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N29 Pagine Marxiste - Febbraio 2012
Crisi europea e internazionalismo



La crisi finanziaria europea, del “debito sovrano”, si protrae ormai da più di un semestre, ripercuotendosi pesantemente sull’economia non solo italiana ed europea, ma mondiale.
Nel giro di sei mesi i centri previsionali hanno dovuto ribassare pesantemente le stime di crescita del PIL (di oltre 2 punti percentuali per l’Europa, dell’1,9% l’Asia meridionale, e dell’1,1% il mondo nel complesso). In Italia questo significherà nuova recessione quest’anno, centinaia di migliaia di disoccupati in più, tanti licenziati e giovani senza lavoro, inasprimento delle condizioni per chi lavora, dei sacrifici imposti dal governo. Che cosa significherà in termini di lotte, dipende anche da noi.
Il mondo del capitale continua a procedere a un passo circa pari alla sua media secolare, ma a due velocità, con i paesi emergenti che marciano a un ritmo rallentato ma sempre più che doppio rispetto alle metropoli, all’interno delle quali si delinea un ritmo americano (e giapponese) moderato, a fronte della recessione-stagnazione europea.
Il bilancio di un triennio mostra rapporti di forza molto modificati a vantaggio dei paesi dell’Asia orientale e meridionale, sempre in forte crescita, e a svantaggio delle metropoli, con Europa e Giappone che devono ancora recuperare i livelli del 2008.

Nella crisi attuale economia, finanza, politica e un pizzico di psicologia si sovrappongono e si mescolano in un impasto franoso che nessuno sa quando e dove si arresterà. Nell’era di internet e dei computer che permettono di “conoscere tutto” in tempo reale l’incertezza e l’incapacità non solo di dominare gli eventi ma anche di prevederli regnano sovrane e pesano sulla vita di milioni di disoccupati e di giovani senza prospettive.
È il capitalismo, è il libero mercato, è la più decantata “modernità”, bellezza!
Anche per questo siamo comunisti …


Dalla Grecia parte la speculazione
Ma come si è arrivati a questa crisi nella crisi? Essa può essere vista da diversi angoli visuali.
Uno è la crescita dei debiti pubblici nel 2008-2010 per evitare che la crisi finanziaria travolgesse le banche, e per rilanciare l’economia con la spesa pubblica, tappando keynesianamente i buchi lasciati dalla domanda privata. Come documentato sul n. 28 di PM, l’aumento è stato imponente in tutte le metropoli, in quelle anglosassoni più che in quelle dell’Europa continentale (e minore in Italia che altrove), ma l’Italia è finita nel vortice, anche per il suo enorme debito precedentemente accumulato.
A far partire la frana finanziaria è stata la crisi di un piccolo paese, la Grecia, che conta meno del 2% del PIL della UE. La percezione, nella scorsa estate, del fatto che la Grecia potrebbe non essere salvata ed essere costretta ad uscire dall’Euro (mentre scriviamo attendiamo l’esito delle trattative tra la Grecia e i creditori) ha mutato il quadro di riferimento: se l’Euro si sfascia e si ritorna alle monete nazionali, il debito italiano sarà denominato in lire e sarà svalutato rispetto al suo valore attuale in euro. Quindi, 1) anche gli Stati dei paesi “ricchi” possono fallire, ergo anche i titoli di Stato italiani, pari a 1,2 volte il PIL, non sono sicuri al 100% come si riteneva; 2) contengono inoltre un rischio di cambio, se l’Euro si sfascia. Come per tutti i rischi di questo genere, la probabilità non è nota. Ma basta prenderla in considerazione perché gli scenari e le valutazioni mutino. E si apra la possibilità di speculazioni vincenti al ribasso … (Nella finanza, dove la valutazione è inscindibile dalla speculazione, l’ipotesi che una cosa, come la caduta di un titolo, possa accadere provoca reazioni che tendono a farla accadere). Quanto basta perché fondi e banche in possesso dei titoli del Tesoro italiani, soprattutto all’estero, se ne liberassero, facendone cadere i valori anche di un terzo e alzando enormemente i rendimenti richiesti per sottoscrivere nuovi titoli pubblici – fin sopra il 7% per i decennali. Mentre la fuga verso l’euro-marco ha fatto scendere i tassi sui titoli di Stato tedeschi (Bund) fin sotto lo zero (che vuol dire pagare un “interesse” per avere in mano titoli che se saranno tradotti in marchi si rivaluteranno).
La crisi del “debito sovrano” è divenuta quindi tutt’uno con la crisi europea, o meglio dell’area euro. La politica europea ne è divenuta il parametro preminente, e si è dimostrata ad oggi incapace di risolverla, nonostante il walzer di vertici a due, a tre, a 16, a 27 e di “assi” che scricchiolano e di carrozzoni finanziari di salvataggio come l’EFSF.


Il comitato d’affari Monti
Per sventare la minaccia di crollo della finanza pubblica e privata la borghesia italiana, sotto la pressione dei mercati e della UE ha sostituito Berlusconi con Monti e il suo “governo dei tecnici”, col compito di portare avanti il programma condiviso dal grande capitale italiano e da Bruxelles e Francoforte: lavorare fino a 70 anni, generalizzare la precarietà dei proletari, e aprire al grande capitale i servizi protetti, dai tassisti agli avvocati, dai farmacisti agli architetti, abbattendo con le liberalizzazioni i recinti protettivi della piccola borghesia costruiti dal fascismo delle corporazioni e mantenuti dalla democrazia a base di massa piccolo borghese. In altri termini, proletarizzare la piccola borghesia, due-tre volte più numerosa in Italia che nelle altre metropoli. Oltre che demonopolizzare le reti, dal gas alle ferrovie, ancora per permettere l’ingresso a nuovi gruppi privati. Mentre per le misure contro il proletariato non incontra resistenza mancando una risposta di lotta, resta da vedere quanto Monti porterà a casa delle “liberalizzazioni”, dato che dovrà vedersela con i forconi che saranno innalzati anche in parlamento, da sempre occupied dalle corporazioni delle “professioni” e dell’evasione fiscale.
Ma fare i compiti a casa potrebbe non bastare, perché il nodo è europeo e la finanza (la speculazione) mondiale. Lo spread tra il rendimento dei Bund decennali e quelli dei BTp con medesima scadenza è divenuto la misura della disunione europea e resta su livelli altissimi, mentre le agenzie di rating americane continuano a bombardare i paesi periferici europei tra cui l’Italia, e ora anche la Francia. Sotto il tetto dell’euro stanno sistemi finanziari differenti e fra di loro in tensione, in concorrenza per i capitali internazionali. Ciò potrebbe far saltare l’euro o renderlo una camicia di forza per sistemi che hanno esigenze divergenti in termini di cambio, mentre non garantisce più tassi uniformi.


Regalo di Natale per le banche
L’italiano Mario Draghi è salito sulla tolda della BCE, ma i cecchini tedeschi e finlandesi lo tengono sotto tiro, nel caso sprecasse i loro euro con eccessivi acquisti di titoli italiani.
La BCE ha fatto un regalo di Natale da € 489 miliardi di liquidità al tasso dell’1% a tutte le banche europee, accettando in cambio carta emessa dalle banche stesse e garantita dai rispettivi Stati, per impedire che le banche fossero risucchiate nelle sabbie mobili della svalorizzazione dell’attivo (titoli di Stato italiani, spagnoli, greci ecc. svalutati) e tagliassero, per stare a galla, i crediti alle imprese, con un effetto a spirale su tutta l’attività economica. Ma una buona parte di quel denaro resta per ora parcheggiato presso la stessa BCE (al tasso dello 0,5% …) perché “il cavallo (delle imprese) non beve”, e non investe, date la domanda stagnante per consumi (salari in calo), l’incertezza e gli alti tassi di interesse. Quindi buona parte del regalo di Natale, almeno in Italia, andrà ad acquistare titoli pubblici di nuova emissione: lo Stato pagherà il 5-6% alle banche, che pagano alla BCE l’1% … grazie alla garanzia dello Stato! Con questo la BCE solleva i bilanci delle banche europee, ma si espone verso Stati come l’Italia, considerati a rischio.

Lo spread della disunione
E tuttavia anche questo potrebbe non essere sufficiente. Mario Monti si è recato a Berlino sperando che la Merkel lo premiasse per i compiti fatti, dando il via libera a misure che riducano i tassi di interesse sul debito italiano, ma si è sentito rispondere che l’Italia è ricca e può farcela da sola. La Merkel dice no agli eurobond, che significherebbero far garantire anche ai tedeschi i debiti italiani, spagnoli, ecc. ed è anche contro l’aumento degli acquisti di titoli italiani da parte della BCE, e contro il potenziamento del fondo EFSF, che nel frattempo ha subito il declassamento di Standard & Poor’s insieme a Francia, Austria e Italia, e rischia di dover pagare di più per i fondi che raccoglie sul mercato, e quindi di dover fare pagare tassi più alti agli Stati da salvare, mentre il suo scopo era proprio quello di fornire denaro a minor costo …
Ma se spread e tassi restano alti, il costo del debito italiano continuerà ad aumentare ad ogni nuova emissione per rimpiazzare i titoli in scadenza, e si mangerà i tagli e le tasse imposti da Berlusconi e Monti, mentre l’alto costo del denaro per le imprese accentuerà la recessione in Italia. Ma se cala il PIL, sarà sempre più difficile ridurre la montagna del debito pari a quasi il 120% del PIL, e ciò accentua il “rischio Italia” e quindi lo spread.

Partita europea
La questione europea diviene così un cruciale nodo economico e politico. Nel varo dell’euro gli eurofili, anche a sinistra, avevano visto l’irreversibile avvio del processo di unificazione politica. Qualcuno si era spinto ad affermare che “alla moneta seguirà la spada”, rovesciando l’ordine storico dei fattori. Per quasi un decennio l’euro ha fatto da piattaforma comune ai paesi dell’area, avvantaggiando da un lato la Germania le cui esportazioni sono state favorite dal basso tasso di cambio marco-euro, e dall’altro paesi come l’Italia che hanno goduto dei bassi tassi sull’euro, che hanno dimezzato gli interessi da pagare sul debito pubblico italiano e per i finanziamenti alle imprese. Ma i governi italiani ne hanno approfittato per spendere di più, e le imprese per andare all’estero. I quasi 20 anni di preparazione all’euro e di adozione dell’euro hanno coinciso per l’Italia con i 20 anni di stagnazione dopo più di 50 anni di espansione dell’econo-mia.
Alla centralizzazione monetaria inoltre non ha fatto seguito la centralizzazione finanziaria e tantomeno quella politica e di bilancio. Il sistema bancario è rimasto sotto la regolazione degli Stati nazionali, l’EBA (European Banking Authority) è quasi priva di poteri e i pochi che ha rischiano di fare più danno che altro (negli stress test del 2011 ha promosso banche che qualche mese dopo sono andate gambe all’aria, come Dexia; i parametri di capitalizzazione che ora vuole imporre a un campione di banche rischiano di aggravare la stretta creditizia).
Gli eurofili hanno sperato che la crisi finanziaria internazionale, il cui epicentro da un anno insiste sul sud del Continente, avrebbe spinto le nazioni europee a rinunciare a quote importanti di sovranità per non sprofondare insieme. Era tuttavia possibile anche l’esito opposto: che la crisi accentuasse le differenze di interessi e portasse a una conflagrazione dell’Unione o almeno dell’Euro. Al momento la prima ipotesi sembra la meno realistica, perché la crisi accentua la divergenza degli interessi, mentre la seconda rimane possibile per quanto ancora poco probabile, anche se alcuni gruppi tedeschi la sostengono apertamente.
L’unione fiscale - ossia unificare il grosso dei bilanci degli Stati europei in un bilancio federale, con un sistema federale di tassazione e di spesa, tipo USA – è un’idea che neppure i più euro-entusiasti osano proporre; il bilancio UE, pari a 140 miliardi di euro e all’1% circa del PIL UE, è 1/40 circa dei bilanci degli Stati, e la sua quota si è andata riducendo negli ultimi anni (per il 45% si tratta di trasferimenti alle regioni meno ricche per opere spesso inutili; il 42% sono sussidi agli agricoltori e alle multinazionali agroindustriali, per mantenere consenso ed esportare in dumping le eccedenze agricole così generate, danneggiando gli agricoltori esteri). Dal lato delle entrate, la UE non ha un proprio sistema impositivo, e dipende dalle quote degli Stati membri.
Quello di cui si sta discutendo in questi mesi non è l’unione fiscale, ma una disciplina fiscale ossia i limiti al deficit strutturale (0,5% del PIL) e al debito (60%), e come imporli. La Germania chiede che la disciplina sia imposta da una istituzione federale, come la Corte di Giustizia di Strasburgo, mentre la Francia propone un organismo intergovernativo, per permettere una applicazione “politica”, ossia la contrattazione caso per caso.
L’Italia, che ha il debito (circa 1900 miliardi) più grande d’Europa e terzo al mondo dopo USA e Giappone, dovrebbe ridurlo del 5% del PIL ogni anno fino a raggiungere il 60%. Nella attuale situazione ciò significherebbe aggravare ulteriormente la recessione e quindi anche le fonti di entrata fiscale, in una spirale di tipo greco che porrebbe la minaccia di un’esplosione sociale e di un movimento anti-europeo, evocati da Monti. Quindi l’Italia chiede uno sconto in virtù del minore debito privato e di tener conto della fase di recessione, e un sostegno europeo ai propri titoli di debito pubblico. Altrimenti potrebbe essere costretta a uscire dall’Euro per avere libertà di manovra. La partita è aperta.
La Gran Bretagna di Cameron si è chiamata fuori da questo coordinamento come rimane fuori dall’Euro, cosa che l’ha finora avvantaggiata, lasciandole libertà di manovra monetaria e di bilancio, conservando a Londra la posizione di prima piazza finanziaria mondiale (recente l’accordo con la Cina per gestire l’internazionalizzazione del renminbi). Non è neppure disposta a contribuire al salvataggio degli Stati UE in crisi. Per essa la UE è solo un’area di libero scambio, che va completata con il mercato comune dei servizi.

Manca una risposta di classe
Le misure di austerità imposte ai lavoratori e pensionati hanno provocato reazioni di lotta di piazza in Grecia, mentre in Italia i sindacati confederali, CGIL compresa, si sono limitati a uno sciopero pro-forma, ma di fatto accompagnano le misure che tagliano i salari (aumento IVA) e aumentano di diversi anni gli anni di lavoro prima di andare in pensione. Le iniziative in ordine sparso dei “sindacati di base” sono in grado di coinvolgere poche migliaia di lavoratori. Non ci sono finora segnali di lotte spontanee.
Per supplire alla incapacità di mobilitare le masse, alcune correnti della sinistra politica e sindacale hanno lanciato la campagna “noi il debito non lo paghiamo”. Nel momento stesso in cui i lavoratori sono costretti a pagarlo, con aumenti IVA, ICI, prolungamento della vita lavorativa, questa campagna che vede il nemico non nel capitalismo e nella borghesia ma nella sola sua anima finanziaria, specie estera, assume spesso toni nazionalistici, antiamericani e/o antitedeschi, e pro-Italia ed Europa mediterranea contro quella nordica, che si incontrano con i temi agitati dall’estrema destra fascista, mentre in Germania i corrispettivi di sinistra della Linke fanno campagna perché non siano i lavoratori tedeschi a pagare per gli scialacquatori dell’Europa mediterranea, Italia in testa. Anziché unire i lavoratori contro il capitale, si dividono i lavoratori sulle linee di divisione tra i raggruppamenti nazionali del capitale.
Se al posto del conflitto di classe lavoro/capitale si mette in primo piano quello debitori/creditori si scivola su un terreno nazionalistico e statalista, protezionistico e di stampo autarchico. Il debito contratto dallo Stato della borghesia il proletariato lo potrà ricusare quando avrà preso il potere. Ma prima occorrerà lottare per prenderlo …
Perché i lavoratori non paghino per l’ennesima volta i debiti accumulati dallo Stato della borghesia italiana occorre che essi lottino in prima persona per difendere le proprie condizioni di lavoro e il salario diretto e indiretto, contro gli aumenti dei prezzi e delle tasse, contro i licenziamenti. Non ci sono scorciatoie di ingegneria finanziaria, che porterebbero al crollo e statalizzazione delle banche, ossia a far pagare ai lavoratori il salvataggio delle banche. Né più né meno quello che si dichiara di voler combattere.
Nelle diverse situazioni cresce l’esigenza di collegare le lotte frammentate nella crisi e unirle contro gli attacchi del governo. Questa strada è parallela con quella del collegamento dei comunisti presenti nelle varie realtà e divisi da bandiere del passato. La bandiera comune è quella internazionalista del Manifesto di Marx e dell’appello di Karl Liebknecht: “il nemico è in casa nostra!”







Pubblicato su: 2012-02-06 (1070 letture)

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