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N°10 Pagine Marxiste - Ottobre-Dicembre 2005
Nazionalismo petrolifero e populismo rentier
Venezuela


Da alcuni anni, con Hugo Chavez alla presidenza, il Venezuela è alla ribalta della politica internazionale, per la sua linea di unità latinoamericana e di sfida agli Stati Uniti, e per una politica sociale che dice di prendere le distanze dal capitalismo alla ricerca di una terza via alle volte definita come “socialista”. Per questo trova sostenitori in una parte della sinistra, anche in Europa come si è potuto vedere durante la sua recente visita a Milano e Madrid.
Riteniamo per questo utile un’analisi spassionata, con l’uso degli strumenti del marxismo, per comprendere la natura dei processi economici, sociali e politici in corso in Venezuela.
La conclusione cui giunge la nostra analisi è che l’attuale governo del Venezuela persegue politiche, sia all’interno che all’esterno, che non si discostano sostanzialmente da quelle portate avanti dai passati governi nelle fasi di alti prezzi petroliferi, anche se le forme politiche in cui questo avviene sono originali, e il contesto mondiale e latino-americano è fortemente mutato.

Dipendenza dalla rendita petrolifera


Gli elementi di continuità con la storia passata del paese sono infatti molto maggiori di quanto sia generalmente noto. Il principale è dato dalla specificità economica di questo Stato, che ha una popolazione pari a metà di quella italiana su una superficie tre volte più grande, e un prodotto interno lordo (PIL) pari a circa un dodicesimo di quello italiano: si tratta del quinto produttore mondiale di petrolio, con circa 3 milioni di barili al giorno. Circa un terzo del PIL, quasi la metà dei profitti (margine operativo lordo) e oltre metà delle entrate statali sono dati dalle attività petrolifere. E naturale che, dal 1918 quando inizia lo sfruttamento industriale del petrolio, e in un ventennio si trasforma da esportatore agricolo a primo esportatore petrolifero mondiale (e importatore agricolo) gran parte delle lotte sociali e politiche in Venezuela abbiano avuto per oggetto il controllo e la ripartizione dei proventi petroliferi.
Tra il 1917 e il 1936 il petrolio fornì il 29% delle entrate statali; tra il 1936 e il 1945 il 54% (dopo la caduta dell’export messicano a seguito della nazionalizzazione del petrolio, il Venezuela diviene il primo esportatore mondiale e il principale fornitore degli Stati Uniti nel corso della Seconda Guerra mondiale); lo Stato dipende dalle entrate petrolifere addirittura per il 71% tra il 1945 e il 1958, e questa dipendenza rimarrà sopra o intorno al 50% anche nei decenni successivi. Per questa ragione, soprattutto negli ultimi 30 anni di forti oscillazioni dei prezzi petroliferi, il ciclo politico venezuelano è strettamente correlato a quello del petrolio.

Capitalismo di Stato

Con il quadruplicamento dei prezzi del petrolio nel 1973-74 il Venezuela vede un improvviso, enorme aumento della rendita petrolifera, che viene ridistribuita tra consumi privati (sussidi all’acquisto di generi di consumo, alle importazioni), consumi pubblici e welfare state (raddoppio del pubblico impiego a 750 mila unità tra il 1974 e il 1978), profitti privati (detassazione e incentivi alle imprese) e soprattutto investimenti pubblici, con il varo di un piano quinquennale di investimenti per ben 52,5 miliardi di dollari nel 1977 (pari a tre quarti del PIL di un anno): costruzione di infrastrutture nei trasporti, telecomunicazioni, energia, e costruzione di un grande complesso industriale a capitale di Stato, con la costituzione di 163 società a capitale pubblico in una molteplicità di settori, dal tessile ai trasporti alla cantieristica. Tramite l’ente pubblico Corporaciòn Venezolana de Guyana viene costruito dal nulla il maggior polo industriale del paese a Ciudad Guyana (nello Stato di Guyana, ad est), con un complesso idroelettrico, complessi siderurgici e dell’alluminio, che sfruttano le risorse minerarie locali. In pochi anni Ciudad Guyana, che riunisce due cittadine preesistenti, passò da 40 a 300 mila abitanti, e oggi è vicina al milione.
Per questa spesa e questi investimenti lo Stato e le imprese pubbliche si indebitarono verso l’estero, puntando sui proventi petroliferi futuri per il pagamento del debito.

Crisi da controshock: la rivolta del Caracazo

Con il riflusso dei prezzi del petrolio l’indebitamento cominciava a divenire insostenibile, ma il secondo shock petrolifero del 1979 (collegato alla rivoluzione islamica in Iran) arrivò in tempo a far cestinare un piano di austerità già varato e a permettere di continuare la politica di forte spesa pubblica e di aumento dell’indebitamento estero. Venne tra l’altro costruito un complesso carbosiderurgico nello Stato di Zulia, ad ovest. Ma dopo una crescita sostenuta (6% annuo) tra il 1974 e il 1978, l’economia ristagna e non genera le risorse per ripagare i debiti. La borghesia trasferisce all’estero ingenti quantità di denaro; 5 miliardi di dollari di liquidità della società petrolifera di Stato PDVSA vengono requisiti dallo Stato per tamponare le falle. L’equilibrio finanziario dipende sempre più dal prezzo del petrolio. Quando questo dimezza nel 1986, la situazione finanziaria precipita: il Venezuela è costretto a ricorrere alle garanzie del Fondo Monetario, che impone drastiche misure di austerità. Il 27 febbraio, con l’entrata in vigore di forti aumenti dei biglietti dei trasporti pubblici (30%, ma alcune linee di autobus extraurbane chiedono il 70%) che seguono di un giorno il raddoppio del prezzo della benzina, scoppiano disordini nelle periferie di Caracas, che si trasformano rapidamente in una vera e propria sommossa popolare dei quartieri poveri, nota come il Caracazo. La folla saccheggia soprattutto i negozi alimentari, tenta di penetrare nei quartieri alti della capitale ma, senza guida politica, non attacca i centri del potere. La polizia della capitale, in lite con la Guardia Nazionale, interviene debolmente, la Guardia Nazionale non ha forze sufficienti per la repressione. Il presidente Carlos André Perez, da poco in carica, fa intervenire l’esercito: è un massacro, con un numero di morti valutato tra i 400 e i 2000. Verranno trovate fosse comuni.
Se la rendita petrolifera aveva permesso di elargire le briciole a settori del proletariato urbano, il calo del prezzo del petrolio, facendo tagliare i sussidi, ha provocato la rivolta popolare. Il Caracazo scava un solco profondo tra gli strati inferiori del proletariato e i tradizionali partiti della borghesia.
Alla crisi del Caracazo seguiranno anni di instabilità politica e finanziaria, che culminano nella crisi bancaria del 1994, quando oltre metà del sistema bancario venezuelano viene salvato dal governo con un costo pari a tre quarti delle entrate statali. Nel 1998-99 la caduta dei prezzi petroliferi a 11-12 dollari al barile, minimi dagli anni ’70, aggrava le difficoltà per l’economia e i problemi finanziari: è in questa congiuntura che matura l’ascesa al potere di Hugo Chavez.

Compagnie americane

Intorno al petrolio non ruota solo la politica interna, ma anche quella internazionale. Il petrolio scandisce i rapporti tra il Venezuela e il capitale internazionale, tra il Venezuela e le potenze imperialistiche, Stati Uniti in particolare, ma anche tra il Venezuela e i paesi in via di sviluppo (PVS), in particolare dell’America Latina.
La giovane borghesia venezuelana nel secondo decennio dell’800 aveva lottato per cacciare gli spagnoli che le imponevano il monopolio sulle esportazioni di cacao e le importazioni di schiavi e manufatti, dato in appalto alla basca Compañia de Caracas. Per un secolo l’export agricolo, di cacao e di caffè, costituirà il suo introito più importante.
L’estrazione industriale del petrolio decolla nel secondo decennio del ’900.
Cruciale sarà il rapporto con Creole, la filiale venezuelana del gruppo americano Standard Oil of New Jersey (attuale Exxon), che ottenne concessioni per quasi i due terzi delle riserve accertate e che negli anni ’40 forniva il 48% degli utili del gruppo; sono presenti anche Shell e Gulf, cui si affiancano numerose compagnie minori. Il Dipartimento di Stato americano esercita una costante azione di mediazione e pressione presso i governi venezuelani, dittatoriali o democratici, a protezione degli interessi delle compagnie petrolifere statunitensi.

Guerra Fredda e militari di sinistra

Il Venezuela fino a tutti gli anni ’60 rappresenta per gli Stati Uniti il “paese modello” che mantiene buoni rapporti con le compagnie petrolifere e non minaccia nazionalizzazioni (a differenza di Bolivia e Messico, che avevano nazionalizzato nel 1937 e ’38), anche se a partire dal 1943, approfittando del ruolo strategico delle forniture venezuelane nel corso della guerra mondiale, il governo inizia ad aumentare le royalties e porterà la quota dello Stato al 50% degli utili delle compagnie. Il generale Perez, che rovescia il governo di Accion Democratica nel 1948, garantirà nuove concessioni alle compagnie petrolifere estere, e riceverà l’onorificenza della Legion of Merit dal presidente USA D. Eisenhower nel 1954. La Giunta Patriottica che depone Perez nel 1958 alza la royalty dal 50 al 60%, ma il governo Betancourt che le succede consolida stretti rapporti con gli USA e si schiera decisamente con gli USA nella Guerra Fredda. L’ammiraglio Larrazabal, che aveva capeggiato la Giunta Patriottica ed era appoggiato dal Partito Comunista Venezuelano, toglierà l’appoggio al governo quando esso rompe le relazioni diplomatiche con Cuba e i paesi “socialisti” nel 1961. In più occasioni nella storia del Venezuela dei militari si mettono in politica trovando appoggio nella sinistra, su posizioni nazionaliste e antiamericane. Chavez è all’interno di questa tradizione.
La linea filo-americana prevale fino alla fine degli anni ’60, sia nei governi a guida di Accion Democratica (un partito di stampo socialdemocratico), sia in quelli a guida COPEI (partito democristiano) che si alternano al potere.

Caro petrolio e latinoamericanismo

Già nel 1960 tuttavia il governo venezuelano aveva cercato di neutralizzare la crescente concorrenza dei produttori mediorientali di petrolio promuovendo la costituzione dell’OPEC, il cartello dei paesi esportatori di petrolio e nel 1971, in coincidenza con la crisi del dollaro, il governo eleva al 70% la royalty sulla rendita petrolifera. Sarà nel 1973, con la congiunzione tra una crescente domanda di petrolio causata dal forte sviluppo mondiale postbellico e la terza guerra arabo-israeliana, che l’OPEC trova i rapporti di forza per decidere la limitazione della produzione e l’embargo contro gli Stati Uniti, alleati di Israele.
Gli Stati Uniti per ritorsione nel 1974 escludono i paesi OPEC, incluso il Venezuela, dalle tariffe preferenziali adottate per i PVS, nonostante questo avesse in realtà aumentato le sue forniture agli USA, per supplire al venir meno dei rifornimenti del Medio Oriente.
E nell’anno del primo shock petrolifero che il presidente Caldera, del partito cattolico COPEI, pone fine alla “dottrina Betancourt”, allaccia rapporti diplomatici con Cuba e coi paesi del blocco “sovietico”, e sviluppa una politica estera latinoamericanista che sarà continuata dopo il 1974 dal suo successore Perez di AD, il quale istituisce un Fondo di investimenti per esportare il 35% della rendita petrolifera verso i paesi caraibici, andini e centroamericani, soprattutto per il finanziamento dei loro acquisti di petrolio: una forma latinoamericanista del riciclaggio dei petrodollari. Nella seconda metà degli anni ’70 il governo venezuelano fornisce armi e sostegno attivo ai sandinisti in Nicaragua, mentre taglierà i rifornimenti di petrolio al governo Somoza (negli anni ’80 parteciperà al processo di mediazione).
Nel 1975 il Venezuela promuove la costituzione del SELA, il Sistema Economico Latinoamericano, cui partecipano 26 Stati, ma che rimane nulla più che un forum di discussione.
L’aumento dei prezzi petroliferi fornisce al Venezuela i mezzi finanziari per una politica estera attiva, sganciata da quella statunitense, nel tentativo di creare una propria sfera di influenza tra i piccoli Stati della regione. Un’analoga strategia viene portata avanti oggi dal governo Chavez, con l’offerta di petrolio a prezzi di favore agli Stati dell’America Latina, e con la proposta di costituire comunità regionali dell’energia.

La nazionalizzazione: PDVSA multinazionale

E in queste condizioni che nel 1975 viene decisa la nazionalizzazione delle attività petrolifere. Essa viene effettuata senza rotture con le compagnie, che ricevono circa due miliardi di dollari di indennizzi. Viene costituita la società di Stato PDVSA che, sotto la guida di un generale (capitale di Stato a direzione militare, come è avvenuto in molti PVS), nel giro di qualche anno centralizza le attività delle 14 compagnie estere private che operavano in Venezuela. Lo Stato in teoria è ora padrone del 100% della rendita petrolifera, anche se PDVSA continua a pagare alle vecchie e a nuove compagnie petrolifere estere servizi di assistenza tecnica e anche di gestione dei pozzi. PDVSA diviene a sua volta una multinazionale alleata ad altre multinazionali, con l’acquisto di quote di raffinerie in Germania, Svezia, Gran Bretagna, e soprattutto negli Stati Uniti con l’acquisizione di CITGO acquisisce il controllo al 100% di 5 raffinerie con una capacità di quasi 1,2 milioni di barili al giorno (mb/g), rispetto agli 1,28 mb/g delle raffinerie possedute in Venezuela e agli 0,97 mb/g di quelle partecipate in Europa. PDVSA, terza al mondo per capacità di raffinazione oltre che quinto produttore mondiale di petrolio, diventa in questo modo la più grande multinazionale di un PVS, e si affranca dalle reti commerciali delle multinazionali petrolifere giocando direttamente sui mercati dei paesi consumatori.

Affari privati del capitale di Stato

Con la nazionalizzazione del petrolio il Venezuela sancisce la sua indipendenza politica dagli Stati Uniti, ma questi rimangono il suo principale mercato. La PDVSA, come tutte le aziende capitalistiche, tende a seguire il proprio massimo tornaconto aziendale, che spesso non coincide con quello dello Stato azionista. I dirigenti spesso perseguono un interesse aziendale che diverge da quello degli azionisti, e quasi sempre, nel rispetto o in violazione di leggi e statuti, perseguono anche o soprattutto il proprio interesse privato, come testimoniano i regolari scandali aziendali. Nel caso della PDVSA inoltre i dirigenti operativi delle varie attività del gruppo rimangono quelli formati dalle multinazionali, legati ad ambienti e interessi stranieri, spesso essi stessi provenienti dall’estero. Essi utilizzano la struttura multinazionale di PDVSA per trasferire profitti dalle società venezuelane a quelle estere del gruppo, e sottrarli in questo modo alla pesante tassazione del governo venezuelano (ad esempio praticando sconti alle forniture di greggio alle proprie raffinerie all’estero). Con il denaro e il potere di influenza di cui dispongono essi comprano anche l’appoggio di numerosi politici e dei vertici della magistratura, ottenendo nei primi anni ’90 dalla Corte Suprema sentenze che aboliscono i vincoli posti al ruolo delle compagnie straniere dalla legge sulla privatizzazione e da altre leggi sugli idrocarburi. Gli accordi operativi con compagnie straniere vengono sottratti al controllo del Congresso; PDVSA può formare joint ventures per lo sfruttamento del petrolio venezuelano in cui le società straniere hanno la maggioranza (in tutti gli accordi di associazione degli anni ’90 PDVSA sarà socio di minoranza); per lo sfruttamento dei giacimenti di olio pesante nel bacino dell’Orinoco l’imposta viene ridotta all’1%; PDVSA si impegna inoltre a risarcire i soci per l’eventuale aumento del carico fiscale...
Soprattutto a partire dal 1996, con la cosiddetta politica della apertura, il controllo dello Stato sulla rendita petrolifera scende sotto il livello pre-nazionalizzazione. La caduta del prezzo del petrolio e quindi della rendita nel 1998-99 aggrava ulteriormente la situazione per le finanze pubbliche e pregiudica la redistribuzione della rendita petrolifera tramite la spesa pubblica..

Movimiento nazionalista

Importanti settori della borghesia abbandonano i vecchi partiti di governo e nelle elezioni del 1998 appoggiano il movimento elettorale di Hugo Chavez, ex tenente colonnello che nel 1983 aveva fondato un’organizzazione segreta di ufficiali, MBR-200 (Movimiento Bolivariano Revolucionario), nazionalista e populista, e nel 1992 aveva tentato e fallito un golpe. Amnistiato dopo due anni di prigione (durante i quali aveva potuto concedere interviste e tenere riunioni), ma espulso dai ranghi dell’esercito, Chavez si era convertito alla democrazia dedicandosi alla costruzione del MVR (Movimiento Quinta Repùblica), ispirato alla figura e alle idee di Simón Bolívar (vedi riquadro).
Il nucleo centrale del MVR è costituito da militari nazionalisti, ma trova sostegni sia nei partiti di sinistra La Causa R(adical) e MAS (Movimiento al Socialismo, costituito da ex guerriglieri degli anni ’60, poi passati su posizioni riformiste tanto che alcuni vennero cooptati nel governo del democristiano Caldera e altri ottennero cariche nei governi locali), che presso gli stessi ambienti imprenditoriali che avevano appoggiato i precedenti governi (tra cui il Grupo Cisneros, il maggior gruppo privato del paese). Chavez, candidato del Polo patriotico ottiene il 56% dei voti alle presidenziali del dicembre 1998 (mentre il MVR aveva ottenuto meno del 20% dei voti validi alle elezioni parlamentari di novembre). Secondo varie indagini condotte nel 2000, tra gli elettori del MVR quelli che si considerano di destra superano di gran lunga quelli che si considerano di sinistra.
Il compito principale di Chavez è quello di riprendere il controllo statale sulla rendita petrolifera, un compito nazionale. Ma Chavez va oltre, accentuando il proprio antiamericanismo (fornendo tra l’altro significativi aiuti finanziari a Cuba, che in cambio ha inviato 14 mila medici in Venezuela) e qui si viene a scontrare con i forti legami economici, finanziari e politici tra settori della borghesia venezuelana e gli Stati Uniti. Gustavo Cisneros, ad esempio, è membro di una decina di istituzioni statunitensi.

Il partito americano

E soprattutto sul fronte della politica estera che si è creato uno schieramento anti-Chavez, comprendente una maggioranza dell’imprenditoria privata, la Chiesa, parte dei vertici militari, la confederazione sindacale CTV, controllata da AD, e la dirigenza della PDVSA, in lotta per impedire che la nuova legge sugli idrocarburi entrasse in vigore con il 2003. Questo schieramento nell’aprile del 2002 organizzò un colpo di Stato, che arrivò a decretare lo scioglimento del parlamento e la nomina a presidente della repubblica di Pedro Carmona, presidente delle Camere di Commercio, che nominò un governo d’emergenza. Gli Stati Uniti e la Spagna di Aznar furono troppo solerti a riconoscere il governo golpista, perché nel giro di due giorni a seguito di un confronto interno alle sfere militari prevalsero i fautori di Chavez, che fu reinsediato nei suoi poteri.
Lo schieramento anti-Chavez provò allora a giocare le carte delle manifestazioni di piazza, con l’appoggio della polizia della capitale, e dello sciopero politico. Nel dicembre 2002 la CTV proclamò lo sciopero generale mentre alcune imprese fecero una serrata; al centro dello scontro fu la PDVSA, dove 23 mila tra dirigenti e dipendenti, soprattutto quadri e impiegati, entrarono in sciopero, con l’obiettivo di far cadere il governo bloccando la produzione di petrolio anche con azioni di sabotaggio. Dopo due mesi lo sciopero fallì, e la PDVSA fu rimessa in moto con l’aiuto dei militari senza l’apporto degli scioperanti, che vennero licenziati in massa.
L’ultima carta giocata dal fronte dell’opposizione è stata la raccolta di firme per un referendum per la revoca di Chavez: il referendum si tenne nell’agosto del 2004, ma Chavez fu confermato dal 58% dei votanti. Alle ultime elezioni parlamentari del dicembre 2005 i maggiori partiti di opposizione si sono ritirati con il pretesto della mancanza di garanzie; i partiti governativi hanno stravinto, ma su un voto cui ha partecipato solo il 25% degli elettori. La maggioranza dei venezuelani è rimasta estranea.

Improbabile socialismo rentier

In seguito a queste vicende Chavez si è appoggiato in misura crescente sulle correnti di sinistra accentuando la fraseologia “anticapitalista” e socialisteggiante – anche se ha sempre limitato la prospettiva del mutamento sociale alla sfera della distribuzione.
Nei primi anni di governo Chavez ha portato avanti una serie di riforme di stampo progressista ma non socialmente radicali, quale una campagna di alfabetizzazione e di formazione professionale per la quale è stato utilizzato anche l’esercito, una campagna per portare l’assistenza sanitaria nei barrios delle periferie, con l’aiuto di 14 mila medici cubani, e medicine a prezzi sussidiati; una riforma agraria che ha ridistribuito solo le terre incolte (e che ha difficoltà a trovare gli aspiranti contadini); ora il governo sta promuovendo la riforma dei suoli urbani per legalizzare il possesso delle case abusive costruite nei barrios, e procedere a fornire acqua, elettricità ecc. Il governo ha anche costituito una rete di negozi di generi alimentari e di largo consumo a basso costo, per calmierare i prezzi (soprattutto con prodotti di importazione).
Sul piano sociale il governo ha lanciato alcune iniziative a carattere propagandistico, come la requisizione – dietro indennizzo ai proprietari – di alcune delle fabbriche abbandonate o chiuse dalla proprietà, date in gestione a cooperative di lavoratori con la partecipazione dello Stato.
Sono inoltre stati avviati esperimenti di “cogestione” con l’inserimento di rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione di alcune grandi imprese statali (l’esempio più noto è il complesso dell’alluminio di Ciudad Guyana, ALCASA, in perdita da quando è stato aperto 17 anni fa, al vertice del quale è stato nominato il sociologo ex guerrigliero Carlos Lanz).

Simón Bolívar

Simón de Bolívar l’eroe della guerra di indipendenza dalla Spagna, che aveva tentato l’unificazione dell’America Latina con la costituzione, nel 1821, della Repubblica della Grande Colombia (corrispondente all’incirca agli attuali Venezuela, Panama, Ecuador, e Colombia). Bolívar era espressione della borghesia locale, eroica contro gli spagnoli, ma chiusa alle aspirazioni all’uguaglianza di schiavi e salariati, dopo averli utilizzati per la conquista del potere. Assicuratosi il controllo di una parte del Venezuela grazie all’appoggio dell’armata di colore comandata dal pardo (sangue misto) Manuel Piar, poco dopo averlo nominato Generale in Capo nel 1817 lo fa arrestare e condannare a morte per alto tradimento per aver espresso le istanze delle classi oppresse. Il bolivarismo, ora divenuto ideologia ufficiale di Stato, è un’ideologia nazionalista, antimperialista e panamericanista (o meglio, latinoramericanista), ma anche anti-proletaria e anti-comunista della borghesia, che oggi viene utilizzata per assoggettare ideologicamente il proletariato.

Sul piano occupazionale, il governo ha promosso la costituzione di cooperative di lavoro in svariati settori, dall’abbigliamento al calzaturiero all’orticoltura, nelle quali lo Stato (spesso direttamente la PDVSA) mette il capitale iniziale. Sono state finora costituite quasi 5 mila cooperative.
In queste cooperative i lavoratori non possono organizzarsi in sindacati, perché formalmente sono “soci” e non dipendenti, e spesso percepiscono retribuzioni inferiori al salario minimo.
Tutte queste iniziative hanno delle caratteristiche comuni:
- non sono il risultato di conquiste operaie strappate con lotta alla borghesia, ma concessioni dall’alto con la distribuzione di denaro proveniente dalla rendita petrolifera;
- i lavoratori rimangono in balìa del mercato, in concorrenza con produttori nazionali ed esteri generalmente dotati di tecnologie superiori, costretti ad autosfruttarsi per restare sul mercato.
La borghesia ha continuato a ricevere una quota consistente della rendita petrolifera tramite sussidi, protezioni, la domanda e il debito pubblico – e continua a mandare all’estero una grossa parte dei suoi profitti.
La rivista londinese della grande banca, The Banker, rileva il sostegno al governo Chavez delle banche private venezuelane, che nel 2005 hanno visto crescere gli utili del 30%, mentre nel boom indotto dalla spesa pubblica i crediti in sofferenza sono diminuiti dal 10% del 1995 (quando lo Stato dovette salvare metà del sistema bancario dalla bancarotta) all’1,5% attuale – indice questo che anche le imprese private sono in buona salute perché riescono a ripagare i prestiti. Il 51% delle attività delle banche private è tenuto in titoli pubblici: le banche fanno affari con il debito dello Stato.
Il quadro economico-sociale complessivo mostra che al di
là della fraseologia anticapitalista, Chavez è attento ad assicurare un buon clima di affari per la borghesia venezuelana. Fin quando la rendita petrolifera resterà elevata, Chavez potrà mantenere l’ambiguità sociale che caratterizza il suo governo, concedendone rivoli a tutti gli strati sociali, compresi parte dei lavoratori e dei giovani tra i quali ha suscitato speranze di una radicale trasformazione sociale. Quando il prezzo del petrolio scenderà in seguito ai forti investimenti nella ricerca ed estrazione, suscitati in tutto il mondo dagli enormi profitti attuali, i margini per il populismo si ridurranno, e lo scontro sociale tornerà ad acutizzarsi.
Il socialismo non può basarsi sulla distribuzione della rendita petrolifera, ossia del frutto dello sfruttamento dei lavoratori in altre parti del mondo; esso può essere solo il risultato dell’espropriazione degli espropriatori, della produzione e ripartizione sociale del prodotto, non mediata dal lavoro salariato, dal denaro e dal mercato.
Il socialismo può essere solo il risultato della lotta dei lavoratori stessi, non il dono di un esercito che si presenta come al di sopra delle classi.






R.L.

Pubblicato su: 2006-04-20 (2473 letture)

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