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N°10 Pagine Marxiste - Ottobre-Dicembre 2005
LA LEZIONE DEI LAVORATORI DEI TRASPORTI DI NEW YORK


Alle tre di notte di lunedì 19 dicembre 2005 i 34mila dipendenti dei trasporti pubblici newyorchesi sono scesi in sciopero per il rinnovo del contratto, paralizzando linee della metropolitana e degli autobus. Era un quarto di secolo che non si verificava un blocco della città, allora lo sciopero durò 11 giorni, come quello ancora precedente del 1966, dopo il quale era stata introdotta la Taylor Law, che vieta simili agitazioni dei dipendenti municipali.
La Transit Workers Union (TWU) guidata da Roger Toussaint (affiliata alla AFL-CIO), organizza la stragrande maggioranza dei lavoratori dei trasporti di NY, Il 70% dei quali è di colore o immigrato: neri, ispanici, asiatici; lo stesso Touissant è originario di Trinidad. La TWU rivendicava aumenti salariali del 10,5% in tre anni senza riduzioni di benefit sanitari e pensionistici. L'azienda dei trasporti Metropolitan Transportation Authority (MTA) rispondeva offrendo aumenti massimi tra il 3% e il 4% l'anno, chiedendo inoltre alcuni ridimensionamenti dei benefit assistenziali e l’aumento dei contributi individuali dal 2% al 6% destinati al fondo pensione. Quando sembrava che le trattative portassero ad una soluzione, con l’accettazione di gran parte delle rivendicazioni, l’impresa introduceva un elemento nuovo: la richiesta di una tassa aggiuntiva del 6% in busta paga per i nuovi dipendenti, destinata ad un contributo diretto per il fondo pensioni, i cui costi sono esplosivi. Richiesta inaccettabile, che appariva come una mossa per provocare lo scontro, le cui conseguenze potevano portare a mettere in discussione lo stesso ruolo del sindacato. Anche perché ad attendere gli scioperanti ci sarebbe stato un giudice come Theodore T. Jones, della Corte Suprema statale. La MTA aveva chiesto anche di elevare l’età pensionabile a 62 anni, in un contesto dove la speranza di vita dei conduttori di NY si è di molto abbassata negli anni scorsi a causa dell’usura e dello stress lavorativo, anche per la vetustà del parco macchine che costringe a continui fermi, mentre il mansionario è rigidissimo sui ritardi.
Lo sciopero ha messo in ginocchio la metropoli. Sette milioni di persone a terra, mentre il commercio al dettaglio ha accusato i maggiori colpi (la settimana prima di Natale rappresenta un quinto delle vendite del periodo festivo, cruciale per i bilanci annuali del settore); idem per teatri, ristoranti e turismo. Molti business, soprattutto finanziari, hanno operato in regime di emergenza; le scuole sono rimaste semideserte. Le stime delle perdite cittadine legate alla paralisi vanno dai 400 milioni di dollari per il primo giorno di sciopero ai 300 per ognuno dei successivi.
Il sindaco Bloomberg ed il governatore dello stato George Pataki hanno attaccato duramente gli scioperanti; Bloomberg, un ex imprenditore multimiliardario, ha accusato gli scioperanti di essere egoisti, fannulloni, farabutti, di voler prendere la città in ostaggio nonostante i loro stipendi “favolosi” (45 mila $ l’anno lordi) e di essere dei fuorilegge. Anche la stampa, totalmente asservita alla borghesia, ha avviato una furiosa campagna, accusando gli sciopernati di ogni cosa che non funzionava a NY; si è arrivati ad incitare i passeggeri a gettarli sotto i treni della metropolitana; il New York Post li ha chiamati in prima pagina “topi di fogna”, chiedendo il loro immediato arresto. Toussaint ha risposto che “se Rosa Park avesse rispettato la legge e non la giustizia, i neri sarebbero ancora seduti in fondo ai bus” (ricordando così gli scioperi di solidarietà che i lavoratori dei trasporti fecero negli anni ’50 e ’60 contro la segregazione razziale).
Il giudice Jones, dopo aver inflitto con procedura d’urgenza nella notte di martedì una multa di un milione di dollari al sindacato per ogni giorno di sciopero, minacciava di portare i leader sindacali in tribunale ed il loro arresto immediato per aver bloccato il lavoro in violazione della Taylor Law.
Toussaint ed i cento delegati della TWU si illudevano di ottenere l’appoggio ed una parziale copertura allo sciopero dal Partito Democratico. In realtà, a parte la dichiarazione esplicita di solidarietà del Rev. Jackson, a chiarire come stanno le cose ci ha pensato Hillary Clinton, che si è dichiarata neutrale riaffermando il suo appoggio alla legge Taylor

Al terzo giorno, lo sciopero è terminato. TWU e azienda hanno deciso di tornare al tavolo delle trattative, in un regime di silenzio stampa, rinunciando allo scontro frontale. I mediatori statali hanno sottolineato gli ostacoli che ancora rimangono sulla strada del negoziato, indicando che la distanza da colmare sul nodo cruciale, quello delle pensioni, è significativa. Lo sciopero, hanno sostenuto i delegati nella loro conferenza stampa, era diventato sempre meno sostenibile per la TWU di New York: il sindacato faceva i conti con multe, con la minaccia di arresto dei leader sindacali, temeva la reazione dell’opinione pubblica. In realtà molti newyorchesi si sono irritati anche con le autorità cittadine, colpevoli, secondo i critici, di non aver negoziato in buona fede.
La direzione di Toussaint e dei cento delegati della TWU era forse impreparata ad affrontare la feroce reazione della borghesia newyorkese. Secondo molti la dirigenza sindacale oltre a mostrarsi alla fine inadeguata ed incerta, è caduta in una vera e propria provocazione, orchestrata dalla MTA, sicura dell’appoggio di politici (governatore e sindaco), magistratura (il giudice Jones) e dell’elite finanziaria di New York.
Pataki ha rincarato la richiesta di multe, anche perché si sta preparando per le presidenziali 2008 quando vuole correre per i Repubblicani. Ma una sconfitta dei lavoratori dei trasporti sulla questione dei contributi per pensioni e sanità a danno dei giovani lavoratori farebbe enormemente felici gli azionisti delle grandi corporation che stanno cercando di ottenere la stessa cosa dai loro lavoratori (basta ricordare General Motors, Verizon, Hewlett-Packard, vedi l’articolo Insicurezza sociale, «Pagine Marxiste» n.9)

Lo sciopero dei lavoratori dei trasporti newyorchesi è comunque il simbolo di una più generale stagione di tese relazioni industriali negli Stati Uniti, avvenuto in una metropoli dove da un lato si concentrano la maggior parte degli ultramilionari del paese da un lato e masse di operai sottopagati, molti dei quali immigrati da ogni angolo del globo dall’altro. Mentre il Wall Street Journal rivela che i milionari non pagano le tasse, gli strati più poveri della città sono minacciati dalla disoccupazione e anche quando lavorano hanno salari inadeguati. Lo scontro a NY ha riguardato non tanto il contratto di una singola categoria, quanto il tentativo di scaricare maggiormente sui lavoratori i costi del sistema previdenziale (malattia e pensioni), un nodo fondamentale non solo per il capitalismo americano, ma per tutte le principali metropoli capitalistiche.
Ha pesato l’isolamento in cui la lotta è stata lasciata. il presidente della TWU International, Michael T. O'Brien, ha dichiarato la sua personale disapprovazione per uno sciopero “illegale” perché la vittoria può derivare “non da uno sciopero, ma dalla prosecuzione dei negoziati”. Le altre Unions (ad es. la New York City Central Labor Council) hanno nel migliore dei casi raccolto 1 $ di solidarietà fra gli altri lavoratori, ma non organizzato azioni di sostegno per generalizzare la protesta.
La fine dello sciopero senza un accordo dignitoso è una sconfitta: il contratto non c’è, pende ancora la minaccia di nuove trattenute pensionistiche, non è stata ottenuta nemmeno una amnistia per i lavoratori che hanno aderito all’agitazione. Ma grande è stata la prova di combattività e di compattezza dei lavoratori. Lo sciopero, ben coordinato, ha avuto un immenso impatto, dimostrando il ruolo fondamentale della classe operaia nel funzionamento della macchina economica del capitalismo (alla faccia delle ideologie sul capitalismo tutto internet e senza lavoratori). Dall’altro lo sciopero ha dimostrato l’inadeguatezza della direzione sindacale, smascherato il Partito Democratico, l’asservimento della stampa e la vera natura della “democrazia borghese” che assolve un Presidente che mente per provocare una guerra che si trascina con migliaia di morti e incarcera i lavoratori che difendono i loro diritti.
E’ opportuno sottolineare le analogie con le recenti lotte di casa nostra. In Italia, come a NY, i lavoratori dei trasporti hanno bloccato le città uscendo dai vincoli imposti dalle leggi antisciopero; in Italia come a NY i lavoratori dei trasporti sono costretti a scioperare per difendere salario e condizioni normative, e per impedire il peggioramento delle condizioni per i neoassunti; mentre in Italia la lotta ha travolto anche i sindacati ufficiali di categoria, in Italia come a NY sulla lotta ha pesato la mancata solidarietà delle centrali confederali e delle altre categorie; in Italia, così come a NY, gli scioperanti subiscono gli attacchi della stampa e finiscono sotto processo, stretti nelle maglie della legislazione borghese; in Italia come a NY i lavoratori non possono contare sull’appoggio dei partiti parlamentari o sulla magistratura.
Dal cuore dell’imperialismo statunitense ci arriva un episodio esemplare di lotta di classe, che segue di tre anni quello dei 10500 dockers della costa ovest, che paralizzarono il traffico marittimo per 10 giorni sfidando la legislazione e gli attacchi di Bush.
Da un capo all’altro del mondo, la lotta di classe si presenta puntuale nelle metropoli imperialiste.






A.P.

Pubblicato su: 2006-04-20 (1621 letture)

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