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N°29 Pagine Marxiste - Febbraio 2012
TANTA “FLEX” IN CAMBIO DI NESSUNA “SECURITY”
L' Ichino - pensiero, pass-partout per la demolizione dei lavoratori



Come è noto, il giuslavorista Pietro Ichino, insieme ad altri suoi colleghi o compari politici, quasi tutti di area PD, quasi tutti ex sindacalisti CGIL, qualcuno ex ministro di Prodi, tutti comunque allineati coi padroni, sta passando il suo momento di “gloria” in virtù di alcuni Disegni di Legge (n.1481-1873/2009) diventati punti di riferimento del governo Monti nell'ottica della imminente “Riforma del Mercato del Lavoro”.
Questa nuova entrata “a gamba tesa” dell'esecutivo viene anch'essa, naturalmente, presentata come “pedaggio” verso la UE, stavolta in direzione della tanto auspicata “crescita”, dopo che con l'abolizione delle pensioni di anzianità, le tasse e gli aumenti a raffica si sarebbe salvato il paese dal default dei debiti sovrani …

Che siano tutte misure aventi come scopo di puntellare una crisi capitalistico-finanziaria ormai irrefrenabile, facendola pagare ai salariati, è cosa abbastanza nota a chi ci segue.
Quello che cercheremo ora di fare è di entrare più nel vivo delle elaborazioni di questi “maître à penser” dello sfruttamento, per capire meglio dove vogliono arrivare e quali tasti toccano per rendere “appetibili” le loro proposte.

A questo scopo la Mondadori ha recentemente pubblicato, a fine anno, un libro di Pietro Ichino intitolato “Inchiesta sul lavoro”. Per chi non lo sapesse, l'autore è un ex parlamentare del PCI, ex sindacalista della CGIL (tutt’ora iscritto), ricercatore, professore del Diritto del Lavoro, avvocato, politico PD, editorialista del “Corriere della Sera”. Basta? Certo che basta. La solita carriera di tanti “sinistri” diventati più realisti del re ...
Il libro, scritto in una forma di finta intervista, dove l'autore si fa le domande elaborate sulla base delle obiezioni che gli vengono fatte di solito, è diviso in più sezioni: la questione della riforma della pubblica amministrazione, dove Ichino si vanta di aver ispirato Brunetta, e lo attacca per la sua incompetenza; la questione del mercato del lavoro e delle sue proposte, che vedremo; le relazioni sindacali in Italia, dove dichiara che bisogna attrarre molti di più investimenti esteri; la questione dei contratti nazionali e delle leggi sul lavoro, dove difende Marchionne ed i suoi contratti-capestro.

In fondo egli rimprovera al suo partito, il PD, di non aver avuto il coraggio di dire le cose come stanno, di non aver voluto “dare valore al lavoro” toccando i tabù della sinistra radicale (come l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori), permettendo così al governo Berlusconi di fare “immobilismo” sul diritto del lavoro e concentrarsi “sull'isolamento della CGIL”.

La parola magica di Ichino è “FLEXSECURITY”. Che vorrebbe dire flessibilità del lavoro dentro un quadro di sicurezze sociali. Lo scopo? Combattere la precarietà in tutte le sue forme, collegandola ad una maggiore efficienza delle aziende e ad un abbattimento dei loro costi.
Ne deriverebbero crescita, produttività e una aderenza tra domanda e offerta di lavoro. Dunque una controtendenza rispetto alla “stagnazione” degli ultimi trent'anni. Il riferimento teorico è la “flex” dei paesi centro-nord europei, Danimarca in primis.
Come si può già da subito vedere, l'approccio verso la “riforma” a venire è tipico di tutte quelle che la borghesia ci presenta: il sistema non sta più in piedi, occorre togliere qualche “privilegio” per garantire un “futuro” alle giovani generazioni. Così è stato solo un mese fa sulle pensioni, così è oggi sul lavoro.

Dunque il tanto famoso articolo 18. Quello che impedisce i “licenziamenti discriminatori” e che prevede la “reintegra” nel posto di lavoro qualora il dipendente vinca la causa giudiziaria.

Sappiamo che l'ideologia che sta dietro a questa elementare norma di civiltà è che “in Italia non si può licenziare”. Balla grossa come una casa, visto le centinaia di migliaia di posti “saltati” nei soli ultimi tre anni, e quelli che salteranno ...
E questo il nostro fine giuslavorista ovviamente lo sa, ma il suo obbiettivo è un altro.
Parte con un’affermazione da paladino della giustizia: l'articolo 18 non tutela neppure la metà dei lavoratori ... più del 55% proprio non lo vede (addetti in imprese sotto i 15 dipendenti, la galassia del precariato, chi lavora in nero). Dunque estendiamolo a tutti, verrebbe da dire! No, per Ichino la formula è: “Tutti a tempo indeterminato, a tutti le protezioni essenziali, nessuno inamovibile”.
O detto altrimenti: “A tutti continuità del reddito, contributi previdenziali e assistenza nella ricerca di una nuova occupazione”.

Veniamo così a sapere che in Italia la diffusione della precarietà è avvenuta perché l'ordinamento giuridico “si è messo CONTRO la realtà”. L'articolo 18 indurrebbe le imprese a ridurre il numero degli indeterminati, aumentando i “Peripheral Worker”, i marginali. Fa niente se il professore si guarda bene dallo spiegare perché dove non c'è l'articolo 18 non cala il tasso dei precari, se per tali s'intende chi può essere licenziato individualmente per motivi “economici”!
Perché di questo in fondo si tratta: NON DI TOGLIERE LA PRECARIETÀ, MA DI ALLARGARLA A TUTTI PRESENTANDOLA COME “STABILIZZAZIONE”!!!

Certo la particolarità italiana è la pletora di parasubordinati e collaboratori mascherati da autonomi ed esclusi da ogni dignità lavorativa, ma da che mondo è mondo non si fa “giustizia” togliendo il poco a qualcuno per dare ancora meno a chi ne è totalmente privo!!! Dunque il teorema del professor Ichino sull’Apartheid tra “protetti” e “non protetti” è solo polvere negli occhi.

Oggi succede che un lavoratore, per il quale si applica l'articolo 18, di fronte ad un licenziamento “ingiustificato” (di cui sono vittime gli “indesiderati” che non possono essere colpiti altrimenti), può inoltrare cause che durano anni. Poveri imprenditori, che costi! E, se perdono solo un match di una causa, essi devono non solo reintegrare il soggetto, ma pure sanare gli arretrati! E comunque le aziende non possono procedere agli “AGGIUSTAMENTI” di organico richiesti dal mercato e dal profitto ... Dunque, continua Ichino, tali “rendite parassitarie” vanno smantellate, per il bene degli stessi lavoratori “onesti”, che perdono salario aziendale a causa dei “fannulloni”.
È il Brunetta di “sinistra” delle fabbriche, solo un po' più “acculturato”...
Verrebbe da chiedersi quanto incidano questi fenomeni. Presto detto: dal 5 al  20 % della forza lavoro ... Calcolata come?
Il professore risponde: “Nella percezione (!!??) dei responsabili del personale, poi, la percentuale di casi in cui la stabilizzazione del lavoratore porta con sé una riduzione del rendimento si colloca fra 1/4 e 1/3 del totale. La verità è che oggi nell'impresa di dimensioni medio-grandi i lavoratori sono TROPPO PROTETTI, col risultato che 1 su 4 perde interesse al proprio lavoro, mentre i collaboratori autonomi continuativi sono troppo poco protetti, col risultato che è l'azienda a essere poco incentivata a investire sul proprio dipendente.”
È  sulla “reintegra”, che va superata col risarcimento monetario, che bisogna intervenire; così come sul “giustificato motivo oggettivo”. Ci saranno abusi? Ma ci penseranno i giudici che diamine!
Mano a mano che il discorso di Ichino si dipana, i veri motivi della “querelle” sull'articolo 18 emergono. Negli anni ’70, con le fabbriche fordiste, dice Ichino, l’articolo 18 ci stava. I criteri selettivi alla catena di montaggio “erano molto approssimativi”, le assunzioni “venivano fatte all'ingrosso”. Oggi la vita media di molti prodotti non si misura più in decenni, ma in mesi. La vita stessa delle aziende dura pochi anni ... Oggi bisogna dare più libertà alle imprese e rendere i lavoratori più “liberi di ricollocarsi” ... invece di perdere tempo a difendere posti di lavoro decotti e siglare ammortizzatori sociali di pura assistenza!
Ecco allora finalmente svelato il vulnus di tutti questi discorsi così dotti: non la “giustizia”, non la “lotta alla precarietà”, non l’apartheid tra “protetti” e “non”, ma semplicemente l'adeguamento del mercato del lavoro alla concorrenzialità delle imprese; oppure, detto in senso marxista, alla maggior estrazione di plusvalore degli operai, al loro maggior asservimento al capitale “globale”.
Oggi l’azienda deve poter “modificare rapidamente organizzazione, strumentazione, competenze e dimensioni”, tutte cose che richiedono “apprendimento continuo, valutazione per un lungo periodo delle attitudini dell’operatore, capacità di adattamento agli stock tecnologici”. Dunque mano d’opera flessibile, intercambiabile, “leggera”... quasi invisibile - aggiungiamo noi - che non disturbi e non esiga salario se non nella misura concessa dai super profitti aziendali, aumenti sempre rigorosamente discrezionali e revocabili! Questo, tra l’altro, sostiene Ichino, sarebbe il rimedio per il “nanismo” dell’industria italiana ...

Dunque l’ideale sarebbe il modello danese per PREVENIRE crisi che possono  toccare anche il personale. Salario di disoccupazione per tre anni (dal 90% al 70% a scalare), con obbligo di seguire corsi di riqualificazione gestiti dalle aziende, i cui costi sarebbero certamente inferiori a quelli degli attuali ammortizzatori sociali. Applicazione per tutti di 70 articoli del “Nuovo Codice di Lavoro Semplificato” (!!??). Contributo previdenziale universale del 28% dell’ultima retribuzione. Via libera ai licenziamenti “economici e organizzativi”, da cui ne deriverebbe la sostituzione integrale del controllo giudiziale con la “responsabilizzazione dell'impresa per la ricollocazione del lavoratore”. Sei mesi di prova, con indennità nel caso di licenziamento entro i due anni. Dopo questo periodo si instaura il su citato “Contratto di Ricollocazione”. Contratto Unico. Via tanti contratti di lavoro inutili. Ma via anche gli scatti automatici di anzianità. Via i prepensionamenti. Lavorare più a lungo aumenta le occasioni di lavoro per i giovani, perché ci sono risorse sottratte alle rendite pensionistiche che diventano spendibili in investimenti produttivi.

Il professore su “Il Sole 24 ore” del 20/12/’11 aveva fatto il “pompiere”: le norme che propongo  - aveva dichiarato - valgono solo per i NUOVI contratti a tempo indeterminato ...
Ma sul libro, che il grande pubblico non legge, precisa: “Il nostro progetto delinea una nuova disciplina destinata a sostituire in blocco un centinaio di leggi oggi vigenti in materia di lavoro, applicandosi IMMEDIATAMENTE a TUTTI i rapporti ricompresi nella definizione di “lavoro dipendente”... soltanto la nuova disciplina del licenziamento è limitata ai rapporti nuovi.”
All’osservazione che comunque egli creerebbe un nuovo dualismo “assunti-prima”/“assunti dopo” la riforma, risponde che: “Sì. Ma è un dualismo destinato a ridursi drasticamente abbastanza in fretta, se si considera che la durata media dei rapporti di lavoro oggi varia dai 3 ai 6 anni ...”
In primo luogo vogliono poter licenziare individualmente, a costi ridotti, nelle grandi imprese ancora rimaste, formando una forza lavoro ballerina e ricattata, che rimarrà comunque precaria perché non sono le norme sul lavoro che portano lavoro. La crisi morde a tal punto che Confindustria prevede un calo occupazionale dello 0,3% nel 2012 e dello 0,5% nel 2013, con una Cassa Integrazione attestata intorno al miliardo di ore annue.
In secondo luogo vogliono colpire i settori di forza-lavoro dai 45 anni in su, quelli con più alti tassi di occupazione, ma anche quelli che, con questa riforma, sarebbero gettati in una “inoccupabilità” praticamente cronica. Il tutto nell’ottica di aumentare la sottomissione al capitale di masse sempre più larghe di giovani, soprattutto donne, che attualmente fino ai 34 anni sono sottoutilizzate dal punto di vista dell’estrazione del plusvalore (vedere dati Istat sul “Corriere della Sera” del 3/01/’12).
Questa è un’altra grave (per i capitalisti) anomalia dell’imperialismo italiano rispetto ai “partner” europei e fonte d’indebolimento nella concorrenza mondiale.
Mentre scriviamo sono uscite altre “proposte” di “esperti” che saranno sottoposte alle “parti sociali, le quali, dopo le solite manfrine, accetteranno tutto. Ma i cardini sono quelli elaborati dal professor Ichino. Il quale potrà vantarsi di essere stato per la terza volta “profeta”, dopo aver sponsorizzato nel 1984 il lavoro part-time e nel 1997 la Legge Treu sulle Agenzie di Lavoro.
Tocca al proletariato fare rimanere nel gozzo ai borghesi pietanze così accuratamente preparate.
                                 







GRAZIANO GIUSTI

Pubblicato su: 2012-02-06 (1088 letture)

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