A 5 mesi dalle sue elezioni Obama gode largo consenso fra gli americani e vasta popolarità negli altri paesi soprattutto fra minoranze e giovani. In particolare si rappresenta come il presidente che ha avuto il coraggio di chiudere Guantanamo, di rivelare al mondo le torture inflitte ai prigionieri politici, che chiede il ritiro dall’Irak occupato. Obama, come prima di lui Kennedy (quel Kennedy responsabile di aver iniziato la guerra del Vietnam), si accredita come l’uomo nuovo in grado di correggere l’immagine esterna dell’imperialismo, un obiettivo perseguito con cura (tanto da essere accusato in patria di raccogliere più risultati di facciata che di sostanza in politica estera) per smarcare la differenza con “l’era Bush”. La realtà è un po’ diversa. Certo Obama si oppone all’uso della tortura. Ciò gli consente di colpire i repubblicani e di ridurre, contemporaneamente, il diffuso antiamericanismo che la gestione Bush-Cheney ha alimentato nel mondo. Ma nell’interesse superiore dell’imperialismo americano nessun torturatore verrà processato, non ci sarà nessuna Norimberga se il colpevole era americano o alleato degli americani. La politica della doppia morale continua.
Ridurre l’antiamericanismo nell’opinione pubblica internazionale è la premessa per superare l’unilateralismo di Bush e realizzare una serie di alleanze. Una scelta multilateralista che è la presa d’atto dei nuovi rapporti di forza internazionali: il declino relativo della potenza americana, iniziato negli anni settanta, potrebbe subire un’accelerazione per l’evoluzione della crisi economica. Obama, nel perseguire una politica di potenza nell’interesse dei gruppi economici americani, deve tener conto dell’emergere di una serie di medie potenze che pesano nei vari scenari regionali, con le quali è necessario impostare relazioni di tipo nuovo. La linea di Bush secondo cui coi nemici (tra cui gli “stati canaglia”) non si tratta, ha complicato l’intervento in Irak e Afghanistan, pregiudicato la strategia di insediare l’imperialismo americano in Asia Centrale. Quindi la squadra scelta da Obama, all’indomani della vittoria, per la politica estera e la sicurezza non è certo formata da colombe. Obama vuole conservare il primato statunitense con altri mezzi, più adeguati a un periodo di crisi. Cerca di riguadagnare peso ed influenza per gli Usa, ad esempio in America Latina, dove alla significativa concorrenza degli imperialismi europei e del Giappone si è aggiunta quella della Cina. Cerca di imprimere una svolta alla politica Usa in Medio Oriente e Asia Centrale. Non nel segno di un minore bellicismo, ma nel segno di riposizionare la propria forza militare.
Obama e la spesa militare
Una conferma viene dal documento di previsione dell’ Office of Management and Budget: nel 2009 proseguirà il trend di continuo aumento della spesa militare federale (858 miliardi di $ contro 783 nel 2008, 704 nel 2007, 597 nel 2006, 635 nel 2005). Per il 2010 è previsto un ulteriore incremento del 4%. Anche Obama è ricorso ai finanziamenti straordinari per l’intervento in Irak e Afghanistan.
1 Saranno cambiati però i capitoli di spesa. Il sottosegretario alla Difesa statunitense, Robert Gates ha annunciato la rinuncia al nuovo elicottero presidenziale, l’arresto della produzione di F-22 Raptors, ma un aumento di spesa per gli F-35. Tagli anche per l’istallazione di missili da difesa in Alaska, nei C-17 e per quel complesso di armamenti ad alta tecnologia noti come Future Combat Systems. I risparmi saranno utilizzati per incrementare l’esercito di 65 mila soldati e 27 mila marines, nonché un numero imprecisato di forze speciali. Prevedibile la feroce opposizione bipartisan delle lobby legate alle grandi case costruttrici, in primis Lockheed Martin e Boeing, e dei congressisti che rappresentano gli stati dove queste imprese si concentrano come la Georgia, dove nell’industria bellica lavorano 25 mila operai (60 mila con l’indotto) e il Connecticut. La spesa andrà a sistemi di armamento più adatti a guerre a bassa intensità, come l’Irak o l’Afghanistan (i droni, sia robot di terra che aerei senza pilota, come i Reaper o i Predator, di recente utilizzati per bombardare le aree tribali pakistane). Hanno prevalso le indicazioni del gen. Petraeus, responsabile per l’intero teatro mediorientale, e dei vertici militari impegnati in operazioni di controterrorismo e antiguerriglia. Molti leader repubblicani accusano Obama di lasciare così il paese indifeso rispetto a quella che è la minaccia strategica e cioè la Cina.
Il vertice delle Americhe a Trinidad e Tobago
E’ innanzitutto in America Latina, il “cortile di casa”, che gli Usa devono riacquistare peso e influenza. Ha ottenuto grande rilievo sulla stampa italiana il fatto che nei confronti di Cuba, convitato di pietra al vertice dell’Organizzazione degli Stati Americani, tenutosi a Trinidad fra il 17 e il 19 aprile 2009, Obama abbia fatto il primo passo: ha ordinato la revoca delle restrizioni al milione e mezzo di cubano-americani per viaggi, invio ai parenti rimasti nell’isola di denaro, ma anche computer e telefonini; saranno riaperti voli regolari per Cuba e alle società Usa sarà consentito avviare investimenti. L’età rende Obama esente da critiche rispetto all’embargo di 47 anni imposto a Cuba o rispetto al tentativo di invasione nella Baia dei Porci. Le sue aperture sono appoggiate da una parte della numerosa lobby di esuli cubani (gli altri gli rinfacciano di cedere sui diritti umani in cambio di nuovi affari per le società Usa di telecomunicazioni), mentre gli uomini d’affari Usa sono ansiosi di superare la fase dell’embargo. Raul Castro ha risposto esibendo disponibilità al dialogo su un ampio spettro di questioni, il “minuetto” (come è stato definito il dialogo a distanza fra Cuba e USA) non darà risultati nel breve periodo. La fragile economia cubana non reggerebbe allo sconquasso di una veloce apertura al libero mercato e lo stesso regime non può permettersi più di tante aperture. L’apertura a Cuba è stata più che altro uno strumento per depotenziare la retorica di Chavez e riconquistare il dialogo con l’intero emisfero americano. Ai 34 leader Obama ha promesso un confronto "su basi di eguaglianza". Ma gli Usa devono fare i conti con l’invasione commerciale e finanziaria della Cina.
La Cina è da poco il secondo partner commerciale dell’America Latina dopo gli Usa e prima, sia pure di poco, dell’Unione Europea (che conserva invece il primato per Mercosur e Cile); fra le ultime iniziative cinesi il raddoppio del Fondo di investimenti in Venezuela che raggiunge ora i 12 miliardi di dollari, il prestito di un miliardo di dollari all’Ecuador per costruire una centrale idroelettrica, il prestito all’Argentina di 10 miliardi di dollari in valuta cinese per pagare le sue importazioni dalla Cina, il prestito di 10 miliardi di dollari alla compagnia petrolifera di Stato del Brasile (NYTimes 16 aprile 09). In cambio la Cina si attende anche forniture di materie prime, in primis il petrolio. Dal punto di vista degli investimenti invece, i paesi dell’Unione europea sono ancora al primo posto. E anche sul piano diplomatico, oggi i governi filo-europei sono molto più numerosi di quelli filo-americani. La Cina è da quest’anno membro effettivo della Inter-American Development Bank, fondata nel 1959 da 48 stati sovrani. Il peso decisionale nella IDB è proporzionale alla quota azionaria; nel 2008 gli stati latinoamericani avevano il 50,2% dei voti, gli Usa il 30%, il Giappone il 5%, il Canada il 4%, i vari paesi europei l’11%. Gli Usa intendono conservare e rilanciare il ruolo della Fed nella banca e potenziare la capacità di prestito della IDB, i cui fondi si attestano attualmente sui 120 miliardi di $. Il recupero di prestigio e influenza nell’area, per gli Usa, passa soprattutto per le proposte economiche ai paesi latinoamericani, che quest’anno, dopo 6 anni di ininterrotto sviluppo, sono esposti alla crisi mondiale. Bush si era concentrato sui trattati di libero scambio e sulla lotta al narcotraffico (utilizzato spesso come pretesto per sterminare le opposizioni ai governi conservatori ad esempio in Colombia). I paesi latino americani chiedono tra l’altro che sia consentito ai pensionati Usa (si calcola che aumenteranno di 100 milioni nei prossimi 30 anni) di spendere le loro assicurazioni sanitarie nei cronicari e negli ospedali dei Carabi e del Sud America, un affare che sarebbe certamente appetibile anche per Cuba, che attualmente esporta principalmente… medici (Miami Herald 13 ap.09). Sembra certo l’ok Usa all’area di libero scambio fra Colombia e Panama e l’apertura del mercato Usa ai camion messicani finora esclusi, ma anche un allentamento delle misure anti-immigrazione.
Un’altra priorità per gli Usa è impedire che il Brasile diventi capofila di uno schieramento alternativo. E questo è possibile se Obama riproporrà il progetto per una “alleanza energetica per l’America”, rendendo operativo il memorandum firmato da Bush e Lula nel 2007 per la produzione congiunta di etanolo e combustibili alternativi, riducendo le tariffe che gravano negli Usa sull’etanolo di origine brasiliana (che costituisce il 75% dell’intera produzione mondiale), investendo nello sfruttamento dei campi petroliferi Brasiliani. Lo stesso Chavez secondo alcuni esperti Usa, potrebbe essere “ammorbidito” in una fase di vacche magre per i proventi petroliferi.
AFGHANISTAN
Aumentare l’impegno in Afghanistan è il prezzo per conservare agli Usa un caposaldo in Asia Centrale. Concepito per contenere Cina e Russia, oggi nei confronti di questi paesi gli Usa aprono una offensiva diplomatica che tien conto della contingenza: il crollo del prezzo del petrolio indebolisce lo sforzo russo di conservare un ruolo nell’area e la crisi economica evidenzia l’interdipendenza della Cina con gli Usa. La strategia Usa di garantire un collegamento diretto, energetico e commerciale, fra repubbliche islamiche ex sovietiche e India, ancora una volta, non può prescindere dall’Iran. Ma deve fare i conti anche con l’imperialismo tedesco, ben deciso a non mollare agli Usa affari e controllo militare nel Centro Asia, forte di un asse di interesse, non nuovo, con la Russia (vedi anche “Dama cinese in Asia Centrale” PM ottobre-dicembre 2007).
Non sembra di facile applicazione l’ipotesi di Petraeus di attuare anche in Afghanistan la strategia, già sperimentata in Irak, nota come surge (aumento e concentrazione dei militari Usa, costruzione di ampie alleanze con gruppi tribali prima ostili) e di ridurre, contemporaneamente, la concentrazione di potere a Kabul, implementando il federalismo. L’ostilità dei civili afghani verso gli occupanti è aumentata dopo i numerosi e indiscriminati raid aerei; l’inetto e corrotto governo di Karzai in otto anni non ha garantito alla popolazione né strade, né acqua potabile, né elettricità; le incursioni dei talebani nelle aeree tribali sono quasi raddoppiate, essi pagano salari regolari ai loro guerriglieri e si presentano come difensori della popolazione.
Obama ha autorizzato un aumento di 17 mila uomini in aggiunta ai 36 mila già presenti, ma molti consiglieri, come Brzezinski, dubitano che questo possa garantire il successo (l’Urss che impegnava 120 mila soldati ha dovuto ritirarsi dopo dieci anni di guerra, mentre la presenza militare internazionale oggi arriva in tutto a 64 mila uomini). Inoltre un maggiore impegno in Afghanistan implica un maggiore impegno militare diretto anche in Pakistan, che infatti nella zona di nord ovest è già sottoposto a bombardamenti diretti dell’aviazione Usa. Questo paese garantisce, attraverso il Khyber Pass, il passaggio della maggior parte delle truppe e dei rifornimenti per l’ Afghanistan, ma questo transito è sempre più insicuro, dopo che i “talebani” pakistani hanno occupato la Swat Valley, senza contare che parte sia dell’esercito che dei servizi segreti pakistani sono “alleati” infidi. Secondo autorevoli commentatori Usa questo doppio impegno logorerebbe ulteriormente la capacità militare americana e ridimensionerebbe pericolosamente il peso degli Usa in Medio Oriente.
Si cercano vie alternative per l’Afghanistan. Fallita l’ipotesi di Petraeus di usare la base di Manas in Kyrgyzistan (il governo di questo paese ha deciso di chiuderla dopo che la Russia ha concesso in cambio 2,3 miliardi di $ di aiuti e cancellato il debito di 180 milioni), gli Usa stanno tentando di garantirsi un accesso attraverso Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan con accesso al Mar Nero attraverso Georgia-Azerbaijan, come consigliato dal comando tedesco delle truppe di stanza a Mazar el Sharif. Un’ipotesi che implica se non il consenso russo almeno qualche forma di trattativa con la Russia. A meno di dar seguito alla proposta della Clinton di un approccio “regionale” sull’Afghanistan, che coinvolga i paesi confinanti, Iran compreso. L’Iran potrebbe ripulire dai trafficanti di droga ma anche dai talebani il proprio poroso confine (è noto che mentre gli ospedali afgani non hanno morfina per i propri interventi, la produzione di oppio ha toccato livelli record, proprio in presenza dei militari occidentali). E infatti Ahmadinejad è stato invitato alla conferenza sull’Afghanistan del 31 marzo scorso.
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Italia cialtrona
Non abbiamo mai pensato che i problemi della povertà e della fame in molte aree del pianeta si possano risolvere con le donazioni, sempre interessate, degli Stati capitalistici ricchi. Riportiamo tuttavia questa affermazione di Bob Geldof, cofondatore di DATA e di ONE e sostenitore della politica degli aiuti ai paesi poveri, che conferma il carattere cialtrone, anche dal punto di vista imperialistico, dell’imperialismo italiano: “Si dovrebbe lodare il Regno Unito, la Germania e gli USA per aver mantenuto i loro impegni, ma biasimare l’Italia, che attualmente ha la presidenza del G-8, per la sua vergognosa e cinica disonestà nel firmare a Gleneagles un impegno per i poveri del mondo per poi non far nulla per mantenerlo. L’Italia deve risolvere questo problema prima del vertice G-8 di luglio in Sardegna. Se non si presentano con un piano fattibile, dovrebbe essere ritirata loro la presidenza. Che senso ha far dirigere gli incontri a un paese che non intende mantenere la parola data?” [WSJ, 1 aprile 2009]
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Accanto a un’offerta di collaborazione iraniana (“partecipare ai progetti mirati a contrastare il traffico di droga e i piani per lo sviluppo e la ricostruzione in Afghanistan»), esiste un’offerta indiana di appoggio in campo civile (in febbraio è stata varata una strada di 220 Km del costo di 1,1 miliardi di $ interamente donati da Nuova Delhi fra la provincia afgana di Nimroz e il porto iraniano di Shah Bahar presso il confine pakistano e di fronte a Gwadar, il porto costruito dai cinesi). Ma accettare l’offerta indiana significherebbe mettere in crisi l’asse Usa-Pakistan, in particolare coi suoi servizi segreti e con una parte dell’esercito, che da sempre finanziano i gruppi islamici anti-indiani in Kashmir e Punjab (gli stessi accusati di aver realizzato gli attentati a Bombay del 20 settembre 2008, proprio allo scopo di rinfocolare le tensioni fra India e Pakistan che il nuovo governo di Alì Zandari, vedovo Bhutto, tenta di normalizzare).
Vitali per la guerra afgana anche i buoni rapporti con la Turchia, la cui base aerea di Incirlik resta strategica. A questo è servito il recente viaggio di Obama. Dopo la presa di distanza dall’attacco all’Irak (2003) e l’equidistanza ostentata durante la crisi georgiana (agosto 2008), il governo turco ristabilisce buoni rapporti con Obama, che ha caldeggiato esplicitamente l’entrata della Turchia nell’Unione Europea, sostenuto gli oleodotti turchi in concorrenza con quelli russi.
L’intervento americano, iniziato per sconfiggere Al Qaeda e “civilizzare l’Afghanistan” (tutti ricordiamo le campagne contro il burqa), prosegue con stragi di civili, crescita esponenziale della produzione dell’oppio, accordo col più fondamentalista e reazionario capo pashtun, Hekmatyar, legalizzazione dello stupro coniugale e subordinazione del lavoro femminile all’autorizzazione degli uomini (recentemente approvati da Karzai nel silenzio da parte dei governi occidentali) e la prospettiva di destabilizzare ulteriormente assieme all’Afghanistan anche il Pakistan.
Riposizionamento di forze in Medio Oriente
Il maggiore impegno in Afghanistan è condizionato al parziale ritiro dall’Irak. Sui tempi e i modi di questo ritiro esiste dissenso palese fra Obama e Pentagono. Nella visita lampo a Bagdad del 6 aprile 09, in cui ha incontrato il gen. Odierno, attuale comandante in capo delle truppe in Irak, ma anche il presidente irakeno Al Maliki, Obama ha affermato che è l’ora della transizione del potere agli irakeni. Ciò sarà possibile solo se sciiti e sunniti troveranno un accordo di condivisione del potere e delle risorse petrolifere. Una allusione neanche tanto velata al riacutizzarsi delle lotte intestine, culminata con una ondata di arresti, nel marzo 09, tra le file dei capi dei Comitati del Risveglio sunniti, gli stessi leader tribali con i quali Petraeus aveva stretto accordi per pacificare le regioni più turbolente (Diyala, Al Anbar). Al Maliki ha fretta di regolare i conti con le milizie sunnite rivali: la posta in gioco è il controllo delle forze di sicurezza. Ma sul lungo periodo la posta in gioco è il controllo delle risorse petrolifere regionali, che passa attraverso la scelta istituzionale di uno stato federale con gradi più o meno accentuati di federalismo. La scelta di Al Maliki, uscito rafforzato dal voto del 31 gennaio, potrebbe vanificare il successo del nuovo corso (surge) inaugurato da Petreus. Una parte dell’esercito americano e del Congresso sono contrari a rafforzare i sunniti. La stessa Clinton ha dichiarato che i recenti attentati anti-sciiti dimostrano la bontà delle scelte di Al Maliki. Quindi non solo il “vespaio iracheno” non è ancora pacificato, ma acquistano di nuovo peso le posizioni di chi profetizza il caos in Irak se gli Usa si ritirassero.
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l’altra faccia della medaglia della crisi
- La crisi attuale secondo la Banca Mondiale farà morire nel 2009 400 mila bambini in più: uno in più ogni 79 secondi. In alcuni paesi la mortalità infantile durante una crisi economica è 5 volte maggiore per le femmine, afferma l’Onu, perché i genitori tolgono loro il cibo per cercare di far vivere i figli maschi.
- Banche e istituti finanziari hanno ad oggi divorato 8.400 MD di $ di “aiuti”: una sola settimana di interessi su questa cifra basterebbe a salvare la maggior parte delle donne che muoiono per parto ogni anno nei paesi poveri (stime Oxfam).
- Nel 2008, afferma su NYT del 2 aprile Nicholas Kristoff, le 500 persone più ricche del mondo hanno guadagnato più delle 416 milioni. Più povere; le prime, pur avendo la loro parte di responsabilità per la crisi economica, se la caveranno solo con piccole perdite, mentre le seconde, che non hanno alcuna responsabilità della crisi, ne soffriranno le peggiori conseguenze.
- In alcune aeree di Africa, Sud Asia ed America Latina la lotta è per il cibo (Robert Zoellick, presidente Banca Mondiale BM).
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Anche in questo scenario il mutamento di rapporti con l’Iran è fondamentale. E’ da anni evidente che il risultato non voluto dell’occupazione americana in Irak è stato l’emergere di una “mezzaluna sciita” dal Libano di Hezbollah e Amal all’Afghanistan di Hekmatyar, passando per l’Irak a maggioranza sciita. L’Iran ha da tempo impugnato la bandiera della “resistenza araba” “contro il Moloch sionista” e il presidente iraniano Ahmedinejad lo ha ribadito recentemente alla Conferenza “Durban II” a Ginevra. Ahmedinejad da un paio d’anni ha iniziato un’offensiva diplomatica per ridare al suo paese un ruolo di media potenza regionale e uscire dall’isolamento. Fonti siriane nel marzo 2008 avevano parlato di un accordo segreto tra USA e Iran il cui fulcro consisterebbe in una apertura in Irak a iniziative culturali e religiose di Teheran (cioè a una influenza politica), in cambio di direttive “più ragionevoli” ad Hamas ed Hezbollah, ma anche di un possibile ruolo di gendarme svolto dall’Iran sui confini nell’interesse dell’Irak (Asia Times 11 marzo 08). Le frequenti visite di Ahmadinejad in Irak, la sua presenza ad Annapolis (novembre 2007) e poi a Parigi nel luglio 2008 sono stati tutti smacchi per l’Arabia Saudita, per i regimi arabi moderati (sunniti), ma anche per Israele.
Alla strategia degli sciiti l’Arabia contrappone nuovi gruppi islamici estremisti, formati da reduci dell’Afghanistan, organizzati sotto le insegne del Salafismo, a Gaza, in Cisgiordania, Libano, Siria, Irak e Afghanista. Gli Emirati Arabi stanno stringendo forti legami economici con i gruppi sunniti di Libano, Siria, Pakistan, ma anche con i paesi europei, Germania in testa. Israele avrebbe scatenato l’operazione “Piombo fuso a Gaza” nel periodo di interregno Obama-Bush, perché il governo sperava, colpendo Hamas, di inasprire le contraddizioni Usa-Iran e ostacolare un eventuale appeasement. Obama deve tener conto del massiccio voto a suo favore della comunità ebraica americana, e dei ricchi finanziamenti forniti dalla finanza ebraica alla sua campagna elettorale, ma l’apertura all’Iran è voluta da gruppi economici americani in disaccordo con la linea Cheney e anche da molti esponenti del Pentagono contrari alla linea della “guerra preventiva” e unilaterale di Bush, gruppi che hanno espresso il generale in pensione dei marines James Jones, inviato speciale per il Medio Oriente di Bush e nominato da Obama consigliere della sicurezza. Il NYT dell’11 gennaio 09 ha fatto trapelare una indiscrezione secondo cui Israele avrebbe chiesto agli Usa di poter sorvolare l’Irak per bombardare l’impianto iraniano di uranio arricchito di Natanz; il governo Bush avrebbe negato l’autorizzazione e preso in considerazione eventuali contromisure se Israele lo avesse sfidato. Obama cercherebbe una mediazione rispetto alle ambizioni iraniane di sviluppare tecnologia nucleare. Secondo Asia Times (10 aprile 09) Obama sarebbe favorevole alla creazione in Kazakistan di una banca internazionale di uranio arricchito, cui potrebbero accedere anche l’Iran e quei paesi che rinunciassero ad arricchirlo da sé. In questo modo la produzione di uranio arricchito sarebbe sotto controllo internazionale, il Kazakistan si sgancerebbe dalla Russia, Iran e Usa uscirebbero dall’attuale empasse. Nel corso dell’incontro del 6 aprile scorso fra Ahmadinejad e il presidente del Kazakistan, Nazarbayev, ad Astana, si è parlato di relazioni commerciali, partnership nei trasporti (la costruzione di una autostrada fra i due paesi) e di energia; il presidente iraniano ha mostrato interesse per la proposta e per le aperture di Obama. L’incontro sarebbe frutto di un intenso sforzo diplomatico del Giappone, il terzo importatore mondiale di uranio dopo Usa e Francia, interessato a fornire tecnologia e capitali per lo sfruttamento dei larghi depositi di uranio del Kazakistan, ma desideroso anche di intensificare i trentennali cordiali rapporti con l’Iran. Le implicazioni geopolitiche della proposta kazaka preoccupano sia la Cina che la Russia. Anche le compagnie russe hanno robusti interessi nello sfruttamento dell’uranio kazako. Obama potrebbe attendere i risultati delle elezioni iraniane per contrattare con un leader di più lungo periodo, ma la sua linea è di minore rottura di quanto potrebbe sembrare rispetto a quella di Bush. Le conseguenze riguarderebbero anche Israele. Oggi i rapporti col nuovo governo israeliano di Netaniahu, anomala convivenza fra lo pseudosocialista Barak e il falco Liebermann, sono assai freddi. L’inviato speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente George Mitchell, arrivato a Tel Aviv il 16 aprile ha ribadito che la soluzione dei due Stati «fianco a fianco» è «la migliore e l’unica strada» per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Il cinico massacro della popolazione di Gaza non ha dato alla borghesia israeliana i risultati sperati, ma anche Hamas, con la sua strategia del tanto peggio tanto meglio, potrebbe trovarsi di fronte a un voltafaccia iraniano.
1. Nella primavera 2009 l’amministrazione Obama ha presentato al Congresso l’ennesima richiesta di integrazione di spesa militare per Irak e Afghanistan: 83,4MD di $. Prima di questa, dal 2001, le richieste di fondi di emergenza sono state 17 per un totale di 822 MD di. Per fare un paragone, di recente, ai paesi in via di sviluppo per affrontare la crisi economica mondiale sono andati 400 milioni e alle bande tribali dell’Irak per portare avanti la strategia del surge sono andati 1,6 MD di $ - WP 10 aprile.