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N29 Pagine Marxiste - Febbraio 2012
Generali e partiti islamici partner per porre fine alla primavera egiziana
EGITTO



IL VOTO E IL “PORCELLUM” DELLE REGOLE
Concluse le tre tornate elettorali, in Egitto pare ormai assodato che si concludano con un 40% circa di voto al Partito della Giustizia e della Libertà, un 24% circa ad al Nour, alias i Salafiti, mentre i due partiti laici più votati non superano anch’essi il 25% (il Blocco Egiziano con il 14% e Al Wafd con l’11%). Mentre le piazze esprimono il disincanto rispetto al ruolo dell’esercito e all’evoluzione della primavera egiziana, gli elettori premiano gli islamici, forza di opposizione nel periodo di Mubarak e insieme forza di conservazione dei valori tradizionali.1 Non va mai dimenticato che il 60% circa (stime del 2008) della popolazione egiziana vive nelle campagne ed è nei distretti rurali che Salafiti e Fratelli Mussulmani hanno fatto il pieno, dopo anni in cui hanno garantito l’unica forma di welfare che il contadino egiziano conosca (scuole coraniche, piccoli aiuti a vedove e orfani, ambulatori, prestiti a basso interesse per chi era indebitato).
Inoltre sta cominciando ad avere effetto la propaganda governativa che descrive la “rivoluzione” come causa della crisi (perché ad es. rovina il turismo). Qui si è espressa la rabbia dei giovani e della classe operaia. Combattivi sul luogo di lavoro, gli operai ad es. di Mahalla hanno votato “in massa” (come gli altri egiziani, cioè circa il 62%), scegliendo i singoli candidati che conoscono, “perché nessun partito ci rappresenta” (Manifesto, 14 gennaio). Nel luglio 2011 i partiti politici non si sono opposti all’emendamento presentato dall’esercito che assolve i militari per le azioni repressive precedenti alla caduta di Mubarak. In più l’esercito conserva il potere di veto sulle leggi che riguardano la Difesa (compresa la totale segretezza della spesa per l’esercito e i servizi di sicurezza). Il premier Al-Ganzouri ha “garantito” che il ministro dell’Interno non sarà un civile. (Medarabnews 10 ott. ’11). Infine la legge elettorale egiziana è un “porcellum” complicatissimo che prevede ad es. una parte di eletti col sistema uninominale e una parte a maggioritario ma con liste bloccate. Il 50% dei seggi è riservato a “operai e contadini”, cioè … a padroncini, industriali e proprietari terrieri (i lavoratori infatti per lo più in nero e spesso analfabeti rarissimamente sono candidati). Infine i distretti elettorali sono definiti sulla base della superficie, indipendentemente dalla percentuale di abitanti per km/q (che possono essere mille come 2 milioni), quindi aree densamente abitate esprimono un numero di eletti analogo a quelli di distretti rurali scarsamente abitati. Un terzo dei seggi della Camera bassa sono di nomina presidenziale. Tutto ciò è abbastanza per spiegare l’apparente incoerenza fra agitazioni sociale e voto in Egitto.2 Molti giovani liberali e democratici sono astensionisti, rifiutano la politica tradizionale, su cui non incidono. I gruppi della sinistra estrema invece hanno chiamato a raccolta per il 28 ottobre in piazza Tahrir chiedendo che l’esercito sia punito per le sue colpe (Ahram Online, 27 ott. 2011)

LE LOTTE OPERAIE PROSEGUONO
Le lotte operaie e gli scioperi hanno preceduto, affiancato e seguito il movimento delle piazze e sono tuttora in corso. Per valutarne comunque l’incidenza va tenuto conto che la forza lavoro egiziana è costituita da 26,2 milioni di persone e solo il 17% lavora nell’industria.
Da aprile tutti gli scioperi sono stati, di fatto, vietati in quanto “lesivi dell’interesse nazionale” dallo SCVAF (Consiglio Supremo delle Forze Armate). Questo non ne ha fatto diminuire il numero. Ma non esiste una organizzazione politica che si riferisca alla classe operaia, esistono piccoli gruppi politici e sono nati comitati spontanei e di autodifesa (di quartiere, per le donne, per i disoccupati), è nata una Federazione egiziana di Sindacati Indipendenti (che ha organizzato il 1° maggio); è stato espresso un obiettivo unificante cioè un salario minimo uguale per tutti di 1200 £E, cioè sterline egiziane (pari a circa 200 $, 150€), già previsto per legge ma mai applicato. Attualmente un insegnante prende 300 £E (52 $), un’operaia tessile 250£E (45 $) un operaio specializzato, un autista 400 £E (circa 70 $), ma l’inflazione (+80% nei primi 8 mesi dell’anno) erode continuamente le retribuzioni. Le altre richieste comuni sono scuole per i bambini, assistenza sanitaria decente, alloggi popolari a prezzi calmierati.3

L’ESERCITO EGIZIANO COME FRAZIONE PER           ORA EGEMONE DELLA BORGHESIA
Nell’illusione (che solo l’esperienza consentirà di superare) che lo Stato sia un “padrone buono” e che tutti i problemi fossero figli della politica liberista di Mubarak, alcuni gruppi operai hanno anche chiesto talvolta la rinazionalizzazione delle fabbriche privatizzate. Come è logico gli operai vedono nelle privatizzazioni iniziate nel ’91 la causa di selvagge di riduzioni di personale contro cui, fra il 2004 e il 2008, sono scoppiati 1900 scioperi. Questo aspetto ha consentito allo SCAV di utilizzare in parte anche le proteste operaie per rafforzare il proprio monopolio economico (si valuta controllino il 30% dell’economia, La tribune tunisienne 27 dic. ’11). Ad es. epurando gli uomini d’affari accusati di corruzione, ma in realtà appartenenti alle frazioni più liberiste, quelle che sostenevano Gamal Mubarak. L’esercito sta ristatalizzando una parte delle aziende privatizzate da Gamal Mubarak (Sole, 18 ott. ’11), ha silurato tutti i direttori della Banca Centrale e 9 dei 15 membri del Consiglio di amministrazione. L’effetto però è stato il crollo degli investimenti esteri, che erano stati di 6,4 miliardi di $ nel 2010 e si prevede saranno di 0,5 miliardi nel 2011 (-87%), ma anche la fuga dei capitali egiziani e il deficit di bilancio (3,3MD$, Al Arabyia 1 genn. ’12). Solo i generosi prestiti degli Emirati (3 MD$), di Arabia Saudita (4 MD$), del Qatar (10,5 MD$) hanno scongiurato il disastro, ad es. che non fossero pagate le pensioni. Gli Usa invece non hanno ancora ripreso il finanziamento all’esercito egiziano, in attesa che si definisca meglio l’orientamento della politica estera, ma hanno inviato da aprile a settembre sette tonnellate di armi e munizioni, tra cui manganelli di gomma, gas lacrimogeni e fumogeni, adatti alla repressione di piazza, nonostante le vive proteste di Amnesty International.

L’ESERCITO NON PUÒ RISOLVERE LE CONTRADDIZIONI SOCIALI
Il deficit ha molte cause. L’eccessiva spesa per l’apparato repressivo, l’evasione fiscale di migliaia di piccole e medie imprese, la politica dei sussidi. Il 64% delle famiglie riceve sussidi sotto forma di carburante ed energia a basso costo, spesso non sono lavoratori, ma piccole e grandi imprese inefficienti (ad esempio le grandi industrie del cemento e della siderurgia). Si calcola che la forza lavoro in nero sia il 140% di quella ufficialmente impiegata (Economist, 13 agosto ’11). Ogni anno entrano nel mercato del lavoro 700 mila giovani.
L’esercito ha avuto per ora una sola risposta, la repressione: da febbraio a ottobre 12 mila civili arrestati, e spesso “come d’uso” torturati dalla giunta militare (The Guardian, 1 nov. ’11), perché vigono ancora le leggi di emergenza che consentono l’arresto senza esplicite accuse (WP, 3 ott. ’11).
Cento i morti “ufficiali” nelle piazze fra marzo e ottobre (Islam Times, 20 dic. ’11). Altri 59 morti “ufficiali” negli scontri di novembre e dicembre, che chiedevano la fine dell’impunità dell’esercito e l’instaurazione di un governo civile e che hanno coinvolto centinaia di migliaia di dimostranti (Al Arabyia, 1 genn. ’12). È presto per valutare la portata del provvedimento del 25 gennaio 2012 che sospende le leggi di emergenza, “salvo i casi di vandalismo”, provvedimento che al Jazeera ha definito un “lifting” doveroso per alleggerire le tensioni nel primo anniversario della rivoluzione.
L’esercito non ha risposte per i problemi sociali egiziani e deve scaricare le frustrazioni della popolazione su capri espiatori, come “i rivoluzionari” o i copti, contro cui i media hanno scatenato in ottobre una violenta campagna, sperando nello scontro fra copti e mussulmani. In realtà poi i copti sono stati massacrati dall’esercito (19 morti) come sono stati puntualmente uccisi dimostranti, mentre di modestissimo rilievo sono stati gli scontri fra cristiani e mussulmani.
Ecco allora la necessità di un’alleanza con i Fratelli Mussulmani e i salafiti, considerati in grado di controllare certamente le campagne, forse anche i luoghi di lavoro e le piazze.
Per lo stesso motivo queste forze politiche sono guardate con simpatia dal governo Usa, perché come scrive l’autorevole Brookings Institute “gli Islamici sono il futuro”; Fratelli Mussulmani e Salafiti sono anche stati foraggiati in campagna elettorale da ricche donazioni private e pubbliche provenienti da Arabia Saudita e Qatar (quasi 5 miliardi di $ secondo Islam Times, 25 dic. ’11)
Nessuno sulla stampa borghese scrive oggi che i manifestanti di Piazza Tahrir sono il futuro. Il sito americano Stratfor (6 dic. ’11) sottolinea che i militari sono “uniti e al potere”, se ne cederanno una quota agli islamici è da vedere, comunque il futuro è meno favorevole agli interessi Usa. I manifestanti (valutati in circa 750 mila, pari all’1% della popolazione) esprimono, secondo questo sito, “disperazione” perché non credono che le elezioni risolveranno i loro problemi e temono che gli islamismi saranno solo dei collaborazionisti rispetto ai militari. Quindi si stanno radicalizzando. Questo attualmente li isola dal resto della società egiziana che crede nelle elezioni e vuole la pace sociale.
E tuttavia le proteste continuano, un’intera generazione sta facendo una veloce e intensa esperienza politica, gli stessi Fratelli Mussulmani hanno subito la scissione degli elementi più giovani, indignati per essere considerati i difensori dei generali. La storia non si conclude con queste elezioni.



NOTE

1. Per i 508 seggi della Camera Bassa erano in lizza 35 liste, altre 26 concorrevano per i 264 seggi della Camera Alta.

2. Una breve panoramica dei partiti non islamici all’opposizione che in parte hanno intercettato il voto operaio o di “sinistra” deve ricordare :

1) Kutla (Blocco Egiziano o Blocco Nazionale) un’alleanza elettorale formata da 15 fra partiti e movimenti politici liberali, socialdemocratici e di sinistra ma anche dal Partito Sufi di Liberazione, d’impianto conservatore. Il loro principale obiettivo è contrastare l’avanzata dei partiti islamici. Invoca una democrazia pluralistica e multipartitica e rifiuta ogni discriminazione religiosa, razziale e sessuale. In ottobre si è staccato dal Blocco il Partito dell’Alleanza Socialista Popolare che ha dato vita a un’altra alleanza dal nome  “La Rivoluzione Continua”, mentre sono rimasti nel blocco il Partito dei Liberi Egiziani, il Partito Socialdemocratico egiziano e il Tagammu (stalinista, ultrascreditato per essere stato la “foglia di fico” di Mubarak nelle elezioni del 2010).

2) Rivoluzione Continua, una coalizione di 7 organizzazioni che vanno dai socialisti, ai liberali, all’Egyptian Current Party, cioè la ex sezione giovanile dei Fratelli Mussulmani. Ha un programma più rivolto al sociale rispetto al Blocco (sussidi per i disoccupati, più investimenti nell’edilizia popolare e per la sanità, cancellazione dei debiti per i piccoli agricoltori), ma è molto centrato sul ristabilire l’ordine e combattere la corruzione. Si tratta di un cartello elettorale fragile perché poco coeso, che rischia di andare in pezzi quando si tratterà di assegnare i seggi.

3) El-Adl (Partito della Giustizia), fondato nel maggio 2011, nasce dalla fusione del Movimento 6 Aprile e di Kefaya (Movimento Nazionale per il cambiamento). Vi aderisce El Baradei. Dichiaratamente centrista, agita la richiesta dei diritti civili e politici, si propone come ponte fra gli islamici e il Blocco Egiziano. Molto noto in Occidente ha ottenuto … 1 seggio.

3. Il pound o sterlina egiziana aveva il 21 gennaio 2012 il cambio ufficiale di 6,04 sterline contro 1 $ Usa.




Pubblicato su: 2012-02-06 (1022 letture)

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