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N°16 Pagine Marxiste - Aprile-Giugno 2007
Capitalismo in Medio Oriente


Nelle discussioni finora avute si sono verificate differenze su una serie di valutazioni su:

  • il livello e la dinamica dello sviluppo capitalistico nell’area
  • il conseguente livello di sviluppo oggettivo del proletariato
  • il rapporto proletariato-borghesie locali
  • il rapporto tra l’imperialismo in generale e quest’area, sul piano economico e su quello politico
  • i rapporti tra gli imperialismi
  • le questioni nazionali aperte.
Sintesi di tutte le questioni è infine quella dei compiti dei comunisti, in casa nostra e nell’area. [...]
Alcuni parametri storici oggettivi di riferimento possono servire ad una valutazione della situazione economico-sociale del Medio Oriente come delle altre aree in sviluppo capitalistico.
Tabella 1 – Quota di addetti ai grandi settori economici, in % sul totale
Paese
anno
Agric.
Estratt.
Industria
Costruz.
Comm, fin.
Trasp, com.
Servizi
altro
Francia
1866
47,0
1,5
19,6
4,6
8,5
1,8
17,1
0,0
Russia
1897
58,6
0,6
13,2
2,3
4,1
2,3
17,2
1,6
Spagna
1940
51,9
1,1
18,9
4,1
6,4
3,4
14,3
0,1
Italia

1911
55,4
0,7
25,9
5,6
3,3
8,5
0,5
1921
56,1
0,5
24,0
6,4
4,0
8,9
0,0
1951
42,2
24,6
7,5
0,9
4,0
20,8
0,0
1971
16,4
31,9
10,2
14,2
5,0
17,4
4,9
(Fonte: elaborazione su dati B.R. Mitchell, European Historical Statistics)

Ho preso la Francia della Comune di Parigi, la Russia pre-rivoluzione, l’Italia dell’occupazione delle fabbriche e la Spagna della Guerra Civile quali esempi di paesi in cui si è storicamente posta al proletariato la questione della presa del potere. Ovunque metà della popolazione attiva usava ancora la zappa, mentre nell’industria – incluse le costruzioni – lavorava tra un sesto e un quarto della forza lavoro e un altro quarto era nelle altre attività.
Passiamo al Medio Oriente. Dalle statistiche della FAO ricaviamo la quota della popolazione attiva in agricoltura sul totale della popolazione attiva, per gli anni tra il 1960 e il 2000.
Nel complesso l’area ha visto più che dimezzare la quota dei lavoratori agricoli, da due terzi a un quarto. Il rapporto tra lavoratori agricoli e non agricoli è passato da 2:1 a 1:4, si è ridotto a un ottavo in 40 anni. Paradossalmente, a parte lo Yemen, il paese più agricolo è la Turchia (che abbiamo rappresentato a parte, fuori del calcolo della media), che pure ha con Istanbul la più grande e industrializzata metropoli dell’area, e tra le più grandi d’Europa.
Tabella 2 - Pop. attiva in agricoltura su pop. attiva totale(%)
1961
1970
1980
1990
2000
Egitto
65
61
57
40
33
Iran
57
48
39
32
26
Iraq
58
53
28
16
10
Israele
14
10
6
4
3
Giordania
48
33
18
15
11
Kuwait
2
2
2
1
1
Libano
36
20
14
7
4
Qatar
17
10
3
3
1
Arabia Saudita
71
64
43
19
10
Siria
60
56
39
33
28
Oman
66
57
50
45
36
UAE - Emirati Arabi U.
29
8
5
8
5
Yemen
82
78
73
61
51
Totale
61
54
44
32
26
Turchia
78
71
60
54
46
World Bank - World Dev't Indicators

Il ritmo di cambiamento è stato ineguale. Paesi come Iraq, Arabia Saudita e Giordania hanno cambiato completamente volto, i lavoratori agricoli sono scesi dalla maggioranza della popolazione al 10% circa, livelli da Italia degli anni ‘80; paesi come l’Iran e la Siria sono nella media della regione. L’Egitto insieme a Yemen e Oman procede più lentamente.
Certo, il dato della popolazione agricola non dice tutto. Come mostra la Tabella 2, sono i servizi e non l’industria a fare la parte del leone nell’occupazione. Ma questa è una tendenza propria di tutto il mondo industrializzato, dovuta da un lato alla separazione dalla fabbrica di una serie di attività non direttamente di trasformazione, dall’altra all’aumento della produttività industriale (e agricola) superiore a quella dei cosiddetti "servizi", per cui una crescente quantità di lavoro deve essere adibita al servizio alla produzione, alla commercializzazione e all’assistenza, mentre in parallelo riprendono peso i servizi privati "alla persona". Oggi solo paesi con un forte surplus della bilancia commerciale (come la Cina) possono avere tassi di occupazione industriale superiori a un terzo della forza lavoro occupata.
È vero che l’"industria moderna" occupa solo una parte della forza lavoro mediorientale, dove sia nell’industria che nei servizi troviamo una miriade di piccole imprese e di lavoratori autonomi che spesso sono un gradino sotto agli stessi salariati. Queste stratificazioni andranno studiate per avere un quadro concreto della situazione.
Quello che tuttavia risulta chiaro da una serie di indicatori è un quadro di forte sviluppo capitalistico nell’area, che ha mediamente raggiunto livelli molto più avanzati dei paesi europei in cui si pose all’ordine del giorno la rivoluzione proletaria. Accertare questo è importante per comprendere sia i rapporti interni tra le classi e il ruolo del proletariato, che le dinamiche della borghesia e i rapporti con le metropoli imperialistiche. Con questo non si vuole qui porre semplicistiche equazioni tra gli stadi di sviluppo capitalistico delle varie aree, anche perché essi non possono ripetersi identicamente in diverse epoche storiche.
E’ comunque evidente che non si può parlare dei rapporti economici, sociali e politici di questi paesi negli stessi termini in cui ne parlava l’Internazionale Comunista negli anni ’20, ma neppure come se ne poteva parlare negli anni ’60 o ’70. Si tratta di formazioni economico-sociali profondamente mutate.
In tutti questi paesi è stata fatta una riforma agraria, più o meno radicale (e sarebbe oggi reazionaria una riforma agraria che distribuisse piccoli appezzamenti a famiglie contadine senza i macchinari necessari a un’agricoltura moderna, perché sarebbe la condanna alla miseria). Il processo di disgregazione contadina in alcuni paesi precedentemente citati è sostanzialmente concluso, in altri è ancora in corso ma è ineluttabile.
Per ragioni di spazio e di tempo prenderò in considerazione più in dettaglio due paesi dell’area, l’Iran e l’Arabia Saudita, che presentano diverse caratteristiche e modelli di sviluppo.

Sviluppo iraniano

In Iran il processo di disgregazione contadina e proletarizzazione appare meno avanzato che nella maggior parte dei paesi della regione. Ma l’agricoltura è già da tempo mercantile e capitalistica. Non esistono residui feudali tali da porre compiti di "rivoluzione democratica" nelle campagne. Lo Scià fece una riforma agraria di tipo capitalistico negli anni '60; dopo il 1979 le varie frazioni islamiche al potere si sono combattute sulla redistribuzione delle terre, con la sostanziale vittoria del partito degli agrari (che hanno trovato sancita nel Corano la sacralità della proprietà della terra.). D'altra parte solo forme cooperativistiche possono permettere ai piccoli appezzamenti (l'estensione media delle coltivazioni di cereali è di 5 ettari) di meccanizzare le coltivazioni. Lo Scià fece una riforma agraria di tipo capitalistico negli anni '60; dopo il 1979 le varie frazioni islamiche al potere si sono combattute sulla redistribuzione delle terre, con la sostanziale vittoria del partito degli agrari (che hanno trovato sancita nel Corano la sacralità della proprietà della terra.). D'altra parte solo forme cooperativistiche possono permettere ai piccoli appezzamenti (l'estensione delle coltivazioni di cereali è di 5 ettari) di meccanizzare le coltivazioni.
Tabella 3 - Quota % addetti per grandi settori
Agricoltura
Industria
Servizi
 
M + F
Uomini
M + F
Uomini
M + F
Uomini
 
1960
1979
1980
1990-7
1960
1979
1980
1990-7
1960
1979
1980
1990-7
Egitto
58
50
43
29
12
29
20
22
30
21
32
39
Siria
54
32
27
22
19
31
35
30
27
37
39
49
Giordania
44
21
11
10
26
19
27
28
30
60
62
63
Libano
38
12
13
6
23
26
29
34
39
62
58
60
Iran
54
40
36
30
23
33
28
26
23
27
35
44
Iraq
53
43
22
12
18
26
24
19
29
31
55
69
S. Arabia
71
62
45
20
10
14
17
21
19
24
39
59
Kuwait
1
2
2
2
34
34
36
32
65
64
62
67
World Bank - World Dev't Indicators
Nel frattempo, nonostante il forte sovvenzionamento dell’agricoltura da parte dei governi islamici (prezzi dell’ammasso superiori ai prezzi di mercato, prezzi agevolati per fertilizzanti e sementi, crediti agevolati in natura per l’acquisto di macchinario agricolo) il processo di esodo agricolo, arrestatosi negli anni ’80, è ripreso. In termini assoluti la popolazione agricola, aumentata di nove milioni nel primo decennio dopo la rivoluzione, è diminuita di quasi 4 milioni nel secondo decennio, da 22,3 a 18,5 milioni. È inoltre molto probabile che, come in tutti i paesi dove sono in corso processi di urbanizzazione, una quota significativa dei redditi delle famiglie agricole provenga da membri emigrati in città.
In termini relativi il fenomeno è più evidente:

Il dato del 26,5% di forza lavoro agricola del 2000 è inferiore al 29,5% dell’Italia del 1961: siamo ai livelli dell’Italia dei primi anni ’60.
Tra il 1975 e il 2000 l’impiego di fertilizzanti per ettaro arabile è passato da 22 a 94 kg, il numero di trattori è aumentato di oltre 5 volte da 43.900 a 237.000. Il capitalismo avanza a passi da gigante nell’agricoltura iraniana.
1975
1980
1990
2000
Quota % forza lavoro agricola
42.2
36.4
38.8
26.5
Fonte: statistiche ufficiali Iran
Fuori dell’agricoltura lo sviluppo capitalistico è anche più rapido: la produzione di energia elettrica è passata da 15,7 a 116.3 gigawattora tra il 1975 e il 2000, con un aumento di oltre 7 volte; l’occupazione nell’industria moderna è passata da 474 mila nel 1980 a 897mila nel 2000. La produzione di cemento è aumentata da 8 a 23 milioni di tonnellate nel ventennio, quella di acciaio da 0,5 a 6.6 milioni di tonnellate (una parte importante della produzione siderurgica è in impianti con tecnologie del gruppo italiano Danieli).
Nel periodo più recente, tra il 1997 e il 2003 la produzione manifatturiera nel suo complesso è cresciuta del 61%, quella chimica e del settore gomma-plastica è più che raddoppiata, quella di mezzi di trasporto è quasi triplicata e supera ora la produzione tessile, la produzione di macchine elettriche è quasi quadruplicata. Tutto questo in soli 6 anni
Il forte sviluppo capitalistico in corso è incontrovertibile. Questo sviluppo comporta una forte crescita del proletariato iraniano, che non può più avere come compito storico quello della "rivoluzione democratica" per permettere lo sviluppo capitalistico che produca le condizioni materiali per il socialismo. Queste si stanno già producendo, sono in gran parte già presenti. Così pensano anche i compagni dei due Partito Comunista Operaio d’Iran. Il "compito politico" dei comunisti in Iran è la preparazione delle forze soggettive per la rivoluzione proletaria.

Un contendente tra le potenze

La seconda domanda cui vogliamo cercare di rispondere è: qual è il rapporto tra la borghesia iraniana e il capitale imperialistico?
Essa intrattiene ampie relazioni con i gruppi imperialistici di numerose metropoli (tutte, possiamo dire, con l’eccezione degli USA per alcuni settori), che investono capitali in Iran, e vi trasferiscono tecnologie per partecipare allo sfruttamento del proletariato iraniano, all’espansione del mercato, e per avere una quota della rendita petrolifera-gasiera di cui l’Iran si appropria. I gruppi di questi paesi sono in concorrenza tra loro per avere questi vantaggi, anche se l’embargo statunitense ne limita in parte la dinamica, per i rischi militari connessi. Ma qui si tratta principalmente di lotta interimperialistica.
Lo sviluppo capitalistico iraniano non può essere definito "dipendente", a meno che a questo termine si dia il significato dell'"interdipendenza" che esiste tra tutti i mercati e tutti i capitali del globo. Lo Stato iraniano ha nazionalizzato le risorse petrolifere ed esercita un controllo sul commercio estero e sui cambi. Il suo debito estero non è tale da comportare la possibilità di forti condizionamenti economici e politici dei creditori (a luglio 2006 a fronte di 18,6 miliardi di dollari di debito estero c'erano riserve iraniane in valuta per 52,3 MD$). Il governo sceglie i partner negli investimenti, sia energetici che industriali, secondo criteri economici e politici propri, nessuno Stato imperialista è in grado di imporre le condizioni del suo sviluppo economico.
In quanto percettore di una consistente rendita petrolifera l’Iran nel complesso non cede plusvalore alle metropoli imperialiste, ma partecipa con esse alla redistribuzione del plusvalore prodotto dal proletariato di altre aree, metropoli incluse. Tra i partner nell'estrazione di petrolio e gas troviamo: le francesi Total, ELF, Technip, Bouygues, l'anglo-olandese Shell, l'italiana AGIP (ENI), il consorzio tedesco-olandese IAB, gruppi inglesi, spagnoli, finlandesi, irlandesi, norvegesi, giapponesi, coreani, russi, cinesi, malesi, di Abhu Dhabi. Il boicottaggio americano si è tradotto in un'autoesclusione a vantaggio dei concorrenti; può tornare a loro vantaggio solo se useranno le armi per distruggere le installazioni dei concorrenti. Lo stesso avviene in diversi settori industriali, con una forte presenza tedesca, italiana, francese, giapponese, coreana. Questi grandi gruppi apportano tecnologie che gli iraniani impiegherebbero anni a sviluppare autonomamente, ma nessun gruppo o Stato o loro coalizione può oggi vantare posizioni monopolistiche tali da poter imporre condizioni capestro – anche se uno scambio ineguale è inerente allo scambio di beni di consumo contro macchinari, come in parte può peraltro avvenire anche tra Italia e Germania. L'Iran mette gli uni in concorrenza con gli altri, e può scegliere l'offerta più conveniente – a parte i fenomeni di corruzione tipici di tutti i paesi capitalistici. Ha anche potuto trovare i fornitori di tecnologie nucleari (i russi, dopo i tedeschi), e su questo si è aperto il braccio di ferro con gli Stati Uniti e la "comunità internazionale".
Qui entriamo nel campo dei rapporti politici. Il governo iraniano è scelto dalla borghesia iraniana, secondo una sua dinamica interna. L'influenza delle maggiori potenze al riguardo è vicina allo zero, anche se Khomeini giunse in Iran dalla Francia, che lo giocò contro gli Stati Uniti. La repubblica islamica iraniana, creata anche come reazione all'alleanza subalterna con gli USA della monarchia, è gelosa della propria indipendenza e sceglie le proprie alleanze pur all'interno dei condizionamenti internazionali. L’Iran è un paese politicamente indipendente, non un "paese dominato" dall’imperialismo. Certo, entro rapporti di forza determinati, per cui non dispone di tutti i gradi di libertà di cui dispongono alcune metropoli imperialiste, che comunque devono tenere anch’esse conto dei rapporti di forza militari (ad es. come si muoverebbero gli Stati Uniti se Germania e/o Giappone annunciassero un programma di riarmo nucleare?). Come l’imperialismo americano ha un "interesse vitale" ad impedire l’unificazione politica e militare del continente europeo, così vi è un interesse comune delle maggiori potenze ad impedire l’unificazione del Medio Oriente o, in subordine, la formazione di una potenza egemone in Medio Oriente. Non perché, come nel caso europeo, si costituirebbe un blocco capace di contendere agli Stati Uniti il dominio mondiale, ma perché si costituirebbe un blocco capace di monopolizzare le maggiori risorse energetiche del mondo, vitali per tutte le potenze. Qui sta la specificità del Medio Oriente, e il potere mondiale che conferisce il predominio su quest'area.
Gli Stati Uniti avevano costruito il loro predominio sulla colon- na iraniana, oltre che su Israele. Crollata quella nel 1979, hanno puntato su quella saudita, che si va dimostrando sempre più insofferente del ruolo di alleato USA, perché sta giocando in proprio. Anche per questo gli USA dopo che Iraq e Iran si sono neutralizzati a vicenda nella prima sanguinosissima Guerra del Golfo (1980-88), e avere debilitato l’Iraq con la guerra del 1991 e le successive sanzioni, hanno deciso di occuparlo, nel tentativo di costituire una nuova "colonna" sotto il proprio controllo diretto. È una strategia alternativa a quella della bilancia, che rischiava di franare con l’avanzata economica multipolare di europei, giapponesi e cinesi. L’occupazione dell’Iraq è quindi al contempo un atto di aggressione e oppressione, e un momento della lotta interimperialistica, che non si è tradotto in guerra aperta interimperialistica solo perché non si è ancora costituito un fronte imperialista capace di contrapporsi frontalmente agli USA sul terreno militare (mentre sul terreno economico questo già avviene). Francia, Germania e Russia hanno quindi puntato sul logoramento americano. Un rafforzamento delle posizioni iraniane andrebbe nella stessa direzione.
Non pare che la strategia dell’aggressione militare per costituire una specie di protettorato stia avendo successo. L’Iraq, diversamente dagli altri Stati della regione è oggi certamente un "paese dominato", ma numerosi esponenti dell’imperialismo americano stanno mettendo in discussione l’efficacia di questo dominio militare che non si traduce neppure in quel controllo del territorio che è indispensabile per spianare la strada allo sfruttamento economico, mentre apre il varco all’influenza iraniana e saudita e al rientro "dalla finestra" delle grandi potenze rivali.
Non solo le rivalità interimperialistiche, ma lo stesso sviluppo capitalistico della regione rendono sempre più impossibile il suo dominio da parte di un’unica potenza. Non si tratta più di mettere sotto delle tribù di beduini, ma di borghesie ricche di capitali e con il controllo su crescenti capacità produttive.La conclusione che viene tratta da questa prima parte dell’intervento (che proseguiva con un’analisi dell’Arabia Saudita, degli accenni sulle questioni palestinese e curda, e sui compiti dei comunisti in Italia) è che "nell’area mediorientale il proletariato non ha più da fare il lavoro democratico della borghesia per liberare lo sviluppo delle forze produttive borghesi, perché questa l’ha già liberato, in forme mediorientali e non europee".
Il proletariato non ha più bisogno di appoggiare la borghesia neppure per affrontare le questioni nazionali irrisolte della Palestina e del Curdistan. Esse, come la lotta contro le aggressioni imperialiste, devono essere il terreno su cui far crescere l’influenza dei comunisti, e la lotta per il socialismo. Ad essi devono collegarsi i comunisti dei paesi imperialisti.






Roberto Luzzi

Pubblicato su: 2007-06-28 (1551 letture)

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