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N°16 Pagine Marxiste - Aprile-Giugno 2007
BARCELLONA 1937


Ricorre quest’anno il settantesimo anniversario della repressione del potere operaio a Barcellona, della rivoluzione proletaria nel corso della guerra civile spagnola. Una storia largamente ignorata, e anzi spesso volutamente rimossa, ma che tuttavia ha costituito, insieme alla Comune di Parigi, il momento più alto della lotta proletaria nell’Europa occidentale.
Nel luglio 1936, allo scoppio della guerra di Spagna, le forze operaie seppero sfruttare lo scontro tra la frazione democratica e quella fascista della borghesia, e riuscirono a prendere il potere nella regione più industrializzata del paese: la Catalogna. Nel giro di poche settimane, più del 70% delle industrie furono collettivizzate. Si è calcolato che il movimento degli espropri coinvolse circa due milioni di lavoratori. In breve, ciascun aspetto della vita pubblica e politica della regione finì con l’essere gestito direttamente dalle organizzazioni dei lavoratori. Indebolite anche dalla defezione delle forze armate, le vecchie istituzioni borghesi si trovarono così di fronte ad un’unica soluzione: adeguarsi. Fino ad ottobre, il loro ruolo fu praticamente nullo. Scriverà Grandizo Munis: "Al governo non restò che il nome, e anche quello non per virtù propria, ma perché funzionale all’agguato che i dirigenti stalinisti e riformisti stavano preparando".1Approfittando del vuoto di potere che si era venuto a creare, i lavoratori catalani seppero dar vita a una ramificata rete di comitati operai, veri e propri embrioni di governo dei soviet. Il 6 settembre del 1936, il dirigente del Poum Andrès Nin poté dichiarare: "Oggi, in Catalogna vige la dittatura del proletariato". Va aggiunto che tutto ciò avvenne - come nella Parigi del 1871 e diversamente dalla Rivoluzione d’Ottobre in Russia - senza la direzione di un singolo partito, a dimostrazione del fatto che non sono le ideologie di alcuni teorici, ma la dinamica della lotta delle classi, a spingere i lavoratori nella costruzione di propri organi di potere. Serva ad illustrazione un aneddoto raccontatoci da un protagonista di quei giorni, allora giovane militante del Poum:

 

"Poi, a un certo punto, vidi Nin alzare lo sguardo, ed osservare i tram che circolavano sulla via: erano stati collettivizzati dai lavoratori, dipinti di rosso e nero, e sulle loro fiancate risaltavano le sigle "Cnt-Fai". Al principio, Nin e io pensavamo che questa misura fosse forse un poco assurda. Del resto, però, erano stati gli stessi tranvieri a prendere l’iniziativa: l’intera linea era controllata dal sindacato, e ai lavoratori era permesso di viaggiare gratuitamente da una parte all’altra della città. Anche riguardo a questa questione, Nin ebbe una piccola discussione con Durruti: "E’ giusto – si chiedeva - così, fin da subito, non far pagare nulla? Forse è meglio aspettare un po’ di tempo, attendere che le cose maturino gradualmente. E poi, perché scrivere solo "Cnt", sui tram? I lavoratori sono rappresentati anche da altre sigle". Però era una discussione amichevole, come molte altre che facemmo. Nin era molto stupito da tutto quello che stava accadendo, e subito dopo disse una cosa straordinaria. Disse: "Tutto funziona. I tram funzionano, i taxi funzionano, e tutto è gratis, persino i caffè nei bar. La gente non paga l’affitto, eppure tutto funziona, e per le strade tutti inneggiano al socialismo. Vi rendete conto di quello che ciò rappresenta?". Era molto commosso, e aggiunse: "Lo sapete che in Russia, per ottenere qualcosa del genere, ci vollero mesi? Dopo la presa del potere, i dirigenti trascorsero parecchio tempo a discutere sul da farsi. Sul cosa fare con i soviet, col partito". Nin era molto sorpreso di quanto rapidamente si fosse mosso il proletariato di Barcellona. Vivevamo in un clima incredibile: c’era un gran furore rivoluzionario"2

La mancanza di un partito che esprimesse in modo coerente le esigenze della rivoluzione proletaria ne segnò, tuttavia, la sconfitta. Grosse responsabilità, in tal senso, vanno senz’altro imputate ai dirigenti anarchici. Incapaci di schierarsi sino in fondo contro il potere borghese, i libertari finirono col cedere alle pressioni delle gerarchie repubblicane, trasformandosi ben presto in docili pedine nelle mani della controrivoluzione. Nel novembre del 1936 quattro loro esponenti accettarono addirittura di entrare a far parte del governo di Largo Caballero. Tra i prescelti, vi fu Garcìa Oliver, uno dei massimi leader dell’anarchismo catalano. Pochi giorni dopo, "Solidaridad Obrera", l’organo della Cnt, titolò ingenuamente: "Da oggi il governo smette di essere un oppressore della classe lavoratrice". Ma la realtà era ben diversa: erano quei capi anarchici (perché anche gli anarchici hanno dei capi) a scivolare nell’opportunismo, segnando la definitiva liquidazione politica dell’anarchismo spagnolo. Tra coloro che si opposero, vi fu Buenaventura Durruti, che aveva detto: "Nostri nemici sono anche quelli che, pur militando nelle nostre file, agiscono contro le conquiste rivoluzionarie. Li schiacceremo ugualmente". Durruti morirà pochi giorni dopo, sul fronte di Madrid: secondo alcuni, assassinato da un agente russo.
L’addomesticamento degli anarchici, la maggiore organizzazione politica nel movimento operaio spagnolo, ebbe conseguenze devastanti, e finì inevitabilmente col facilitare l’avanzata della controrivoluzione. Avanzata alla quale neppure il Poum (Partito Operaio di Unificazione Marxista) seppe opporsi con la dovuta fermezza. Il partito si barcamenò infatti a lungo su posizioni intermediste: da una parte, difendendo, per quanto possibile, le conquiste rivoluzionarie; dall’altra, evitando fino all’ultimo e in ogni modo l’inevitabile scontro frontale col governo repubblicano. Approfittando di tali indecisioni, gli stalinisti scatenarono contro Nin e i suoi una delle più potenti campagne diffamatorie che la storia abbia mai conosciuto. Il 16 dicembre 1936, la "Pravda" annunciò: "In Catalogna è cominciata l’eliminazione dei trotzkisti e degli anarco-sindacalisti; essa verrà condotta con la stessa energia con cui è stata portata a termine in Unione sovietica".
Stalin, impegnato nel massacro della vecchia guardia bolscevica con la macabra montatura dei processi di Mosca (fece sterminare l’85% dei quadri protagonisti della Rivoluzione d’Ottobre), stava infatti procedendo alla costruzione di una forma totalitaria di capitalismo di stato, servendosi della tecnologia americana ed estraendo il plusvalore grazie anche all’ausilio del terrore. Con grande meticolosità, aveva estromesso anche dai partiti aderenti al Comintern gli ultimi partigiani della rivoluzione mondiale riducendo l’Internazionale a strumento di sostegno dell’URSS e di esaltazione del mito della costruzione del "socialismo in un solo paese". I capi dell’URSS, che si apprestavano a fare un patto di spartizione imperialistica prima con Hitler, poi con gli Alleati, di tutto avevano dunque bisogno, fuorché della nascita di un vero potere proletario, in un’altra parte del mondo. La repubblica dei soviet catalana avrebbe potuto divenire un punto di riferimento per il movimento rivoluzionario internazionale, alternativo a Mosca, e avrebbe potuto ridare forza all’opposizione di classe in URSS. Dunque, andava schiacciata. Ed è per questo che, quando, nell’autunno del 1936, Mosca decise di intervenire nel conflitto, lo fece imponendo la parola d’ordine: "Prima vincere la guerra, poi fare la rivoluzione". Che, nella pratica, si tradusse nel seguente corollario: "Affossare al più presto, e con ogni mezzo, la rivoluzione spagnola".
In Catalogna, i sovietici avevano però ben pochi alleati. Gli stalinisti del Psuc erano poche migliaia: perlopiù piccolo borghesi, tanto che l’organizzazione venne ben presto ribattezzata "il partito dei bottegai". Ad essi, la borghesia locale finì con l’affidarsi come all’ultima àncora di salvezza. Il governo repubblicano, ormai terrorizzato dall’avanzata proletaria, diede carta bianca agli agenti inviati dal Comintern (tra cui Togliatti, Vidali, Gero, Longo, Orlov). Scrisse l’anarchico italiano Camillo Berneri: "Tutto ciò mi puzza di Noske".3 La posizione degli stalinisti fu chiara fin da subito: difendere ad ogni costo la proprietà privata, rovesciare il processo di socializzazione. In quei giorni, Santiago Carrillo, uno dei leader del Psuc giunse a dichiarare: "Noi non siamo marxisti, noi lottiamo per una repubblica democratica parlamentare". E Stalin, in una lettera a Largo Caballero: "E’ necessario precisare che il governo spagnolo non tollererà alcun atto ai danni della proprietà privata".
Già a fine settembre del 1936, il governo borghese della Catalogna aveva cominciato a rialzare la testa. Gradualmente, con l’intervento delle ricostituite forze della repressione statale, il potere venne strappato dalle mani dei comitati operai, e riconsegnato alle vecchie istituzioni borghesi. A vigilare sul buon esito delle operazioni furono schierate nuove forze di polizia, ben armate e sottoposte al diretto controllo degli stalinisti. Col passare dei mesi, la reazione divenne ancora più aperta. Il 5 marzo del 1937, Nin venne denunciato come "agente del fascismo". Il 31 fu la volta dell’anarchica CNT, che, nonostante ostentasse supina sudditanza nei confronti delle istituzioni borghesi, fu accusata di "difendere i traditori trotzkisti e dar spazio a oscuri elementi falangisti". Dalle calunnie alle pallottole alla nuca, il passo fu breve.
Nei primi giorni di maggio del 1937, di fronte all’ennesima provocazione, il proletariato catalano decise di reagire. E, ancora una volta, lo fece autonomamente: violando tra l’altro le espresse direttive dei dirigenti anarchici. Ovunque, furono erette barricate, e per qualche breve giorno la città tornò sotto il controllo operaio. Poi, nuovamente, mancando una chiara direzione politica l’opportunismo ebbe il sopravvento: i lavoratori furono convinti a deporre le armi. E questa volta la repressione non si limitò alle parole: fu diretta, violenta, sanguinosa, implacabile. Nel giro di pochi mesi ogni residua struttura di potere operaio fu spietatamente smantellata.
Il 16 giugno il Poum venne dichiarato illegale, e più di 10000 lavoratori finirono imprigionati nelle carceri repubblicane, o, peggio ancora, nelle prigioni illegali dell’Nkvd. Nin, Berneri, e migliaia di altri rivoluzionari furono assassinati.
A settant’anni di distanza, sono ancora molti gli insegnamenti che possiamo trarre da quell’esperienza. Senz’altro, la guerra contro il fascismo poteva essere vinta. A una condizione però: solo, cioè, se si fosse riusciti a mettere in campo tutte le energie di classe del proletariato e dei contadini spagnoli. Solo la rivoluzione sociale avrebbe potuto mobilitare queste energie. In Catalogna e altrove gli operai avevano preso il controllo delle fabbriche, i contadini delle terre. Per difenderle contro la reazione franchista combatterono e avrebbero combattuto con tutte le loro energie. Ma, come in Russia, anche in Spagna la reazione giunse "dal di dentro", nella forma stalinista. Così fu sconfitta la rivoluzione proletaria; e così si aprirono le porte alla vittoria del franchismo. Vittoria che giunse comunque, nonostante le armi di Mosca (in cambio delle quali il governo spagnolo cedette peraltro alla Russia le riserve auree della Banca di Spagna) e le Brigate Internazionali.
La guerra di Spagna è una tragica conferma del ruolo controrivoluzionario dello stalinismo e dei partiti da esso generati, oggi ormai tutti allineatisi alla forma liberista e democratica del capitalismo imperante. Ma dai fatti spagnoli ci giunge anche un altro monito: settant’anni fa, quel che mancò fu l’azione decisa di un partito rivoluzionario, che si fosse radicato nella classe già prima dell’avvento della rivoluzione.
Solo se gli esponenti più consapevoli del proletariato in tutto il mondo sapranno far tesoro di questa lezione di una sconfitta le future generazioni potranno riuscire a rovesciare il dominio del capitale e realizzare la società senza classi di uomini liberi e uguali per la quale ha lottato il proletariato di Barcellona.



Note:

1. G. Munis, "Lezioni di una sconfitta, promessa di vittoria", edizioni Lotta Comunista, Milano 2007, p.278edizioni Lotta Comunista, Milano 2007, p.278

2. Intervista a Wilebaldo Solano, maggio 2007, A. Sceresini

3. Gustav Noske, il ministro socialdemocratico degli Interni che nel 1919 fece assassinare Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht per reprimere la rivoluzione tedesca.




C.M.
A.Scer.

Pubblicato su: 2007-06-28 (577 letture)

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