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N10 Pagine Marxiste - Ottobre-Dicembre 2005
Panamerica e ambizioni latine


Il IV vertice delle Americhe, tenutosi a Mar del Plata, in Argentina, il 4 e 5 novembre scorsi, ha confermato la fase di stallo nelle trattative per la nascita del FTAA (Free Trade Area of the Americas), l’area di libero scambio panamericana (“dall’Alaska alla Terra del Fuoco”) vagheggiata dall’amministrazione Bush agli inizi degli anni Novanta e promossa in seguito da Bill Clinton con l’avvio di un primo vertice tra gli Stati interessati nel 1994. Il progetto, che coinvolgerebbe tutti i paesi del nuovo continente con l’eccezione di Cuba, si è scontrato infatti con una serie di ostacoli posti dai paesi facenti parte del Mercosur e con l'opposizione del Venezuela.

Mercosur ostacolo alle mire Usa

Nel corso delle trattative con gli Stati Uniti i paesi del Mercosur, e in particolare il Brasile che rappresenta oltre i due terzi del PIL dell’associazione e metà di quello sudamericano, hanno risposto con riluttanza alla prospettiva di legarsi a doppio filo con gli Stati Uniti lasciandosi inglobare nella loro area di libero scambio.
Questi paesi pur assumendo una posizione meno drastica rispetto a quella espressa dal Venezuela, che ha rifiutato a priori di trattare sulla FTAA, hanno posto per la propria adesione delle condizioni palesemente inaccettabili per gli USA, prima fra tutte quella di una decisa riduzione dei sussidi federali agli agricoltori statunitensi. Anche il recente vertice WTO del resto non ha risolto le perplessità sulla politica statunitense di sussidi all’agricoltura, che a parte una serie di dichiarazioni di principio sono rimasti del tutto immutati.
È chiaro che senza l’adesione da parte dei paesi facenti parte del Mercosur, il progetto FTAA non avrebbe alcuna ragione di essere (c’è stata peraltro, nel corso del vertice delle Americhe, una proposta da parte messicana di creare una “piccola FTAA” con i soli paesi concordi, ma questa significativamente non ha raccolto alcun consenso).
Questa battuta d’arresto arriva a pochi mesi da quello che invece era stato un importante successo del piano statunitense di estensione della propria area di libero scambio. Nel mese di agosto l’amministrazione Bush era riuscita infatti a ratificare la nascita del Cafta, l’area di libero mercato comprendente gli Stati Uniti e alcuni paesi del Centroamerica (Costa Rica, Nicaragua, Honduras, Guatemala, Giamaica e Repubblica Domenicana); un risultato non scontato soprattutto in relazione alle difficoltà interne incontrate dai governi di alcuni di questi Stati e alle resistenze opposte dal Senato USA, che hanno tenuto in bilico fino all’ultimo momento la ratifica dell’accordo.
Questo trattato si era andato a sua volta ad aggiungere a quello che è stato fino ad oggi il successo più pieno e vistoso della strategia statunitense, ovvero la nascita del Nafta, l’area di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico entrata in vigore agli inizi del 1994, che ha progressivamente abbattuto le barriere doganali esistenti nei mercati dei prodotti industriali e dei servizi (ma non della forza lavoro…), fra questi tre paesi..

Tentativo di consolidamento con l’ingresso del Venezuela

La costituzione del Mercosur, siglata nel gennaio del 1991 ed entrata in vigore 4 anni dopo, è stata concepita all’interno di un accordo quadro nel quale le competenze dell’unione venivano limitate alla sola liberalizzazione degli scambi, senza alcuna cessione di sovranità nazionale e attraverso la creazione di strutture politiche comuni ridotta al minimo.
Il vertice del Mercosur dello scorso dicembre tuttavia, oltre a ratificare l’ingresso del Venezuela, ha posto le basi per la nascita di un parlamento comune formato da un egual numero di rappresentanti per ogni Stato membro. Lo stesso vertice si è anche spinto oltre, arrivando ad auspicare la creazione di una Banca del Sud America, e di un Fondo Monetario Sudamericano.
Con l’ingresso del Venezuela, che si aggiunge ai quattro soci fondatori (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) il Mercosur arriva a comprendere due terzi del territorio del subcontinente, oltre il 70% della popolazione e i tre quarti del Pil sudamericano.
Il Brasile, al nono posto nel mondo per prodotto a parità di potere d’acquisto e tra i protagonisti delle trattative del WTO, proprio in virtù della sua forza economica preponderante nella regione, cerca a da un lato di consolidare la propria area commerciale, che finora ha mostrato una scarsa coesione, dall’altro di trattare con tutte le maggiori potenze commerciali (Stati Uniti, UE, Giappone, Cina) mettendole in concorrenza tra di loro per strappare le migliori condizioni.
Il Venezuela a sua volta, pur rappresentando solo il 6,7% dell’intero prodotto del Mercosur, essendo il quinto esportatore mondiale di greggio può contribuire all’autonomia energetica dell'area e, in periodi di alti prezzi petroliferi come l’attuale, anche delle risorse finanziarie (il Venezuela acquisterebbe i titoli del debito pubblico argentino di prossima emissione).

Un continente, molti contendenti

L’emisfero occidentale (ossia le Americhe, secondo un termine caro agli americani del Nord) nel suo complesso è una realtà che interessa circa il 28% delle terre emerse e che comprende oltre 800 milioni di abitanti. Si tratta quindi di un’area dal considerevole peso demografico, ma che pure rimane inferiore a quello di Cina o India prese singolarmente.
La ricchezza annuale complessivamente prodotta è poco meno di un quarto di quella mondiale, ma naturalmente con enormi differenze tra le diverse aree e i diversi Stati, soprattutto in ragione del peso preponderante degli Stati Uniti. L’insieme dell’America Latina ha il 62% della popolazione dell’emisfero occidentale, ma nel 2004 ha avuto solamente il 25% del suo prodotto, misurato a parità di potere d’acquisto, e il 13,6% in dollari correnti.

Il solo Sud America è un continente che comprende 351 milioni di abitanti distribuiti su 12 Stati e circa 18 milioni di km2 di superficie.
Sotto il profilo politico il subcontinente è segnato da forti rivalità interne. Ad accrescere le tensioni e l’incertezza vi è la crescente pressione di molteplici attori globali, non indifferenti alla fisionomia geopolitica che può assumere il continente americano e in grado di condizionarne i futuri sviluppi.
Se infatti il peso degli Stati Uniti nei rapporti commerciali con il Sud America è quasi equilibrato da quello dell’Europa, non va sottovalutata la penetrazione del Giappone (soprattutto negli Stati della costa orientale, meno verso quelli del Mercosur), n quella più recente della Cina e dell’India, alla ricerca di mercati nei quali collocare le proprie merci e parimenti affamate di risorse energetiche e minerarie (il Brasile è il primo fornitore di soia e di minerale di ferro della Cina).
La tabella 1 mette in evidenza come la forte prevalenza degli Stati Uniti nei rapporti commerciali dell’America Latina sia fortemente ridimensionata se si esclude il Messico e quindi ci si riferisce alla sola area extra-Nafta (il Messico ha negli Stati Uniti il mercato per oltre il 90% delle proprie esportazioni).
La Tabella 2 mostra come il Mercosur abbia una bassa "coesione interna", ossia l'interscambio tra i suoi membri è solo un quinto del loro commercio estero totale, anzi, nel 2003, è caduto a solo il 12% per l'export, in gran parte a causa della crisi Argentina del 2001.
L’Unione Europea ha progressivamente accresciuto la propria presenza nell’area Mercosur sino a diventarne il maggiore partner commerciale sia come mercato di sbocco che come fornitore.
La Cina, la cui presenza nel continente è motivata soprattutto dalla necessità di approvvigionamento energetico, minerario e alimentare, è già stata protagonista di una serie di accordi con diversi paesi dell’area per partecipare allo sfruttamento delle risorse petrolifere. La sete di petrolio della Cina è testimoniata dalla sua presenza (che si unisce a quella dell’India) in Ecuador, un paese dalle modeste risorse petrolifere (meno di due miliardi e mezzo di barili in tutto) e capace di produrre 500 mila barili al giorno, ma nel quale la Cina ha fatto investimenti per 100 milioni di dollari allo scopo di portare la produzione a 800 mila barili.
Nel complesso la Cina ha contrattato investimenti per miliardi di dollari in infrastrutture nel subcontinente e specialmente in Argentina e in Brasile. La forte penetrazioni di manufatti cinesi ha tuttavia suscitato prime reazioni protezionistiche tra gli industriali brasiliani.


Anche al fine di approfondire i legami interni, Chavez propone un progetto di cooperazione energetica denominato PetroAmerica, che dovrebbe comprendere in un solo programma le iniziative venezuelane della Petrocaribe, della Petroandina e della Petrosur, rispettivamente dirette verso 13 paesi caraibici, verso la Comunità Andina e verso Argentina e Brasile.
È inoltre attualmente allo studio la realizzazione di un gasdotto che partendo dal Venezuela dovrebbe rifornire quasi tutti i paesi del subcontinente, lungo un percorso di 8 mila chilometri, e il cui costo dovrebbe aggirarsi sui 4 miliardi di dollari.
Sicuramente le difficoltà a cui ha dovuto far fronte l’economia di questi Stati negli anni successivi alla firma del trattato, ed in particolare la crisi argentina, non ne hanno agevolato l’integrazione. Inoltre, mentre il Venezuela si è ripreso dalla recente crisi grazie agli enormi proventi derivanti dall’esportazione di petrolio, l’Argentina e l’Uruguay ne patiscono ancora gli effetti registrando una diminuzione degli investimenti diretti esteri. Fermo restando il ruolo imprescindibile del Brasile all’interno degli equilibri dell’intera unione commerciale, l’ingresso del Venezuela può rappresentare ora un apporto significativo, anche in termini di potenziale assertività politica.

Trattative parallele

Parallelamente ai negoziati sulla FTAA, i paesi del Mercosur sono impegnati in trattative per approfondire i legami politici e commerciali sia con gli altri paesi del subcontinente che con paesi che si trovano al di fuori dell’emisfero occidentale.
Nell'ambito dei recenti, numerosi tentativi di aggregare ulteriormente i mercati dell'America Latina, è da segnalare l'accordo siglato un anno fa tra i paesi del Mercosur (compreso il Cile, semplice membro associato) e quelli della Comunità Andina per dare vita alla "Comunità Sudamericana delle Nazioni" (CSN), della quale faranno parte tutti i 12 Stati del Sud America, e che ha come obiettivo, tra gli altri, quello di abbattere le barriere doganali tra le aree nel 2014. Peraltro della Comunità Andina fa parte lo stesso Venezuela (insieme a Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù), il cui recente ingresso nel Mercosur rafforza ulteriormente questa prospettiva di unità dei mercati.
Molto sviluppati sono anche i rapporti commerciali con le altre aree del mondo, ed in particolare con l’Unione Europea, con il Giappone e in tempi più recenti con la Cina. Con quasi un quarto delle importazioni ed esportazioni del Mercosur (24%), nel 2003 la UE ne era il primo partner commerciale, davanti agli Stati Uniti che avevano il 19% (la Cina era già il terzo partner esterno, con il 6%, mentre il Giappone era quarto, con il 3,4%). Dal 1995 sono in corso trattative UE-Mercosur per arrivare ad un accordo “strategico” di associazione regionale, che includa la costituzione di una zona di libero scambio. Queste trattative sembrano essersi infittite nell’ultimo anno, e sono chiaramente parallele e in concorrenza con quelle con gli Stati Uniti.
Il Mercosur si presenta quindi come un ostacolo crescente alla strategia statunitense, non solo in quanto crea un grande mercato dal quale gli USA sono esclusi (almeno nei termini della libera circolazione delle merci), ma anche perchè rivela le ambizioni di penetrazione commerciale nell’area da parte di altri, agguerriti contendenti.

Tramonto della dottrina Monroe

La pletora di accordi che legano a diverso grado i paesi dell’emisfero occidentale si interseca con le instabilità economiche, finanziarie e politiche e le diverse linee di politica estera, che accentuano la frammentazione politica all’interno del continente latinoamericano. Se una singola grande potenza come gli Stati Uniti riuscisse a inglobare un’area del peso del Sudamerica nella propria area di influenza esclusiva, come previsto nel progetto FTAA, ciò avrebbe importanti ripercussioni sugli equilibri mondiali. Nelle attuali condizioni, la tendenza sembra tuttavia l’affermarsi di un’aggregazione autonoma sudamericana intorno al Brasile e al Mercosur, in grado di contrattare i propri rapporti con le maggiori potenze.
La dottrina Monroe, enunciata nel 1823 e sintetizzata nella formula “L’America agli Americani”, a partire dalla quale gli Stati Uniti hanno inteso porre un freno all’ingerenza europea nel loro "giardino di casa", può considerarsi ormai esaurita, in rapporto a una realtà nella quale sono invece molteplici gli attori che ambiscono a un ruolo di primo piano nell’arena politica ed economica del continente.
Con le elezioni di governi che rimarcano l’autonomia dagli Stati Uniti nella maggior parte dei paesi dell’America Latina (Brasile, Venezuela, Argentina, Uruguay, Cile, Bolivia) il nuovo motto sembra essere: “Il Sudamerica ai Sudamericani”, non inteso come chiusura autarchica, ma tramite il bilanciamento tra i vari pretendenti del multipolarismo. Ma ogni equilibrio nel multipolarismo rimane precario.






S.P.

Pubblicato su: 2006-04-20 (1804 letture)

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