancora all’inizio del 2010, il governo giapponese si è detto “perplesso” per le conseguenze economiche complessive. I due terzi del petrolio iraniano viene esportato in Asia, 450 mila barili al giorno in Europa, principalmente all’Italia (183 mila) e alla Spagna (137 mila), che non si sono ancora pronunciate sulle decisioni Usa. La scommessa è comunque se Cina, Sud Corea, Giappone, Russia, Brasile e India accetteranno i diktat sulle sanzioni.
Ma il braccio di ferro sul controllo delle risorse energetiche, come si è detto, non si limita all’area mediorientale. Ci sono le premesse per una crisi regionale complessiva in Corno d’Africa, dal Sudan all’Uganda all’Etiopia, anche qui col suo carico di vittime, di fame, di impoverimento. Il classico caso in cui il 99% della popolazione paga per i profitti dell’1%, quell’1% che detiene i capitali e le leve del potere.







ANGELA MARINONI

Pubblicato su: 2012-02-06 (1005 letture)

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